Haworthia

La foglie di Haworthia sono brevi e carnose, riunite in eleganti rosette solitarie o cespitose che a volte si allungano in un breve fusto, ma più spesso restano appiattite sul terreno. I fiori sono modesti: bianchi con striature verdi o rosee, crescono sparsi su lunghe e fragili infiorescenze a racemo. Sebbene poco appariscenti, essi assumono un certo interesse agli occhi del botanico, poiché, caso raro fra le Liliaceae, i sei tepali si dispongono su due lati invece di assumere la consueta simmetria a stella. Questo particolare caratterizza il genere Haworthia, e serve a distinguerlo dal vicino genere Astroloba (che significa appunto “tepali disposti a stella”) a lungo confuso con esso.

Haworthia della sezione Retusae, a cui appartengono le varietà più pregiate. Un esemplare della sezione: si nota la tendenza della rosetta ad infossarsi nel suolo.

Le haworthie sono diffuse nelle zone steppose e semidesertiche della Regione del Capo in Sud Africa, il cosiddetto Karoo, spingendosi a Nord Ovest fino alla Namibia (H. tessellata) e a Est fino allo Swaziland (H. limifolia). Di solito prediligono l’ombra di rocce o cespugli per proteggersi dal sole cocente; alcune specie dispongono di grosse radici che, nel periodo più caldo e arido, si contraggono trascinando sottoterra l’intera pianta, in modo tale che solo la cima delle foglie affiora dal terreno. La fotosintesi può comunque continuare grazie a un ingegnoso adattamento: l’apice delle foglie è trasparente e costituisce una “finestra” che irradia la luce all’interno della foglia, le cui pareti sono tappezzate da cellule fotosintetiche. Questo meccanismo di “fotosintesi sotterranea” è ben noto in alcune Mesembryanthemaceae che convivono nelle stesse regioni (Es. Fenestraria, Lithops, Ophthalmophyllum ecc.), tipico esempio di evoluzione convergente raggiunto da specie appartenenti a famiglie diverse. Il genere Haworthia fu istituito dal botanico Duval nel 1809 , in onore di Sir A.H. Haworth (1768-1833), ricco nobiluomo inglese, collezionista e studioso di piante succulente. Ma le haworthie erano già da tempo conosciute in Europa, introdotte con le prime spedizioni della Compagnia Olandese delle Indie Orientali nell’entroterra della Colonia del Capo di Buona Speranza. Nel 1695 si trova descritta una aloe africana arachnoidea, che una successiva illustrazione ha permesso di identificare come H. arachnoidea. Da allora sempre più numerose furono le specie importate in Europa, dove si meritarono le attenzioni di botanici e appassionati; e già nel 1768 furono ottenuti in Inghilterra i primi ibridi. Nel 1896 compaiono sulla Flora Capensis 64 specie con 22 varietà; tale numero si è ininterrottamente accresciuto fino a raggiungere nel 1957 un totale di 160 specie e 210 varietà!

I fiori di Haworthia, poco ornamentali ma di notevole interesse sistematico. Tre nuove piantine, alla base della talea fogliare.

Ma tutti questi nomi comprendevano sia le vere specie (cioè provenienti da popolamenti naturali), sia ibridi naturali e artificiali, varietà coltivate, derivati poliploidi ecc. Quindi non si trattava di una vera e propria classificazione. botanica, ma di un elenco di tutte le possibili variazioni riscontrabili nel genere Haworthia. Tale elenco avrebbe continuato ad allungarsi all’infinito, generando sempre maggiore confusione se qualcuno non vi avesse posto un limite. Bruce Bayer, direttore del Karoo Botanic Garden (Sud Africa) ha risolto il problema nel modo più semplice, iniziando, cioè, il censimento delle specie esistenti in natura. Percorrendo palmo a palmo tutto il Karoo, Bayer ha potuto contare solo 68 specie con 41 varietà; di queste, alcune sono assai variabili, cosi che, in una stessa popolazione, è facile trovare esemplari con caratteri alquanto diversi dalla media. Se, come troppo spesso è avvenuto in passato, questi esemplari anomali fossero stati raccolti e portati in Europa, qualunque botanico non avrebbe esitato a classificarli come differenti varietà o specie. Tutte quelle haworthie che hanno avuto origine in coltivazione non si considerano specie, ma varietà coltivate (cultivars). Per praticità le specie sono state raggruppate in 20 Sezioni, in base a caratteristiche comuni. Ecco alcune delle principali:

