Verde urbano in pianura

L'attenzione e la cura che le Amministrazioni Locali dedicano al verde urbano, sono motivo di distinzione e di caratterizzazione delle diverse realtà comunali. Questo aspetto infatti, assieme agli elementi architettonici, è in grado di rendere unico e sempre riconoscibile un determinato luogo. Lo dimostrano le opere di architettura urbanistica e paesaggistica realizzate ad esempio a Parigi o a Barcellona, dove le amministrazioni hanno fatto del verde urbano il loro fiore all'occhiello.

Viale di nuovo impianto realizzato in provincia di Ferrara con Pyrus calleryana 'Chanticleer'

La fioritura estiva ed il fogliame sempreverde ed argentato rendono Lavandula angustifolia attraente tutto l'anno

Senza la pretesa di raggiungere gli obiettivi di queste due metropoli, diverse città italiane stanno rivedendo e rivalutando i loro rapporti con il patrimonio vegetale sia attuale che futuro. Questa 'rivoluzione', va sottolineato, non è appannaggio dei grandi capoluoghi: anzi, molte amministrazioni di provincia stanno mostrando sensibilità e interesse nei confronti dell'ambiente e del paesaggio.
In particolare nel territorio della bassa Pianura Padana, a cui le proposte di progetto di seguito descritte si riferiscono, molti Comuni si sono dotati, o lo stanno facendo, di un Regolamento del Verde pubblico e privato. Ciò dimostra che si sta diffondendo una 'cultura del verde' in grado di tenere in considerazione non solo degli ambiti urbani ed extraurbani, ma anche del territorio agricolo, cercando di 'sfruttare' e far fruttare le potenzialità offerte dalle piante autoctone o comunque naturalizzate in un determinato ambiente.

Un'alberatura di Pyrus
Un'aiuola lineare alberata (Disegno A), potrebbe essere la soluzione ideale per separare la zona riservata ai pedoni, e all'eventuale pista ciclabile, dal traffico veicolare. La larghezza della fascia permeabile dovrebbe essere minimo di 1,5 m, meglio se 2 m, in modo da permettere uno sviluppo più equilibrato delle piante e, in particolare, un miglior ancoraggio delle alberature.

Generosa, semipersistente e fiorisce da maggio fino ai primi freddi: è la rosa 'Heidetraum'

Euonimus fortunei 'Emerald Gold' è un piccolo arbusto sempreverde in grado di tappezzare in poco tempo l'aiuola in cui è inserito

Se ipotizziamo un'esposizione in pieno sole o ombra parziale, la struttura dell'aiuola potrebbe essere costituita da Pyrus calleryana 'Chanticleer' che presenta una fioritura elegante e ornamentale, formando abbondanti mazzetti bianchi in aprile-maggio. Questo albero risulta particolarmente adatto alla realizzazione di viali alberati, oltreché per la sua morfologia, per l'elevata resistenza all'inquinamento, la scarsissima necessità di trattamenti fitosanitari e i limitati interventi di potatura di cui ha bisogno, relativi alle eventuali parti secche. C'è da rilevare, come unico difetto, il cattivo odore che emana durante la fioritura, strategia utile per attirare gli insetti impollinatori.
Al fine di ridurre al minimo gli interventi di manutenzione, si propone di tappezzare completamente il terreno con arbusti coprisuolo.
Nella parte centrale dell'aiuola il progetto prevede la realizzazione di una cortina costituita da Berberis thunbergii 'Atropurpurea', pianta a foglia caduca con caratteristico fogliame colore rosso porpora. Completa la composizione Euonimus fortunei 'Emerald Gold', un piccolo arbusto sempreverde con foglie variegate di giallo, che collega Berberis al cordolo dell'aiuola.
Il contrasto di colore provocato dall'accostamento di queste due specie, dona grande risalto all'intera composizione, ravvivando l'ambiente circostante.
Entrambe le essenze arbustive presentano un'elevata rusticità, adattandosi ad ogni tipo di terreno, non necessitando inoltre di alcuna manutenzione.
Questa soluzione, privilegiando alberi con diametro massimo di 5-6 metri e piante con buona, se non ottima resistenza all'inquinamento, si presta ad essere adottata soprattutto nei centri urbani, dove il traffico è lento e gli spazi relativamente modesti.

Rosa e lavanda: un binomio ad 'effetto'
La parola d'ordine di questa proposta è 'bassi costi d'impianto e ridottissima manutenzione' (Disegno B). Ipotizzando tre aiuole di separazione delle corsie, in prossimità di un incrocio, risulta fondamentale prevedere la possibilità della potatura meccanica. Ecco allora un elemento d'arredo urbano costituito da rose coprisuolo e lavanda, all'insegna del contrasto di colore.

Berberis thunbergii 'Atropurpurea' crea macchie rosso porpora veramente ad effetto

Lonicera pileata 'Mossgreen' è un piccolo arbusto sempreverde molto rustico e resistente all'inquinamento

L'aiuola centrale potrebbe essere realizzata con Rose 'La Bonica' , a fiore color rosa chiaro, molto rifiorente e rustica, contornate da una bordura di Lavandula angustifolia che, con i suoi fiori blu chiaro, emana il caratteristico profumo penetrante. Il progetto delle composizioni laterali, prevede l'utilizzo di Rose 'Heidetraum', che fioriscono da maggio fino ai primi freddi invernali, nella tonalità rosso fucsia, accostate a Lavandula angustifolia 'Nana Alba', ovviamente a fioritura bianca.
Oltre al contrasto di colori dato dalla sovrapposizione delle epoche di fioritura, che rendono particolarmente attraenti le aiuole nel periodo estivo, l'accostamento di queste due specie permette di avere, anche nella stagione fredda, un motivo d'interesse.
Le rose con fogliame quasi persistente (Heidetraum) e i frutti rosso arancio in inverno (La Bonica), creano un delicato abbinamento con il fogliame sempreverde della lavanda, dalle tonalità argentate.
La realizzazione proposta è stata studiata in modo da dare risalto ad un punto della viabilità spesso dimenticato, senza nel contempo porre ostacoli alla visuale.
Questa ipotesi di progetto merita sicuramente attenzione, in quanto risulta di facile mantenimento, resistente alle malattie e all'inquinamento e indubbiamente economica.

Quando il prato la fa da padrone
Anche nel caso di una rotonda, si pone l'eterno problema della manutenzione (Disegno C).
Escludendo il semplice inerbimento, che non significa verde d'arredo, le soluzioni potrebbero essere di due tipi: la copertura completa del terreno con piante tappezzanti, oppure la disposizione equilibrata di macchie costituite da specie coprisuolo e aree a prato. La prima ipotesi, anche se da un punto di vista scenografico potrebbe risultare la più interessante, perde sicuramente valore nel momento in cui si parla di costi d'impianto.
La seconda proposta risulta indubbiamente la più percorribile, in quanto associa all'intervento d'arredo maggiore economicità di realizzazione e facilità di manutenzione.
Un Fraxinus excelsior posto al centro della rotonda funge da elemento dominante e distintivo, lasciando libera la visuale verso tutte le direzioni.
Quest'essenza, oltre ad essere resistente all'inquinamento atmosferico e agli attacchi parassitari, richiede minimi interventi di potatura.
Quattro opposti macchioni arbustivi addossati al bordo della rotatoria lasciano spazio ad ampie fasce di prato gestibili meccanicamente. Le specie proposte, rigorosamente coprisuolo sono Rosa rugosa a fioritura rosa intenso nel periodo estivo – autunnale e Lonicera pileata 'Mossgren', piccolo e folto arbusto con foglioline sempreverdi, resistentissimo all'inquinamento. Entrambe le specie sono molto rustiche, prediligono le esposizioni soleggiate e necessitano la sola potatura di contenimento.

