Turdidi Italiani e Insetti nei boschi, nei coltivi e nei giardini

Alcune specie ornitiche italiane più comuni, appartenenti alla famiglia dei Turdidi, possono ricoprire un ruolo importante nel controllo biologico di specie potenzialmente dannose di insetti. In particolare viene esaminata l’alimentazione insettivora di pettirosso, usignolo, codirosso, saltimpalo e merlo nei differenti ambienti frequentati. Diviene quindi opportuno proteggere queste specie nei boschi, nei campi e nei giardini.

Introduzione
Alla famiglia dei Turdidi appartengono alcune delle specie ornitiche più frequenti in ambienti italiani con sufficiente dotazione arboreo-arbustiva (boschi, giardini e coltivi con siepi), oppure più semplicemente presenti al margine di boschi e cespuglietti e lungo i bordi incolti dei campi.
L’abbondanza di alcune delle specie più interessanti sotto il profilo delle potenzialità di contenimento di proliferazioni di insetti può essere derivata dalla quantificazione delle coppie nidificanti in Italia, proposta da Brichetti e Meschini (1993): queste sarebbero 2.000.000-5.000.000 per il merlo, 1.000.000-2.500.000 per il pettirosso, 500.000-1.000.000 per l’usignolo, 200.000-300.000 per il saltimpalo, 30.000-50.000 per il codirosso.
Proprio la quantità di esemplari appartenenti ad alcune specie può essere interessante riguardo alla predazione di insetti: ad esempio è stato stimato (Cova, 1965) che un esemplare di merlo, che è specie stanziale in Italia, si ciba di 7 kg all’anno di insetti e loro larve, oltre ad altri invertebrati. Ciò significherebbe la distruzione, nel nostro territorio, di una quantità annua di questi piccoli animali compresa tra 14.000 e 35.000 tonnellate operata da questa sola specie.
La dieta, soprattutto autunnale e invernale, può inoltre essere arricchita da bacche. Come logico dal punto di vista evolutivo (Krebs e Davies, 1987) sono riconoscibili spiccate preferenze (Tab. 1), che permettono alle essenze produttrici di frutti appetiti di fruire di una valida disseminazione operata da questi uccelli.
Infatti la classe di diametri dei frutti presenti in ogni regione geografica mostra un picco direttamente dipendente dalla larghezza della mandibola inferiore degli uccelli più efficaci disseminatori presenti: ad esempio nell’Inghilterra meridionale (dove i Turdidi sono abbondanti) il picco dimensionale si attesta intorno al diametro di 8-9 mm e oltre il 50% dei frutti presenti ha diametri compresi tra 7 e 10 mm, mentre nella Spagna meridionale (dove i più piccoli Silviidi sono i principali disseminatori) la maggior parte dei frutti ha diametro di 5-10 mm (Snow e Snow, 1988).
Per questa serie di motivi può essere interessante valutare l’importanza di alcune specie di Turdidi nel controllo numerico di specie potenzialmente dannose di insetti.

Tab. 1 – Preferenze mostrate in Inghilterra da pettirosso e merlo per frutti e bacche, da rilevazioni mensili, con l’indicazione delle essenze favorite da ogni specie e delle percentuali del loro impiego alimentare (da Snow e Snow, 1988).

Merlo

Pettirosso

23% biancospino (Crataegus sp.)

20% fusaggine (Euonymus europaeus)

13% edera (Hedera helix)

16% sambuco (Sambucus nigra)

09% agrifoglio (Ilex aquifolium)

12% edera (Hedera helix)

08% rosa selvatica (Rosa canina)

08% sanguinello (Cornus sanguinea)

07% tasso (Taxus baccata)

04% tasso (Taxus baccata) e rovo comune (Rubus ulmifolius)

I Turdidi italiani
Le specie di Turdidi nidificanti in Italia (Amori et al., 1993; Brichetti e Massa, 1984) sono le seguenti, e sono contrassegnate con un asterisco quelle di maggior interesse, trattate per esteso in seguito:

  • Pettirosso*, Erithacus rubecula Linnaeus

  • Usignolo*, Luscinia megarhynchos Brehm

  • Pettazzurro, Luscinia svecica Linnaeus

  • Codirosso spazzacamino, Phoenicurus ochrurus Gmelin

  • Codirosso*, Phoenicurus phoenicurus Linnaeus

  • Stiaccino, Saxicola rubetra Linnaeus

  • Saltimpalo*, Saxicola torquata Linnaeus

  • Culbianco, Oenanthe oenanthe Linnaeus

  • Monachella, Oenanthe hispanica Linnaeus

  • Codirossone, Monticola saxatilis Linnaeus

  • Passero solitario, Monticola solitarius Linnaeus

  • Merlo dal collare, Turdus torquatus Linnaeus

  • Merlo*, Turdus merula Linnaeus

  • Cesena, Turdus polari Linnaeus

  • Tordo bottaccio, Turdus philomelos Brehm

  • Tordo sassello, Turdus iliacus Linnaeus

  • Tordela, Turdus viscivorus Linnaeus.