Arachnoideae. Hanno i margini delle foglie muniti di fitte setole che avvolgono la pianta in una soffice ragnatela. In caso di siccità gli apici si disseccano e si incurvano così che l’intera pianta assume l’aspetto di un gomitolo bianco. Crescono assai lentamente e non producono getti laterali.
Coarctatae. Il nome allude alla disposizione delle foglie, che sono erette e strettamente appressate al fusto colonnare. Le foglie, rigide e corte, sono ricurve verso l’interno e cosparse sul lato dorsale di puntini bianchi prominenti, più o meno fitti e ordinati a seconda della specie.
Fenestratae. L’apice delle foglie appare come appena troncato da un colpo di cesoia. Questa “finestra” traslucida in natura sta a livello del suolo, mentre il resto della pianta è completamente sepolto. Hanno radici carnose, simili a tuberi. Ne esistono due sole specie: H. truncata con foglie ad apice ovale e disposte su due file; H. maughanii con foglie ad apice rotondeggiante e disposte a rosetta.
Limifoliae. Unica specie è H. limijoiia, graziosa piantina dalle foglie acunìiììate percorse da sottili rilievi trasversali su entrambi i lati che le rendono simili ad una lima. Ne esistono numerose varietà, più o meno grandi e prolifere, ma tutte assai simili fra loro.
Margaritiferae. Comprende le più note ed eleganti haworthie. “Margarita” in latino significa “perla” e infatti caratteristica comune in questa Sezione, e di avere il lato esterno, e spesso tutta la foglia, cosparsa di tubercoletti bianchi, rotondi, prominenti e lucidi, simili a candide perline. Le foglie sono rigide, erette, strette e acuminate; le piante formano rapidamente cespi, grazie ai numerosi getti prodotti alla base. Il numero, le dimensioni e la disposizione delle perline varia, si può dire, senza limiti: tutte le specie sono interfeconde e gli ibridatori si sono sbizzarriti nel produrre miriadi di nuove cultivars sempre più attraenti.
Obtusatae. Cioè con foglie ad apice ottuso. Tipica è la ben nota H. cymbiformis dalle foglie tozze e grasse che, nel periodo di crescita, si gonfiano come acini d’uva. L’apice è disegnato da linee traslucide. La varietà H. cymbiformis var. incurvala ha foglie arcuate, che, nel periodo asciutto, si racchiudono a riccio per ridurre al massimo la superficie traspirante.
Retusae. Vi appartengono le haworthie più belle e rare. Il nome si spiega nella forma delle foglie, carnose e solide, che, erette alla base, si piegano bruscamente verso l’esterno all’apice, volgendo orizzontalmente la parte superiore, piatta e traslucida, ornata di una varietà di linee e punteggiature. In natura la rosetta tende a sprofondare nel suolo, lasciando esposte le estremità ricurve delle foglie, strettamente riunite come le tessere di un mosaico.
Scabrae. Non sempre la superficie delle foglie è ruvida come indica il nome. Sono piante poco appariscenti, con foglio cuoiose, di lentissima crescita ed estremamente rare. Solo pochi collezionisti fanatici riescono ad apprezzare il loro fascino serpentino.
Tessellatae. Ricordano le Retusae, ma hanno foglie più grandi, arcuate fin dalla base. La parte interna, di lucentezza smeraldina, è completamente traslucida e percorsa da venature opache che si intersecano a formare un delicato ricamo a scacchiera.

Nella sezione Margaritiferae, tipico carattere è la presenza delle “perline” sulle foglie. Un esemplare della sezione Coaretatae.

Gli esperti concordano nel definire le haworthie piante di facile coltivazione e di indistruttibile salute. Eccetto le specie più rare infatti, tutte le haworthie crescono ottimamente in vaso in un qualsiasi composto, purché leggero e ben drenato. Si possono bagnare a volontà nel periodo estivo, per poi ridurre progressivamente le innafflature con l’avvicinarsi della stagione fredda. Quando la temperatura minima accenna a scendere sotto i 50C diventa indispensabile ripararle in un luogo più caldo e mantenerle asciutte fino al ritorno della buona stagìone. Le Haworthie si considerano piante da “mezza ombra”, e, con questa scusa, vengono relegate negli angoli meno luminosi delle serre o dei terrazzi, in compagnia di ragnatele ed erbacce. lo preferisco esporre in pieno sole le mie piante, dove crescono magari più lentamente, ma in compenso assumono un portamento compatto e robusto, ed i disegni sulle foglie si evidenziano colorandosi in rosa e rosso bruno.
Altrettanto facile è la loro propagazione: quasi tutte le specie producono getti laterali e stoloni che, una volta staccati, radicano prontamente. Altrimenti si può ricorrere a talee di foglia, avendo cura di scegliere le più grandi e sane; se tutto va bene, le nuove piantine si formeranno entro cinque-sei mesi. E’ sconsigliabile ricorrere alla semina se non si è certi della purezza del seme; le haworthie si ibridano con estrema facilità e si rischia di ottenere una progenie priva del caratteri delle piante madri.