Materiale vivaistico

Progetto A

– Pyrus calleryana 'Chanticleer' circ. cm 18-20, n. 3 trapianti o coltivato in contenitore

L./cad 360.000

– Berberis thunbergii 'Atropurpurea' vaso 15, densità d'impianto 3/5 piante/mq

L./cad 8.400

– Euonymus fortunei 'Emerald Gold' vaso 12, densità d'impianto 9/12 piante/mq

L./cad 5.500

Progetto B

– Rosa 'La Bonica' vaso 15, densità d'impianto 2/3 piante/mq

L./cad 13.000

– Lavandula angustifoglia vaso 12, densità d'impianto 5 piante/mq

L./cad 5.000

– Rosa 'Heidetraum' vaso 15, densità d'impianto 3/4 piante/mq

L./cad 13.000

– Lavandula angustifoglia 'Nana Alba' vaso 12, densità d'impianto 9 piante/mq

L./cad 8.500

Progetto C

– Fraxinus excelsior circ. cm 18-20 zr, n. 3 trapianti o coltivato in contenitore

L./cad 320.000

– Rosa rugosa vaso 15, densità d'impianto 3/5 piante/mq

L./cad 11.000

– Lonicera pileata 'Mossgreen' vaso 15, densità d'impianto 6/9 piante/mq

L./cad 9.000

 

A)
1 – Pyrus calleryana 'Chanticleer',
2 – Berberis thunbergii 'Atropurpurea',
3 – Euonimus fortunei 'Emerald Gold'.

B)
1 – Rosa 'La Bonica',
2 – Lavandula angustifolia,
3 – Rosa 'Heidetraum',
4 – Lavandula angustifolia 'Nana Alba'.

C)
1 – Fraxinus excelsior,
2 – Rosa rugosa,
3 – Lonicera pileata 'Mossgreen'.

Progettazione – Roberta Bonora / Realizzazione – Rovatti Vivai

Manodopera e materiali complementari

Messa a dimora alberi circ. cm 18/20 in zolla o in contenitore, altezza cm 400/500 c.ca, comprensiva di: scavo larghezza cm 60 ¥ 60 c. ca, profondità cm 80 c. ca., posa tubo dreno, concimazione minerale, fertilizzazione organica con prodotti pellettati, aggiunta di l 160 di terriccio composto da 25% terra sabbiosa, 50% sabbia lavata, 5% sostanza organica e 0% torba acida, posa di mc 0,05 di ghiaino sul fondo dello scavo con funzione drenante, tuttoraggio con n. 3 pali di pino trattati con sali quaternari (h. cm 300, diametro cm 8)

L./cad 115.000

Messa a dimora arbusti coltivati in contenitore vaso 15/18, comprensiva di: scarico sul cantiere, perforazione buche, messa a dimora piante, reinterro, concimazione con prodotti a lenta cessione, durata mesi 5/6 c.ca., aggiunta di l 5/7 di torba neutra

L./cad 6.500

Messa a dimora arbusti coltivati in contenitore vaso 12, comprensiva di: scarico sul cantiere, perforazione buche, messa a dimora piante, reinterro, concimazione con prodotti a lenta cessione, durata mesi 5/6 c.ca., aggiunta di 13/5 di torba neutra

L./cad 3.500

Platano: danni da Hypoxylon

Nell’agosto del 1995, durante sopralluoghi volti ad indagare sulla diffusione di Ceratocystis fimbriata (Ell. et Halst.) Davidson f. sp. platani Walter nella città di Roma, furono notati alcuni platani (Platanus acerifolia Willd.) deperienti, senza i caratteristici sintomi del cancro colorato. Questi alberi presentavano estesi cancri sul tronco e sulle branche e disseccamenti nella chioma, in particolare nella zona in corrispondenza del cancro stesso

 

Stromi di H. mediterraneum

sulle branche di platani deperienti

 

 

Particolare della superficie

dello stroma di H. mediterraneum

(la scala in basso ha divisioni di 1 mm)

 

 

Stroma di H. mediterraneum associato ad un cancro sul tronco

 

Alle alterazioni erano associati vistosi stromi fungini neri erompenti attraverso la corteccia, a forma di fiamma e di aspetto carbonioso

Il quadro sintomatologico era completato dalla rarefazione della chioma, con microfillia e accorciamento degli intenodi. Tale malattia fu osservata in diverse alberature stradali, sia nel centro della città, sia lungo tratti di strada di campagna. In entrambi i casi gli alberi avevano subito in precedenza stress abiotici: in città, i platani vegetavano in un terreno estremamente costipato e senza un’adeguata aiuola alla base della pianta, mentre, nei siti in campagna, le piante avevano subito danni durante piccoli incendi estivi verificatisi nei campi contigui alla sede stradale.

Allo scopo di identificare il fungo associato ai cancri descritti, vennero prelevati alcuni campioni di stroma e, nel sito all’interno della città, anche alcuni campioni di legno, in corrispondenza di colorazioni rossastre visibili su ceppaie adiacenti al soggetto con lo stroma. In laboratorio, si procedette, quindi, alle seguenti osservazioni ed indagini.

Il caratteristico tessuto stromatico contiene, nella parte più superficiale, i periteci. Da questi vengono emesse le ascospore, bruno-nerastre, ovoidali, con rima di germinazione, misuranti circa 17,5 micrometro x 2,5 micrometro. Gli isolamenti da legno, effettuati ponendo su PDAs (agar-patate-destrosio più 0,5 g/I di streptomicina) dei frammenti sterilizzati in superficie, hanno fornito delle colture a rapida crescita (13,4 mm/giorno a 23 °C, su PDA), di colore grigiastro, tendenti in pochi giorni a divenire nere osservandole dal retro della piastra.

Queste colture, del tutto simili a quelle ottenute dalla germinazione delle ascospore isolate dagli stromi raccolti, producono conidi ialini o leggermente imbruniti, ellissoidali, misuranti circa 7,5 micrometro x 2,5 micrometro, portati da conidiofori ramificati, ialini. Le colture dell’isolato da platano sono state, inoltre, confrontate, sia per le caratteristiche morfologiche che per la velocità di accrescimento, con colture di isolati di Hypoxylon mediterraneum (De Not.) Mill., reperiti su cerro (Quercus cerris L.) e leccio (Q. ilex L.), in collezione presso l’Istituto. Date le carat-teristiche degli stromi e delle colture, il fungo è stato identificato come H. mediterraneum (Ascomycotina, Xylariaceae) (Miller, 1961; Ciferri, 1962; Hawksworth, 1972; Jong e Rogers, 1972), sinonimo di Biscogniauxia mediterranea (De Not.) Kuntze (Pouzar, 1979).

