Succulente: le Apocinacee

 

 

Pachypodium baronii var. windsori, noto di un'unica località del Madagascar settentrionale, è di taglia inferiore a quella della var. baronii. Come questa, produce, unica del suo genere, splendidi fiori rossi. Viene ritenuto uno dei Pachypodium più belli. Facile da coltivare, fiorisce da maggio ad agosto.

Affine alla famiglia delle Asclepiadaceae per alcune caratteristiche legate alla riproduzione, la famiglia delle Apocynaceae (il termine è derivato dalle parole greche «apo» = via, lontano e «kuon» = cane: «che tiene lontani i cani», per la forte velenosità delle piante) – ben nota anche al grosso pubblico non solo per essere rappresentata da noi dai comunissimi oleandri e dalle pervinche ma anche per il fatto di comprendere notevoli specie ornamentali (Trachelospermum jasminoides, Mandevillea suaveolens, Plumeria spp., ecc.) e preziose piante medicinali (Strophanthus spp. e Rauwolfia serpentina) – annovera anch'essa alcuni rappresentanti succulente ascritti ai generi Adenium e Pachypodium.
Si tratta di succulente caulinari, spesso caudiciformi, molte delle quali possono raggiungere dimensioni imponenti, dotate (è una caratteristica comune a tutti i generi della famiglia) di un lattice acre contenente glucosidi assai tossici.
Le foglie, simili a quelle dell'oleandro, sono verticillate e generalmente caduche nella stagione secca.

Fiori e frutti
I fiori, pentameri e regolari, possono essere ascellari o terminali, solitari o riuniti in cime corimbose e hanno un calice persistente. Il tubo fiorale, di media lunghezza, si dilata verso l'alto dove si divide in cinque lobi deltoidi; sul suo fondo si trovano due ghiandole nettarifere. Verso la fauce della corolla, tra rigidi peli, sono inseriti i filamenti ginocchiati dei cinque stami che portano antere anch'esse irte di peli e poste a contatto di ciò che al profano potrebbe sembrare essere lo stigma. L'ovario, bicarpellare, termina con un lungo stilo, il quale alla fine si espande in una specie di piattello coronato da lunghi peli. Questi peli non servono però alla cattura dei granuli pollinici (la superficie stigmatica ricettiva, infatti, è quella inferiore del dischetto) ma solo a offrire un ancoraggio alle zampette degli insetti. Pertanto, quella che sarebbe potuta sembrare una disposizione atta a favorire l'autogamia è, in realtà, diretta proprio ad impedirla e a rendere indispensabile l'intervento degli insetti. E' questo un esempio classico (un altro è quello delle iris) di ercogamia (dal greco «hérkos» = recinto e«gamia» = accoppiamento).
Il frutto, straordinariamente simile a quello delle Asclepiadaceae, consta di due follicoli contenenti numerosi semi provvisti di pappo.
La patria delle piante ascritte al genere Adenium sono le zone aride dell'Africa tropicale, l'Arabia meridionale e l'isola di Socotra. Gli Adenium descritti finora sono una dozzina; per alcune di queste specie, tuttavia, è. probabile che sarebbe più appropriato lo status tassonomico di forma o razza ecologica o geografica.

Pachypodium brevicaule, certamente una delle succulente più strane ed interessanti., cresce nel Madagascar centrale su terreno quarzifero con cui il caudice, piatto e allargato, si confonde perfettamente nel periodo di riposo.

Pachypodium bispinosum è specie africana che si può moltiplicare anche per talea.

Adenium
L'adenium più comune e popolare è senza dubbio A. obesum che, con alcune varietà (arabicum, multiflorum, socotranum), è diffuso dal Transvaal settentrionale all'Arabia meridionale attraverso lo Zimbabwe, il Natal, lo Swaziland, il Mozambico, la Tanzania e il Kenya.
Si tratta di una pianta che in gioventù presenta un fusto globoso regolare, le cui dimensioni possono raggiungere quelle di un pallone da calcio, che porta alla sommità un ciuffo di esili getti poco ramificati e inermi. Con il progredire dell'età, la pianta perde la sua forma regolare e si trasforma o in un cespuglio, la cui circonferenza alla base può raggiungere anche 7 m o (in Arabia) in un albero di altezza sino a 5 m.
Le foglie, carnosette e raggruppate in cima ai rami, sono presenti solo durante la stagione umida e vengono prodotte dopo la fioritura che, in Kenya, ha luogo in Aprile, cioè all'inizio dell'autunno.
I fiori, grandi, durevoli per alcune settimane, di color rosa di varie tonalità e con i margini talvolta più scuri, sono di grandissimo effetto, soprattutto in mezzo alla macchia xerofila ancora priva del fogliame al termine dell'estate australe. Essi hanno valso alla pianta il meritato nome di «Rosa del Deserto» e di «Finta Azalea» e, nei tropici, una ampia utilizzazione come pianta ornamentale.
Ai fiori seguono frutti grandi, arcuati a mò di corna, che contengono strani semi forniti di pappo ad ambedue le estremità.
La coltura di questa specie a partire dal seme non è difficile, purché si possano garantire alle piante temperature sufficientemente elevate e si rispetti il suo ciclo biologico: niente acqua o quasi quando la pianta è spoglia, molta acqua durante la «nostra» estate. I fiori vengono prodotti a partire da 3-4 anni di età e la fioritura può essere notevolmente incrementata se si innesta A. obesum su oleandro.

Pachypodium horombense, un'altra specie malgascia a fiori gialli, forma in età adulta un caudice imponente (fino a 1,5 m di diametro!) ricoperto da una corteccia grigiastra.

Pachypodium rosulatum produce anch'esso fiori gialli ed è diffuso con diverse forme geografiche in tutto il Madagascar. Come il precedente ha interesse per l'amatore ed il collezionista solo in età giovanile.

Pachypodium
L'areale di Pachypodium, «le piante dal piede grosso», è disgiunto: una parte di esso si estende dall'Angola meridionale attraverso la Namibia fino all'Africa meridionale, l'altra comprende l'isola di Madagascar.
Dal punto di vista sistematico, il genere Pachypodium, ricco di una ventina di specie, si articola in tre sottogeneri: Pachypodium (a sua volta suddiviso in cinque sezioni: Adeniopsis, Pachypodium, Erianthum, Leucopodium e Clandanthemum, le prime tre africane, le altre due malgasce), Chryopodium, (malgascio) e Porphyropodium (malgascio).
Dal punto di vista morfologico, invece, i pachypodium si possono suddividere in due gruppi: quelli arborescenti e quelli frutescenti.
Quelli arborescenti sono costituiti generalmente da un tronco succulento (costituito essenzialmente da parenchima acquifero) alto anche fino a 6 m e da una chioma leggera di esili ramificazioni via via biforcantisi.
Il fusto inizia a ramificarsi solo al raggiungimento della forza da fiore e prosegue, data la posizione terminale delle infiorescenze, solo dopo la conclusione di ciascun periodo di fioritura.
A questo modello non si adegua P. namaquanum (indigeno dei pendii quarzitici del Piccolo Namaqualand), il quale, a meno di non essere danneggiato, continua a crescere senza ramificarsi in quanto le infiorescenze sono ascellari e non terminali. Una caratteristica di P. namaquanum, che in habitat forma boschi leggeri, è che la rosetta di foglie posta alla sommità del tronco è invariabilmente ripiegata in direzione Nord (nell'emisfero australe verso la direzione di massima insolazione). La somiglianza che questi boschetti visti da lontano hanno con gruppi di persone ha indotto i Boscimani, indigeni del luogo, a dare alla pianta il nome di «semiuomo».
La leggenda racconta infatti che, quando i Boscimani vennero cacciati dalle loro terre di origine, essi si rifugiarono sulle montagne poste a sud da dove ogni sera guardavano indietro con nostalgia e struggimento verso la patria perduta. La divinità ebbe allora compassione di loro e li trasformò in piante con lo «sguardo» fisso nella direzione di provenienza.
Quelli frutescenti sono invece costituiti, analogamente a quanto si osserva in Adenium, da un caudice basale sormontato da esili rami biforcuti, ornati alla sommità, durante la fase vegetativa, di una rosetta di foglie disposte a spirale.
A differenza da Adenium, tutti i pachypodium – specie quelli arborescenti – sono fortemente spinosi, le spine derivanti da una modificazione delle 2-3 stipole presenti alla base delle foglie.
Le infiorescenze, portate da lunghi piccioli, sono costituite da fiori grandi e molto vistosi, in una gamma di colori che va dal rosso al giallo, al rosato al bianco. Essi sono morfologicamente simili a quelli di Adenium come anche i frutti; i semi in essi contenuti, tuttavia, non hanno due pappi ma uno solo.
Tutte le specie di Pachypodium sono assai decorative e raccomandabili per l'amatore in grado di offrire loro le giuste condizioni di vita.

Piante in vaso: asparagus, codieum, cordyline, dieffenbachia e schefflera

La maggior parte delle piante verdi d'appartamento è originaria delle zone tropicali e subtropicali, terre dove il clima è molto caldo o comunque assai mite e le stagioni vengono scandite dall'alternarsi di periodi piovosi e secchi più che da notevoli sbalzi di temperatura. Queste specie non sono dunque in grado, di affrontare all'aperto i rigori dei nostri inverni e possono sopravvivere solo in un ambiente riscaldato. Riunite in una fioriera o su di un tavolino ci rammentano le foreste caldo umide in cui sono nate, dove possono crescere fino a diventare veri alberi o celarsi nell'ombra del sottobosco.
Conoscerne la provenienza aiuta a comprendere le esigenze ed anche le cause di eventuali segni di sofferenza. Foglie che seccano, appassiscono o cadono denunciano spesso non una vera e propria malattia, ma il desiderio di cambiare collocazione perché la luce è scarsa e la temperatura inadatta.
Le piante verdi hanno in genere bisogno di una temperatura intorno ai 18-24°C e di una buona luminosità. Questa è certamente maggiore accanto alle finestre, ma quando i vetri si spalancano ecco un soffio d'aria gelida investire il vaso; la pianta rabbrividisce.

'Bravo' è il tradizionale croton a foglia larga, dal vivaci colori

Croton 'Goldfinger''a foglie piccole, in cui il verde si accompagna al giallo acceso.

Le freddolose variegate
Una delle specie più sensibili agli sbalzi di temperatura, e quindi ai colpi d'aria, è croton (Codiaeum variegatum,) giunto in Europa nel secolo scorso dall'arcipelago malese. Grazie all'ibridazione, sono ora disponibili moltissime varietà a foglie lunghe e strette, tutte però caratterizzate dai colori accesi delle foglie, screziate di verde, giallo, rosso. Croton sono quindi piante molto decorative sia da sole, nelle taglie medio-grandi, che in composizione con specie verdi. Una volta trovata la giusta posizione, lontano dalle correnti d'aria, è meglio evitare spostamenti che obbligherebbero la pianta ad adattarsi ad un nuovo microclima e ad una diversa provenienza della luce. La specie ha bisogno di irrigazioni abbondanti e di un paio di concimazioni al mese, dalla primavera all'autunno inoltrato. La perdita delle foglie più basse non è motivo di preoccupazione. Si tratta infatti di un processo fisiologico collegato alla formazione del fusto principale. La defogliazione rapida di piante giovani segnala invece che l'ambiente non è idoneo per mancanza di calore e/o di luce.

Le più recenti varietà di Cordyline si differenziano, oltre che per l'altezza, anche per le dimensioni del bordo rosso, più o meno accentuato, accompagnato a volte da un tocco di giallo.

Dieffenbachia seguine 'Maroba', mutante spontaneo di 'Tropic Snow' E' caratterizzata da foglie rigide, molto lucide, con disegno contrastante e coltivata in esemplari di grosse dimensioni, alti un metro e più. Un aspetto positivo della nuova cultivar è la persistenza delle foglie più basse che alla formazione dei nuovi germogli restano sulla pianta più a lungo del solito.

Altrettanto freddolosa, ma più adattabile a qualche grado in meno nei mesi invernali, è Cordyline fruticosa, che in natura cresce nel Sud-Est asiatico, in Australia e Nuova Zelanda.
Sul finire degli anni Ottanta l'assortimento è stato migliorato grazie all'introduzione di nuove varietà in cui le striature viola, rosse e arancioni delle foglie sono più evidenti e stabili. In precedenza infatti la colorazione delle foglie durante i mesi invernali era insoddisfacente e la Cordyline veniva posta in commercio soprattutto in estate. Ora invece non conosce più stagioni.
'Atoom', 'Prince Albert', 'Lord Robertson' raggiungono discrete dimensioni e vanno allevate in vasi di 12-16 cm. Le forme nane, come 'White Edge' e 'Red Edge' risultano idonee soprattutto per le composizioni, come contorno a piante più alte.
Cordyline va collocata alla luce, ma non sopporta il sole diretto. Mantenere il terreno umido e concimare ogni 10/15 giorni durante la stagione vegetativa. In inverno la pianta attraversa un periodo di riposo durante il quale le fertilizzazioni vanno sospese e le innaffiature molto ridotte. Le perdite delle foglie più vecchie è un processo naturale, che accompagna lo sviluppo di nuove gemme.

La classica fioriera in ottone accoglie una bella collezione di Dieffenbachia. La 'Tropic', a foglie striate, domina il gruppo, accompagnata dalla maculatura 'Compacta' e dalla 'Marianne' a foglia chiara.