 

Flora psammofila: le piante sulla spiaggia

 

Grazie alla loro abilità nell’approvvigionamento idrico,
le piante in prima linea riescono a sopravvivere in condizioni quasi proibitive

I nemici da battere sono tanti, ma queste pianticelle, grazie ad un elevato grado di specializzazione, riescono vittoriose in una battaglia apparentemente impossibile. Il primo e il più duro dei problemi e rappresentato dalla estrema penuria d’acqua.
E’ vero che ce n’è un mare proprio lì a due passi, di acqua, ma si tratta di acqua salata, ricca di quel cloruro di sodio che per la cellula vegetale – oltre modestissime concentrazioni – e un nemico mortale. Ed ecco allora le nostre psammofile affacciate – a mo’ di Tantalo – su di una sconfinata distesa liquida che non possono toccare, e che le rende assai simili alle piante dei deserti. Se a questo aggiungiamo l’implacabile sferza del sole, l’aerosol di minuscole gocce salate, l’azione smerigliatrice delle sabbie sospinte dal vento (che urtano l’ostacolo e vi si accumulano attorno quasi a sommergerlo) allora sarà facile comprendere quanto ardua sia la quotidiana battaglia di queste pianticelle, in attesa della breve tregua notturna. Ovviamente l’azione di questi nemici diventa tanto meno violenta, quanto più ci si allontani dal battente dell’onda.

Cakile maritima. Malgrado il suo aspetto delicato, questa crocifera è fra le specie che si insediano più vicino alla battigia, accanto ai tronchi spiaggiati dalle burrasche. Il vento l’ha sepolta ma la cakile, ostinata, rispunta e dischiude in croce i suoi petali. Appena qualche metro più all’interno non sarà difficile scorgere il delicato fiore di Eryngium maritimum – o calcatreppola – dalle foglie spinulose e glaucescenti.
Fra la vegetazione del cakileto emergono i robusti fusti di Xantium italicum. Una vita assai breve: i venti dell’autunno spazzeranno da questa fascia ogni traccia di vita. Fra le sabbie, a perpetuare la lotta e la specie resteranno i grossi frutti uncinati. Ammophila arenaria, la robusta graminacea che colonizza e consolida le primissime dune.

Cosi se per alcuni metri dalla battigia la vita vegetale è letteralmente impossibile, le condizioni diventano via via meno proibitive, consentendo alle specie pioniere di insediarsi sulle mobilissime sabbie, e di tentarne un primo aleatorio consolidamento. Fra queste piante, che non sarebbe fuori luogo considerare come una vera e propria “prima linea” della vegetazione psammofila, potremo regolarmente osservare Cakile maritimaCalystegia soldanella  il convolvolo delle sabbie o soldanella, Xanthium italicum, Eryngium maritimum e Agropyron junceum. Spuntano a fine maggio e, grazie al vigoroso ed esteso apparato radicale che consente un rapido sviluppo, riescono ad opporre un primo argine alla mobilità delle sabbie sospinte dal vento che, a guisa di vere e proprie sabbie mobili, tentano di sommergerle e di inghiottirle. Simili alle piante dei deserti – abbiamo detto perché in fondo le nostre spiagge, battute dal sole e dal vento e poverissime di acqua utilizzabile, sono veramente dei piccoli deserti nastriformi.
E analogamente alle piante dei grandi deserti africani e americani, le piante dei nostri litorali affidano la loro sopravvivenza alla propria abilità nel conservare l’acqua accumulata grazie ad un esteso ed efficientissimo apparato radicale, capace di sfruttare non solo le rare piogge, ma anche la semplice umidità notturna. Le riserve liquide, accumulate in cellule fortemente dilatabili, vengono trattenute nei tessuti sia grazie ad una povertà di stomi che limita l’evaporazione, sia grazie a sostanze cerose ed alla diffusa peluria, che spesso ne ricoprono i fusti e le foglie.

Spunta dalle sabbie il delicato fiore della soldanella, Calystegia soldanella. Echinophora spinosa, dai fiori a corimbo e dalle foglie spinulose.
Salsola kali – o riscolo – dai rami pungenti e dai minuscoli fiori come di carta velina. Medicago marina dalle foglie e dai fusti irsuti.