 

Aschi ed ascospore di H. mediterraneum

 

Questo fungo è stato segnalato più volte come associato agli stadi finali della sindrome del deperimento di specie quercine in Italia (Vannini e Luisi, 1990) e in altri paesi (Malencon e Marion, 1952; Torres, 1985; Sousa Santos e Moura Martins, 1993). Il suo ciclo biologico (Vannini et al., 1996) è caratterizzato dalla colonizzazione latente dei tessuti di piante sane (Biocca e Motta, 1995), e da una azione patogenetica che si manifesta quando le piante sono soggette a stress di natura diversa (specialmente stress idrico), con la necrotizzazione dei tessuti legnosi e formazione di cancri. Il fungo è piuttosto polifago, potendo attaccare numerose latifoglie arboree, ma principalmente varie specie di querce (Miller, 1941; Hawksworth, 1972). Fino ad ora, H. mediterraneum non risulta segnalato su P. acerifolia in Italia. Uunica precedente segnalazione a nostra conoscenza riguarda il Portogallo (D’Oliveira, 193 I; Barbosa, 1958). P occidentalis L., presente in America, è invece frequentemente colpito da H. tinctor (Berk.) Cke (McAlpine, 1961; U.S.D.A., 1977). Tale specie fungina differisce ampiamente da quella osservata a Roma, in particolare per le caratteristiche della forma sessuata, che hanno indotto alcuni autori a spostarla nel genere Camillea Fries (Laessoe et al., 1989).

In conclusione, H. mediterraneum si va ad aggiungere alla lunga lista di patogeni di debolezza presenti su P. acerifolia in Italia. Tali organismi (principalmente funghi agenti di carie e di cancri legnosi) risultano particolarmente aggressivi nel verde urbano, dove frequenti sono i fattori predisponenti sia di tipo abiotico, come quelli indicati in questa nota, sia di tipo biotico. Il controllo di questi fattori di stress, attuabile solo attraverso un’attenta progettazione e manutenzione delle alberate stradali, risulta quindi di importanza fondamentale per salvaguardare la sanità dei platani e per contrastare la diffusione di H. mediterraneum.

SUMMARY

Hypoxylon mediterraneum on plane tree

(Platanus acerifolia) in Central Italy

Hypoxylon mediterraneum (De Not.) Mill. is reported as associated to large wood cankers on declining plane trees (Platanus acerifolia Willd.). The disease was observed on trees suffering for abiotie stresses, especially those caused by fire injuries. This is the first report of H. mediterraneum on plane tree in Italy.

BIBLIOGRAFIA

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Tappeto erboso: muschi ed alghe ospiti sgraditi


Sicuramente tra i meno desiderati, spesso muschi ed alghe divengono, al contrario, ospiti preferenziali del nostro tappeto erboso. La loro presenza, genericamente negativa, va considerata inaccettabile soprattutto in impianti di pregio quali i greens golfistici od i prati ornamentali ad elevato valore estetico. In tal senso, muschi ed alghe rappresentano dei veri e propri agenti di degrado e di decadimento progressivo del tappeto erboso.

Il degrado dei prati
Facilmente intuibile è infatti la riduzione sensibile della giocabilità di superfici tagliate molto basse, dovuta ad una più o meno estesa irregolarità delle stesse (presenza di cuscinetti di muschio). Altrettanto comprensibile è inoltre il semplice degrado estetico del prato ornamentale legato, più spesso, alla formazione di croste nerastre o di mucillagine. Si consideri ancora la competizione naturale che si instaura tra le essenze del tappeto erboso e gli organismi infestanti che stiamo considerando. E' soprattutto il muschio che diviene particolarmente aggressivo nel colonizzare un substrato disponibile, sia esso un suolo privo di coltura, sia un prato già insediato. In tappeti erbosi tagliati molto bassi (3-5 mm), si assiste, in parecchi casi, ad un suo progressivo sviluppo culminante con il "soffocamento" parziale o totale dell'erba.
Diviene a questo punto molto difficile e spesso improponibile il recupero del prato, se si prescinde da interventi drastici, generalmente molto costosi. La sostituzione di porzioni di tappeto erboso infestate dal muschio mediante collatura può rivelarsi proponibile solo nel breve periodo. Alla lunga, la potenzialità vegetativa del muschio renderà del tutto inutile l'intervento. E' in quest'ottica che si prospetta un'azione decisamente preventiva volta a scoraggiare o perlomeno contenere il fenomeno. La prevenzione va attuata sulla base di un'analisi di fattori che influenzano più o meno direttamente l'insorgenza del muschio. Tra essi un ruolo primario spetta all'umidità ed al contenuto idrico del terreno.

Le cause
Tappeti erbosi realizzati su substrati poco drenati e per questo interessati da frequenti ristagni idrici, compattati per intenso calpestio, sono destinati, prima o poi, ad essere invasi dal muschio. Così irrigazioni troppo ravvicinate e abbondanti, tagli molto bassi, divengono spesso ulteriori fattori di sviluppo. Grosse infestazioni sono tipiche di tappeti erbosi diradati, infeltriti, in condizioni di stress iponutrizionale (carenza di elementi nutritivi), impiantati su terreni ad alto contenuto argilloso, aventi pH inferiore a 6 e superiore a 7.
Va detto inoltre che tappeti erbosi ombreggiati sono molto più sensibili all'aggressione del muschio rispetto ad impianti realizzati in esposizioni soleggiate. In ogni caso, ho potuto constatare, in più occasioni, come la grande adattabilità dei muschi consenta loro di insediarsi nei substrati e nelle situazioni più diversi. Gli stessi greens, realizzati in sabbia silicea e torba (percentuali generiche: 70% sabbia, 30% torba) per uno spessore di circa 30 cm, non sono esenti da intestazioni che peraltro, a onor del vero, rimangono spesso circoscritte a zone limitate.
Considerazioni analoghe a quanto sin qui evidenziato possono essere fatte per le alghe. Esiste semmai una sostanziale differenza riguardo agli apporti di elementi fertilizzanti ed alla loro influenza nel determinarne l'insorgenza.
Quest'ultime sono infatti favorevolmente influenzate da eccessi nutrizionali, soprattutto azotati.

La prevenzione
Venendo alle pratiche proponibili per il controllo di entrambi gli organismi infestanti, si consigliano due linee d'intervento diversificate, basate rispettivamente su criteri preventivi e terapeutici. Utili alla prevenzione si sono dimostrate tutte quelle operazioni volte da un lato a favorire la normale vegetazione del tappeto erboso, dall'altro a creare tutta una serie di condizioni avverse all'ingresso di muschi ed alghe. Tra esse rientrano le pratiche di arieggiamento (verticut, carotatura, scarifica, spiking), gli interventi di correzione del suolo (soprattutto le sabbiature), le concimazioni equilibrate, meglio se effettuate sulla base di analisi del terreno.
Ma una vera e propria prevenzione va attuata a livello costruttivo, impiegando substrati ad alta percentuale di sabbia silicea e basso contenuto di materiali argillo-limosi. Lo spessore dello strato utilizzato è, in tal senso, fondamentale. Profondità inferiori ai 20 cm sono da ritenersi del tutto insufficienti. Per quanto riguarda la terapia, rimane attualmente proponibile l'apporto localizzato sulle chiazze di muschio di solfato ferroso diluito in acqua. Dosaggio: 7- 10 grammi metro i quadrato, in 0, 1 litri di acqua. Interventi cadenzati ogni 5-7 giorni sino al completo annerimento del muschio. E' fondamentale intervenire lontano dai periodi rivolto caldi e dalle gelate. L'apporto di azoto, nei periodi consentiti (primavera, inizio autunno), è sicuramente consigliabile. Usando concimi contenenti azoto a cessione rapida, (nitrico, ammoniacale), si apportino da 0,05 a 0,15 chilogrammi di azoto per 100 metri quadrati, ogni 15 giorni.
Per il controllo delle alghe, si è rivelato efficace, sempre in trattamenti localizzati, il principio attivo anticrittogamico clortalonil (nomi commerciali vari), al dosaggio di 1,5 grammi di formulato commerciale per litro di acqua, distribuiti su 10 metri quadrati di superficie.