Le preferenze ambientali delle specie più frequenti e interessanti per la loro dieta almeno parzialmente insettivora sono piuttosto differenziate e dimostrano quasi sempre una discreta adattabilità.
Nelle aree boscate di qualsiasi tipologia, purché non aride e dotate di ricco sottobosco (Brichetti e Fasola, 1990), e nei parchi collinari con caratteristiche simili a queste nidifica il pettirosso, che nella brutta stagione frequenta spesso anche siepi e filari residui nelle aree a coltivazione intensiva, oltre a parchi e giardini urbani. Durante l’inverno la specie si sposta progressivamente – man mano che le locali risorse alimentari si esauriscono – in aree climaticamente più favorevoli, dove possono essere raggiunte densità anche molto elevate (Fornasari et al., 1992).
L’usignolo, non sedentario, è frequente nelle aree con ricca dotazione arbustiva dei boschi, preferibilmente umidi, e in siepi e cespuglietti della campagna coltivata. Il territorio occupato da una coppia ha dimensioni molto variabili, a seconda delle sue condizioni ambientali: nell’Austria meridionale tale superficie è compresa tra 1.200 e quasi 20.000 mq e in particolare i territori migliori devono avere una copertura arbustiva del suolo compresa tra il 40 e il 45% (Bezzel, 1987). La specie sembra essere in recente contrazione degli ambienti occupati per la nidificazione, in quanto nel secolo scorso l’usignolo occupava spesso anche orti e giardini urbani, mentre attualmente questo uccello ha in gran parte abbandonato tali ambienti (Groppali, 1990).
Il codirosso, anch’esso non svernante in Italia, è frequente nei parchi cittadini e nidifica negli alberi cavi delle aree boscate collinari e montane. La colonizzazione degli ambienti urbani è complessivamente molto recente (Groppali, 1990) e si sta verificando insieme all’occupazione di zone della bassa collina e pianura (Brichetti e Cambi, 1985). La specie ha risentito alla fine gli anni novanta della siccità che ha colpito l’area di svernamento del Sahel, con un notevole calo degli effettivi in tutta Europa (Brichetti e Fasola, 1990).
Il saltimpalo vive in ambienti dotati di vegetazione erbacea alta, anche umidi, e si trova ai margini incolti dei campi e nei vigneti a gestione tradizionale. La modernizzazione delle tecniche agricole e le trasformazioni del paesaggio agrario hanno provocato un calo rilevante della specie, soprattutto per la canalizzazione dei corpi idrici, l’eliminazione degli incolti e la sarchiatura delle colture (Brichetti e Fasola, 1990). La specie è molto sensibile ai rigori invernali, come dimostra la riduzione numerica dei suoi contingenti in seguito a inverni particolarmente rigidi: ad esempio nel 1982 il numero di coppie nidificanti nella pianura bresciana si era ridotto per questo motivo del 40-50% e nel 1985 del 60-80% (Brichetti e Cambi, 1990).
Il merlo vive praticamente ovunque siano disponibili zone con alberature, anche rade, ed è divenuto particolarmente frequente nelle aree urbane e periurbane con parchi e giardini. L’ingresso della specie nelle città è piuttosto recente (Géroudet, 1954), dopo una prima fase di utilizzo degli spazi verdi urbani per lo svernamento (Groppali, 1990): intorno al 1820 il merlo ha iniziato infatti a nidificare in habitat urbani di Inghilterra e Olanda, nel 1890 lo stesso fenomeno è stato segnalato in Danimarca, nel 1900 in Svezia e nel 1924 in Finlandia (Pratesi, 1975). Attualmente la specie è addirittura più abbondante negli spazi verdi urbani e suburbani che negli ambienti naturali originari (Batten, 1970).
La diffusione italiana di queste specie è praticamente ubiquitaria (Meschini e Frugis, 1993).

L’alimentazione del pettirosso e la predazione di insetti dannosi
La specie preleva le sue prede, costituite principalmente da insetti, dopo averle individuate da un posatoio al quale fa ritorno dopo la cattura, che può aver luogo fino a 20 metri di distanza, oppure esplorando la superficie del terreno e della lettiera (Géroudet, 1954), senza rivoltarla. Più di rado effettua la predazione su foglie, rami e cortecce di alberi, oppure in volo (Lack in Cramp, 1988). Dall’abitudine invernale di approfittare del fagiano che raspa il suolo e della talpa mentre scava sotto la superficie, utilizzando per la caccia la rottura del suolo ghiacciato operata da questi, è derivata la consuetudine (in aree ove il pettirosso non viene perseguitato) di seguire da vicino i lavori di zappatura negli orti per procurarsi piccole prede.
Le dimensioni degli occhi consentono alla specie di catturare insetti anche nelle condizioni di scarsa luminosità di aree boscate con fitto sottobosco e di iniziare le catture, nelle brevi giornate invernali, prima di altre specie insettivore.
Le prede preferite, prelevate soprattutto sul terreno, sono costituite dai Coleotteri (per il 42% del numero complessivo in un campionamento su 13 esemplari citato da Lack in Cramp, 1988, con netta prevalenza dei Crisomelidi) e dalle formiche. La specie è comunque molto adattabile nell’utilizzare le risorse fornite da ogni ambiente frequentato nelle differenti stagioni: in Crimea durante il periodo riproduttivo la maggior quantità delle prede è costituita da Coleotteri, per lo più Crisomelidi, con il 42% del totale (Kostin in Cramp, 1988), nella Spagna meridionale durante l’inverno il 73% delle prede è costituito da Formicidi (Herrera in Cramp, 1988). La presenza di insetti potenzialmente nocivi tra le sue prede coprirebbe comunque, secondo Blagosklonov (1968), tra il 60 e il 77% del totale.
In Italia sono stati esaminati i contenuti stomacali di 15 esemplari provenienti dalla Pianura Padana e dalle prime pendici collinari dell’Appennino pavese, catturati nella stagione invernale (gennaio) e in altri periodi dell’anno (Bertocchi, 1993; Groppali, 1993; Meloni, 1996). E’ così possibile riconoscere una netta differenza nell’alimentazione invernale della specie rispetto a quella delle altre stagioni: infatti nei pettirossi esaminati il cibo di origine vegetale era prevalente o dominante esclusivamente durante l’inverno. Inoltre la scelta delle prede varia nel corso dell’anno, con netta prevalenza di Coleotteri (48% delle catture) e buona presenza di Formicidi (37%) in inverno e una scelta più ampia di insetti nelle altre stagioni, con prevalenza di Coleotteri (27%) e di larve di Ditteri (25%). La capacità di predazione di questa specie, che ha dimensioni corporee ridotte, è dimostrata dalla presenza di 34 insetti in un solo stomaco di esemplare prelevato in marzo.

L’alimentazione dell’usignolo e la predazione di insetti dannosi
La specie cattura le sue prede costituite da invertebrati terrestri, in particolare Coleotteri e Formicidi esplorando la lettiera (Géroudet, 1954) e, più di rado, foglie, rametti e cortecce. L’esplorazione viene effettuata con lunghi salti sul terreno, intercalati da frequenti pause dedicate all’osservazione.
L’alimentazione può variare a seconda delle disponibilità ambientali, ma la preferenza verrebbe accordata a Coleotteri e Formicidi: durante la stagione riproduttiva in Crimea 11 stomaci contenevano per l’89% quest’ultima tipologia di preda (Kostin in Cramp, 1988). La dieta dei nidiacei, studiata in Turingia (Emmrich in Cramp, 1988), era costituita per il 25% da Coleotteri, per il 24% da Ditteri e per il 12% da Imenotteri, tutti sia larve che adulti; in un caso, evidentemente in area di proliferazione della specie defogliatrice, la prole veniva invece nutrita esclusivamente con larve di Tortrix viridana.
In Italia sono stati esaminati i contenuti di 7 stomaci di esemplari dei dintorni di Pavia, riconoscendo l’importanza dell’alimentazione insettivora per la specie (Groppali e Bertocchi, 1996; Meloni, 1996). Le prede preferite sono sicuramente i Formicidi (47% del totale, presenti in tutti gli stomaci), seguiti dalle uova di insetto (29%, presenti però nel numero di 127 in un solo stomaco) e dai Curculionidi (7%, con 33 esemplari presenti in quattro stomaci). Oltre alla dimostrata possibilità di eliminazione di uova di insetto da parte della specie, quindi a livello addirittura di prevenzione dei danni potenziali derivanti dalla schiusa delle larve, è interessante notare che soltanto in uno stomaco di usignolo – tra gli oltre 1.1000 di quasi 200 specie italiane esaminati – è stato trovato uno scorpione, evidentemente catturato nella lettiera, ad ulteriore dimostrazione della versatilità predatoria della specie. La capacità di predazione dell’usignolo è notevole, pur escludendo lo stomaco che conteneva 127 uova (di dimensioni ovviamente ridottissime) oltre a 19 altre prede, come dimostrato dalla presenza di 97 prede in uno stomaco e di 94 in un altro.