Nella veranda affacciato sul giardinetto mediterraneo Sansevieria laurentii trova una felice collocazione. Ama infatti i luoghi luminosi, pur adattandosi alla scarsità di luce. Va bagnata pochissimo: ogni tre settimane. Quando è asciutta resiste a temperature di 10°C.

Mentre Croton e Cordyline vivacizzano con le loro tinte sgargianti arredamenti chiari e moderni, l'elegante sobrietà di Dieffenbachia si associa perfettamente ai mobili antichi, completandoli senza prevaricare. Già il suo nome riporta alla corte di Vienna ed alle serre del palazzo imperiale, affidate, intorno al 1830, al giardiniere Hew Dieffenbach cui la pianta fu dedicata. Originario dell'America Meridionale, il genere Dieffenbachia, comprende una trentina di specie, una ventina delle quali coltivate a scopo ornamentale.
Grazie a ripetuti incroci, il rapporto tra il verde della pagina fogliare e le variegature bianco crema si è gradualmente spostato in favore di queste ultime, fino ad arrivare a 'Camilla', una cultivar dalle foglie molto chiare bordate di verde.
Questa evoluzione ha contribuito alla diffusione della pianta, incrementandone il valore decorativo. Va tuttavia ricordato che minore è la superficie verde delle foglie, più delicata è la varietà.
Dieffenbachia resta comunque un'ornamentale robusta, che, se ben tenuta, può raggiungere cospicue dimensioni. Richiede abbondanti irrigazioni durante il periodo vegetativo e umidità più ridotta in inverno, fino alla fine di febbraio. Tuttavia, se durante l'inverno le foglie dovessero presentare imbrunimento dei bordi, le irrigazioni andranno aumentate un poco. Da tenere d'occhio anche la loro colorazione: se il contrasto della variegatura sbiadisce, la luce è scarsa e la pianta andrà collocata in posizione più luminosa, evitando il sole diretto che le sarebbe fatale. Perfetta anche accostata a sé stessa, Dieffenbachia si abbina alle felci, all'edera, alle palme ed in genere a piante verdi con foglie leggere; in contenitore singolo valorizza qualsiasi ambiente e risulta molto adatta all'idrocoltura.

Nelle situazioni più difficili Asparagus può rappresentare la scelta giusta. Nei paesi nordici, dove freddo e buio sono la regola, la specie è molto apprezzata e spesso collocata su mensole come ricadente.

Schefflera arboricola di cospicue dimensioni invita ad accedere al soggiorno. Dal momento che gli steli restano piuttosto sottili, queste piante vengono spesso sostenute con una canna di bambù.

Le verdi più adattabili
In situazioni di luce non molto favorevoli, quali l'ingresso o un corridoio trovano posto specie meno esigenti in fatto di luminosità e temperatura. Lo stesso dicasi per i piani più bassi di edifici cittadini affacciato su strade strette e intasate di traffico, dove solo una lampada accesa può vincere la penombra dei mesi invernali. Un altro fattore da tenere presente sono le ordinanze di risparmio energetico che impongono limiti all'orario di riscaldamento dei condomini. In questo caso le temperature notturne scendono regolarmente sotto i 18°C e le diurne non devono superare i 20-21°C.
In queste condizioni si trovano a loro agio alcuni Ficus, le felci e Sansevieria presente in tutte le case fino agli anni sessanta ed ora più difficile da trovare. Al contrario Schefflera che pure gradisce il fresco e si adatta ad una luminosità modesta, sta vivendo un periodo di crescente popolarità. Il recente miglioramento delle tecniche di propagazione da talea e l'introduzione della moltiplicazione in vitro permettono di ottenere un gran numero di belle piante in un tempo ragionevole. Nei primi anni Ottanta era diffusa a Schefflera actinophylla, originaria dell'Australia e capace di raggiungere i 2-3 metri di altezza. La sua popolarità e stata poi insidiata da S. venulosa, proveniente dall'india, con foglioline lunghe e strette disposte in circolo all'apice del ramo. Anche questa pianta può diventare alta fino a 3 metri, ma ha meno esigenze termiche e luminose di S. actinophylla in quanto sopporta temperature invernali fino a 10° e vive bene all'ombra. La più celebre è comunque S. arboricola, nativa di Taiwan, con foglie verde scuro più corte e larghe della S. venulosa, di chi ha le stesse, modeste esigenze termiche. Schefflera sono tra le poche piante da foglia in grado di sopportare il sole diretto. In estate possono quindi stare all'aperto purché il clima non sia troppo caldo. Richiedono abbondanti innaffiature e conciliazione regolare nel periodo vegetativo. Tali pratiche andranno ridotte, non sospese, nei mesi invernali. Scarsità di luce e temperature eccessive possono provocare la caduta delle foglie. Data la disposizione molto aperta di queste ultime la pianta si abbina in composizione con specie a foglia larga, come Dracaena e Philodendron. Gli esemplari più alti rappresentano da soli un'ottima soluzione per gli angoli.
Terminiamo con una specie poco utilizzata in vaso, ma pure molto bella come solitario quando ha raggiunto una certa dimensione. Si tratta di Asparagus densiflorus, il classico 'verde' che accompagnava i mazzi di garofani prima che l'assortimento olandese rivoluzionasse i chioschi dei fiorai. Asparagus in vaso si trova benissimo; sopporta l'ombra e desidera temperature intorno ai 10-12°C, nonostante sia originario dell'Africa Meridionale. Perché questa nuvola verde si mantenga a lungo è necessario bagnare e conciliare regolarmente, anche durante d'inverno, sia pur distanziando i trattamenti nutritivi. Se l'ambiente è troppo caldo o il terriccio si asciuga, le minuscole foglioline ingialliscono e cadono.

Flora delle Seychelles

 

L'aerea leggerezza della fioritura di Caesalpinia pulcherrima si trova in quasi tutti i giardini dell'isola di Mahè

Petrea volubilis copre di grandi pennacchi blu la vegetazione scomposta dalla crescita irruente

«Era desiderio di viaggiare, null'altro, ma così violento e appassionante da sembrare illusione dei sensi. Aveva la smania di vedere… sotto un cielo denso di vapori, un paesaggio, una distesa tropicale paludosa umida, lussureggiante e mostruosa; una specie di antico mondo primitivo di isole di acquitrini, di fanghiglia e di corsi d'acqua; vedeva ergersi dal suolo un lascivo viluppo di felci, di piante grasse favolosamente rigogliose, di chiomate palme vicine e lontane; vedeva meravigliosi deformi alberi sprofondare le radici attraverso l'aria nella terra in un mareggiare verde e sgargiante di tralci tra i quali si aprivano fiori galleggianti bianchi come latte e …». Così Thomas Mann traccia nelle prime pagine di Morte a Venezia l'inquieto desiderio del protagonista di fuga dal quotidiano tran-tran. E queste http://www.verdeepaesaggio.it/immagini mi tornavano in mente a Mahè allorché, un giorno sotto un cielo a tratti piovoso, ritornando da Baye de l'Intendence battuta dai furiosi cavalloni oceanici e per questo avvolta in una irreale atmosfera lattescente, mi volli inoltrare per un incerto viottolo sulla mia sinistra che sembrava promettere un ingresso insicuro, ma certo, verso la foresta che costeggiava la strada serrata. Alle http://www.verdeepaesaggio.it/immagini evocate da Mann, il silenzio, un silenzio assoluto non interrotto da stormire di fronde o strisciare di bestie, ma che sentivo pieno delle voci taciute dei suoi abitanti, aggiungeva fascino e suggestione.

Acalypha wilkesiana fiancheggia spesso le strade rendendole viottoli tra aiuole fiorite, anche se íl colore è tutto nelle foglie

Cassia alata nelle radure al margini della foresta distende le grandi foglie composte alzando i candelabri delle gialle infiorescenze

Immagini suggestive
Mi avviai con la macchina fotografica protetta da un sacchetto di plastica contro gli scrosci improvvisi, tornando però subito sui miei passi per rifornirmi dei sacchetti di tela ove stivare gli innumerevoli semi che mi si erano subito offerti: era Cassia alata che nelle piccole radure tra il viottolo e la foresta ove maggiore era la luce, distendeva le grandi foglie composte e innalzava i candelabri fiorali con le corone gialle cui le brattee rossicce davano maggior risalto. Erano i tralci di Hibiscus surattensis che assalivano i cespugli, come da noi i rovi, distendendovi un ricco tappeto di larghe corone avorio a cuore rosso; erano i festoni di Thunbergia grandiflora alba che senza risparmio creavano cortine di favola tra gli alberi, dritte e costellatissime di fiori; erano le tante piccole e grandi erbe che a profusione fiorivano di giallo (Ludwigia), di viola (Abrus praecatorius) e di bianco.

Nella foresta impaludata dietro Baye de l'Intendence il «giglio delle paludi» (Crinum asiaticum) apre i suoi candidi fiori e distende le magnifiche foglie carnose, con un'impressione di innocenza smentita dall'essere tutto impregnato di succo velenoso

Se le corolle bianche di Mann erano forse le ninfee, qui c'erano altre carnose corone bianche in mazzi fitti tra le foglie cuoiose larghe e verde scuro del «giglio delle paludi» (Crinum asiaticum).
Il fango delle rive semiemerse e l'acqua scura dell'acquitrino ne erano tutti pieni in una certa area, e quel candore verginale tra tanta natura in fermento non poteva non colpirmi come nel più romantico dei racconti. Il volo d'un barbagianni disturbato tagliò il silenzio della foresta con un soffocato frusciare setoso, mentre in bilico su un sasso coi dito sullo scatto aspettavo che alla nube più fitta succedesse la schiarita per cogliere quella massa di Hedychium coronarium laggiù dove indovinavo che l'acqua della palude si incanalava a ruscello. Dio mio quanti fiori! mi dicevo, e i getti così rigogliosi dovevano essere alti quasi 2 metri, altro che i 90-120 cm riportati nei testi o raggiunti dal mio cespo in vaso grande in terrazza. Uno scroscio di pioggia forte quanto breve mi incollò la polo alla pelle dato che non avevo neanche provato a ripararmi, tranquillo per la Canon rudimentalmente ma efficacemente protetta. La temperatura e l'assenza di vento erano tali da far sentire a proprio agio anche coi vestiti inzuppati. Sotto le fronde a ridosso del tronco ove m'ero accostato dopo aver ben guardato che non ci fosse una delle frequenti e grandi tele con un bel ragnone nero e oro al centro di cui non avevo voglia di sperimentare se avesse detto il vero la donna che spazzava le foglie sulla spiaggia (molto velenoso) o il giovane che spaccava noci di cocco (un po' di gonfiore), mi guardavo attorno curioso.
Distinsi allora giusto per il loro movimento, mimetizzate com'erano tra il bruno delle foglie, delle enormi chiocciole affusolate che strisciavano veloci sul piede, fermandosi a rodere un bulbo affiorante; e dire che di gusci identici ne avevo alcuni a Roma e li avevo creduti di gasteropodi marini. Vedevo anche i buchi nel fango, tane di granchi ormai lo sapevo, ma senza che gli abitanti vi facessero capolino. Al repentino apparire del sole il paesaggio mutò passando dalla muta tristezza della penombra alla pesante bellezza di mille verdi aggrovigliati ove il ramo in putrefazione cariato e verminoso era già rinnovellato da un tenerissimo getto di ipomea che con determinazione insospettabile lo avvolgeva, mentre ciuffi di felci e di selaginelle si erano insediate nelle cavità.

Beaumontia grandiflora, originaria dell'America del Sud sembra aver trovato qui, come tante altre piante, un ambiente ideale per la sua magnificenza

Come una bianca farfalla i petali di Costus speciosus si aprono sulla pigna dell'infiorescenza per sparire e succedersi rapidamente

Alberi maestosi
Gli alberi più grandi, maestosi, come i kukui (Aleurites moluccana) la «mela d'oro», (Spondias cytherea), il takamaka (Calophyllum inophyllum) sfolgoravano di energia con la chioma alta sopra tutte per godere il sole, anche se le liane, i rampicanti, silenziosi e tenaci, li avevano presto raggiunti e sopraffatti ed ora le chiome volgevano in basso sotto il peso di innumerevoli festoni.
Scindapsus (il pothos delle graziose ciotole in cucina o in ufficio) qui ha ben altre irruenze puntando deciso alla conquista di enormi tronchi che copriva con smaglianti foglie marezzate di giallo. Passarono dei minuti, incantato dalla bellezza, l'unica forma dello spirito – insieme amabile e visibile – che possiamo percepire coi sensi e sensibilmente intendere.
Tornai alla macchina come se fossi uscito da un mistero, e riscuotendomi depositai i sacchetti di semi, baccelli, pissidi, grappoli che avevo raccolto annotando velocemente caratteristiche della pianta e correlazione con le foto scattate.
Mia moglie mi sorrise vedendomi trafelato, zuppo, sporco, carico, ma con l'occhio che brillava.