Tappeti erbosi: la chiazza grigia

La malattia assume dimensioni preoccupanti specie quando interessa superfici vaste quali i fairways golfistici.

In presenza di condizioni favorevoli riferibili ad un tenore elevato di umidità nell'aria, alla presenza di precipitazioni o comunque di ristagni idrici sul tappeto erboso e con temperature da medie a calde (15-30°C), la malattia diviene spesso esiziale per le essenze microterme comunemente impiegate nei nostri prati. La sintomatologia è alquanto aspecifica ed estremamente mutevole secondo le situazioni. Generalmente si assiste alla comparsa di piccole macchie distinte aventi un diametro compreso tra i 10 ed i 15 centimetri.

I sintomi
Alcune peculiarità sintomatiche vanno ricondotte all'imbrunimento dei tessuti erbacei ed al loro contemporaneo stato d'imbibizione. Non sempre evidenziabile è il cosiddetto "collasso degli steli" o, più semplicemente "coricamento degli steli", fenomeno di importante valore diagnostico. Solitamente legata al periodo notturno o alle prime ore del giorno, la comparsa di muffa grigiastra virante al rossiccio è un ulteriore carattere sintomatico ai fini di una definizione iniziale della malattia.
Nel caso permangano le suddette condizioni favorevoli al decorso infettivo, singole macchie possono confluire dando luogo ad uno stato di degrado generalizzato dell'erba. Ad un osservatore più attento sarà possibile rilevare un certo decadimento a livello radicale, soprattutto in piante giovani e già affrancate. Nei semenzai il fenomeno è molto spesso preludio naturale alla morte delle plantule. Per contro, in impianti già insediati, si assiste spesso al recupero dell'erba dovuto all'emissione di radici ausiliarie o di sostituzione in grado di sopportare sufficientemente l'assorbimento idrico e nutrizionale. Il decorso infettivo è quasi sempre estremamente rapido, comunque strettamente connesso con l'andamento climatico e meteorologico.

Le cause
Agenti causali di malattia sono alcune crittogame ascrivibili al genere Pythium, organismi patogeni polifagi in grado di determinare la marcescenza dei tessuti erbacei. Sensibilmente influenzati dalla presenza di acqua specie per quanto concerne la loro diffusione nell'ambiente, i funghi appartenenti a questo genere sfruttano i residui vegetali indecomposti per prolungare la loro permanenza nell'ambiente. In tal senso, la presenza di feltro soprattutto in tappeti di agrostide stolonifera, di poa pratense o di festuca rossa rizomatosa, costituisce un presupposto favorevole per l'insediamento durevole del patogeno.
E' stato più volte assodato come esista una precisa correlazione tra gli apporti di elementi nutritivi e l'attività infettiva di queste crittogame. L'azoto, in particolare, diviene fondamentale nel determinare o, al contrario, nel contenere fenomeni infettivi riconducibili al genere Pythium. Apporti anche contenuti di azoto, in concomitanza con le già ricordate condizioni climatiche, divengono estremamente favorevoli per lo sviluppo del fungo.

Un decorso climatico favorevole può condurre in breve tempo al degrado completo del tappeto erboso.

Ciò si spiega considerando come l'elemento contribuisca a determinare uno stato di succulenza dei tessuti erbacei predisponendoli all'infezione e a un successivo decorso acuto della malattia. Quantitativi variabili di potassio contribuiscono invece a rafforzare i tessuti rendendoli meno vulnerabili.
Queste considerazioni propongono quanto sia importante l'equilibrio degli elementi nutritivi all'interno della conciliazione e quanto sia altrettanto fondamentale posizionare gli interventi in periodi quando meno climaticamente sfavorevoli alla malattia.
Venendo alle pratiche di prevenzione e terapia della patologia si può affermare che le prime non sempre sortiscono gli effetti desiderati. Questo sia per il grande potenziale di sopravvivenza del fungo nell'ambiente, sia per la sua aggressività in determinate condizioni.Pratiche agronomiche volte alla prevenzione possono essere ritenute tutte le operazioni di scarifica, di carotatura e, soprattutto, di verticatura quando, con quest'ultima, si vada ad asportare in modo significativo l'accumulo di feltro a livello superficiale.

La concimazione
Si è già accennato all'importanza di equilibrare i nutritivi all'interno della concimazione ed ancor più di posizionare quest'ultima in momenti meno propizi all'infezione. Ciò significa in pratica effettuare le concimazioni ad una certa distanza dalle piogge, impiegare fertilizzanti con rapporto N-P-K 4-1-3 o similari cercando di concentrare il loro apporto in un'unica applicazione magari all'inizio della primavera.
Cade in questo caso la strategia di concimazione basata su apporti medi di fertilizzante dilazionati in almeno due applicazioni da fine inverno a inizio estate, che rimane comunque sempre la più valida in situazioni ambientali di per sé poco favorevoli al decorso della malattia (presenza ridotta del fungo nell'ambiente).

Il drenaggio
Altre pratiche agronomiche importanti riguardano l'esecuzione di drenaggi allo scopo di evitare pericolosi ristagni idrici a livello del caotico. Per quanto riguarda la selezione varietale, non esistono in teoria cultivar resistenti o comunque poco suscettibili alle infezioni da Pythium. In pratica una certa resistenza è stata notata per quanto riguarda la Poa pratensis cv. Baron.

Anche i greens in agrostide non sono esenti dagli attacchi di Pythium. il recupero diviene talvolta problematico.

La terapia chimica rimane in ogni caso purtroppo necessaria. Si impieghino prodotti a base di Benalaxyl (granulari) secondo il dosaggio di g 200 per 100 mq o a base di Furalaxyi (polvere bagnabile) con dose di g 20 sempre per 100 mq in 10 litri di acqua. In quest'ultimo caso si eviti di bagnare e tagliare il tappeto erboso per almeno due giorni dal trattamento. Spesso si rendono necessari più di due trattamenti per avere ragione del patogeno. Una volta notata la stasi del fenomeno si apporti un sufficiente quantitativo di acqua per favorire il naturale recupero dell'erba.