Alle spalle di queste prime pianticelle, appena qualche metro più all’interno, inizia il regno di Ammophila arenaria, una robusta graminacea i cui fusti flessuosi fanno barriera ai venti e le cui possenti radici determinano un primo consolidamento delle dune. Alle spalle di Ammophila, osserveremo man mano i grandi pulvini di Echinophora spinosa, i vigorosi fusti di Oenothera biennis, i cespugli di Seuda maritima, di Salsola kali, e quelli irsuti di Medicago marina. E, ancora, il fiore falcato dell’euforbia assetata di sole (Euphorbia helioscopia), i ricami sulla sabbia di Euphorbia peplis, i temibili frutti aculeati del Tribulus terrestris e di Cenchrus, il cocomero asinino (Ecballium elaterium), lo scirpo marittimo, i delicati piumini di Lagurus, le foglie emollienti e benefiche dell’altea…

Oenothera biennis dai vistosi fiori gialli. Di origine americana, questa specie si è da tempo naturalizzata sulle nostre spiagge; sui suoi fusti, alti fino a due metri, salgono le lumachine delle spiagge per allontanarsi dalla sabbia rovente…
Euphorbia helioscopia, dai fiori falcati e dai fusti incrostati di sabbia e di salsedine. Euphorbia peplis, che crea sulle sabbie delicati ricami.

Tutta una fascia di vegetazione non molto profonda, ma preziosa, sulla quale si scaricano i venti carichi di salsedine, e che costituisce una provvidenziale barriera per i primi arbusti legnosi: Hippophae rhamnoides dalle bacche aranciate e ricchissime di vitamina C, il ginepro comune ed i primissimi contorti pinastri, che preludono alla più complessa vegetazione delle pinete litoranee.

Il temibile frutto spinoso di Tribulus terrestris. Chenopodium, ottimo succedaneo dello spinacio.
Dove il calpestio è più fitto, si insedia Reseda lutea – o amorino – dai grappoli di fiori ermafroditi. Il cocomero asinino,  Ecballium elaterium, dai frutti “esplosivi”.

Non è facile sulle nostre coste, troppo spesso devastate da un turismo eccessivo e poco rispettoso, poter verificare la successione spaziale delle singole specie dalla battigia. li calpestio e la presenza di  barriere poste a difesa della costa hanno spesso alterato quei delicati ambienti che erano le spiagge, ma sarà pur sempre piacevole, nel corso di una passeggiata lungo l’arenile, riconoscere le umili ed eroiche pianticelle oggetto di questo articolo.

Le grandi malve dalle proprietà emollienti e rinfrescanti. I primi cespugli dell’aristolochia,  Aristolochia Clematis, dagli eleganti fiori tubulosi.
Lo scirpo marittimo Hippophae rhamnoides, dalle recenti bacche aranciate ricchissime di vitamina C. Se ne ricava una marmellata squisita.

 

Tappezzanti di sottobosco

Hypericum calicinum L. – iperico – si riscontra in quasi tutti i vecchi giardini perché da gran tempo questa specie si è imposta all’attenzione dei giardinieri. Originaria dell’Europa sud-orientale e dell’Asia Minore, si è naturalizzata in Istria e in altre parti d’Italia. Questo genere è l’unico della famiglia delle Hypericaceae e annovera molte altre specie interessanti il giardinaggio e l’erboristeria (oggi il genere Hypericum è incluso nella Famiglia delle Guttiferae che comprende 13 generi). Pianta suffruticosa con foglie ellittiche, coriacee, relativamente grandi, si considera sempreverde, benché da noi nelle zone più fredde esca spesso dall’inverno piuttosto malmessa. E d’altra parte ogni anno si rinnova quasi del tutto con la vegetazione prodotta dagli stoloni sotterranei, più che da rami uscenti da quelli dell’anno precedente. Per questo, tagliandola ogni anno al primo accenno di ripresa vegetativa, quasi raso terra, ricaccia più vigorosamente: raccomando quindi questa pratica, perché ci permette di avere un tappeto più uniforme in altezza, più compatto e a fioritura più abbondante. Cosi trattato si mantiene sempre sui 20 cm circa di spessore.

Ophiopogon japonicus (sin. Convallaria japonica) Cardamine trifolia

A differenza di altre tappezzanti l’iperico ci regala all’inizio dell’estate una fioritura bellissima e vistosa con fiori che sbocciano solitari (o al massimo appaiati, quando è molto vigoroso), all’apice del fusti dell’anno. Sono di un giallo oro intenso e lucido, con diametro anche di 7-8 cm e un ciuffo compatto di finissimi e lunghi stami rossastri, che riempie la coppa della sua corolla.Questa specie si annovera fra le tappezzanti da ombra, in quanto resiste bene fin sotto ai cespugli e alle siepi, però fiorisce molto meglio sulle scarpate moderatamente soleggiate o anche in pieno sole nelle località più fresche. Emette ogni anno numerosi stoloni sotterranei ramificati, che, se trovano intorno spazio libero od occupato solo da erbe, si allungano anche per mezzo metro e oltre. Nei nuovi impianti, pertanto, 8 o 10 cespi al mq sono più che sufficienti a dare in una stagione un tappeto, che raggiungerà fin dal secondo anno la sua fittezza ottimale. Per questa sua terribile invadenza, è pianta da escludere dai rocciati e da qualsiasi consociazione con altre erbacee, perché in breve le soppianta tutte. Si può usare quindi solo con piante legnose che la sovrastino per dimensioni e vigoria. In compenso il suo portamento la rende preziosa e quasi insostituibile qualora si tratti di imbrigliare scarpate franose, sulle quali poi dura indefinitamente. E il suo adattamento all’ombra e al sole ne esalta i meriti nelle scarpate più o meno fittamente alberate o cespugliate. Si difende bene anche dalle infestanti, tranne poche eccezioni di altre stolonifere terribili, quali la gramigna, i carici e poche altre. Non richiede pertanto grande manutenzione, tranne il taglio primaverile già ricordato, e la solita operazione autunnale, intesa a fare “affondare” nel tappeto le foglie secche che vi cadono sopra. Questa passata di ramazza non va dimenticata specialmente, se le foglie sono molte e particolarmente in luoghi soggetti a forti e persistenti nevicate. Quando, nei tappeti vecchi, si notasse riduzione di vigore e di fioritura, una buona distribuzione di terriccio fertile, al momento del taglio di primavera, rimetterà le cose a posto.