L’alimentazione del codirosso e la predazione di insetti dannosi
Le modalità di cattura delle prede, costituite principalmente da larve e adulti di Lepidotteri e Coleotteri, consiste nella loro cattura diretta dalla superficie del terreno, nel prelievo da tronchi, rami e foglie di alberi, in voli di cattura dal posatoio al quale viene fatto subito ritorno e nella cattura in volo (Géroudet, 1954). Le prede di maggiori dimensioni vengono battute sul posatoio, e a volte private delle parti più dure e voluminose, prima di essere ingerite (Buxton in Cramp, 1988).
La preferenza sembra essere accordata agli Imenotteri, quasi esclusivamente adulti, che costituiscono il 52% delle prede in Germania (Emmrich in Cramp, 1988) e il 44% in Crimea (Kostin in Cramp, 1988). Ai giovani viene fornito un cibo differente, meno chitinizzato di quello prediletto dagli adulti: di 1.143 prede portate ai nidiacei in Germania, il 27% era infatti costituito da larve di Lepidotteri.
In Italia sono stati esaminati 11 contenuti stomacali di esemplari della Pianura Padana, prelevati in periodo riproduttivo e migratorio (Groppali e Bertocchi, 1996; Meloni, 1996), rilevando la preferenza per i Formicidi (38% delle prede), seguiti da Coleotteri (20%), Afididi (15%) e larve di Lepidotteri (11%). La compresenza, tra le catture, di larve di insetti (complessivamente 21), di erisalidi (5, di Ditteri), di specie poco mobili (26 Afididi) e discretamente rapide nella fuga (6 Ortotteri), costituisce una buona dimostrazione della versatilità predatoria del codirosso. La sua capacità di predazione è inoltre discreta, con 31 prede rinvenute in uno stomaco e 30 in un altro.

L’alimentazione del saltimpalo e la predazione di insetti dannosi
Le prede sono costituite da insetti, e più raramente da altri invertebrati, di dimensioni ridotte. La tipica modalità di cattura consiste nell’avvistamento da un posatoio, costituito in genere da erbe alte oppure dal ramo basso di un arbusto, nella predazione al suolo e nel ritorno al punto di osservazione, e più di rado nelle catture in volo (Géroudet, 1954): per questo motivo il saltimpalo vive, nelle aree coltivate in modo intensivo, al margine incolto dei campi con sufficiente dotazione di erbe alte oppure di cespugli.
La specie predilige le larve di Lepidottero (66% delle prede in Crimea secondo Kostin in Cramp, 1988), ed è in grado di cibarsi anche di specie dotate di pelosità difensiva, abitualmente rifiutate da altri uccelli (Groppali, 1993): in questi casi il saltimpalo le lavora per 5-10 minuti facendole passare attraverso il becco da un’estremità all’altra e battendole sul terreno (King in Cramp, 1988). L’alimentazione della prole comprende prede estremamente differenti tra loro e richiede quindi un’elevata elasticità nei modelli di ricerca (Curio, 1981): infatti vengono forniti ai nidiacei insetti con colorazione criptica che si difendono con la scarsa mobilità, e forti volatori che si difendono con la velocità di allontanamento (Cramp, 1988).
In Italia i dati disponibili sono tuttora estremamente scarsi, con 4 contenuti stomacali esaminati, uno dei quali con soltanto frammenti di bacche, tutti di esemplari provenienti dai dintorni di Pavia (Groppali, 1975; Meloni, 1996). Le prede preferite sono risultate essere costituite da Imenotteri (35% del totale), Coleotteri (34%) ed Emitteri (21%), e la capacità predatoria non sembra essere particolarmente elevata, con un massimo di 11 prede in uno stomaco prelevato in aprile. Va però valutata positivamente la predilezione della specie per i margini incolti dei coltivi, dal quali penetra nei campi per operare la predazione, contribuendo quindi a ridurvi la popolazione entomologica.

L’alimentazione del merlo e la predazione di insetti dannosi
Il merlo si nutre principalmente di insetti e anellidi, cui aggiunge in autunno una discreta quantità di bacche. Le prede vengono ricercate alternando saltelli sul terreno, preferibilmente erboso, a pause di osservazione, oppure frugando con il becco nella lettiera e spostando lateralmente le foglie secche: la maggior parte del nutrimento viene prelevata dalla superficie del suolo (Géroudet, 1954).
Vermi e larve sembra vi vengano individuati tramite l’osservazione delle parti che sporgono dalla superficie del terreno, oppure ricorrendo all’udito.
Ai nidiacei vengono fornite principalmente larve di Lepidotteri nelle aree boscate, mentre in ambiente urbano il cibo principale è costituito da Anellidi, cui si aggiungono in proporzione crescente durante il corso della stagione riproduttiva gli insetti (Snow in Cramp, 1988).
In Italia sono stati studiati i contenuti stomacali di 22 esemplari provenienti tutti dalla provincia di Pavia, nessuno dei quali in periodo riproduttivo (Groppali e Bertocchi, 1996; Meloni, 1996): cinque di questi avevano ingerito esclusivamente cibo di origine vegetale dodici si erano alimentati di prede e di vegetali, e cinque solo di alimenti di origine animale. Tra gli Artropodi le prede di gran lunga preferite sono risultate essere le larve di Ditteri (95% del totale), ma tale dato deve essere valutato alla luce dell’osservazione che a questa percentuale elevata hanno contribuito in modo determinante due esemplari di merlo, uno dei quali aveva catturato 770 larve di Licoridi e 4 di Fungivoridi, evidentemente approfittando di un fungo marcescente che ospitava questa ricca fonte di prede, e l’altro 687 larve di Ditteri non determinabili. L’esame delle prede ha permesso inoltre di rilevare che la specie può operare le sue catture anche in zone umide, poiché tra le prede figurano 26 larve di Tipulidi e 1 Ditiscide.