Flora: Da Capo Nord alle Alpi

La Scandinavia è solcata da un notevole numero di impetuosi fiumi, famosi per la pesca al salmone e per la loro bellezza. Lungo le rive di questi corsi d'acqua si trovano i "saliceti", costituiti da alberi che raggiungono al massimo i 10 m di altezza. Lungo la costa del Golfo di Botnia la vegetazione boreale è rappresentata dagli "alneti", formati da ontano bianco (Alnus incana) e da ontano comune (A. glutinosa).

Verso la Danimarca
Lasciata la regione boreale, ci avviciniamo lungo la fascia costiera meridionale, alla Danimarca. Quest'ultima, assieme alla costa meridionale della Svezia e della Norvegia, presenta una vegetazione di tipo atlantico dove prevalgono i boschi di latifoglie decidue e le brughiere planiziali. Qui la stagione invernale è meno rigida ed il periodo vegetativo dura 4-6 mesi. La copertura arborea è rappresentata da querceti, faggete e boschi misti di latifoglie. I querceti sono costituiti da due specie: la rovere (Quercus petrea) e la farnia (Q. robur); la prima si trova sui suoli più aridi ed acidi, mentre la farnia è più esigente richiedendo un clima più continentale e suoli più alcalini. Il sottobosco è molto ricco sia di specie erbacee che di muschi e felci.

Uno dei meravigliosi e pescosi dei
fiumi della Scandinavia

 

Olanda: una faggeta in
habitus primaverile

Queste foreste si presentano spesso pluristratificate e lo strato arboreo inferiore è costituito generalmente dalla betulla, in Norvegia, e dal sorbo, il salice ed il nocciolo in Svezia e Danimarca. Anche lo strato arbustivo è ricco di specie tra cui prevalgono il biancospino ed il sambuco. Nella Svezia meridionale sono molto diffuse le faggete, che costituiscono i querceti sui suoli più fondi e fertili purché non acquitrinosi. Questi boschi sono generalmente coetanei, a causa degli abbattimenti selettivi lungamente praticati, e piuttosto fitti, perciò il sottobosco, sia erbaceo che arbustivo, è assai ridotto.

Brughiere atlantiche
Dove le attività umane, abbattimenti e pascolamento del bestiame, hanno mantenuto il terreno sgombro da piante arboree, si sono formate le cosiddette "brughiere atlantiche" che si sviluppano sui suoli podzolici in Danimarca, nella zona costiera meridionale della Svezia, nella costa Sud-occidentale della Norvegia e nel Nord della Germania. La superficie di queste brughiere è andata diminuendo nell'ultimo secolo a causa dei cambiamenti avvenuti nelle pratiche agricole, come ad esempio la riduzione del pascolo e dei rimboschimenti. La loro vegetazione è costituita essenzialmente da arbusti nani tra cui domina il brugo (Calluna vulgaris) misto a mirtillo, mirtillo rosso, Erica cinerea, muschi e licheni. Nelle medesime zone, ma dove il suolo è costituito da torba, si formano vari tipi di torbiere ricche di Graminacee, muschi, sfagni, licheni ed arbusti nani oltre a specie erbacee tipiche dei suoli molto umidi come il giunco (Juncus), la Pinguicola, vari ranuncoli e carici (Carex).

Vegetazione centro-europea
Inoltrandoci ora attraverso la Danimarca meridionale e quindi la Germania, incontriamo una vegetazione di tipo centro-europeo caratterizzata dalla presenza di foreste di latifoglie decidue, dominate dal faggio, dalle querce e dal carpino bianco nelle zone pianeggianti, e di conifere, spesso miste a latifoglie, nelle zone montuose. Come è noto l'albero caratteristico di gran parte dell'Europa è il faggio che si spinge a Sud, attraverso la catena appenninica, fino alla Sicilia dove lo si ritrova sulle pendici dell'Etna. Spostandosi a Sud esso occupa via via fasce altitudinali sempre più elevate, ma in Danimarca ed in Germania cresce nelle zone pianeggianti e collinari dove forma vari tipi di faggete caratteristiche delle diverse situazioni pedoclimatiche e differenziate in base alla composizione floristica del sottobosco. Questi boschi sono generalmente coltivati a fustaia coetanea, mentre nell'Appennino è assai più frequente il governo a ceduo dovuto al secolare sfruttamento del legname a scopo combustibile da parte delle popolazioni indigene. Il faggio può associarsi al tasso, nella regione atlantica, all'abete bianco e all'acero montano, nell'Europa centro-occidentale e sulle Alpi, e con il Sorbo degli Uccellatori un po' ovunque.

Vallata coltivata nella Norvegia meridionale

Una torbiera ricoperta di muschio

Nella Germania centro-settentrionale sono assai diffusi i boschi misti di querce, rovere e farnia, e carpino bianco (Carpinus betulus) con altre latifoglie quali il frassino maggiore (Fraxinus excelsior), il tiglio (Tilia cordata) e l'acero montano (Acer pseudoplatanus). Come abbiamo già detto la rovere e la farnia si spingono fino alla Svezia, sulle coste meridionali del Baltico, dove spesso si associano con il sorbo e con il pioppo tremolo.
Nell'Europa centrale si ritrova anche il pino silvestre, il più diffuso pino europeo, che si spinge fino alle Alpi e all'Appennino Ligure e colonizza suoli sabbiosi e ghiaiosi. Altri importanti pini europei sono il pino nero, diffuso soprattutto in Austria, il pino cembro ed il pino mugo, che si trovano solo nelle regioni alpine. Altra conifera assai diffusa, come abbiamo visto, in Scandinavia, che si ritrova nella Germania settentrionale, è l'abete rosso che si spinge a Sud fino a colonizzare tutto l'arco alpino. Al di fuori di queste zone si trovano comunque molti boschi artificiali di abete rosso e nella Foresta Nera lo si ritrova a formare dei boschi misti con l'abete bianco. Quest'ultima associazione è ampiamente diffusa anche sulle Alpi.
Nelle zone più umide ed in quelle fluviali, dalla Pianura Padana fino alla Scandinavia meridionale, si trovano boschi di ontano comune ed ontano bianco associati a salici, pioppi, frassini ed olmo campestre. Salici e pioppi possono, in varie zone dell'Europa centrale, prevalere sulle altre specie e formare delle boscaglie sui greti dei fiumi.

Torbiere, brughiere e praterie
Nella Germania settentrionale e in Danimarca si trovano ancora le torbiere, le "torbiere alte", costituite da collinette e depressioni, e le brughiere. Le prime sono popolate, ai margini più asciutti, da pino silvestre e Calluna vulgaris, mentre le parti più umide ospitano varie specie di carici, sfagni, drosere e pennacchi (Eriophorum) che si associano tra loro in vari modi a seconda delle caratteristiche locali del suolo. Le brughiere differiscono da quelle più nordiche per la presenza della ginestra dei carbonai. Esse si formano generalmente in seguito alla distruzione dei boschi climax, faggete e boschi misti di faggio e querce su suoli sabbiosi, e si mantengono per opera del pascolamento che impedisce la ricomparsa del bosco. In queste brughiere si trovano varie graminacee (Festuca ovina, Agrostis capillaris, ecc.), mirtillo, brugo, ginepro e ginestra dei carbonai. Sempre in Germania si trovano poi le cosiddette "brughiere erbose", situate nelle zone montuose, che abbondano di Graminacee e giunchi, misti a brugo, alcune caratterizzate dalla presenza del Nardus strieta altre da quella della ginestra alata (Chamaespartium sagíttale). Infine, in tutto il centro-Europa e fino alla penisola dello Jutland (Danimarca) sono diffuse le praterie mantenute dall'uomo per gli animali che occupano vaste aree pianeggianti. Le poche praterie naturali si trovano negli ambienti alpini, nelle zone palustri, sui suoli salini, oppure dove l'aridità molto accentuata permette unicamente la formazione di steppe. In queste dominano Graminacee varie, a seconda delle condizioni pedologiche e climatiche, alle quali di volta in volta si associano altre piante erbacee quali i ranuncoli, Dianthus, Potentilla, Gentiana, Taraxacum officinalis, Achillea, Trifolium, eccetera.