Ipomoea carnea è una delle ipomee che invece di strisciare ha deciso di alzarsi con arbusti semilegnosi, fiorendo a profusione

Al di là dei muretti
L'indomani mi dedicai ad una lunga passeggiata a piedi attorno all'albergo in direzione di Victoria, la capitale. Avevo già notato viaggiando per l'isola con uno dei due tipi di auto noleggiabili, una Mini-moke, (l'altro è un Suzuki), che ogni casa, anche la più modesta, aveva attorno fiori e piante ornamentali coltivati, sicché ero sicuro che avrei trovato molte cose da vedere, più che all'Orto Botanico piccolo e poco vario.
A chi si inoltra fuori dagli itinerari consueti con spirito felicemente disposto a piede lieve, pur senza essere un botanico togato, può infatti capitare in quest'isola dai vari microclimi sia pure nell'ambito del tropicale, la grazia di rivelazioni favoleggiate, come la felce azzurra (in realtà una Selaginella) smaltata di celeste in una radura colpita dal sole e, poco dopo, mimetizzata nel verde al volgere del raggio, o di raccogliere tra l'erba i dorati pomi di Cytera.,i frutti di Spondias cytherea dal sapore tutto particolare caduti dalle altissime fronde, o scorgere tra l'erba e i sassi umidi il fiore bianco di Laurentia longiflora solitario in cima all'erbetta che è la pianta, simile ad un gelsomino e com'esso profumato e apparentemente innocente ma che nasconde nel succo latteo un potente tossico. Tante altre erano le piante già viste in giro tra Orto Botanico e giardini degli alberghi, ma questa volta volevo vedere cosa cresceva al di là dei muretti e delle staccionate, ciò che faceva parte della vita di tutti i giorni dei residenti.
Gli alberi di «pomme cannelle» (Annona reticulata) erano in procinto di maturare i frutti e se ne vedevano qua, e là sotto l'assalto gioioso di qualche ragazzino munito di pertica, o del proprietario che ne faceva raccolta per il mercato. Costus speciosus presidiava una parcella d'un miniorto traversato da un ruscelletto, assieme all'onnipresente Acalipha in tutte le possibili arlecchinate di colore, e al croton (Codiaeum pictum) che ho visto fino a dimensioni di vero albero di 4-5 metri accanto alla veranda d'una casa di campagna sulla strada per Police Bay. I fiori di Costus sono come una bianca farfalla posatasi sulla rossa struttura dell'infiorescenza.
Il dorato di una grande cassia, più correttamente un Peltophorum pterocarpum (sin. P. ferrugineum) mi fece entrare fin dentro un giardinetto suscitando l'interesse della padrona che mi invitò a vedere che bella cosa c'era sul retro. Oltrepassata una latta di benzina modificata a fornello a carbone su cui arrostivano delle trance di tonno fumando lievemente d'azzurro e che poi, coperte di salsa di cipolle e pomodoro e peperoncino avrebbero costituito la pietanza usuale dei nativi, un'altra donna mi sorrideva indicando i radi rami privi di foglie e ricchi di grappoli apicali di capsule rosso scuro, irte di grossi ricci, dall'«annatto» (Bixa orellana) da cui si ricava il più diffuso ed innocuo dei coloranti in rosso, usati dai rossetti agli alimenti, oltre che per le stoffe quando in passato i colori all'anilina erano ancora da inventare.
Nell'uscire era un magnifico esemplare di Crinum a farsi immortale per diapositiva, mentre dei croton e delle acaliphe disseminati ovunque non mi curavo più di tanto.

Ecco la felce azzurra che appare magicamente tale solo sotto la carezza del raggio di sole nelle radure, si tratta di una Selaginella la cui struttura delle cellule è tale da concentrare e assorbire la luce, assumendo così il peculiare colore

Un altro rampicante, Antigonon leptopus che qui fiorisce a profusione

Fiori, bacche e baccelli
Pochi metri più avanti era una magnifica Petrea volubilis dai grappoli azzurri e blu a fermarmi per alcuni minuti sorprendendomi per l'abbondanza della fioritura non mai così vista né a Cuba o a Caracas o al Cairo. Tanta magnificenza non mi faceva trascurare le siepi dove per esperienza so che in tutte le parti del mondo, si concentra un'ampia gamma di specie. Ecco i fiori tipici di Clitoria ternatea, un piccolo rampicante biennale o perennante che produce fiori solitari dall'ampio labello blu porcellana che sfuma al celeste fino al bianco al centro; ecco Centroseme pubescens, simile ma a fiore rosa, ecco i tozzi semiaperti baccelli di Abrus praecatorius che mostrano i rossi semi corallini dall'occhio nero, velenosissimi, e che in tutti i tropici sono impiegati per infilare collane; ecco le siepi costituite da una pianta (Pithecellobium dolce) le cui foglie tronche e curiosamente appaiate sono elegantemente marezzate di chiaro e i cui baccelli maturando si attorcono a cavatappi, aprendosi e mostrando i semi rossi con arillo bianco. Altri arbusti non riuscii a classificarli, forse si trattava di Pisonia. Un giardinetto era pieno di un enorme albero del pane, ma non quello a foglie incise e frutti grossi come una palla di cannone (Artocarpus altilis) bensì Artocarpus integrifolia che produce enormi frutti di 5-6 chili direttamente dal tronco e dai rami più grossi. Purtroppo non erano ancora maturi nell'isola sicché non potei gustare le deliziose frittelle che si fanno con la polpa. Accanto vi era una piccola Annona muricata con pochi frutti, mentre una bougainvillea dorata se la cavava dall'invadenza delle fronde straripanti fuggendo per la staccionata alla ricerca del sole. La strada ad un certo punto costeggiava la grande spiaggia di Beau-Vaion ed era quasi tutta ombreggiata dalle chiome fitte di Terminalia bellirica a frutti rotondi e verdini, e di Terminalia catappa dai frutti amigdalini, entrambe a tronco tozzo e possente, impalcate basse e con grandi foglie coriacee simili a quelle di Magnolia grandiflora ma a punto tronca.
Ad esse si alternava qualche Hibiscus tiliaceus dalle dimensioni arborescenti a foglie molto ornamentali e fiori giallo paglia semiaperti a petali turbinati che, se si aprissero, mostrerebbero un'ampia corolla con macchia rossa al cuore. La palma da cocco la faceva da padrona, come ovunque, nascendo a casaccio, e come ovunque nell'isola si trovavano piantati dei paletti a punta aguzza su cui ognuno poteva decorticare una noce per dissetarsi bucando uno dei tre occhi che stanno al capo del frutto, o mangiare la polpa dopo averla spaccato con una pietra. Privare la noce delle fibre che la stringono, soffici e tenaci, è un'operazione che vista fare ai nativi con rapidità e apparente facilità induce subito a provare: la prima volta la noce scappa in su dalle mani che la stringono mentre gli avambracci risentono una gran botta, poi decisione e colpi corti accompagnati da torsioni sul frutto trafitto portano ad avere in mano la palla marrone della noce.

Il frutto di Eugenia acquea è più bello a vedersi che buono a mangiarsi scipito com'è

Non sono petali ma brattee, ossia foglie trasformate, quelle che ricoprono profusamente questo alberello di Mussaenda erythrophylla 'Rosea'

Frutti stravaganti
Davanti ad una villa che scoprii subito essere un hotel piccolo e delizioso, una magnifica Ravenala madagascariensis apriva il suo ventaglio di foglie orgogliose come un pavone che faccia la ruota, mentre ai suoi piedi una piccola Licuala grandis tutta compatta con le foglie plissettate, elegantissime, sembrava snobbare l'africana smaccata.
Nel giardino un magnifico esemplare di Eugenia acquea (sin. Sizygium acqueum) dalle grandi foglie ovali e cuoiose, era carico di grappoli di frutti maturi rosa vivo dalla singolare forma a campana: a mangiarli sembra bambagia cristallina intrisa d'acqua dolciastra che sotto il palato si riduce a niente. La specie è comune ma i frutti sono proprio sciapi sicché restano spesso al suolo. Accanto vi erano Averrhoa carambola dai frutti verde pallido, traslucidi, dalla foggia singolare per cui affettati danno rondelle a stella (ecco spiegato perché la chiamino «star apple»). Sono buoni al naturale, ricchissimi di succo, ma ancor meglio stufati con zucchero fino quasi a caramellarli. Accanto c'era anche la meno comune A. bimbi dai frutti come pallidi cetriolini mignon attaccati a grappoli al tronco o ai rami più grossi: sono usati in cucina come componente per dare acidulo alle pietanze. I manghi vi erano per lo più a frutti stretti e lunghi caratteristicamente ricurvi a S. Cominciavano a maturare allora (era la fine di luglio) colorando il verde della buccia di rosa e rosso.
Con essi le papaie, tonde e saporite, mentre per l'ananas si sarebbe dovuto attendere un altro mese. Passiflora edulis era invece abbondante e in albergo la servivano a colazione tagliata in due gusci, e con mio stupore tutti la apprezzavano malgrado l'aspetto poco invitante della polpa grigia piena di semini: ma era il profumo e il sapore squisitamente dolce acidulo ad incantare tutti.

Ecco l'enorme albero di mango che ombreggia quasi per intero il mercato di Victoria, la capitale di Mahè

Una splendida palma endemica delle isole,

Verschaffeltia splendida

La vegetazione in quota…
Un altro giorno decisi di tagliare l'isola per il corto salendo fino in cima – sui 900 m – e scendendo all'altra costa, per vedere quale vegetazione crescesse in quota. In effetti oltre a gruppi di imponenti «takamaka» (Calophyllum inophyllum) ad alcuni Anacardium occidentale e a vari cespugli dalle foglie ovate e frutti tondi e rosati di 3 cm di diametro la vegetazione era monotona e poco interessante. Ma appena si scendeva verso la costa ecco la varietà tropicale lussureggiare: nelle bassure paludose occhieggiava il celeste di Eichornia crassipes, sui vecchi fusti di cocchi si acciambellava un magnifico cespuglio di Beaumontia grandiflora dalle corone di fiori a tromba di regale bellezza, finché sulle sabbie di granito rosato spruzzate di sale Scaevola taccada (S. sericea) in cespuglioni eleganti per le grandi foglie obovate e lucide non si parava alle onde assieme a Clusia lasciando che tra di esse dilagassero gli stoloni di Ipomoea pes-caprae dalle foglie simili ad un'enorme dichondra tra le quali si aprono larghe corolle lillacine.
Su una spiaggia vidi una enorme boraginacea: Argusia argentea, in un'altra un cespuglio ignoto, dalle foglie composte e tomentose d'un bel verde glauco, fitto di fronde tra le quali pendevano a mazzi dei graziosissimi grappoli di baccelli lunghi e tipicamente strozzati attorno ad ogni seme, mentre i fiori giallo-limone in spighette apicali completavano la scena: scoprii poi sul testo della Robertson che si trattava della Sophora tomentosa. Una magnifica pianta che sto cercando di acclimatare in Sicilia.

Il frutto dell'albero del pane, della specie

Artocarpus altilis

Frutti come Annona reticulata, ortaggi particolari come strani cetrioli (Momordica charantia) e cavolo cinese al mercato assieme ad altre strane cose

… e quelle al mercato
Ma questa breve e incompleta nota sarebbe monca se non accennassi a ciò che vidi al mercato. Delimitato da un muretto e interamente ombreggiato da un enorme mango, porta scolpito sull'architrave dell'entrata il nome altisonante del governatore inglese che lo formalizzò.
Sui banchi, a parte il pesce abbondante e vario, si trovava di tutto seppure in piccola quantità. Dai mazzi di verdure inconsuete come Ipomoea acquatica e Amaranthus gangeticus, a quelle più diffuse in tutto il Sud-Est asiatico come il cavolo cinese della specie Brassica juncea var. rugosa simile ad una bella lattuga cappuccina, le radici della manioca, cucurbitacee come Trichosanthes cucumerina, e Momordica carathias, i frutti del tamarindo simili a tozze carrube tomentose e color tabacco, il bilimbi. Le banane al solito erano quelle verdi da cuocere fritte a fettine o bollite (Musa paradisiaca) e quelle da frutta (Musa sapientum) in varie cultivar dalle rosse alle piccole «fejii» o «troglodiratum».
Poi ecco mucchietti di pomme cannelle, di carambola, di avocado, di manghi, di golden apple (Spondias), di Passiflora edulis e laurifolia (la così detta «lemon banana»). Qualche banco aveva persino dei tronchi di palma da cocco, giovani e teneri, per mangiarne il cuore.