Proposte per la conservazione e l’incremento dei Turdidi in Italia
Anche se l’apporto dei Turdidi al controllo di specie fitofaghe dannose sfugge ad una quantificazione esatta, non bisogna dimenticare che la presenza di specie insettivore sufficientemente versatili, che in gran parte – come i Turdidi – trascorrono anche l’inverno nel nostro Paese, deve essere comunque valutata in termini positivi. Infatti più un ambiente, anche se coltivato quasi per intero, è in grado di ospitare una fauna ornitica ricca e varia, maggiori vi saranno le possibilità di controllo delle proliferazioni entomologiche.
Purtroppo, anche se si è fortemente ridotto il saccheggio sistematico dei nidi di Turdidi per procurarsi animali da gabbia e da richiamo, numerose cause di danno sono ancora ben lungi dall’aver ridotto la loro pressione su questo gruppo omitico. Infatti è ancora molto diffusa’ la caccia di frodo rivolta ai Turdidi svernanti o in migrazione (anche ricorrendo, in alcune valli lombarde, all’impiego degli archetti che imprigionano gli uccelli per le zampe finché muoiono), mentre la crescente frequentazione di sentieri in collina e montagna comporta spesso il disturbo e l’abbandono di numerosi nidi di pettirosso, costruiti proprio in queste aree di ecotono (Realini, 1988).
I danni ambientali che incidono direttamente sulle popolazioni di Turdidi sono costituiti dagli incendi, particolarmente negativi per il saltimpalo, che nidifica al margine dei coltivi e i cui contingenti vengono anche ridotti dal nuovi metodi di sfalcio dei prati e dalla loro maggior frequenza rispetto al passato. Inoltre l’eliminazione, o comunque la forte riduzione, della dotazione arbustiva in numerosi ambienti (con la progressiva cancellazione delle siepi in campagna e ripuliture troppo drastiche dei boschi), comporta direttamente la locale scomparsa di numerosi Turdidi.
Tutela e forme di gestione più equilibrate dell’ambiente possono invece favorire in modo determinante l’incremento dei Turdidi, insieme ovviamente a quello di numerose altre specie di uccelli insettivori ausiliari. Ad esempio nelle normali operazioni selvicolturali andrebbe contenuta al massimo l’eliminazione, oltre che degli arbusti del sottobosco, dei rampicanti sui grandi alberi, in quanto l’edera fornisce frutti molto ricercati come cibo, e del vischio: a questo proposito basti ricordare che il 96% dei consumatori delle sue bacche – secondo i dati di un’indagine inglese (Snow e Snow, 1988) – è costituito da tordele.
Negli agroecosistemi è invece estremamente importante la tutela e l’eventuale ricostituzione delle siepi arbustive, costituite da essenze adatte a fornire cibo (Tab. 2) e riparo, di filari misti ed eventualmente di piccoli nuclei di vegetazione arboreo-arbustiva.
Negli spazi verdi interni agli abitati dovrebbe poi assumere una maggior importanza l’applicazione di tecniche di bird-gardening (Burton, 1990; Soper, 1978; Steinbach, 1989; Zaffignani Mezzatesta, 1992), consistenti principalmente nella piantumazione di essenze adatte alle differenti esigenze dell’avifauna urbana, nella collocazione di efficaci punti di abbeverata e di strutture per il bagno e nell’eventuale allestimento di mangiatoie (Soper, 1996) e di nidi artificiali. Di questi ultimi, più adatti a favorire l’incremento di altre specie di uccelli, tra i Turdidi è principalmente il codirosso a farne un uso piuttosto costante (Cova et al., 1981).

Tab. 2 – Essenze arboree e arbustive (autoctone, oppure
naturalizzate non infestanti) adatte a fornire frutti appetiti dai turdidi e
da altre specie di uccelli con alimentazione principalmente insettivora. Con
un asterisco sono indicate quelle adatte a climi mediterranei.

  • Agazzino, Pyracantha coccinea

  • Agrifoglio, Ilex aquifolium

  • Alatemo, Rhamnus alaternus*

  • Amareno, Prunus cerasus

  • Azzeruolo, Crataegus azarolus

  • Alloro, Laurus nobilis*

  • Bagolaro, Celtis australis

  • Biancospini, Crataegus monogyna e C. oxyacantha

  • Caprifoglio alpino, Lonicera alpigena

  • Caprifoglio peloso, Lonicera losteum

  • Ciavardello, Sorbus torminalis

  • Ciliegio, Prunus avium

  • Corniolo, Cornus mas

  • Cotognastro, Cotoneaster nebrodensis

  • Crespino, Berberis vulgaris

  • Farinaccio, Sorbus aria

  • Fico, Ficus carica

  • Fillirea, Phyllirea latifolia*

  • Frangola, Frangula alnus

  • Fusaggine, Euonymus europaeus

  • Gelso bianco, Morus alba

  • Gelso nero, Morus nigra

  • Ginepro, Juniperus communis

  • Kaki, Diospiros kaki

  • Lantana, Viburnum lantana

  • Laurotino, Viburn m tinus*

  • Lentisco, Pistacia lentiscus*

  • Ligustro, Ligustrum vulgare

  • Melo fiorentino, Malus florentina

  • Melo selvatico, Malus sylvestris

  • Mirabolano, Prunus cerasifera

  • Mirto, Myrtus communis*

  • Olivello spinoso, Hippophae rhamnoides

  • Pado, Prunus padus

  • Pallon di maggio, Viburnum opulus

  • Pero a foglie di mandorlo, Pyrus amygdaliformis*

  • Pero corvino, Amelanchier ovalis

  • Pero selvatico, Pyrus pyraster

  • Prugnolo, Prunus spinosa

  • Sambuco, Sambucus nigra

  • Sanguinello, Cornus sanguinea

  • Sorbo, Sorbus domestica

  • Sorbo degli uccellatori, Sorbus aucuparia

  • Spincervino, Rhamnus cathartica

  • Tasso, Taxus baccata

  • Terebinto, Pistacia terebinthus*

LAVORI CITATI

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Guide di Airone.

I selvatici in giardino: alcuni ospiti graditi e altri no

Il giardino non è uno spazio progettuale statico, nè uno spazio progettuale in divenire secondo la sequenza delle stagioni, bensì nella sua leggera imprevedibilità e nel suo saperci stupire anche dopo anni di permanenza o dopo tantigiardini realizzati, sta il più segreto degli incanti: la possibilità di viverlo e disentirlo. Un giardino da vivere e sentire nel quale anche gli animali, e per primi iselvatici, discreti e silenziosi, troveranno spazio, come gli amici.
La presenza dei selvatici nei nostri giardini può essere combattuta oricercata a seconda dei casi, ma è un fenomeno in decisa crescita dato il sempre maggioreinurbamento di specie, uccelli, mammiferi o rettili, prima relegate nelle campagne. Cosìanche i giardini all’interno della cinta urbana, e non soltanto quelli delle case e delleville in campagna dove la recinzione e la siepe costituiscono un confine virtuale, possonoessere “attrezzati” per ospitare i selvatici.