Vinca minor  L. – vinca –  specie spontanea della nostra flora, appartenente alla famiglia delle Apocynaceae. Forma splendidi tappeti, oltre a fornire una apprezzabile fioritura primaverile, con le sue tipiche campanelle a corolla spiralata, generalmente azzurra, ma a volte anche violacea o più raramente, bianca. Preferisce l’ombra di alberi o cespugli di latifoglie a quella delle conifere. Ha fusti striscianti, che radicano ai nodi, e quindi va piantata un po’ rada, perché poi provvede da sola abbastanza rapidamente a infittire a sufficienza. I fusti fiorali a primavera raggiungono l’altezza di 15-20 cm ma poi si adagiano a loro volta e così il tappeto difficilmente supera i 10 cm. Benché compatto, è pù tollerante verso altre specie e richiede quindi una o due scerbature all’anno. E’ di un bel verde cupo, con foglie piuttosto minute e resistentissime al freddo. C’è il solito problema delle foglie secche che vi cadono sopra in autunno e che per la compattezza del tappeto è quasi impossibile farvi penetrare. Val meglio addirittura rimuoverle e fornire poi in compenso un po’ di terriccio, che con un colpo di ramazza entra più facilmente. Per questo vediamo che in natura la pervica prospera solo nei boschi di robinie o sotto siepi a fogliame minuto, come biancospino e altre, perché le loro piccole foglie non la danneggiano. Il tappeto di pervinca presenta un po’ la necessità del contenimento ai margini, ma molto meno pressante che nel caso già considerato del Lamium. Una volta ben stabilitosi, e con le poche cure indicate avrà lunghissima durata senza particolari problemi.

Un piacevole insieme di Cardamine trifolia e Pachysandra torminalis. L’aspetto invernale della Reineckia carnea. Si osservi anche la Thalia dealbata.