Pyracantha

E’ chiamato in inglese «Firethorn» – spina di fuoco – alludendo alla coloratissima profusione di frutti invernali che ricoprono i rami spinosi, questo arbusto così bello è usato per fare siepi monospecifiche o miste con altre specie vegetali.
Pyracantha appartiene alla famiglia delle Rosacee e comprende circa dieci specie sia europee che asiatiche. Molte sono le cultivar ottenute mediante ibridazione delle specie originarie e delle quali non si conosce spesso più la specie di provenienza.
Pyracantha sono arbusti sempreverdi spinosi, spesso confusi con i Crataegus che sono invece caducifogli. Le foglie non sono lobate come quelle di Crataegus, bensì ovali e possono essere confuse con quelle dei Cotoneaster non striscianti, dal quali si differenziano per le spine. In giugno questo arbusto produce una messe di fiori bianchi, cui segue la produzione di numerosissimi frutti gialli, arancione o rossi secondo la varietà. Questa grande produzione di frutti, persistenti sulla pianta da settembre a marzo, fa di questo arbusto una specie amatissima dagli uccelli, in particolare dai merli. La grande diffusione di Pyracantha, oltre alla facile coltivazione, è dovuta proprio alla sua capacità di offrire validi aspetti decorativi in ogni periodo dell’anno.
Una sola specie è originaria dell’Europa meridionale e dell’Italia dove si può trovare allo stato spontaneo: P. coccinea. E’ un arbusto alto fino a 4-5 metri e largo altrettanto con fiori bianchi simili a quelli del biancospino riuniti in corimbi che compaiono in maggio-giugno, seguiti da frutti rosso vivo. Esiste una varietà di P. coccinea, la cultivar ‘Lalandei’ compatta con foglie più grandi della specie tipica e frutticini arancione.
Pyracantha crenulata è una specie di provenienza cinese con portamento compatto, che raggiunge dimensioni leggermente più contenute della specie precedente; non supera infatti i tre metri di altezza. Esiste nelle due cultivar ‘Rogersiana’ con frutti rosso arancio e ‘Rogersiana Flava’ con bacche giallo vivo.
Una specie che ha dato origine a molte delle varietà coltivate è P. yunnanensis, di origine cinese, molto simile a P. coccinea con larghi corimbi di fiori bianchi che sbocciano in maggio giugno, seguiti da frutti rossi. Le foglie e i frutti sono più grandi di quelli di P. coccinea.
Pyracantha atalantioides è simile a P. yunnanensis, ma raggiunge notevoli altezze (sette metri e oltre). E’ un arbusto a rapida crescita e a portamento eretto, con frutti invernali rossi.
Di Pyracantha esistono numerose cultivar, la cui origine non è ben nota, probabilmente derivano da incroci tra specie cinesi, che si differenziano per il colore dei frutti. P. ‘Mohave’ ha portamento espanso con rami rivolti verso l’esterno e frutti rosso vivo. P. ‘Orange Glow’ ha un portamento denso e compatto e offre fittissimi frutti di un arancio brillante. P. ‘Soleil d’or’ ha frutti giallo vivo e un portamento molto espanso, per cui è pianta molto adatta come tappezzante e coprisuolo di taglia alta.
Sono di recente produzione alcune varietà di Pyracantha che non superano l’altezza di 30-40 centimetri e si allargano orizzontalmente come coprisuolo e ricadenti. Sono le cultivar ‘Teton’ e ”Navajo’ ambedue a frutti rossi e foglie verde scuro. La ‘Navajo’ è più precoce nella fruttificazione. Ancora poco conosciuta la cultivar ‘Sparkle’» bassa, a portamento ricadente, con foglie variegate di giallo e frutti rossi. Gli impieghi di questo arbusto sono numerosi.
Magnifica figura fanno questi arbusti come esemplari isolati o in grandi masse della stessa varietà, soprattutto durante la fioritura e la vistosissima e prolungata fruttificazione.
Frequenti le siepi di Pyracantha, della stessa specie, o con frutti di colore diverso usate a grandi masse. Esse formano schermi impenetrabili sia alla vista che al passaggio data l’elevata spinescenza dei rami. Le siepi possono essere tenute sia in forma libera che obbligata. In quest’ultimo caso la potatura mortifica naturalmente la fruttificazione.
Ma questo arbusto si presta anche ad essere impiegato in siepi miste dall’aspetto naturale con altre specie arbustive vigorose anche a foglia caduca. Per formare una siepe ben equilibrata è bene che le specie componenti abbiano un vigore vegetativo simile, in caso contrario le specie più vigorose tenderanno a soffocare le altre. Buono è l’accostamento di Pyracantha con arbusti da fiore come il lillà, la Forsythia e il calicanto d’inverno.
Pyracantha sopporta bene il taglio e può essere allevato anche ad alberetto o a palmetta stretta, forma molto adatta per ricoprire muri.

Coltivazione
Pyracantha non presenta problemi di coltivazione. Si ambienta in tutti i tipi di terreno da giardino anche calcarei (non troppo però), purché ben drenati. Per fiorire e fruttificare abbondantemente preferisce le posizioni soleggiate, ma sopporta anche una leggera ombra.

Potatura
Quando questo arbusto cresce in larghi spazi e in forma libera va potato solo occasionalmente per mantenerlo nei limiti spaziali voluti.
Le siepi vengono potate solitamente una due volte all’anno per mantenere un aspetto compatto e ben rivestito di rami dal basso.
La prima volta si pota dopo la fioritura e la seconda a fine agosto o primi di settembre. Questo secondo intervento può rendersi necessario per contenere l’accrescimento della pianta e per favorire la colorazione dei frutti che sono meglio esposti alla luce solare. Per favorire il rivestimento di un ramo effettuare tagli di cimatura. I tagli di contenimento spaziale, specialmente sulle parti apicali dei rami, devono invece essere effettuati sopra un rametto laterale rivolto verso l’esterno della pianta (tecnica a tutta cima).

Venezuela, Cerro Roraima: un giardino botanico naturale

 

L'imponente mole del Cerro Roraima

Nell'epoca del computer e delle incursioni interplanetarie, sembra impossibile che sul nostro pianeta esistano ancora zone inesplorate e specie vegetali anche molto appariscenti, non ancora identificate.
Durante un viaggio in Amazzonia, abbiamo visitato il Cerro Roraima (2.772 m), singolare formazione rocciosa che si è rivelata un immenso «giardino botanico naturale» ricco di endemismi, di famiglie e generi nuovi per la scienza; le prime classificazioni scientifiche risalgono al 1885 ma un contributo molto valido venne dato dalla spedizione che raggiunse la cima in elicottero nel 1976.

La «Gran Sabana» annerita dagli incendi

Il Roraima è una straordinaria montagna che si erge dalla Gran Sabana (termine ispano-americano con significato di savana), nell'estremo sud-est del Venezuela, nel punto di confine fra il Brasile e la Guyana, presenta pareti ripidissime, quasi verticali, la sommità totalmente pianeggiante a tavolato. Nel linguaggio penion viene designata col termine «Tepuy» che significa montagna sacra.
Grazie alla posizione geografica, l'area è interessata da continue piogge che si succedono tutto l'anno, determinando un'elevatissima percentuale di umidità nell'aria e nel terreno e, con la temperatura tropicale, si creano ottimali condizioni per la rigogliosa vegetazione.

E' in presenza dell'acqua che numerose specie si concentrano generando stupende composizioni floreali

Le rosette basali di Orecanthe sceptrum

L'accesso alla montagna, racchiusa nella vastissima area protetta del Parque Nacional Canaima di oltre 3 milioni di ettari, non è facile ed occorre organizzare un vero e proprio trekking di 4-5 giorni con viveri e tende al seguito, guadando numerosi torrenti che a volte si presentano impetuosi per le abbondanti ed improvvise piogge cadute.
La marcia di avvicinamento avviene attraverso la «Sabana» dove evidenti sono le tracce di incendi che hanno totalmente carbonizzato le foreste primarie.
Saltuariamente gli indios, nella stagione secca, praticano ancora il pirodiserbo per favorire lo sviluppo di erbacce ad uso zootecnico.

Stegolepis guaianensis

Orecanthe sceptrum, Xyridacea dai fiori gialli

Vellozia tubiflora è certamente la pianta più curiosa con le foglie arrotolate che formano un grosso tubo verde di 50-60 cm, assieme a piccoli boschetti di palme arboree americane (Mauritia flexuosa) con fusto slanciato, fronde flabellate scampate agli incendi. Rompono la monotonia della «Sabana» le Graminacee (Trachypogon plumosus e Axonopus pruinosus) che creano macchie azzurre e glauche.
Il manto vegetale si mantiene uniforme fino a 1700-1800 m, dopodiché ai piedi della muraglia comincia una fascia boscosa umida, definita Clouded Forest perché avvolta tutto l'anno in una cappa nebbiosa che circonda la base del Cerro.

Salita lungo le pareti verticali del Roraima

Felci arboree del genere Cyathea nel bosco umido alla base del Cerro

Nel suo interno e lungo le pareti, crescono frondose felci arboree del genere Cyathea che raggiungono anche i 5 metri d'altezza assieme alla Lomaria schonburkii, a felci dei generi Lycopodium, Selaginella, a Cicadofite e a palme endemiche (Euterpe roraimae) con foglie strettamente lineari lanceolate. Bromelie ricoprono il terreno con rosette fogliari giganti, tronchi e rami degli alberi sono densamente rivestiti da muschi, licheni ed epifite come se all'improvviso l'orologio evolutivo si fosse fermato nel periodo Carbonifero, 300 milioni di anni fa!
Dopo questo ambiente apparentemente ostile, è la cima del Roraima dove si incontra un mondo vegetale totalmente vario e strano che costituisce una ricchezza biologica per la specializzazione e I'aspetto genetico unico in tutto il mondo.

Particolare del fiori di Pernettya marginata, Ericacea pioniera dei «tepuy»

Foglie tubolari di Heliamphora, pianta carnivora. A sinistra rosetta fogliare di Connellia caricifolia

Tra i numerosi endemismi che vegetano sulla cima del «tepuy», occorre ricordarne alcuni che per la forma e la bellezza attraggono l'attenzione dell'escursionista. La famiglia delle Rapateacee con il genere Stegolepis rappresentato da oltre 20 specie di piante riconoscibili per i fiori gialli, foglie allungate e avvolgenti la base a ventaglio, ricoperte da una gelatina con funzioni ancora sconosciute; possono raggiungere i pochi decimetri di altezza fino ai 2 metri di Stegolepis guaianensis. Grandi colonie sono formate dalle Xyridacee (Orecanthe sceptrum) con dense rosette basali di foglie azzurre tra le quali si innalzano le infiorescenze gialle sopra un peduncolo di 1 metro.

Stomatochaeta condensata forma cromatici cuscini gialli

Un giardino completo in pochi decimetri quadri! Risaltano le foglie rosse di Drosera roraimae, pianta carnivora

Le piante più curiose e comuni sono Heliamphora con foglie tubolari trasformate in cisterne di 20 cm d'altezza e 5-8 cm di diametro. Le pareti interne delle «cisterne» sono densamente ricoperte di fini peli fino al fondo del tubo, così che gli insetti caduti nell'interno non possono risalirlo finendo annegati nell'acqua accumulata nel «recipiente». Sul «tepuy» esistono 5 specie di Hellamphora, con colorazione rossa delle foglie e fiori delicati rosa o bianchi collocati sopra un peduncolo.
E interessante notare che queste piante appartenenti alla famiglia delle Sarraceniacee, oltre a trovarsi sui tavolati della «Sabana» sud americana, vegetano unicamente in alcune aree degli Stati Uniti, creando insoluti problemi di distribuzione fitogeografica. Sul Roraima troviamo esclusivamente forme vegetali pioniere basse, striscianti come le Ericacee (Thibaudia ulei, Pernettya marginata) che crescono direttamente sulla roccia, probabilmente per il forte vento che soffia continuamente, le piante arboree ed arbustive sono destinate a svilupparsi nelle gole e depressioni protette. Qui si incontrano piccoli alberi bassi con fogliame folto e rosato come Bonnetia roraimae, una Theacea, o Stomatochaeta condensata appartenente alla famiglia delle Xyridacee con fiori giallo intenso.
Ma è in presenza dell'acqua meteorica che si raccoglie tra gli avvallamenti rocciosi che tutto lo scenario vegetale, in una moltitudine di specie con forme inconsuete, incredibili, si concentra in pochi decimetri quadrati di terreno formando cromatici «giardini» di rara eleganza come se un saggio giardiniere avesse abbinato i fiori con maestria.
Risaltano le foglie rosse appiccicaticce della pianta carnivora (Drosera roraimae) e le argentee rosette allargate della Bromeliacea (Connellia caricifolia)

Thibaudia ulei, Ericacea strisciante

Le rosette argentee di Connellia caricifolia, una Bromeliacea

E per tutto questo «paradiso vegetale» che lascia stupefatto il visitatore, che ricompensa pienamente delle fatiche e privazioni per giungere alla cima, che il Cerro Roraima è stato saggiamente protetto, affinché i turisti, specialmente europei, giapponesi e nord americani, condotti in massa da agenzie di viaggio con pochi scrupoli, non danneggino questi delicati ambienti con i loro fragili endemismi botanici, evolutisi in splendidi giardini sommitali!

 

Spinacio

Lo spinacio (Spinacia oleracea) è pianta annua con fusto eretto e ramoso, radice fittonante spesso colorata in rosso in corrispondenza del colletto. Le foglie sono alterne e lisce. Fiori maschili di colore verdastro riuniti in spighe terminali o ascellari; fiori femminili riuniti in infiorescenze ascellari. Si tratta di specie generalmente dioica, sebbene possano trovarsi altre forme sessuali. li frutto è un achenio.
Nel primo momento dello sviluppo, lo spinacio assume lo stadio di «rosetta» costituita da foglie caulinari alterne e picciolari. In questa fase non e possibile determinare la forma sessuale della pianta. Dopo un periodo variabile, essenzialmente influenzato dalle condizioni ambientali, s'inizia la fase di «levata» contraddistinta dallo sviluppo del fusto che può superare l'altezza di 1 metro e sviluppare all'ascella delle foglie dei germogli laterali che daranno origine a ramificazioni secondarie.
Clima e terreno. Lo spinacio preferisce un clima temperato piuttosto fresco; non sopporta l'eccessivo caldo, la siccità e i terreni umidi. Il terreno più consono a questa coltura è tendenzialmente neutro, soffice, fresco, ricco di sostanza organica.