La talpa: un ospite indesiderato, solo in parte dannoso.
Quelli fra di voi afflitti dal problema delle talpe in giardino noncondivideranno certamente l’uso del termine “in parte”, “dannoso in parte”, perchè con molta probabilità hanno condotto per lungo tempo una lotta senzaquartiere agli inestetismi che le talpe arrecano al cotico erboso, al mitico pratoinglese, liscio come se fosse stato sottoposto ad uno dei tanti trattamenti anti età.Assai meno sono coloro che si lamentano dei danni arrecati all’orto o alle aiuole dibulbose o piante annuali data l’inoffensività delle talpe per queste specie. Una lottasenza quartiere, spesso infruttuosa, che a volte cessa per un imprevedibile trasloco delletalpe.
I famigerati mucchietti di terra smossa sono il resto dello scavo dellegallerie di ventilazione, cioè quelle ad andamento verticale, che servono da collegamentoai due livelli di scavo paralleli che solitamente la talpaeffettua a 10 e 20 cm di profondità. Più rare le gallerie che si spingono in profonditàfino a 70 cm. Le gallerie più superficiali quelle che smuovono il terreno sono legallerie di caccia e spesso vengono usate una volta soltanto, hanno andamento ramificato esono abbondanti in terreni umidi, ricchi di sostanza organica e, quindi, di potenzialiprede. La talpa svolge infatti una forte predazione nei confronti degli insetti e servenon poco ad areare il terreno troppo compatto.
La legge italiana, al pari di topi,ratti earvicole, non riconosce alla talpanemmeno lo status di selvaggina e quindi può essere cacciata sempre, comunque e conqualsiasi mezzo. La fantasia popolare ha escogitato e applicato metodi che non possonoessere assolutamente condivisi, anzi un paese civile dovrebbe provvedere allastigmatizzazione di simili barbarie.
L’unico sistema radicale che si può considerare equo, da pari a pari,è la caccia al mattino con la vanga lungo le gallerie superficiali, fatta nel piùassoluto silenzio, nella più assoluta immobilità e spesso infruttuosa.
Gli altri sistemi che proponiamo sono invece talpifughi.
Innanzitutto non pensate che ripianare i mucchietti di terra smossapossa servirci a qualcosa, nemmeno se introducete nella cavità pezzi di vetro, pietre ecomprimete il terreno fuoriuscito.
La concimazione con calciocianamide può avere un qualche effettopreventivo forse per il suo potere insetticida che priva le talpe del loro nutrimento enon è da escludere che l’azione irritante che sulle mucose dell’operatore possa essererisentita anche dagli animali.
Si trovano poi sul mercato degli emanatori costituiti da una campana dimateriale plastico contenente sostanze ad azione repellente molto sgradite alle talpe.Queste campane vanno interrate ad una profondità di circa 25 cm, coprono una superficiedi 50 cm2 e sono efficaci per due mesi. Una lotta che garantisce un piacevole effettoestetico ed risulta utile nell’allontanamento dei piccoli animali, consistenell’impiego di piante talpifughe, quali la Fritillaria+imperialise l’Euphorbia+lathyris.
Se decidiamo di non muovere guerra alle talpe, purchè restino al difuori di aree alle quali teniamo particolarmente come le aiole, basterà ricorrere ad unarete metallica a maglia stretta che interreremo intorno alla zona da proteggere.
Esistono poi, ed è possibile anche trovarle in vendita, trappole cheposte lungo le gallerie di trasferimento catturano le talpe al loro passaggio con unsistema di corde senza danneggiare l’animale. Questo potrà poi essere liberato ad unacerta distanza dal nostro giardino in terreno non pietroso e non acquitrinoso dove esistala possibilità di un riparo in attesa di poter scavare la prima galleria. Le trappolevanno visitate quotidianamente per non fare morire gli animali di inedia e stenti.
Se volete pensare alle talpe in modo diverso provate a leggere “Laforesta di Duncton”; oltre a raccontare una bella storia, è la più completatrattazione sulle abitudini di vita della talpa, scritta in modo piacevole edinteressante.
Una curiosità: se non avete mai maneggiato un talpa non sapete quantopossa essere morbida. Non per niente nell’antica Russia era un privilegio esclusivo deglizar possederne un mantello.

Topi e ratti: così diversi, così invadenti.
I topi ed irattidifferiscono non soltanto per le dimensioni e l’aggressività, ma anche, e soprattutto,per la potenziale pericolosità quali vettori di malattie, pericolosità che èstrettamente legata ai luoghi che frequentano e nei quali si cibano. Senza dovercidilungare sulla storia delle migrazioni ad ondate che hanno portato in Europa le diversespecie di ratto ricordiamo che oggi troviamo, in posizione dominante, i surmolotti o rattigiganti di chiavica nelle fogne ricche di cibo e di acqua; poi i ratti neri, quelli grigi,via via fino ai piccoli topolini di campagna a mantello marrone relegati nei luoghi secchie poco ricchi di cibo. Le diverse specie di ratti e topi sono fra loro crudelissime e nonsi risparmiano nulla. I ratti, prima ancora dei topi, sono infatti dei veri e propripredatori, forti, astuti e perseveranti, le cui armi migliori sono l’elevata prolificità,la precocità e una forte personalità che li spinge a diffondersi non potendo conviverepiù maschi adulti nello stesso nucleo familiare per lunghi periodi.
Se il vostro giardino non mostra segni della presenza dei roditori lepossibilità sono due: o non ve ne siete ancora accorti o si tratta soltanto di unamomentanea assenza, perchè sono ubiquitari e grandi esploratori mossi da un appettito eduna curiosità indomabili.
Al giardino vero e proprio non arrecheranno danni, ma dovremo difenderela casa, la cantina, la dispensa, il capanno per gli attrezzi, la legnaia, la voliera egli altri ricoveri per animali.
Per i topi di piccole dimensioni, per quanto possiate essere contrari aquesto metodo, la colla o le tavolette preincollate sono un ottimo sistema di lotta controanimali che difficilmente giungono a consumare quantitativi significativi di esche tali daportarli a morte. Nel vischio la morte spesso giunge per soffocamento dopo non pochesofferenze, quindi se trovate un animale che ancora si dibatte ponetevi fine. Se letavolette che disporrete verranno mosse e non catturerete nulla probabilmente avetesottovalutato la dimensioni del nemico: non sono proprio topolini. Non disponete mai letavolette all’aperto perchè, e sarebbe veramente un guaio liberarli, potreste catturareprede non volute: colombi, piccoli uccelli, ricci, persino i vostri figli.
Per i topi più grossi ed i ratti ricorrete senz’altro a bocconiavvelenati facendo attenzione a non disporli in luoghi visitati da altri animali. I velenioggi impiegati non hanno azione immediata così che gli animali non riescano a stabilireun legame di causa-effetto fra il consumo dell’esca e la morte dei compagni, ma agisconocausando un vero e proprio blackout del sistema di coaugulazione del sangue e di scambiodell’ossigeno. Per tale ragione potrete trovarli come mumificati anche dopo mesi; moltiperò soppraggiungendo la morte escono all’aperto o sui tetti per il senso disoffocamento.
Non maneggiate mai veleni direttamente con le mani, ma sempre con iguanti. Questo non perchè essi siano tossici al contatto, ma perchè le escheassumerebbero il vostro odore e potreste mettere in allarme i roditori.
Si possono impiegare anche cespugli di piante repellenti da porre adimora nel nostro giardino lungo i muri e vicino a tutti i possibili rifugi. Un esempio ècostituito dalla catapuzia, Euphorbia+lathyiris,rustica e dotata di una notevole capacità di propagazione grazie alla dispersione deisuoi semi. Attenzione poiché i frutti sono velenosi.
Il sistema più tradizionale di lotta, il gatto, oggi segna un’evidentebattuta d’arresto: i gatti dei nostri giorni sono impigriti da pasti abbondanti, checausano come a tutti gli altri felini un profondo torpore, costituiti da crocchette epreparati umidi aromatizzati che consentono col tempo l’identificazione del cibo ad unagamma definita e ristretta di sapore, da ricoveri caldi e accoglienti che non li spingonoalla ricerca, dalla mancata trasmissione da madre a figli dei rudimenti della caccia.