Una veduta delle Alpi (in primo piano un pino mugo e sullo sfondo le praterie pascolate

Lümeburger Heide (Germania): una vastissima brughiera ed ericacee,
ginepro e graminacee

Si giunge così alle Alpi che separano la regione centro-europea da quella mediterranea. Quest'ultima, che si differenzia completamente da tutte quelle descritte in questo articolo , è caratterizzata dalla presenza di alberi sempreverdi e di specie in grado di sopportare lunghe e calde estati siccitose, cambia cioè, in queste zone, il fattore limitante principale che, come abbiamo visto, era stato fin qui l'intenso freddo invernale. Nella Germania meridionale, dove ormai si giunge ai piedi della catena alpina, s'incontra nuovamente la vegetazione di tipo boreale che abbiamo già descritto e che sulle Alpi assume un carattere azonale per la presenza di numerose specie endemiche derivanti da specie rifugiatesi su queste montagne nel corso delle modificazioni climatiche succedutesi in Europa nei secoli.

Il ciclamino dalle specie alle cultivar

Fioritura annuale di Cyclamen hederifolium

Fioritura annuale di Cyclamen hederifolium

Con il termine ‘ciclamino’ vengono indicate le piante appartenenti alle diverse specie del genere Cyclamen L. (famiglia Primulaceae, ordine Primulales). Il nome deriva dal greco kyklos che significa ‘cerchio’, probabilmente per la forma arrotondata del tubero.
Si tratta di un genere composto da piante erbacee perenni. La parte ipogea è costituita da un tubero marrone rossiccio, derivato dal’ingrossamento e dalla tuberificazione dell’asse ipocotile, su cui sono inserite brevi radichette.

Le foglie e i fiori
Le foglie, disposte a spirale sul tubero, sono costituite da un lungo picciolo e da un’ampia lamina carnosetta, cuoriforme o reniforme, a margine liscio o dentato. La pagina superiore può assumere diverse tonalità di verde e presentare variegature e maculature grigio-argentee, mentre la colorazione della pagina inferiore varia dal verde pallido al rossastro.
A seconda della specie la fioritura può precedere o seguire la fogliazione dell’anno. I fiori, profumati od inodori, sono rivolti verso il basso e sovrastano le foglie a causa della maggiore lunghezza dei peduncoli rispetto ai piccioli. Il calice è molto breve e pentalobato. La corolla, variabile dal bianco al porpora, presenta una parte basale saldata, di forma tubolare, e una distale formata da cinque lacinie molto lunghe, riflesse verso l’alto. L’androceo è formato da 5 stami corti, rivolti verso l’interno, il gineceo invece è allungato fino ad emergere fuori dalla corona con uno stigma appuntito.
Avvenuta la fecondazione, in pochi giorni il fiore perde la corolla e iniziano l’ingrossamento del frutto, una capsula globosa, e lo sviluppo di numerosi semi sfaccettati di colore marrone rossiccio. Contemporaneamente il peduncolo si avvolge a spirale, portando così la capsula sotto il livello fogliare. La spiralizzazione è una caratteristica assente unicamente in C. persicum Miller (Lyons e Widmer, 1980).

spiralizzazione cuclamen

Cyclamen è un genere a distribuzione mediterranea; oggi alcune specie si ritrovano spontaneizzate anche in paesi non mediterranei, come l’Inghilterra, poiché in tempi più o meno lontani sono sfuggite alla coltivazione.
Il genere comprende un numero di specie non ben definito, oscillante tra 13 e 24 (Lyons e Widmer, cit.; Nassi e Quagliotti, 1981; Zanutto, 1969). Questa ampia variabilità deriva da due cause principali: 1) incertezze nomenclaturali originate da inesattezza presenti nella vecchia letteratura che hanno determinato la diffusione di sinonimie; 2) utilizzo, in tempi più recenti, di tecniche citologiche che hanno condotto a risultati in parte in disaccordo con quelli ottenuti dagli studi morfologici.
In Italia le specie presenti allo stato spontaneo sono C. hederifolium Aiton, C. repandum S. et S. e C. purpurascens Miller (= C. europaeum Auct. non C. europ. L. nomen ambiguum). Sono specie rustiche, utilizzate come ornamento nei giardini insieme ad altre specie non autoctone come C. coum Miller e C. graecum Hort. (Cocker e Oelker, 1979; Pignatti, 1982).

Cyclamen persicum
Di maggiore importanza per la coltivazione del ciclamino da vaso è sicuramente C. persicum, diffuso allo stato spontaneo in Libano, Siria, Turchia, nella penisola del Sinai (Lyons e Widmer, cit.), in Grecia e nelle isole dei Peloponneso (Zanutto, cit.). Doorenbos (secondo Lyons e Widmer, cit.) riporta una serie di sinonimi, usati in passato per indicare questa specie: C. europaeum L., C. vernale Mill., C. pyrolaefolium Sal., C. latifolium Sibth. e Sm., C. aleppicum Fisch., C. antiochium Duchesne, C. punicum Pomel e C. aleppicum ssp. puniceum Glasau.
Contrariamente al nome della specie, sembra che C. persicum non sia mai stato rinvenuto allo stato spontaneo in Persia, cioè nell’attuale Iran. Lyons e Widmer riportano due ipotesi, proposte da Biasdale, per spiegare l’origine e l’uso dell’epiteto ‘persicum’: 1) può essere derivato per alterazione da puniceum; 2) in una delle prime descrizioni, il fiore del ciclamino viene assimilato per la colorazione a quello del pesco e pertanto sarebbe stato scelto l’epiteto specifico persicu. La prima introduzione dei C. persicum nei paesi dell’Europa occidentale risale al XVII secolo (Nassi e Quagliotti, cit.); si ritiene che un certo Bachelier nel 1656 abbia diffuso tra i collezionisti inglesi e francesi alcuni esemplari di questa specie insieme ad altre piante (Zanutto, cit.). Rimane comunque probabile una sua introduzione precedente la data indicata ed effettuata in più occasioni. Utilizzato inizialmente come pianta da giardino, il ciclamino viene coltivato da più di 250 anni ed è divenuto popolare dalla seconda metà del 1800.