Tecnica colturale
Propagazione. La propagazione avviene per seme posto alla distanza di 5-10 cm (profondità di semina circa 2 cm) su file distanti tra loro 20-30 cm. Viene effettuata anche la semina a spaglio. La semina a dimora ha luogo essenzialmente in due momenti dell'anno: da settembre a ottobre per le produzioni autunno-vernine e da febbraio ad aprile per le produzioni primaverili-estive. Con semine eseguite durante i mesi più caldi nascono piante che montano rapidamente a fiore, salvo aver scelto varietà opportune.
Avvicendamento e consociazione. Lo spinacio non deve succedere a sé stesso o ad altre chenopodiacee come ad esempio le bietole. Viene normalmente consociato con ortaggi vari.
Lavori di preparazione del terreno e concimazione. Il terreno va lavorato in profondità e ben amminutato con lavori di erpicatura. Dopo la semina è opportuno rullare per fare aderire il seme al terreno.
La concimazione organica (letame maturo nella dose massima di 300 q/ha) è opportuno che venga effettuata alla coltura precedente. Per quanto riguarda la concimazione minerale, le dosi indicative di anidride fosforica e ossido di potassio sono rispettivamente di 80 kg/ha e 150 kg/ha. Azoto nella dose media di 150 kg/ha somministrato in copertura in più interventi.
Lavori di coltivazione e irrigazione. I lavori di coltivazione sono rappresentati da scerbature e sarchiature fatte allo scopo di rompere la crosta superficiale del terreno, arieggiarlo e mantenere pulito il campo dalle erbe infestanti.
L'irrigazione va eseguita dopo la semina, dall'emergenza delle piantine e durante il successivo sviluppo. Molto vantaggioso è l'uso dell'irrigazione a pioggia. Nelle zone più fredde è opportuno proteggere la coltura dalle gelate mediante fogli di plastica.
Raccolta e conservazione. Negli orti la raccolta è manuale e viene effettuata asportando solo le foglie esterne man mano che si presentano completamente formate, rispettando le foglie del cuore oppure estirpando dal terreno l'intero cespo. La raccolta non deve essere fatta durante le ore più calde della giornata e sotto la pioggia. La conservazione, che può protrarsi solo per poche settimane, è possibile esclusivamente in frigorifero mantenuto alla temperatura di 0°C, con elevata umidità relativa ambientale. Lo spinacio destinato alla conservazione va refrigerato nel più breve tempo possibile senza preventivo lavaggio.

Pianta sana

Foglia con danni da Peronospora

Macchie su foglia dovute a Cercospora

Parassiti vegetali
Peronospora. Malattia assai comune specialmente nello spinacio, è causata da fungo Peronospora farinosa che sulle giovani piantine danneggia i cotiledoni, sulle piante adulte colpisce in modo particolare le foglie, che diventano bollose e disseccano. La lotta e basata sull'impiego di prodotti cuprici a base di idrossido di rame oppure di ossicloruro di rame e calcio.
Cercosporiosi. Questa malattia, dovuta al fungo Cercospora beticola, causa sulle foglie e su tutte le parti verdi della pianta in un primo tempo piccole macchie rotondeggianti circondate da un alone rossastro che successivamente danno luogo a estese zone disseccate. Per la lotta si impiegano prodotti cuprici a base di idrossido di rame oppure di ossicloruro di rame e calcio.
Marciumi delle piantine. Funghi del genere Pythhium unitamente a Rhizoctonia solani provocano marciumi di piantine in pre e post emergenza e marciumi del colletto. La lotta è difficile: qualche risultato può ottenersi mediante disinfezione del terreno con prodotti fumiganti (Metam) e con l'uso di benomyl come conciante delle sementi.

Parassiti animali
Mosca minatrice. Il dittero Pegomyia hysoscyami provoca gravi danni specie sulle piantine da trapianto in quanto le sue larve penetrano nel lembo fogliare danneggiandolo in modo grave. La lotta è effettuata con prodotti a base di dimetoato.
Afidi. Alcune specie di afidi attaccano le chenopodiacee orticole provocando danni ai tessuti vegetali a causa delle loro punture e trasmettendo malattie da virus per inoculazione. Per la lotta vengono usati prodotti a base di dimetoato, ethiofencarb, piretroidi.
 

Araliaceae dal fogliame decorativo

V'è anche chi preferisce il quieto verde riposante ai vivacissimi fiori. Sembra che anche la Natura prediliga il verde: gli ha dato più spazio e più tempo; gli ha affidato la vita di tutti gli esseri viventi: animali e piante.
Che cosa sarebbe il mondo senza verde? Il deserto, la luna, la morte!
Ai fiori la Natura ha riservato la più breve stagione degli amori, della riproduzione delle specie. Le piante si vestono a festa per ripetere il rito che perpetua la vita!
Hanno fiori anche quelle piante che noi giardinieri diciamo «da fogliame» perché son belle soprattutto per le loro foglie, anche per loro vien dunque la stagione dell'amore.
Quando d'autunno vi giunge il profumo dell'Osmanthus (od Olea fragrans) e forse neppure scorgete i suoi piccoli fiori, è tempo d'amore per quella pianta. Quando l'aralia (o Fatsia japonica), nella stessa stagione, spinge al di sopra delle foglie le sue infiorescenze biancastre e tutt'attorno volano le api a far bottino di polline e di nettare, anche per lei è tempo d'amore. In primavera, quando il giardino sarà tutto un tripudio di fiori fra uno svolazzare di api, di farfalle ed altri pronubi, I'aralia avrà già ricomposto castamente il suo verde vestito.
Ho scritto fin qui di piante che sono belle per i loro fiori, consentitemi di parlare un poco anche di quelle che son belle per il loro fogliame.

HEDERA SPP

Tra le Araliacee la rappresentante più comune e diffusa è l'edera.
L'edera possiede marcatamente tutte le caratteristiche della famiglia nel fiore, nell'infiorescenza, nel frutto, nella eterofillia fra foglie giovanili ed adulte.
E' una piccola liana nostrana l'edera, che si attacca ai ruderi abbandonati e ne tiene assieme le pietre già sconnesse, che nei giardini incolti e nel boschi si avvinghia agli alberi, ne raggiunge le cime e ne soffoca la vegetazione in prepotenti abbracci. Non è pianta parassita l'edera, come forse qualcuno crede, trionfa talvolta in virtù della legge naturale del più forte!
E' gentile quando, giovane, tappezza un muro o un tronco d'albero ed i suoi rami aderiscono bene al sostegno per mezzo dei suoi organi di appiglio o «ramponi» e le sue foglie sono minute e graziose. Quando si fa più grande e si prepara a fiorire sviluppa rami che si staccano dal sostegno, non hanno più ramponi e presentano foglie più grandi, talvolta meno belle.
Le varietà di edera sono quasi infinite; di sviluppo vigoroso e nane, a foglia grande e piccola, lobata, digitata, increspata ecc., variegata o verde, da coltivarsi in vaso o in piena terra a tappezzare il terreno o pareti o tronchi d'albero.
Consigliamo di impedire la fruttificazione per evitarne la disseminazione che può renderla infestante. Si ottiene ciò con le potature più o meno energiche, atte anche a prolungare l'età giovanile della vegetazione. Si moltiplica facilmente per talea ed anche prelevando sezioni di rami che, strisciando sul terreno, hanno emesso radici avventizie. E' facile anche innestare le edere su altre Araliacee arbustive (Aralia, Oreopanax, Fatsia ecc.). L'affinità di innesto è abbastanza larga fra le varie specie di Araliacee. Si possono ottenere alberelli o edere piangenti di bell'effetto decorativo. L'innesto a penna o quello a corona sono i più pratici.

FATSIA JAPONICA
Sinonimi: Aralia japonica; A. sieboldii.
Nome comune: Aralia del Giappone
Patria: Giappone, Cina.
Esigenze climatiche: Rustica nella regione degli agrumi ed in buona parte di quella dell'olivo. Sopporta gelate di -3°-4° C. Non ama climi troppo secchi.
Espozione: Mezz'ombra o luce diffusa specialmente le piante in vaso. Anche a pieno sole quelle coltivate in terra purché in terreno mantenuto fresco.
Terreno: Di medio impasto o sciolto, fresco. Non teme la modesta presenza di calcare.
Moltiplicazione: Semina all'inizio della primavera, subito dopo la raccolta del seme che perde presto la germinabilità. La talea, la margotta ed anche l'innesto vengono usate solo per alcune varietà, per esempio quelle a foglia variegata.

Arbusto ben noto dalle grandi foglie palmato – lobate, verde – intenso, lucide, glabre. Oltre alla specie tipica si conosce la varietà Moseri dalle grandi foglie a lobi dentati ed alcune forme con foglie variegate in bianco o in giallo.
Pianta molto diffusa sia nei giardini che nella decorazione degli appartamenti. Non vuole particolari cure, ma substrati fertili e freschi sia se coltivata in vaso sia in piena terra. Evitare i ristagni di acqua. Liberare le piante dalla polvere e dalle cocciniglie che frequentemente si presentano specialmente sul rovescio delle foglie.

X FATSHEDERA LIZEI (x sta per specie ibrida)
Nome comune: Aralia lizei
Origine: L'ottenne a Nantes l'orticoltore Lizé incrociando Fatsia japonica con Hedera helix. Il nome specifico e tratto da quello dell'ottenitore.
Esigenze climatiche: Sensibilità intermedia alle basse temperature fra fatsia ed edera.
Esposizione: Preferibilmente a mezz'ombra o abbondante luce diffusa.
Terreno: Di medio impasto fertile, fresco.
Moltiplicazione: Talee di apici o di sezioni di rami. Gli orticoltori fanno anche talee di un solo nodo con una gemma, in ambiente confinato, con calore di fondo. Si possono fare margotte.

Si può anche innestare su altre araliacee. Si tratta di un ibrido sterile, non produce seme.
E' un arbusto semi – sarmentoso, sempreverde, che somiglia ad un'edera, ma non ha i ramponi con i quali attaccarsi ai sostegni. Le foglie, verde – scuro, hanno dimensioni intermedie, con lobi profondi e sono sparse su tutta la lunghezza dei rami, come nell'edera. Ne esiste una varietà a foglie variegate. Non richiede particolari cure, solo buoni substrati, sostanziosi, freschi; annaffiature e fertirrigazioni. In giardino può' servire a fare spalliere divisorie o può essere appoggiata ai muri. E' anche una buona pianta da appartamento e da terrazzo.

TETRAPANAX PAPYRIFERUM
Sinonimi: Aralia papyrifera; Fatsia papyrifera.
Nome comune: Aralia da carta da riso.
Patria: Isola di Formosa.
Cina. Esigenze climatiche: Rustica nella regione degli agrumi, può vivere anche in posizioni riparate nella regione dell'olivo. Richiede posizioni riparate dal vento.
Esposizione: Preferibilmente limitata insolazione, ma molta luce.
Terreno: Di medio impasto, fresco, sostanzioso.
Moltiplicazione: Divisione di getti pedali e talee di radici.

E' un bell'arbusto di 2-3 m, poco ramificato, sempreverde nelle regioni più calde e riparate dal vento. Grandi foglie, fino a 70 cm, palmato – lobate, con lobi plicati e ondulati, verdi, vellutate sopra e sotto biancastre. Piccioli lunghi quanto o più del lembo fogliare. In autunno grandi pannocchie di corimbi sferici, bianchi, anche questi assai decorativi. Il midollo serviva per fabbricare la carta di riso o di Cina.
In giardino, in posizione riparata da venti impetuosi, e pianta elegante, molto decorativa tutto l'anno. Non richiede particolari cure, ma si ottiene la massima efficienza con buone annaffiature nella stagione calda e con buone concimazioni.

OREOPANAX CAPITATUS
Sinonimi: O. nymphaefoIius; Aralia capitata; Hedera capitata.
Patria: Messico, Giamaica.
Esigenze climatiche: è rustica nelle parti più calde della regione degli agrumi; -2°C danno già luogo a sensibili danni alle foglie e con -4°C si ha il congelamento di tutto il fogliame e di buona parte dei rami. Ama il clima marittimo.
Esposizione: Pieno sole o abbondante luce diffusa.
Terreno: Si adatta benissimo ai terreni argillo – calcarei e a periodi di siccità, ma esprime il suo massimo rigoglio in condizioni di freschezza e di buona fertilità.
Moltiplicazione: La semina si usa poco, però consente di ottenere giovani piante con foglie peltate alquanto decorative per interni. La semina si fa in primavera, appena raccolto il seme che ha germinabilità molto limitata nel tempo. Si ha produzione di seme in Riviera. Più usata è la margotta che produce prontamente esemplari di sviluppo notevole, adatti sia per decorazione di interni che per giardino. Possibili anche le talee, preferibilmente di punta, in ambiente confinato.

E' un albero sempreverde di 6-8 m., molto ramificato, con fusto grigio chiaro, quasi mai perfettamente diritto, ma di solito contorto; larga la chioma, ombrelliforme. Le foglie sono grandi: le giovanili peltate, larghe quasi quanto lunghe, tondeggianti, brevemente appuntite, le adulte ovali, lunghe 30-35 cm e larghe 20-25, coriacee, glabre, lucide, verde – intenso, poco più pallide al rovescio, plaminervie nelle due forme, le nervature biancastre ed in rilievo nella pagina inferiore. Biancastra la fioritura, autunnale, in infiorescenze simili a quelle delle altre Araliacee e di un certo effetto decorativo nell'insieme.
E' soprattutto decorativa per il bel fogliame e per il portamento della pianta. In Riviera, da Alassio a Ventimiglia, e poi oltre frontiera è abbastanza comune, rigogliosa anche nei giardini poco curati. Sopporta anche tagli grossi e capitozzature, giustificati però solo da danneggiamenti da intemperie. Di norma non si pota. E' un'ottima pianta anche per piccoli giardini, cortili, non per alberature di viali. Si presta anche come pianta da interni sebbene sia oggi poco usata.
La eterofillia di questa pianta indusse in errore i botanici che classificarono la forma giovanile e quella adulta come due specie distinte. Decaisne e Planchon chiamarono O. nymphaefolius l'una ed O. capitatus l'altra quando in realtà si tratta di un'unica specie.
Il compianto professor Mario Calvino, parecchi anni fa mi fece seminare molti semi di O. capitatus dai quali originarono individui tutti con foglie peltate (quindi O. nymphaefolius); ma con il passar del tempo, gradatamente, svilupparono foglie ovali, non più peltate.
Ci vollero due o tre anni perché il passaggio dalla forma giovanile alla forma adulta fosse completo e Calvino ebbe la conferma che si trattava di un'unica specie.
C'è anche una monografia del compianto professor Giuliano Puccini sull'Oreopanax (Rivista della Orto-floro-frutticoltura – 1950) nella quale descrive minutamente il passaggio dalla forma giovanile alla forma adulta.