I pipistrelli: non sempre bellezza ed utilità vanno di pari passo.
Pochi hanno avuto un contatto visivo ravvicinato, occhi negli occhi,con un pipistrelloe meno ancora lo hanno toccato. Vi stupireste dell’espressività dei pipistrelli e dellamorbidezza della loro pelliccia. Se a terra, appesi ad un muro possono sembrare goffi conl’ingombro delle ali membranose non è così in volo quando le loro traiettorie incostantisembrano frutto di continui ripensamenti, ben distanti dal gesto degli uccelli.
Nemmeno il loro verso stridulo è accattivante.
Eppure è una fortuna che i pipistrelli ancora sopravvivano nei nostricieli inquinati, dove si cibano d’insetti, e vicino alle nostre case che oggi sono cosìben costruite da non offrire quasi più riparo a questi alati cacciatori.
I pipistrelli appartengono all’ordine dei chirotteri, sono mammiferi;in Italia ne riconosciamo una quantità di specie, ben ventinove, tutte insettivore edunque ben lontane dal mitico vampiro.
Un pipistrello in una notte è capace di catturare oltre mille zanzare:un’efficienza che nessun metodo chimico insetticida impiegabile su piccola scala neigiardini e nelle case ha raggiunto e forse raggiungerà mai.
I pipistrelli sono dunque ospiti graditi: la loro funzione è infattidel tutto eguale a quella delle rondini; solo l’aspetto è diverso.
I pipistrelli trovavano riparo nello spazio sottogronda nonperfettamente chiuso dei vecchi fabbricati, nei casolari abbandonati, nei solai, neifienili aperti, nelle grotte, nelle cavità dei tronchi e se non è proponibile ospitarlinelle nostre abitazioni possiamo invece far molto per dar loro confortevoli alternativiripari. Proprio come per gli uccelli, esistono per i pipistrelli apposite casettereperibili in commercio presso i produttori più sensibili alle problematiche di tipoambientale. Il numero di chirotteri in Europa è infatti in drastica diminuzione enonostante gli appelli non si possono segnalare dati di ripresa.
E’ importante che le casette siano collocate nello spazio sottogronda,ma sempre fuori dalla portata dei gatti se poste su un tetto doppio o sotto la coperturadi un soppalco o di una torretta, perchè i felini non disdegnano di cibarsi deipipistrelli che accidentalmente cadono a terra. Non è impossibile vedere poi gatti che siappostano sotto i lampioni dove maggiore è la concentrazione di insetti pronti acatturare al volo un pipistrello che incautamente si abbassi troppo. Anche gli alberipotrebbero essere supporti da non scartare.
Costituite sempre una rete di casette e non pensate che una isolata viconsenta di trattenere i pipistrelli presso di voi perchè essi cambiano spesso ricovero ecosì dotatevi di almeno cinque o sei unità da porre ad una distanza di circa 5-10 metriuna dall’altra.
E’ importantissimo che l’interno della casetta o la parete di accesso aseconda del modello che sceglierete sia lavorato a scalpello o dotato di scanalature perconsentire l’appiglio ai pipistrelli che, ricordiamolo, riposano appesi a testa in giù ose ne stanno abbarbicati a superfici irregolari.
I modelli, costruibili anche da voi, possono essere due.

  • Il primo richiama molto le casette per uccelli con tutte le paretipiene in cui al posto del solito foro circolare ha un’apertura rettangolare a livello delpavimento alta 3,5 e larga 6 cm.
  • Il secondo non prevede l’apertura sul fronte, ma si lascia il pavimentoincompleto per un terzo o una metà della superficie contro la parete di fondo. Questa,opportunamente sagomata, si prolunga al di sotto del pavimento per una ventina di cm.costituendo un vera e propria rampa per arrivi e partenze.

Il patagio, la membrana alare dei pipistrelli, costituisce unasuperficie evaporante molto estesa: per questa ragione i pipistrelli preferiscono i luoghinon troppo secchi. Considerate dunque l’esposizione al momento di collocare le casetteevitando il pieno sole. Le casette devono comunque essere poste ad un’altezza fra i tre edi sei metri da terra, in posizione luminosa e con accesso libero non ostacolato da alberio intrecci di cavi. La vicinanza di zone umide come stagni, specchi d’acqua, pratialluvionali è garanzia di successo per la permanenza dei pipistrelli e per la loro azioneinsetticida.

La tartaruga o della calma dei forti.
Possedere da tempo una tartarugaterrestre approdata nel nostro giardino o raccolta durante un’escursione è una piccolafortuna. Le tartarughe di terra oggi sono protette e non possono essere commerciate adesclusione di quegli esemplari nati in cattività o in terrari, la cui provenienza deveessere documentata.
Pur avendo un regime alimentare molto frugale, che riesce a soddisfareda sola aggirandosi in giardino (foglie verdi, germogli, tuberi, insetti, lombrichi) èbene richiamarla ogni giorno con la somministrazione di frutta e verdura fresca. L’acquaandrà messa a disposizione in un piatto od una ciotola bassa.
Il consumo di cibo sarà maggiore nella fase primaverile, dopo ilrisveglio dal letargo, e calerà al sopraggiungere dei primi freddi. Questo segnale unitoa spostamenti sempre più limitati e lenti costituirà la spia dell’imminente entrata inletargo.
Le tartarughe possono superare l’inverno anche da sole interrandosi ingiardino e allora, come possibile aiuto, ricoprite il sito scelto dall’animale con pagliae foglie secche. Al di sopra di queste potete porre anche una piccola tettoia fatta conmateriale di recupero al fine di proteggerlo da precipitazioni e intemperie eccessive.
Il letargo può essere affrontato anche in casa. Basterà munirsi diuna cassetta di legno abbastanza grande dentro la quale porre, per due terzi dell’altezza,paglia, fieno non polveroso e foglie secche. La cassetta andrà posta in un locale nonriscaldato, a temperatura costante e bassa, possibilmente buio. Se troppo seccovaporizzate ogni settimana le foglie e la paglia con un pò d’acqua per ristabilire ilgiusto grado d’umidità. Di tanto in tanto basterà porvi in ascolto, senza disturbarel’animale con un’esplorazione del ricovero, per sapere se persiste lo stato di riposo o ègiunto il momento di rimettere la tartaruga in giardino.
Evitate di tenerla in casa, se non occasionalmente per farla vedere aibambini, perchè teme la polvere, mal si adatta ai pavimenti lisci che non offrono nessunappiglio e le scale o i terrazzi rappresentano uno dei pochi pericoli seri. Il carapaceinfatti è molto resistente alla pressione, ma teme assai di più le cadute.
Come tutti gli altri rettili le tartarughe non sono in grado diregolare la loro temperatura corporea e, quindi, sono attive nelle ore della giornata piùtiepide restando al riparo durante il mezzogiorno. Se il vostro giardino non ha lapossibilità di fornire ripari freschi e ombrosi, come siepi e cespugli, provvedete adinstallare a tal scopo una piccola tettoia.
E’ bene saggiare ogni tanto la consistenza del carapace per valutarnepossibili rammollimenti ed individuare sui entrambi i lati (corazza sopra, piastronesotto) scaglie con sviluppo anomalo o i via di sfaldamento. Se si evidenziano tali segnisi dovrà ricorrere alla somministrazione di un supplemento minerale-vitaminico apposito.In caso evidenziate una scarsa attività dell’animale e questo presenti alterazioni agliocchi e alle funzioni respiratorie rivolgetevi ad un veterinario per la adeguatasomministrazione di antibiotici ricoverando nel frattempo l’animale in luogo pulito, nonpolveroso e caldo.
Lasciate che la tartaruga frequenti l’orto i danni sono praticamente trascurabili.