Confronto tra le corolle delle due specie autoctone a fioritura autunnale, C. purpurascens (a sinistra) e C. hederifolium (a destra)

Nuove forme
Intorno al 1853, dalle originali tinte rosa si ottenne lo sviluppo di forme a fiori lilla, rosa, porpora e rosso porpora (Lyons e Widmer, cit.). La dimensione dei fiori rimase piccola, simile a quella della specie selvatica, finché verso il 1870 comparvero, contemporaneamente in Germania ed in Inghilterra, le prime forme a fiore grande (grandiflorum) con il nome di ‘Giganteum’, ‘Universum’, ‘Unicum’ e ‘Splendens’. Queste forme presentavano lobi corollini grandi il doppio di quelli della specie spontanea, probabilmente per effetto di mutazioni genetiche o di poliploidia. La forma ‘Splendens’ era verosimilmente tetraploide, quindi anche ‘Giganteum’ ed ‘Universum’, considerati successivamente sinonimi di ‘Splendens’. Nel 1894 venne lanciata sul mercato la cultivar ‘Salmon Queen’ di colore salmone cremisi, a fiori piccoli, da cui si produsse una cultivar tetraploide a fiori grandi, ‘Salmoneums’, agli inizi dei ‘900 (Nassi e Quagliotti, cit.). Lavorando sulle nuove tonalità salmone e sulle vecchie tinte purpuree, dal 1908 al 1921 si ottennero le nuove cultivar a fiore rosso fiamma, dapprima in Germania poi in Olanda ed in Inghilterra. Il nuovo carattere è da imputare alla mutazione dell’allele M in m del gene responsabile della combinazione degli zuccheri agli antociani: con M il pigmento è associato a 2 zuccheri e si ottengono le tonalità bluastre, con m l’associazione avviene con un solo zucchero ed il colore dei fiore diviene rossastro (Seyffert, 1982).
Nel frattempo, a cavallo del secolo, erano state prodotte anche nuove forme con lobi corollini sfrangiati (fimbriatum), dotati lateralmente di una sorta di cresta (cristatum), arricciati, bicolori e forme a fiori doppi. Questi caratteri sono stati incorporati nel fenotipo ‘Giganteum’ (= grandiflorum), da cui si sono sviluppati nell’arco di questo secolo numerose cultivar ancora popolari (‘Rococo’, ‘Rosa von Zehlendorf’, ‘Perle von Zehlendorf’, etc.).
Sono già stati ricordati alcuni dei paesi che hanno avuto un ruolo determinante nell’attività di selezione e di miglioramento genetico del ciclamino (Inghilterra, Germania, Olanda). A questi vanno aggiunti, in tempi più recenti, la Svizzera, la Francia, il Belgio, la Danimarca e l’Italia.

C. repandum, specie spontanea a fioritura primaverile

Cultivar e razze ibride
Dopo più di un secolo di attività di selezione, il numero delle cultivar licenziate dalle ditte produttrici risulta veramente elevato.
Trimidini (1972) elenca una trentina di varietà commercialmente più richieste e presenti sul mercato italiano agli inizi degli anni ’70, suddivise in tre gruppi: a foglia verde, a foglia argentata, a colori pastello. Indica inoltre alcune ‘razze ibride’ di C. persicum giganteum di origine olandese, tedesca, svizzera e italiana. Tra queste spicca un ‘Ibrido Istituto Agrario di Firenze’, dotato di maggiore resistenza ai climi caldi italiani e di precocità: il ciclo colturale è infatti di 12 mesi rispetto ai 15-18 delle altre razze.
La riduzione del ciclo colturale è uno dei principali obiettivi anche delle ditte produttrici dei nord Europa (Asma, 1973) che intorno alla metà degli anni ’70 lanciano sul mercato gli ibridi F1 (Bongartz, 1982). Contemporaneamente si ottengono e introducono sul mercato delle cultivar definite ‘miniatura’, caratterizzate da un breve ciclo di coltura, ridotti spazi colturali e bassi fabbisogni termici (Lazzeri, 1981). Dagli anni ’80 il mercato dei ciclamino offre un vasto panorama di cultivar e di fenotipi (Altieri et al., 1985; Deiser et al., 1982; Dipner, 1982; Eichin e Loeser, 1982).

Interno di una serra per la coltivazione del ciclamino da vaso fiorito

I risultati della selezione
Dal punto di vista genetico, il lavoro di selezione ha provocato delle modificazioni nel numero dei cromosomi. C persicum, allo stato selvatico, è considerato un diploide con 48 cromosomi. In realtà studi citologici definiscono C. persicum una specie probabilmente allotetraploide, derivata da una forma estinta a 2n = 24. Tra le cultivar derivate troviamo, oltre ai diploidi (2n = 48), sia dei tetraploidi (2n = 96) che degli aneuploidi (2n = 90, 92, 94 e 95). Tra i tetraploidi, de Haan individua molte delle cultivar che presentano i fiori pigmentati di rosso, mentre Legro indica come tetraploidi alcuni tipi a fiore sfrangiato (Lyons e Widmer, cit.).
Appare comunque evidente come inizialmente il lavoro di selezione sia stato eseguito, seppure in maniera più o meno inconscia, principalmente su forme tetraploidi, mentre solo successivamente su forme diploidi (Reuther, 1975; Seyffert, cit.; Sparnaaij, 1979; Wellensiek, 1961; Wilke, 1979), introducendo nuovamente la forma selvatica negli incroci per ottenere fiori a taglia ridotta e tipi ‘miniatura’ (Dipner, 1976).
Negli anni ’50 si colloca la nascita di un progetto internazionale allo scopo di costituire una collezione delle cultivar diploidi esistenti, in sostituzione di quelle tetraploidi (Weliensiek, cit.). Questo mutamento è da imputare in primo luogo al fatto che il ciclamino è prevalentemente riproducibile per via sessuale e che in natura si riproduce principalmente per fecondazione incrociata, pur non essendo autoincompatibile. Questo implica, nell’ottica della produzione di progenie uniformi a livello tetraploide, la difficoltà di riconoscere le piante omozigoti nelle prime generazioni ed obbliga a lavorare su un elevato numero di piante per operare una selezione finale (Wellensiek, cit.). Inoltre l’inbreeding necessario per ottenere un alto livello di omozigosi, quindi di uniformità fenotipica, porta frequentemente a depressione nel vigore delle linee inbreed (Ix). Le prove pluriennali di Weliensiek (1959, 1965) su due cultivar tetraploidi hanno dimostrato che a partire dalla I3 la riduzione nel numero medio di fiori si fa consistente. Le generazioni F1, ottenute per incrocio da due linee inbreed IX, eguagliano o addirittura superano le prestazioni delle linee parentali, ma non si differenziano dai risultati della linea I1, generazione nella quale l’effetto depressivo dovuto all’inbreeding non è ancora marcato. Questo spiega la ragione per cui sono stati diffusi in commercio ibridi F1 di linee inbreed diploidi. Ciononostante, l’effetto depressivo provocato da un prolungato inbreeding è evidente anche nei diploidi: solo linee parzialmente omozigoti si utilizzano per effettuare gli incroci (Sparnaaij, cit.). L’ibrido F1 che se ne ricava risulta assai costoso, sia venduto come piantina che come seme. La commercializzazione dei semi avviene infatti a numero e non a peso. Tuttavia il vantaggio principale, ottenuto dalla coltivazione degli ibridi, risulta in una maggiore uniformità, soprattutto nel colore, difficile da raggiungere per semplice selezione (Nassi e Quagliotti, cit.).
Le difficoltà nell’ottenere un materiale altamente uniforme nelle cultivar tradizionali (diploidi e tetraploidi) ed i costi elevati per la produzione degli ibridi F1 hanno reso pressante l’esigenza di metodi di propagazione del ciclamino alternativi alla via sessuale. Numerose ricerche, riguardanti la propagazione vegetativa da tubero e la coltura in vitro dei diversi organi del ciclamino, sono state condotte negli ultimi quarant’anni. I risultati conseguiti non hanno ancora permesso l’applicazione su vasta scala di questi metodi, pur avendo delineato possibili ed affascinanti sviluppi futuri.