Hedera helix L. – edera – resistentissima ovunque, anche sotto le ombre più cupe, comprese quelle delle conifere, è già molto usata, ma forse non sempre apprezzata quanto merita. Per questo impiego la specie tipica, l’edera comune, per intenderci, è preferibile alle moltissime varietà che se ne sono ottenute: quelle variegate richiedono tanta più luce quanto più è ridotta la parte verde del loro fogliame, e quelle, sia pur verdi, ma a fogliame minuto o più o meno frastagliato, hanno generalmente una vigoria vegetativa molto più è ridotta. Come si sa quando l’edera striscia sul terreno, radica facilmente Quindi con pochi fusti sdraiati, coperti con terra lasciando però emergere le foglie, è subito fatto per creare un nuovo tappeto, senza rimuovere il terreno sotto l’albero. Volendo servirsi di piantine già radicate in vaso, conviene piantarle alla periferia della zona ombreggiata, e spingere poi i fusti striscianti che si formano verso il centro dove sorge il fusto dell’albero. I rami laterali che non tarderanno a comparire completeranno la copertura del suolo. Le cure necessarie si limitano ad asportare eventuali grovigli di rametti che tendessero a rompere l’uniformità del manto foglioso, dandogli aspetto disordinato; così pure un paio di volte l’anno si dovrà contenere l’espansione della zona a edera, sul bordo di sentieri, come di qualunque altra superficie che non si voglia lasciare invadere. Anche il tappeto di edera si avvantaggerà esteticamente della esportazione delle foglie secche cadute in autunno e loro sostituzione con terriccio. A questo punto giacché siamo venuti a parlare dell’edera e uscendo un momento dal tema che stiamo trattando, ritengo opportuno chiarire un equivoco in cui cadono moltissime persone, appassionate di giardinaggio, ma poco esperte: vedendo un albero di latifoglie, col tronco coperto di questo rampicante, pensano subito ad un caso di parassitismo. Niente di tutto questo: le radichette che spuntano sotto i rami ascendenti dell’edera, non penetrano mai in una corteccia viva, ma si limitano a sostenere il ramo stesso al suo appoggio. Solo il fusto di edera che passasse sopra a un moncone marcito, di un vecchio ramo, potrebbe emettere vere radici a profittare del terriccio colà formatosi. Lo stesso avviene quando l’edera si arrampica a un muro: emette vere radici solo se il muro è sgretolato e offre cavità in cui calcinacci e foglie morte abbiano preparato un substrato adatto. Cosi pure i rami fertili dell’edera, quelli non più rampicanti ma “sporgenti”, per così dire fra le branche dell’albero, nelle parti più alte raggiunte dal rampicante, non danneggiano l’albero ospite, perché il loro sviluppo è molte volte inferiore alle branche stesse. Pertanto il fogliame sempreverde dell’edera non può sottrarre luce a quello dell’albero che si trova all’estremo e molto più lontano. E non si riscontrano nemmeno fenomeni di “strangolamento” ossia di ostacolo alla circolazione della linfa, perché i rami dell’edera salgono sempre verticalmente sull’albero e non lo avvinghiano come fa invece, ad esempio, il glicine che si può veramente definire il “boa constrictor” dei vegetali. In compenso si vedono a volte grandi alberi spogli del loro manto fogliare durante l’inverno, ma col tronco e alcune branche principali ornati di edera, che offrono un notevolissimo aspetto ornamentale.
Più nel senso di piante utili per sottobosco nei parchi che come vere e proprie tappezzanti, appare opportuno completare queste note accennando ad alcune altre specie. Cominciamo con un’altra vecchissima conoscenza: Convallaria japonica L. (NdR: il nome corretto è ora Ophiopogon japonicus), una liliacea che nel portamento fogliare ricorda le graminacee ma che in realtà è botanicamente la sorella del mughetto (Convallaria majalis L). Nei vecchi giardini la si trova ancora talvolta in grossissime bordure, vecchie magari di decenni e decenni, assai usate un tempo per delimitare le aiuole. Si è anche tentato di formare tappeti, specie sotto le conifere, ma se la specie vi sopravvive, non è però facile mantenerle una uniformità accettabile. Oggi si può usare ancora per bordure (ad es. lungo un sentiero in ombra per fissarne stabilmente il tracciato), ma riempiendo poi lo spazio fra questo bordo e un albero che lo sovrasti, con una delle tappezzanti sopra indicate, come Lamium galeobdolon (che contrasta col suo colore argentato sul verde cupo di Convallaria o Asarum o la pervinca, ecc. Con maggiore o minore frequenza, secondo l’invadenza della tappezzante, bisognerà però contenere quest’ultima appena dietro la bordura, a evitare che questa venga soffocata. Ho avuto occasione di utilizzare questa pianticella con ottimi risultati, per creare piccole scarpate molto ripide, quasi verticali, a sostegno di sentieri o per fiancheggiare avvallamenti scoscesi, nel modo seguente. Si utilizzano piccoli masselli di tufo (oscillanti fra la grossezza di una piccola mela e di un grosso pompelmo), materiale generalmente scartato nella costruzione di normali rocciati, perché troppo piccolo, e con questi si tappezza dal basso la scarpata adagiandoli contro, opportunamente connessi fra loro, mettendo delle pianticelle di Convallaria fra l’uno e l’altro, riempiendo poi via via gli interstizi con buona terra da giardino mista a terriccio di foglie. Si forma così una specie di muretto che Convallaria ben presto consoliderà col suo fitto apparato radicale, fissandolo alla scarpata e mascherandola completamente sotto un manto verde di ottimo effetto. Il tufo dà i migliori risultati perché, a differenza di altro pietrame, offre appigli alle radici di Convallaria dando massima consistenza e stabilità all’insieme.
Si può alternare a Convallaria, per lo stesso scopo, onde variare, a macchie, il rivestimento un’altra interessantissima pianticella della nostra flora, Cardamine trifolia L. Appartiene alla famiglia delle Cruciferae e ha il vantaggio di fornire, verso fine marzo, una bella fioritura bianca, simile a quella di Arabis albida, però di durata più breve, sui 15-20 giorni. Si presta anche a tappezzare piccoli tratti di terreno o a formare normali bordure. Il suo fogliame è verde cupo, come per tutte le piante da ombra. Ha un rizoma strisciante, ma di sviluppo lento e moderato, dal quale escono direttamente le foglie a tre elementi (come dice il. nome) e i fiori. Si moltiplica facilmente per .divisione come del resto la convallaria.
Un’altra liliacea, anch’essa originaria dell’Estremo Oriente, Reineckia carnea può aiutarci ad abbellire il sottobosco dei giardini. Ha foglie ensate, di un paio di cm di larghezza e lunghe da 20 a 30 cm, che escono direttamente dal breve rizoma superficiale. Da questo escono pure nella primavera presto, delle spighette di 7-8 cm di lunghezza di fiorellini rosa, profumati, che restano però quasi completamente nascoste tra il fogliame. Più che a coprire grandi superfici, che non apparirebbero forse di aspetto molto apprezzabile, si presta a formare macchie più o meno ampie da alternare ad altre, composte di specie dal comportamento diverso quali Hosta, Bergenia, mughetti, ellebori e altro, per un gradevole aspetto d’insieme del sottobosco.
Evidentemente ogni specie andrà sistemata nel punto più adatto, non solo dal lato estetico, ma anche in base alle diverse esigenze di spazio e di luce. A questo proposito posso informare che Reineckia, a differenza di altre specie pure ombrivaghe, resiste anche sotto alberi coi rami molto prossimi al suolo. Anche Reineckia ha lunga durata e si produce facilmente per divisione.
Di portamento simile, ma di taglia notevolmente superiore è Iris foetidissima L. spontanea nella nostra flora, anch’essa a foglie ensate, scurissime, con fiori verdastri poco appariscenti, ma fornita in compenso di vistosissimi semi rossi che restano appesi per tutto l’inverno alla valve delle sue capsule aperte, dando al sottobosco una simpaticissima nota di colore nella morta stagione. Si moltiplica abbondantemente da sola attraverso i semi che germinano l’anno successivo e le piante che se ne originano impiegano due o tre anni a raggiungere il pieno sviluppo e quindi la fioritura. Un contrasto particolarmente apprezzabile è dato dalla contemporanea presenza, in gennaio, delle masse scarlatte dei semi di questa iris e dei fiori candidi della Rosa di Natale” (Helleborus niger L.).