OREOPANAX EPREMESNILLIANUS
Patria: Sconosciuta l'origine.
Esigenze climatiche: Rustica nella regione degli agrumi.
Esposizione: Pieno sole o luce diffusa abbondante.
Terreno: Come per O. capitatus.
Moltiplicazione: Margotta e talee.

Ha molte affinità con O. dactylifolius, ma in questa specie le foglie sono composte, digitate e le foglie sono 7 o 9, oblungo – lanceolate, appuntite all'apice e attenuate alla base, sessili o munite di un brevissimo picciolo, le più lunghe di 25-35 cm, le laterali, più corte, di 15-25 cm. Alcune delle foglie maggiori accennano a lobi più o meno pronunciati. Ha gli stessi impieghi del O. dactylifolius e press'a poco la medesima diffusione in Riviera.
La provenienza di questa specie non e conosciuta; date le marcate affinità morfologiche non 'è da escludere che per mutazione o per incrocio discenda dalla specie precedente. E' dedicata al Conte Epremesnil di Dieppe che la coltivò fra i primi nel secolo scorso, nel suo giardino a Golfe Juan.

TUPIDANTHUS CALYPTRATUS
Sinonimi: Aralia pulchra; Sciadophyllum pulchellum.
Patria: India.
Esigenze climatiche: Può vivere nelle zone più calde e riparate della regione degli agrumi. Ama un'umidità relativa elevata, soprattutto in estate.
Esposizione: Mezz'ombra o luce diffusa. Terreno: Di medio impasto, humifero, fresco, fertile, poco calcareo. Moltiplicazione: Per seme, per talee e per margotte.

E' un piccolo albero sempreverde, non molto ramificato, che nell'età adulta prende l'aspetto semi – sarmentoso. Grandi foglie composte, digitate con 7-9 fogliole ellittiche disposte a raggiera, lunghe 20-30 cm ad apice appuntito, coriacee, glabre, di un bel verde vivo, lucido, portate da piccioletti di 4-5 cm. Lungo e robusto il picciolo, di 60 cm o più.
Pochissimo diffusa nei giardini, la si trova invece talvolta fra le piante ornamentali da appartamento e nelle collezioni di piante da serra e da tepidario.

OREOPANAX DACTYLIFOLIUS
Sinonimo: Aralia dactylifolia.
Patria: Messico.
Esigenze climatiche: Rustica nella zona basso fredda della regione degli agrumi. Esposizione: Pieno sole o abbondante luce diffusa.
Terreno: Come per O. capitatus.
Moltiplicazione: Talee, preferibilmente di punta, in ambiente confinato, con calore di fondo o margotte

Bell'arbusto o piccolo albero sempreverde alto 4-6 m con foglie palmato – lobate di 30-50 cm; -5-7 lobi lanceolati, profondi, gli esterni semplici e gli altri con uno o più lobi laterali – coriacee, verde lucenti sopra, nella pagina inferiore coperte da peluria- ferrugginosa. Picciolo robusto, lungo quanto o più del lembo fogliare, inguainante. Anche questa specie è molto decorativa tanto come grande arbusto cespuglioso quanto come modesto alberello; utile in un grande parco, od anche in un piccolo giardino di città discretamente diffuso nei giardini della Riviera dei fiori.

TRAVESIA PALMATA
Sinonimi: Gastonia palmata.
Patria: India, Birmania.
Esigenze climatiche: Può vivere nelle migliori posizioni della regione degli agrumi. Teme il gelo ed ama climi non troppo secchi.
Esposizione: A mezz'ombra o abbondante luce diffusa.
Terreno: Di medio impasto, humifero, sostanzioso, fresco, senza eccessi di calcio.
Moltiplicazione: Per seme, per margotta o talee, eventualmente per innesto su altra Araliacea.

Arbusto o modestissimo alberello sempreverde, poco ramificato, di crescita piuttosto lenta. Notevoli le foglie eleganti per il complicato ricamo del loro contorno. Si incontra raramente nei giardini e non sempre in buono stato per condizioni ambientali non adeguate.

Di altre Araliacee, per solito usate nella decorazione di interni, si può tentare l'acclimatazione in giardino, in Riviera e nel Sud dove condizioni ambientali siano favorevoli, per esempio con Dizygotheca (Aralia) elegantissima con Schefflera (Brassaia) ed altre specie, sovente con risultati positivi.
 

Betula pendula

Betula  pendula (Betula alba; Betula verrucosa). Nomi volgari: Betulla, Betula bianca, Bidollo bianco. Famiglia delle Betulaceae

DIMENSIONI: 20-25 m in media, al massimo 30 m nel proprio ambiente naturale. In Italia difficilmente è specie tanto longeva da raggiungere altezze superiori a 8-12 m.
PORTAMENTO: eretto, piramide irregolarissima e poco ampia (max 3-4 m di diametro), di aspetto slanciato ed elegante. Spesso è presente in coltivazione, riunita in gruppi di 3-5-7 esemplari che fanno assumere all'insieme aspetto di grandissimo cespuglio.
TIPO DI CHIOMA: irregolare, molto rada, forma in gioventù negli esemplari arborei isolati una corona leggera, ellittica in prospetto, stretta e appuntita all'apice, che si allarga notevolmente a maturità soprattutto nelle porzioni basali facendosi quasi pendula alle estremità. Gli esemplari riuniti a gruppi formano invece una unica chioma cupoliforme, quasi larga quanto alta, esteticamente più pregevole meno rada uniformemente rotondeggiante alla sommità e ai lati, ugualmente pendula, comunque vuota al centro (evidenziando così il candore dei tronchi).
TRONCO E RAMI: il tronco è mediamente nudo, perpendicolare al suolo negli esemplari isolati, frequentemente inclinato in quelli riuniti a gruppi; dapprima diritto indi moderatamente ondulato, prolungantesi sempre fino alla estremità della chioma, molto esile, costantemente cilindrico e piuttosto rastremato. Le branche principali sono poco numerose, sottili, erette dapprima indi tortuose, irregolarmente inserite sul tronco, rami secondari e i ramoscelli sono molto radi, lunghi, flessibili, sottili, gracilissimi, sempre più o meno penduli (soprattutto in presenza della fioritura e della fruttificazione), glabri, curvi, rosso bruni, densamente ricoperti di verruche ghiandoloso resinose, biancastre ed evidenti.
CORTECCIA: in gioventù e alla base del tronco è lucente, brunastra a riflessi rossicci, in seguito, nelle porzioni più elevate del tronco e nelle branche primarie e bianca, talora rosata a larghe strisce grigiastre. A maturità . è dapprima bianco gessosa con riflessi argento-madreperlacei. Finemente punteggiata da lenticelle brune, si sfalda in sottili strisce pergamenacee che scoprono lo strato sottostante scuro rosato e molle, per diventare. infine, nei rarissimi esemplari senescenti, uniformemente bruno-nerastra.
GEMME: sono coniche o ovoidali appuntite, di circa 3 mm di lunghezza, da bruno porpora a grigio brune negli esemplari giovani, e verde brillante in quelli adulti, spesso vischiose.
FOGLIAME: semplice, alterno, picciolato (i piccioli sono sottili, glabri, di cm 1,5-3) a foglie pendule, piccole, (cm 4-8 x 3-6), glabre, sottili, polimorfe, vagamente ovato-romboidali o triangolari, lungamente cuneate e intere alla base, doppiamente o irregolarmente dentellate ai margini, con denti primari prominenti e acuminati in corrispondenza dei quali terminano le 6 paia di nervature fogliari, intervallati da 2-3 denti secondari triangolari più piccoli. Rarissimamente le foglie sono laciniate, acuminate all'apice, verde intenso e lucide nella pagina superiore, più chiare e vischiose di sotto, prematuramente giallo dorato vivissimo e gradevolmente caratteristico in autunno prima della scalare caduta (notevolmente influenzata dall'andamento stagionale – 2a e 3a decade di ottobre -). La fogliazione è piuttosto tardiva (2a decade di aprile).
FIORI: amenti unisessuali evidenti, svolgentisi fino dall'estate-autunno precedente la fioritura. I maschili (posti all'estremità dei rami lunghi), sono gracili, penduli, sessili, cilindrici, lunghi circa 2 cm, riuniti a 2 a 2, e verdastri alla comparsa nell'autunno. Raggiungono i 10 cm, allungandosi e facendosi brunorossastri e, per la presenza del polline, anche giallastri alla schiusura che avviene nell'aprile-maggio seguente, contemporaneamente alla fogliazione. I femminili (sui rami corti) appaiono alla fogliazione, eretti, brevemente peduncolati, di cm 2-4 x 1, dapprima verde chiaro diventano sempre più brunastri nel farsi penduli in seguito e a scaglie embricate membranacee trasformandosi nel frutto.
FRUTTI: sono infruttescenze che compaiono negli esemplari che hanno raggiunto almeno 15-20 anni di età, simili a coni (strobili) a squame cigliate contenenti samare (frutti) a larghe ali membranacee traslucide, vagamente a forma di 8, maturanti da giugno ad agosto; il seme è minuto e si diffonde con grande abbondanza in autunno (ottobre).
APPARATO RADICALE: debole, a radici sottili, molto ramificato, poco profondo o addirittura superficiale, molto espanso in volume. La specie può svilupparsi in spazi ristretti o in contenitori senza che l'esemplare ne risenta vistosamente.
RESISTENZA E TIPO DI LEGNO: resistenza da mediocre a discreta, il legno è biancastro o bianco giallognolo, omogeneo, a tessitura molto fine, elastico, non molto duro, piuttosto pesante, poco durevole.
CRESCITA: discretamente rapida in gioventù, rallenta notevolmente in seguito (raggiunge i 7,5 m in 15 anni, i 10 m in 20); mediocre la vigoria, scarsissima la capacità pollonante, soprattutto dal ceppo.
LONGEVITA': è scarsa anche nelle più favorevoli stazioni montane del nord dove difficilmente raggiunge e supera i 100-150 anni di età. Si fa progressivamente scarsissima fino a dimezzarsi spostandosi verso le regioni più calde, mediterranee o di pianura, dove difficilmente raggiunge i 40-50 anni di età.
ESPOSIZIONE PREFERENZIALE: è essenza molto avida di luce e predilige, nelle stazioni montane più idonee, le esposizioni di pieno sole. In pianura per gli eccessivi calori e l'aridità estiva è più opportuno venga ubicata in luminose esposizioni a moderato ombreggiamento.
TERRENO OTTIMALE: preferenzialmente fresco o mediamente asciutto, sempre ben drenato. La pianta si adatta per contro anche a substrati moderatamente umidi, anche poco profondi, sciolti, silicei, leggeri (rifugge i pesanti suoli argillosi), a pH da neutro a mediamente acido; non calcarei, anche ricchissimi di scheletro, detritici o rocciosi; fertili almeno in superficie. Sopravvive ottimamente nei substrati poveri o quasi sterili essendo specie frugale e colonizzatrice.
RESISTENZA: ottima la resistenza al freddo (è specie tra le più resistenti in senso assoluto), alla neve, ai geli tardivi e alle nebbie. Sopporta bene sia ristagni idrici sia terreni aridi, ma è specie scarsamente resistente all'aridità atmosferica al calcare, alle atmosfere inquinate e agli attacchi parassitari.
ZONA D'ORIGINE: specie originaria dell'Asia, a vastissimo areale che comprende tutto il centro-nord dell'Europa e dell'Asia stessa spingendosi fino all'estremo nord della Scandinavia e in Siberia (non presente in Spagna e in Grecia).
DOVE IN ITALIA: nel nostro Paese è essenza tipicamente montana., raramente submontana e delle alte pianure pre-alpine. Trova il suo ambiente ottimale nel distretto insubrico e nell'arco alpino dove dai boschi mesofili delle prime pendici montane raggiunge i 2000 m s.l.m.; meno frequentemente è presente in tutta la catena appenninica fino in Sicilia dove sale nell'Etna oltre i 2700 m (orizzonte delle latifoglie eliofile).
ZONA FITOCLIMATICA: secondo Pavari è essenza a grande plasticità ecologica: dal Fagetum che gli è proprio scende con relativa facilità, a patto che l'atmosfera sia sufficientemente umida, nel freddo e medio Castanetum e sale a monte nel Picetum e molto raramente anche nell'Alpinetum.
ADATTABILITA' CLIMATICA: (regioni climatiche del Mori). Regione alpina e prealpina: molto buona. Regione padana: mediocre. Regione adriatica-settentrionale: da mediocre a scarsa. Regione appenninica: buona. Regione della riviera ligure: scarsa. Regione tirrenica: scarsa. Regione adriatica centro-meridionale: molto scarsa. Regione Calabro-sicula: molto scarsa, con esclusione di alcune nicchie ecologiche etnee. Regione Sardo-corsa: molto scarsa.
 