I bombi: anche gli insetti possono essere ospiti graditi.
I bombisono i più efficienti impollinatori tanto da superare il lavoro delle api di tre oaddirittura quattro volte. La loro capacità di volo, anche a temperature piuttosto basse,li rende operosi per un maggior lasso di tempo durante la giornata e per più giornateall’anno.
I bombi, al pari di api e vespe, vivono in società organizzate, masolo di durata annuale. Le regine infatti svernano in ricoveri di fortuna come i cavidegli alberi, tane abbandonate o gallerie di roditori e solo a primavera riprenderanno ilvolo per formare la nuova colonia.
Per fornire ai bombi un luogo ideale basterà scavare una piccola bucaall’interno della quale porrete un vaso di coccio bucato sul fondo in posizionerovesciata. La profondità dello scavo deve consentire al vaso di uscire di un paio di cmdal livello del terreno. L’interno del vaso andrà riempito per circa metà di materialidiversi quali foglie secche, segatura grossa e truciolo di legno non trattato, erba delvostro prato sfalciata e lasciata completamente seccare.
Coprite poi il tutto per ripararlo dalle pioggie con un altro vaso nonforato tenuto sollevato da terra grazie ad alcuni supporti (bastano semplici sassi) cosìda consentire l’ingresso e l’uscita degli insetti. La copertura potrà essere fatta anchecon una lastra di sasso se meglio si adatta alle scelte estetiche del vostro giardino ocon qualsiasi altra struttura che ben si armonizzi. Se nel vostro giardino vi è un saliceè nelle vicinanze di questo che dovrete porre il nido data la particolare predilezioneche i bombi mostrano per la sua fioritura.

Bibliografia:
Casa sui campi, rivista mensile, Edagricole;
Vita in campagna, rivista mensile, Edizioni L’Informatore Agrario.

Piante decombenti per muri

Conifere
Juniperus conferta
Juniperus horizontalis
Juniperus squamata 'Blue Carpet'
Microbiota decussata
 

 

Arbusti
Ceanothus thyrsiflorus var. repens
Cotoneaster microphyllus
Hebe pinguifolia 'Pagei'
Helichrysum petiolare
Leptospermum humifusum
Salix lindleyana
Salix repens
 

 

Perenni
Alloplectus nummularia
Campanula isophylla
Columnea (la maggior parte)
Cyanotis kewensis
Episcia cupreata
Lotus berthelotii
Pelargonium peltatum
Pellionia daveauana
Peperomia scandens
Ruellia devosiana
Tradescantia fluminensis
Tradescantia zebrina
Verbena peruviana
 

 

Annuali e biennali
Limnanthes douglasii
Lobelia erinus
Nemophila maculata
Nolana paradoxa
Petunia
Portulaca grandiflora
Sanvitalia procumbens
Tropaeolum majus
 

 

Per giardini rocciosi
Acaena 'Blue Haze'
Arabis caucasica
Cymbalaria muralis
Cytisus x beanii
Euphorbia myrsinites
Gypsophila repens
Lithodora diffusa
Lysimachia nummularia 'Aurea'
Oenothera missouriensis
Othonnopsis cheirifolia
Parahebe catarractae
Parochetus communis
Phlox subulata
Polygonum vacciniifolium
Pterocephalus perennis ssp. Perennis
Saxifraga stolonifera
 

 

Fiori da essiccare

Latifoglie
Acacia dealbata
Acacia longifolia
Acacia verticillata
Syringa
 

 

Arbusti
Acacia (la maggior parte)
Calluna vulgaris
Cassinia
Fothergilla maior
Garrya elliptica
Helichrysum (la maggior parte)
Holodiscus discolor
Hydrangea
Lavandula
Rosmarinus officinalis
 

 

Perenni
Achillea
Artemisia (parecchie)
Astilbe (la maggior parte)
Catananche caerulea 'Major'
Echinops
Eryngium
Eupatorium (alcune)
Gypsophila paniculata 'Bristol Fairy'
Limonium (la maggior parte)
Lythrum
Rodgersia
Solidago (la maggior parte)
Typha
 

 

Annuali e biennali
Amaranthus caudatus
Centaurea cyanus
Gilia capitata
Gomphrena globosa
Gypsophila elegans
Helichrysum bracteatum
Helipterum
Limonium sinuatum
Moluccella laevis
Onopordum acanthium
Salvia horminum
Scabiosa atropurpurea
Tagetes
Xeranthemum annuum
 

 

Piante architettoniche

Latifoglie
Eucalyptus
Jacaranda mimosifolia
Kalopanax pictus
Magnolia (parecchie)
Paulownia tomentosa
Salix (parecchie)
Trachycarpus fortunei
Trochodendron aralioides
 

 

Conifere
Abies
Araucaria
Calocedrus decurrens
Cedrus
Juniperus x media 'Pfitzeriana'
Picea
Pseudolarix amabilis
Sequoia sempervirens
Sequoiadendron giganteum
Taxodium distichum
Tsuga heterophylla
 

 

Arbusti
Aesculus parviflora
Cycas revoluta
Daphniphyllum macropodum
Eriobotrya japonica
Mahonia (la maggior parte)
Parkinsonia aculeata
Protea
Rhus typhina 'Laciniata'
Yucca
 

 