Ciclamino

Famiglia: Primulaceae.

Specie: Il genere è composto da circa 15 specie originarie dell’Europa, dell’Asia occidentale e del Nord Africa. La coltivazione per vaso fiorito interessa una sola specie e, qualche volta, i suoi ibridi. Cyclamen persicum Miller – origine: Siria, Palestina, Turchia e Isole, del Peloponneso; 1656. È una pianta erbacea perenne che rinnova la parte aerea ogni anno dopo un periodo di riposo vegetativo. Il bulbo è costituito da un grosso tubero rotondeggiante e piatto e produce ad ogni stagione delle foglie lungamente picciolate e dei peduncoli terminanti ciascuno in un fiore ermafrodita rivolto in basso.
In coltivazione non esiste più la specie tipica, ma cultivars ed ibridi che i giardinieri hanno suddiviso in razze. A tale suddivisione pratica noi ci attendiamo. Le principali sono:

  • razza a fiore doppio: la doppiatura dei fiori si ha sotto due forme: a) fiori mostruosi che hanno dieci petali tutti eguali tra loro; b) fiori nei quali gli stami si sono trasformati in petali, ma più piccoli di quelli normali e sono ondulati e increspati;
  • razza Cristata: i petali alla base portano delle piccole escrescenza simili a quelle dei fiori di certe Begonia tuberosa;
  • razza Gigante: i fiori sono enormi, molto più grandi di tutte le altre razze di colori variabili sorretti da robusti peduncoli. Di questa razza, che è la più coltivata, esistono molte selezioni di ditte olandesi e svizzere e anche una ditta italiana ha una propria selezione;
  • razza Papilio: i fiori sono bizzarri, i petali sono allungati aperti a ventaglio con margini frangiati e ondulati;
  • razza Rococò: i fiori hanno una forma strana i petali della corolla sono disposti orizzontalmente rispetto al picciolo.

Ci sarebbe ancora da accennare ai ciclamini-miniatura, comparsi sul mercato alcuni anni orsono, ottenuti dai floricoltori olandesi.
Sono piante tutte in miniatura (bulbo, foglie e fiori), dai fiori leggermente profumati. Sono selezioni di ibridi interspecifici che però non hanno avuto molta fortuna.

Moltiplicazione
Il ciclamino si moltiplica per seme. Noi siamo quasi sempre importatori dei semi, piantine da ripicchettare e piante già pronte per fiorire. È un controsenso, perché noi dovremmo essere esportatori.
La moltiplicazione comporta le varie fasi della produzione del seme, e quindi prima di tutto la scelta delle piante madri.

Piante madri
La produzione del seme in azienda, per chi coltiva migliaia di esemplari ogni anno dà la garanzia di ciò che si può ottenere: del resto qualsiasi floricoltore può produrlo da sé. Basta osservare alcune regole di seguito riportate: scegliere le piante portaseme tra quelle che fioriscono per prime (ottobre-novembre); scegliere piante sane, robuste e inoltre, dopo aver controllato la bellezza del fiore nell’insieme (forma, colore, regolarità, grandezza) badare che esse abbiano la tendenza naturale a far fiorire contemporaneamente il maggior numero possibile di fiori; le foglie devono essere regolari ed in numero elevato.