La notevole resistenza al freddo rende la Betulla pianta adatta ai climi settentrionali: eccone un gruppo di esemplari ai Giardini Pubblici di Milano.

Molto elegante nei giardini in gruppi isolati, anche per il tronco dalla corteccia bianca.

CONSOCIAZIONE NATURALE DELLA SPECIE: vegeta raramente in associazioni pure (betuleti). Più frequentemente è reperibile sporadica o a piccoli gruppi nei boschi di latifoglie e di conifere dell'alta pianura padana (con salici e pioppi) del distretto insubrico (con la rovere) in quelli a carattere mesofilo delle prime pendici prealpine con roveri, castagni, noccioli, pino silvestre con cui si trova in un'associazione molto comune, ed infine nelle zone detritiche più a monte e quindi rettamente alpine (con tremolo, ontano bianco, ontano verde, pino mugo).
PROPAGAZIONE: per seme (di difficile germinazione) in primavera, ai primi di marzo in terreno leggero siliceo ben drenato, coprendo appena il seme prima di rullarlo o comprimerlo moderatamente. I trapianti si fanno per piante di 2 anni o di 3. Notevole la propagazione spontanea per gemme radicali, e la pratica dell'innesto (per le varietà).
ATTECCHIMENTO: è essenza dal trapianto piuttosto delicato e dalla ripresa capricciosa, che va messa a dimora giovane (non oltre i 2,50-3 m di altezza) in primavera, all'inizio della ripresa vegetativa. Gli esemplari adulti possono venire rimossi solo se preparati accuratamente e per tempo o allevandoli in appositi contenitori (casse, mastelli ecc.). La betulla non richiede di fatto potature al trapianto o, comunque, va contenuta con estrema moderazione.
MANUTENZIONE: è specie piuttosto esigente che richiede regolari controlli e interventi fitosanitari (contro i tarli del legno), nonché irrigazioni nei primi anni (4-5) dopo il trapianto e sovente anche in seguito nei periodi estivi a eccessiva aridità atmosferica.
DISTANZA MINIMA DI PIANTAGIONE: m 3,50 (in media 4,5-5 o più per gruppi di più esemplari).
RISULTATI DEGLI IMPIANTI ESISTENTI: in regione alpina, prealpina ed appenninica sono buoni. In regione padana, adriatica settentrionale e tirrenica i risultati sono discreti negli anni immediatamente successivi alla messa a dimora, si fanno sempre più modesti fino a diventare mediocri o addirittura scarsi. Molto scarsi invece nelle regioni adriatiche centro-meridionali, Calabro-sicula, Sardo-corsa.
DIFETTI: la scarsissima longevità (o meglio difficoltà di sopravvivenza per la suscettibilità ad attacchi parassitari); la scarsa adattabilità della specie a clima e terreno non propongono notevoli esigenze manutentive, di costo elevato.
REPERIBILITA SUL MERCATO VIVAISTICO: ottima anche in esemplari quasi di pronto effetto; è però fra le latifoglie più costose.
USO: in regione alpina, prealpina e appenninica è essenza utilizzabile per la quale non si rilevano di fatto controindicazioni particolari. In regione padana, adriatica settentrionale e della riviera ligure è specie del tutto inadatta all'arredo stradale. Può per contro essere utilizzata, sempre con estrema moderazione, quale ornamentale, a gruppi di 3-5-7 esemplari nell'allestimento di aiuole, giardinetti urbani, preferibilmente irrigui o prossimi a fontane o superfici d'acqua ma non umidi, luminosi ma non pienamente soleggiati, esposti a nord, previa preparazione del substrato di coltivazione (non calcareo, leggero, sabbioso). Da non usarsi nell'ambito di parchi naturali collinari o peggio di pianura, per l'arredo di aree fluviali, per rimboschimenti o alberate rurali. Nelle regioni adriatiche, centro-meridionali, Calabro-sicule e Sardo-corse, se ne sconsiglia qualsiasi sporadico utilizzo se non in situazioni microclimatiche del tutto eccezionali.
VARIETA SOTTORAZZE, IBRIDI ORTICOLI:

B.p. var. foliis purpureis simile alla specie tipica ma con foglie rosso porpora all'inizio del periodo vegetativo, sviluppo più modesto (max m 6-8); esige terreni più asciutti della specie tipica.
B.p. var. laciniata – B.a. pendula gracilis portamento ancora più irregolare, fogliame finemente frastagliato.
B.p. tristis portamento maggiormente pendulo a rami poco espansi, dapprima rivolti verso l'alto indi piangenti come in Salix babilonica – giovani rami e ramoscelli più radi; fogliame più chiaro, aspetto complessivamente ancora più fragile.
B.p. pyramidalis – B.a. delecarlica – B.a. fastigiata varietà di origine svedese, di minori dimensioni (m 8), portamento più compatto, fogliame più chiaro e molto frastagliato, rami eretti e contorti.
B.p. utilis corteccia più bianca.
B.p. 'Youngii' dimensioni molto più ridotte (max m 5-6); portamento estremamente decombente, forma una chioma a larga cupola i cui giovani rami si allungano fino a terra.

Paulownia imperialis

 

Paulownia imperialis (Paulownia tomentosa). Nome volgare: Paulonia. Famiglia delle Scrofulariaceae.

DIMENSIONI: da 8 a 12 m in media, ma non raramente si trova come piccolo albero.
PORTAMENTO: per questa pianta è estremamente espanso ed irregolare, al punto che è arduo classificarlo in qualsivoglia forma tipica. I rari esemplari annosi e integri tendono comunque ad assumere l'aspetto di amplissime piramidi pregevolmente disordinate. In coltivazione è sovente reperibile allevata a vaso, anche se con risultati estetici sempre di minor pregio. E' essenza che contenuta «a forma», (eventualmente in primavera, sempre dopo la fioritura) perde sempre quelle caratteristiche di elevata «pittoricità» che le sono proprie.
TIPO DI CHIOMA: irregolare, a tessitura molto rada (soprattutto negli esemplari intonsi, senescenti, abbandonati a se stessi). La chioma forma una ampia corona globosa, spesso più larga che alta, talora definibile quasi «ad ombrello» (a larga cupola), sempre a contorni molto discontinui (chioma lobata).
TRONCO E RAMI: il tronco è corto, spesso ondulato o tortuoso (particolarmente nelle porzioni più elevate), di notevole e regolare sezione cilindrica, molto rastremato, complessivamente tozzo ed ordinariamente si prolunga fino alla sommità della chioma. Le branche principali sono poco numerose, grosse, rastremate, tozze,, tortuose, irregolarmente inserite sul tronco ad angolo non molto acuto (quelle basali sono spesso pressoché orizzontali). I rami giovani non fitti, sottili, corti, non molto tortuosi, sono giallastri, ricchi di midollo, fragili.
CORTECCIA: relativamente liscia e bruno chiara negli esemplari giovani si fa progressivamente sempre più fessurata, scagliosa in senso longitudinale anche in profondità e bruno nerastra a maturità, senza comunque assumere particolarità estetiche di rilievo.
FOGLIAME: semplice, opposto, 'è vagamente simile a quello di Catalpa. Le foglie lungamente picciolate s ono poco consistenti, sempre molto ampie (cm 15-20×20-25; anche di dimensioni doppie o triple fino a 60-90 cm negli individui vigorosi, giovani o/e periodicamente potati), polimorfe, cordate alla base, ovato-acute, talora trilobe (raramente anche a 5 lobi), mollemente pubescenti. Il colore è dapprima verde chiaro indi sempre più cupo, talora a riflessi giallo-aranciati nella pagina superiore, verde-grigiastro o biancastro inferiormente, pregevolmente e brevemente giallo vivo in autunno prima della precoce caduta (II e III decade di ottobre). La fogliazione è molto tardiva (I e II decade di maggio).
FIORI: evidenti boccioli (gemme) sono presenti solo negli esemplari intonsi fin dall'autunno precedente la fioritura, cotonose-rossastri o aranciato-giallastri, di qualche pregio estetico, spesso irrimediabilmente danneggiati dai geli in inverno. Sono riuniti in pannocchie terminali erette che, schiudendosi sui rami nudi prima della fogliazione originano, verso la prima decade di maggio, magnifici e voluminosi grappoli (20-30 cm) di fiori tubuloso campanulati, lunghi da 4 a 6 cm da azzurro cerulei a malva-lilla chiaro, raggiati di giallo e talora punteggiati di scuro all'interno. Questi fiori, di breve persistenza, gradevolmente e delicatamente profumati di viola, sono appetiti dalle api per l'elevato tenore zuccherino.
FRUTTI: evidenti gruppi di grosse capsule tomentoso-brunastre, leggere, legnose, delle dimensioni di una noce (3-4 cm di lunghezza), ovoidali-allungate, acuminate all'apice. In ottobre l'apertura delle 2 valve consente l'uscita di numerosi e minuti semi bianchi, alati. Le capsule persistono, vuote, durante gran parte del periodo invernale.
APPARATO RADICALE: è di discreto volume, ma complessivamente piuttosto delicato perché costituito da poche grosse radici principali, scarsamente ramificate, espanse soprattutto in profondità.
RESISTENZA E TIPO DI LEGNO: di resistenza ' scarsa, il legno è tenero, leggero, di facile lavorazione, ricchissimo di midollo, difficilmente attaccato da tarli. E' però un legno fragile, poco pregiato, di scarsissimo interesse industriale.
CRESCITA: è molto influenzata, soprattutto in gioventù, dalle caratteristiche chimico-fisiche e quindi dall'idoneità del substrato alla specie. In genere è comunque rapida (la pianta raggiunge 2-3 m in 5 anni e i 10-12 in 20-25). Ottima la vigoria, notevolissima la capacità pollonante dal ceppo (giovani esemplari tagliati al piede, sviluppano, in un anno, vegetazioni che raggiungono anche i 2-3 m, e foglie enormi).
LONGEVITA': è un'essenza complessivamente piuttosto longeva che in condizioni ottimali di clima e terreno (piuttosto rare nel nostro territorio), raggiunge e supera i 2-3 secoli di vita.

Il portamento irregolare e la bella fioritura fanno di Paulownia imperialis una pianta estremamente decorativa.

I fiori si schiudono in questa pianta prima che riappaiano le foglie.

ESPOSIZIONE PREFERENZIALE: esclusivamente in pieno sole.
TERRENO OTTIMALE: relativamente profondo, costantemente e notevolmente fresco; sempre ben drenato, caldo, sciolto, leggero, poroso, preferibilmente. di natura silicea (e specie che teme e non tollera i pesanti e freddi substrati argillosi); dotato di scheletro, anche nettamente calcareo a pH da neutro e mediamente basico (comunque non acido), ben dotato di fertilità. E' in sintesi un'essenza avida di elementi nutritivi, soprattutto nelle fasi giovanili, complessivamente difficoltosa e scarsamente plastica che nei terreni non perfettamente idonei vegeta stentatamente e dà origine ad esemplari molto modesti anche esteticamente e in genere poco longevi.
RESISTENZA: discreta la resistenza al freddo, come pure quella alle nebbie, ma scarsissima quella ai geli tardivi che possono causare danni irreparabili agli organi fiorali e quindi assenza di fioritura (è essenza tipica dei climi miti). Scarsissima anche la resistenza al vento: la Pawlonia è tra le piante che più teme questa meteora. Da discreta a buona la resistenza alle atmosfere inquinate, buona quella ai ponastiti e al calcare. Questa pianta è mediocremente resistente ai ristagni, alla neve, e all'aridità atmosferica, deperisce e non vegeta nei terreni molto asciutti.
ZONA D'ORIGINE: essenza originaria dei climi miti dell'estremo Oriente (Cina, Corea), è stata introdotta via Giappone nelle Isole Britanniche nel 1834 e in Francia otto anni dopo, diffondendosi in seguito quale albero esclusivamente ornamentale nelle zone temperato-calde del centro-sud Europa (Spagna, Francia, Grecia, Bacino del Mediterraneo in genere).
DOVE IN ITALIA: nel nostro paese la specie, presente dalla metà del secolo 19°, è reperibile, non frequentemente, esclusivamente nei parchi e giardini prevalentemente del centro-nord, dal piano alle quote meno elevate della regione submontana.
ZONA FITOCLIMATICA: pur essendole propria la zona del Lauretum sale più a nord o/e a monte nelle esposizioni più riparate e di pieno sole nelle stazioni del Castanetum (sottozone calda e media).