Rampicanti / Ricadenti
Epipremnum aureum 'Marble Queen'
Hedera colchica 'Dentata'
Monstera deliciosa
Schizophragma integrifolium
Vitis coignetiae
 

 

Felci
Cyathea australis
Matteuccia struthiopteris
Phyllitis scolopendrium 'Crispum'
Platycerium bifurcatum
Polystichum munitum
Woodwardia radicans
Woodwardia virginica
 

 

Perenni
Acanthus spinosus
Angelica archangelica
Crambe cordifolia
Cynara cardunculus
Echinops bannaticus
Ensete ventricosum
Gunnera manicata
Heliconia
Ligularia (la maggior parte)
Macleaya
Meconopsis
Peltiphyllum peltatum
Phormium tenax
Rodgersia
 

 

Annuali e biennali
Amaranthus tricolor
Helianthus annuus
Humea elegans
Onopordum acanthium
Verbascum densiflorum
 

 

Bulbi e tuberi
Arisaema (la maggior parte)
Arum creticum
Begonia rex
Begonia x tuberhybrida
Dracunculus vulgaris
Gladiolus (la maggior parte)
Sauromatum venosum
Zantedeschia aethiopica
 

 

Acquatiche
Colocasia esculenta
Eichhornia crassipes
Lysichiton americanum
Nelumbo nucifera
Orontium aquaticum
Sagittaria
 

 

Cacti e altre succulente
Aeonium tabuliforme
Aloe (la maggior parte)
Carnegiea gigantea
Cereus (la maggior parte)
Cyphostemma juttae
Dracaena draco
Euphorbia candelabrum
Opuntia (la maggior parte)
 

 

Piante con fiori fragranti

Alberi
Bauhinia variegata
Clethra arborea
Drimys winteri
Magnolia grandiflora
Magnolia kobus
Malus hupehensis
Pittosporum tenuifolium
Pittosporum undulatum
Robinia pseudoacacia
Styrax japonica
Tilia x euchlora
Virgilia capensis
 

 

Arbusti
Buddleia davidii
Chimonanthus praecox
Choisya ternata
Cytisus battandieri
Daphne (molte)
Hamamelis mollis
Lonicera fragrantissima
Magnolia stellata
Osmanthus
Philadelphus (molte)
Pittosporum tobira
Rosa (molte)
Sarcococca
Syringa (molte)
Viburnum (molte)
 

 

Rampicanti
Clematis montana 'Elizabeth'
Hoya carnosa
Jasminum (molte)
Lathyrus odoratus
Lonicera (molte)
Mandevilla laxa
Rosa (molte)
Stephanotis floribunda
Trachelospermum
Wattakaka sinensis
Wisteria
 

 

Perenni
Convallaria majalis
Cosmos atrosanguineus
Crambe cordifolia
Dianthus
Hedychium gardnerianum
Hosta plantaginea
Iris graminea
Iris unguicularis
Meehania urticifolia
Nicotiana sylvestris
Petasites fragrans
Primula elatior
Primula veris
Tulbaghia natalensis
Verbena x hybrida 'Defiance'
 

 

Annuali e biennali
Centaurea moschata
Cheiranthus cheiri
Exacum affine
Lathyrus odoratus
Lobularia maritima
Matthiola incana
Nicotiana alata
Primula
Reseda odorata
Scabiosa atropurpurea
 

 

Per giardini rocciosi
Alyssum montanum
Dianthus (la maggior parte)
Erysimum helveticum
Papaver nudicaule
Primula auricula
Viola odorata
 

 

Bulbi e tuberi
Arisaema candidissimum
Chlidanthus fragrans
Crinum bulbispermum
Crocus angustifolius
Crocus longiflorus
Cyclamen persicum
Cyclamen repandum
Eucharis grandiflora
Hymenocallis
Lilium (parecchi)
Narcissus jonquilla
Narcissus tazetta
Ornithogalum arabicum
Polianthes tuberosa
 

 

Piante per suoli argillosi

Latifoglie
Alnus glutinosa
Castanospermum australe
Drimys winteri
Fraxinus
Juglans nigra
Melaleuca quinquenervia
Oxydendrum arboreum
Populus
Pterocarya fraxinifolia
Quercus palustris
Quercus robur
Salix 'Chrysocoma'
Salix matsudana 'Tortuosa'
 

 

Conifere
Cryptomeria
Metasequoia
Taxodium distichum
 

 

Arbusti
Aronia arbutifolia
Calycanthus floridus
Clethra alnifolia
Cornus alba 'Sibirica'
Kalmia latifolia
Ledum groenlandicum
Magnolia virginiana
Salix caprea
Salix purpurea
Sambucus racemosa
Tetrapanax papyriferus
Viburnum lentago
Viburnum opulus
 

 

Rampicanti
Celastrus scandens
Humulus lupulus 'Aureus'
Rosa filipes 'Kiftsgate'
Vitis coignetiae
 

 

Felci
Matteuccia struthiopteris
Onoclea sensibilis
Osmunda regalis
Thelypteris palustris
Woodwardia radicans
Woodwardia virginica
 

 

Perenni
Aruncus dioicus
Cyperus papyrus
Filipendula ulmaria 'Aurea'
Gunnera manicata
Helonias bullata
Houttuynia cordata 'Chamaelcon'
Iris laevigata
Lysichiton americanum
Lythrum
Mimulus guttatus
Peltiphyllum peltatum
Primula florindae
Primula japonica
Scrophularia auriculata 'Variegata'
Trollius
 

 

Piante acquatiche
Butomus umbellatus
Caltha palustris
Pontederia cordata
Ranunculus lingua
Sagittaria latifolia
Thalia dealbata
 

 

Piante con fogliame aromatico

Latifoglie
Agonis flexuosa
Eucalyptus
Laurus nobilis
Populus balsamifera
Populus trichocarpa
Sassafras albidum
Umbellularia californica
 

 

Conifere
Calocedrus decurrens
Chamaecyparis
Cupressus
Juniperus
Pseudotsuga menziesii
Thuja (la maggior parte)
 

 

Arbusti
Aloysia triphylla
Artemisia abrotanum
Choisya ternata
Elsholtzia stauntonii
Geranium (forme con foglie fragranti)
Helichrysum italicum
Hyssopus officinalis
Lavandula (la maggior parte)
Lindera
Lippia citriodora
Myrtus communis
Prostanthera
Rhododendron rubiginosum
Rosmarinus officinalis
Salvia officinalis
 

 

Perenni
Artemisia absinthium 'Lambrook Silver'
Chamaemelum nobile
Chrysanthemum parthenium
Geranium macrorrhizum
Houttuynia cordata 'Chamaelcon'
Mentha
Monarda didyma
Myrrhis odorata
Origanum vulgare
Pelargonium
Perovskia atriplicifolia
 

 

Per giardini rocciosi
Mentha requienii
Origanum laevigatum
Satureja montana
Thymus