Se si lascia fare alla natura, pochi fiori, forse 3-4 per pianta, verrebbero fecondati e magari in epoca poco propizia. Bisogna quindi ricorrere alla fecondazione artificiale.
Le piante scelte come portaseme vanno innanzitutto separate dalle altre e collocate, in gruppi distinti per varietà, in un ambiente molto luminoso, asciutto ed arieggiato. Ogni 2-3 giorni, verso le 10 del mattino, si passa sui fiori con un pennellino per fare l’impollinazione. Per non far degenerare una bella varietà è meglio eseguire la fecondazione incrociata, cioè col polline del fiore di una pianta si feconda lo stigma di quello di un’altra.
I semi sono maturi quando il peduncolo è seccato. Le capsule si raccolgono man mano che maturano e si conservano così fino alla utilizzazione del seme.

Il seme
Le capsule maturano dopo 4-5 mesi dalla fecondazione e ogni capsula produce in media 10-15 semi buoni. I semi sono rotondeggianti, scabrosi, color marrone e hanno una durata germinativa di 3-4 ed anche 5 anni. Se si seminano senza trattamento alcuno la germinazione è assai lenta e la levata molto irregolare.

La semina – La semina si fa da giugno a settembre. Prima di seminare si sottopongono i semi ad un trattamento speciale per accelerarne la germinazione. I trattamenti possono essere diversi, cioè:

  1. stratificarli per 15-20 giorni in sabbia mantenuta costantemente umida;
  2. lasciarli immersi in acqua a +30C fino a quando si sono gonfiati in maniera uniforme;
  3. lasciarli immersi nel latte non pastorizzato e intero, per 48 ore.

Quest’ultimo trattamento si è dimostrato il migliore. Si semina in terrine, distanziando i semi di 1 cm tra loro e 2 cm tra fila e fila. I semi vanno coperti con uno straterello di terriccio alto due volte la grossezza del seme; e sopra questo si mette circa 1 cm di sabbia silicea setacciata ma grossolana. La sabbia verrà eliminata, aiutandosi con un palettino, non appena si vedono spuntare le prime foglioline.
Le terrine vanno tenute in serra a 16-18 °C e molto ombreggiata. La germinazione avverrà in 25-30 giorni circa. E’ necessario mantenere il terriccio sempre fresco, ma un eccesso di umidità farà marcire i semi. Dopo aver asportato la sabbia, le piantine vanno esposte alla luce progressivamente. Dopo due mesi le piantine si ripicchettano, distanziando opportunamente. Da questo momento le piantine hanno bisogno di molta luce, molta aria nuova, molte spruzzatore alle foglie e una temperatura intorno ai 15 °C. A febbraio circa si invasano le piantine in un vasetto del 7. Si deve fare attenzione di lasciare in superficie l’occhio cioè il punto dal quale partono le foglie. A giugno le piantine vanno rinvasate nel vaso definitivo del 14-15 secondo lo sviluppo raggiunto.

Coltivazione
Il terriccio deve essere sempre e sicuramente sano per cui è necessario sterilizzarlo a vapore. Un buon composto per la semina viene fatto con due parti di terriccio di foglia di faggio e una parte di torba con aggiunta di sabbia.
Il composto per i trapianti e le invasature può essere preparato con 2 parti di foglia di faggio, 1 parte di torba e 1 parte di terriccio di letame ben sfatto e poi seccato. La miscela va lasciata fermentare per una ventina di giorni, dopo aver aggiunto del sangue di bue secco in ragione di 2 kg per metro cubo. Dopo lo si lascia raffreddare.
Nel fondo del vaso va collocato, come drenaggio, un po’ di terriccio più grossolano. Durante tutto il periodo le piante vanno concimate almeno ogni 15 giorni e difese contro i parassiti.

Temperatura – Luce – Umidità
Della temperatura abbiamo già detto. La luce deve essere molto intensa. Solo nel periodo estivo e di maggiore insolazione si deve dare alle piante un lieve ombreggiamento con una rete che protegga al 30%.
La schermatura va stesa nelle ore più luminose (dalle 10 alle 17); dopo le piante vanno scoperte.
Alle piante non va mai fatta mancare l’acqua e per tutto il periodo prima della fioritura si spruzzano ogni giorno le foglie, quando il tempo è bello.
Bisogna però fare attenzione, nei periodi umidi e quando le piante sono in serra, al ristagno dell’umidità che causa la muffa grigia; contro questa non c’è di meglio che arieggiare e tenere le foglie asciutte.