ADATTABILITA CLIMATICA: (regioni climatiche nel Nord, riportate nella cartina). Regione alpina e prealpina: mediocre. Regione padana: discreta. Regione adriatica settentrionale: buona. Regione appenninica: discreta. Regione della riviera ligure: buona. Regione tirrenica: buona. Regione adriatica centro-meridionale: buona. Regione calabro sicula: da buona a discreta. Regione sardo corsa: molto scarsa.
CONSOCIAZIONE NATURALE DELLA SPECIE: non trattandosi di essenza originaria locale non è possibile parlare di consociazione naturale della specie. E' albero comunque che dà il meglio di sé isolato o riunito a piccoli gruppi omogenei. Come esigenze ambientali può avvicinarsi all'Ippocastano (di cui è però più igrofilo), alla Catalpa e a poche altre specie non locali.
PROPAGAZIONE: per seme e, abbastanza facilmente, per barbatelle di radici.
ATTECCHIMENTO: non presenta particolari difficoltà anche se trattasi di esemplari (necessariamente giovani) a radice nuda (così come sono ordinariamente commercializzati). Il trapianto è preferibilmente autunnale.
MANUTENZIONE: la Pawlonia è specie esigente che richiede, per uno sviluppo ottimale, regolari irrigazioni nei primi 3-4 anni successivi al trapianto (o più o anche se sempre in condizioni di insufficiente freschezza del terreno). Necessita di qualche potatura di allevamento in gioventù e di moderato contenimento a maturità (soprattutto per rendere gli esemplari meno sensibili ai venti). Sono utili le lavorazioni del terreno compreso nella proiezione della chioma e contemporanee fertilizzazione piuttosto laute.
DISTANZA MINIMA DI PIANTAGIONE: m 5. La distanza media è 6-7 m.
RISULTATI DEGLI IMPIANTI ESISTENTI: in regione alpina e prealpina sono scarsi, da scarsi a mediocri anche in zona appenninica. Risultati da discreti a buoni nelle regioni padana e adriatica settentrionale, e sostanzialmente buoni in regione tirrenica, nella riviera ligure, adriatica centro meridionale, sardo corsa. Discreti, o più sovente mediocri, nella zona calabro sicula.
DIFETTI: la necessità di substrato a caratteristiche particolari, le notevoli esigenze idriche e manutentive, il legno fragile, la elevatissima sensibilità ai venti, la tessitura «grossolana» e «pesante» della chioma complessivamente non entusiasmante dal punto di vista estetico.
REPERIBILITA SUL MERCATO VIVAISTICO: buona, il costo è modesto.
USO: la Pawlonia è essenza inidonea all'arredo stradale urbano soprattutto se si tratta di viabilità a intensa utenza veicolare e con esemplari posti in formella. E' utilizzabile per contro, quasi come curiosità arborea, ma con moderazione nell'ambito di strade-parco, collocate su fasce a prato, preferibilmente irrigue e per zone d'ombra comprese in parchi, giardini e ariosi giardinetti anch'essi irrigui, soleggiati, ben esposti, riparati dai venti forti e freddi. assolutamente inutilizzabile per fasce frangivento, consolidamento di pendici franose, ricostruzioni vegetali, campi da gioco di intensa utenza, parcheggi, allestimento di parchi naturali e naturalistico-fluviali, di pianura e di collina, alberate rurali o, peggio, per usi forestali e, comunque, per qualunque utilizzazione nelle regioni climatiche alpina e prealpina (prevalentemente per carenze tecniche) e calabro sicula (prevalentemente per carenze idriche).

Annuali: consigli utili

 

 

Di grande effetto ornamentale il fiore di Gazania splendens.

Le piante annuali comprendono le erbacee decorative sia per il fiore, sia per il fogliame, il cui ciclo vitale si esaurisce entro l'anno: si seminano in primavera, fioriscono mediamente tutta l'estate e concludono il loro «servizio» in autunno, lasciandoci però il seme, premessa di un nuovo ciclo vitale continuamente rinnovantesi.

La semina: trucchi e necessità
Il periodo migliore per la semina delle annuali inizia a marzo per concludersi a maggio, secondo la località, la temperatura e il genere di annuale che si vuole coltivare. La semina potrà essere fatta in piena terra, a file o a spaglio, con terriccio soffice e leggero formato da buona terra da orto, torba e sabbia in parti uguali. Scegliere un appezzamento di terreno esposto a sud, avente (se possibile) un muro a protezione del vento. Noi diamo la preferenza alla semina in cassettine (ottime quelle della frutta), basse ciotole e cassette di terracotta. Preferiamo seminare a file anziché a spaglio per la facilità di levare eventuali malerbe e poter rimuovere leggermente il terriccio tra una fila e l'altra.
 Dopo un accurato drenaggio riempire i recipienti con terriccio fine (come sopraddetto), ben mescolato, amalgamato e vagliato con un setaccio e comprimere bene la terra con una tavoletta di legno onde evitare dannosi dislivello.
I semi delle piante erbacee annuali possono essere piccolissimi, medi e grossi: occorre perciò seminarli con molta cura. Nell'aiuola già predisposta e nei recipienti, tracciare, con un bastoncino o anche una matita, alcuni solchetti profondi 1 cm, distanti 5 cm. I semi più grossi potranno esservi posati uno ad uno manualmente o con una pinzetta; i semi medi usando uno speciale e utile spandiseme con un foro d'uscita regolabile secondo la grossezza del seme stesso; i semi piccolissimi potranno essere seminati, a spaglio o a file, utilizzando un foglietto di carta piegato a doccia. Ricoprire i semi grossi e medi con uno spessore di terriccio fine pari almeno allo spessore dei semi; i semi finissimi dovranno essere premuti leggermente, con una tavoletta, contro il terriccio dove sono stati posati, operazione utile anche per i semi grossi e medi per far meglio aderire il seme alla terra.
A semina ultimata innaffiare i semi in piena terra con un irrigatore a pioggia molto fine, mentre i vari vasi, ciotole e cassette dovranno essere innaffiati per imbibizione (cioè immersi in una vasca con alcuni cm d'acqua). La terra sarà completamente bagnata quando assumerà un colore più scuro.
Coprire i semi, sia in piena terra, sia in cassette, con fogli di polietilene che assicureranno costante umidità e protezione dagli sbalzi di temperatura. Le cassette dovranno poi essere trasferite in locale con temperatura oscillante tra 10 e 15 gradi. Coprire le aiuole all'aperto e le cassette con un giornale o teli scuri (il buio favorirà la germinazione) da levare al primo accenno di vegetazione. Le cassette dovranno restare in un locale a luce diffusa, da arieggiare quando la temperatura lo consentirà e portate all'aperto quando sarà scomparso ogni pericolo di gelo. Dopo qualche giorno di acclimatazione sarà possibile la messa a dimora definitiva. Noteremo che effettuando la semina in cassette riparate poi all'interno, le piantine saranno sicuramente pronte 10 o 15 giorni prima di quelle seminate in piena terra.

Calendula 'Fiesta Gitana', dai bellissimi e grandi fiori.

Sempre bellissima nei giardini la fioritura di Verbena.

La scelta delle piante
Quali piante annuali seminare? I cataloghi ne offrono moltissime, ma noi segnaleremo le più adatte alla maggior parte dei vari climi d'Italia, quelle più conosciute, quelle più facili da coltivare, indicando tuttavia le più interessanti e le ultime novità. In questi ultimi anni sono stati creati gli ibridi F1, cioè ogni fiore è stato ibridato a mano. Ciò fa comprendere il costo piuttosto alto di tali ibridi che però è largamente compensato dalla maggiore fioribundità, altezza e compattezza omogenea delle varie piante, colori nuovi e lucenti, massima durata del fiore, grande robustezza, ecc.
Le annuali più conosciute, più coltivate e più facili da coltivare riteniamo siano:
agerato: alto, medio, nano, di colore azzurro in varie sfumature, con molti ibridi F1;
aster chinensis: vi sono numerosissime varietà, alte, medie, nani, semplici, doppie, raggiate, pompon. Per tutto il mese di agosto saranno le regine dei giardini. E' utile un'irrorazione ogni 8-10 giorni con verderame o prodotti analoghi;
begonie semperflorens: sono così note che non occorre alcuna descrizione. Anche qui molti ibridi F1;
bocche di leone (le segnaliamo tra le annuali anche se sono biennali). Ci sono innumerevoli varietà, alte, medie, nane, doppie, altissime oltre il metro e nanissime, ideali per bordure e macchie policrome su un prato. Fra le tante segnaliamo 4 varietà: Kimosy, 25 cm a fiore molto grande; Bright Butterfly, 80 cm a fiore doppio, Madame Butterfly a fiore d'azalea doppio e Little Darling, cm 30, a fiore d'azalea semplice;
calendula: è un po' invadente per i molti semi che lascia cadere sul terreno, ma la varietà 'Fiesta Gitana' ha bellissimi fiori grandi, arancio e giallo;
celosia: bei pennacchi rossi o gialli, medi o nani; fiordaliso: che si sposa bene con papaveri rossi e spighe di grano maturo;
coleus: una pianta annuale poco valorizzata nonostante le grandi attrattive: foglie colorate nelle tinte più belle, frastagliate e ondulate, utilizzabili in tanti modi quali bordure, macchie su un prato, in ciotole e cassette per balconi e terrazze (avere l'avvertenza di recidere sempre i fiori mano a mano crescono);
crisantemo annuale: una festa di colori e un'estrema facilità di coltivazione; elicriso, assai utile per mazzi secchi d'inverno;
impatiens: la comunissima pianta di vetro. Moltissimi gli ibridi F1 con colori puri e luminosi o bicolori; bordure, macchie fiorite, vasi, ciotole, cassette saranno in fiore per circa 6 mesi all'anno;
lavatera: varietà Mont Blanc, 50 cm, bianco, Silver Cup, cm 60, rosa puro argentato: coltivarle per credere;
nasturzio: varietà alte, medie, nane, pendenti o rampicanti: in terreni poveri diventerà rigogliosissimo; nemesia: a fiori multicolori, molto grandi;
petunia: ormai non è più possibile seguirne l'evoluzione: nane, medie, alte, pendenti, semplici, doppie, bicolori, moltissimi gli ibridi F1 che danno piante compatte e sempre in fiore;
pisello odoroso: una nota poetica nel giardino (bellissimi quelli di Sutton's);
portulaca, semplice e doppia, coloratissima, allieterà qualsiasi terreno esposto al sole;
rudbeckia: bellissime margherite gialle o arancio, di lunga durata;
salvia splendens: magnifiche, superbe macchie e bordure rosse, nane, medie, alte; verbena: romantici fiori delle nostre nonne, nane e seminane, bellissime sempre.
Concludiamo con le regine delle piante erbacee annuali: Tagetes e Zinnie.

Molto adatto per bordure il Tagetes. Qui la varietà «Golden Jubilee».

Zinnia thumbelina, a stelo basso e fiore semplice, è l'ideale per creare macchie fiorite su un prato.

I tagetes virano nei colori giallo arancio, rossiccio, mogano, bicolori nelle sfumature più tenui o intense. Segnaliamo tre varietà che abbiamo sperimentato personalmente con la massima soddisfazione: Tagetes doppio golden sovereign, di colore giallo oro brillante. E' alto 80 cm (necessita quindi di un paletto-tutore), con lunghi steli stracarichi di fiori assai adatti per essere recisi. Di lunga durata sia sulla pianta, sia in vaso, assicurerà fiori per tutta l'estate. Distanza tra pianta e pianta cm 50; tagetes doppio golden jubilee di colore giallo oro intenso. E' alto cm 50 ed è assai adatto per bordure di media altezza che saranno molto compatte e omogenee per l'abbondanza di fioritura e il rigoglio della vegetazione. Qualche fiore, qua e là, si può anche cogliere, ma è bene non diradare troppo la bordura. Distanza tra pianta e pianta cm 30; Tagetes yellow boy: giallo oro puro. t alto soltanto 10 cm con fiore assai. grande, fioritura abbondante, portamento nano e compatto. Adatto per basse bordure, grandi macchie su un bel prato verde, cassette e ciotoloni in uso nei giardini pubblici. Tre varietà ibridi F1, assai facili da seminare, trapiantare e coltivare. Oltretutto non sono colpiti da alcuna malattia. Ce ne sono altre 50 varietà, alte, medie, basse, semplici e doppie che rimandiamo ai numerosi cataloghi.
Zinnia: per avere una buona germinazione dei semi è necessario un calore minimo di gradi. Perciò non aver fretta di seminare in piena terra, mentre e possibile anticipare la semina in cassettine ricoverate poi in un locale luminoso. Ne abbiano contate 12 varietà che descriveremo brevemente perché tutte belle per figurare nei nostri giardini. Zinnia gigante a fior di dalia e della California: sono le più conosciute perché ricchissime di fiori e di colori in tutte le gamme, eccetto il blu. Zinnia F1 Ruffles: giallo, rosa, rosso, scarlatto. Hanno la prerogativa di accestire dal piede, con fiori meno grandi delle altre, ma più numerosi. Più fiori si coglieranno, più la pianta emetterà dal piede nuovi getti e quindi ancora fiori. Zinnia F1 Zenith, di colore giallo a fior di cactus, maestosa. Zinnia F1 Pulcino: una recente introduzione seminana adatta per bordure, macchie fiorite su un prato, ciuffi qua e là. Zinnia F1 Peter Pan in brillante miscuglio, alta cm 30, con fiori molto grandi; Zinnia thumbelina, alta cm 15 per creare un prato tutto di zinnie; Zinnia linearis: semplice di colore arancio a fiore piccolo, alta cm 30. E' bellissima stracarica di fiori, adatta per bordure e per cogliere moltissimi graziosi fiori semplici. Le zinnie possono essere attaccate da varie malattie crittogamiche: è bene irrorarle periodicamente con qualche anticrittogamico.
Molte piante che abbiamo descritto, non sono propriamente annuali, ma nel nostro vario clima sono utilizzate e coltivate come tali. Su ogni bustina in commercio troverete più dettagliate istruzioni colturali; ma se volete che le vostre piante erbacee annuali siano sempre in fiore, tagliate sempre gli. steli ormai sfioriti.