RINGRAZIAMENTI. Desidero ringraziare il dr. Alessandro Alessandrini per la revisione critica dei testo.

Fotografie di Alessandro Alessandrini, Gabriella Berardi, Dino Scaravelli

BIBLIOGRAFIA
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Virosi della rizomatose e tuberose da fiore

Facendo visita un giorno ad un vivaista romagnolo, uomo di indubbie capacità e di grande esperienza nel settore floricolo, ci siamo trovati di fronte ad un "caso fitopatologico" veramente interessante: piante di Glossinia davvero irriconoscibili. Il produttore lamentava ogni anno percentuali variabili, anche consistenti, di glossinie dai fiori deformi, con petali "virescenti", spesso malformati, con boccioli piccoli e verdi da non giungere perciò a fioritura.

Piante e fiori campanulati dai colori a dir poco fantastici che avrebbero potuto far sfoggio di bellezza ed eleganza nelle nostre abitazioni, destinate purtroppo… agli "scarti". Non c'era tempo da perdere anche perché la diagnosi, per l'esperto, era semplice: una virosi.

Un virus temibile
Le indagini di laboratorio portarono ad individuare il virus dell'avvizzimento maculato del pomodoro (Tomato spotted wilt virus: TSWV) che all'estero è attualmente uno dei maggiori responsabili su ciclamino, saintpaulia, ortensia, begonia, etc., di sintomatologie analoghe a quelle su glossinia. Le foglie di calla infette da TSWV, ad esempio, mostrano striature, maculature o anulature biancastre, ampie necrosi e disseccamenti di porzioni di lembo o dell'intera foglia.
L'individuazione di TSWV su glossinia in Italia ha perciò creato preoccupazione per la sua eventuale diffusione sulle nostre colture da fiore; sono di questi mesi, infatti, le prime segnalazioni in varie regioni italiane dell'insetto in grado di trasmettere in modo specifico il virus: il tripide Frankliniella occidentalis.

… ed altri meno
Fortunatamente non tutti i virus deprezzano le piante loro ospiti come abbiamo visto avvenire in glossinia; a volte anzi essi possono aumentare l'eleganza e la bellezza.
E il caso del fiore di canna (Canna indica) i cui petali screziati possono apparire più delicati di quelli non virosati.

Anche il più modesto fiore del ranuncolo coltivato, dai petali finemente striati di bianco, può risultare più decorativo di quello dalla tinta omogenea.

In ogni caso gli artefici delle alterazioni cromatiche sono sempre i virus, e per il ranuncolo dal fiore screziato si tratta di uno fra quelli capaci di infettare moltissime piante e già in precedenza ricordato: CMV (Cucumber mosaic virus: virus del mosaico del cetriolo).
Oltre CMV, altri virus possono infettare il ranuncolo (almeno 4 o 5 sono stati segnalati in Italia) e quando essi convivono nella stessa pianta ne combinano veramente… di tutti i colori.
Basti osservare le foglie nella figura: esse sono bollose, deformate, con necrosi ed ingiallimenti nervali. Non ci resta che sperare che nel nostro giardino le piante di ranuncolo non siano già infette da CMV, da TMV (Tobacco mosaic virus: virus del mosaico del tabacco) o dal pericolosissimo TNV (Tobacco necrosis virus: virus della necrosi del tabacco). Infatti non si tratterebbe più per noi di una scelta: tenere la pianta seppure virosata, perché sempre decorativa, oppure sostituirla.
Il ranuncolo infetto da TNV, ad esempio, non ha più speranza di vivere a lungo né di produrre delicati e vivaci fiori.

 

Mosaici, anulature, maculature…
Ma torniamo a quei virus che convivono, talvolta anche bene, con le nostre tuberose e rizomatose da fiore. Sempre il CMV sulle foglie di begonia, una delle più belle piante per vasi fioriti od aiuole a mezza ombra, si limita ad anulature, maculature e deformazioni del lembo.

Dorati "mosaici" ed "anulature" spesso decorano le lucide foglie della ninfea, ed anche in questo caso non sembra che CMV sia in grado di compromettere la bellezza del delicato fiore di questa pianta. li giglio fiorentino che appare nell'emblema e nella moneta d'oro di Firenze (fiorino), è in realtà un Iris rizomatoso: anche questa pianta spesso manifesta sulle foglie un "mosaico" di chiara origine virale. Similmente le foglie nastriformi dell'agapanto mostrano "mosaici" ed "anulature" clorotiche.

"Deformazioni", "clorosi", "aree giallastre" possono caratterizzare le foglie di un'altra decorativa pianta ornamentale dalle radici carnose tuberizzate: l'alstroemeria; sono sintomi che indicano sempre la presenza di virus.

Tante altre tuberose e rizomatose potrebbero essere nominate: la dalia e la peonia, il Tropaeolum o nasturzio dei giardini, il fior di loto, l'anemone, le stesse orchidee, etc. Ci siamo volutamente limitati ad alcune di esse, con la speranza di avere fornito preziose indicazioni circa la possibilità di riconoscere le virosi che sovente inducono sintomi, simili a quelli descritti, anche su altre piante non esaminate in questa rassegna.

Particolarmente pericolosi
Abbiamo parlato di virosi pericolose in quanto deturpano la bellezza del fiore o delle foglie o la stessa vitalità della pianta, di altre invece trascurabili o che possono addirittura aumentarne i pregi decorativi. Nel concludere ricordiamo che molti di questi virus possono essere particolarmente pericolosi, come CMV, trasmesso da afidi, TMV trasmesso per contatto, e TNV, che non avevamo ancora incontrato in questa serie di articoli sulle virosi.
TNV è trasmesso da un fungo (Olpidium sp.) il quale può facilmente attuare il trasferimento del virus da una pianta ospite all'altra: esso è presente in Italia soprattutto in ranuncolo ed anemone e può insediarsi stabilmente nel terreno, grazie all'ospitalità delle spore dell'Olpidium, anche per moltissimi anni. Il problema è grave soprattutto per i vivaisti delle aree floricole in cui la floricoltura è insediata ormai da molti anni come la Toscana e la Liguria.

Quando i parassiti sono innocenti: le fisiopatie


Lo splendido croton che abbiamo appena acquistato fà bella mostra di sé nell'angolo del salotto, poco lontano dal caminetto. Passati però alcuni giorni la pianta è irriconoscibile e ben poco resta della sua eleganza: è appassita ed ha perso quasi tutte le foglie. L'unica soluzione è tornare dal rivenditore il quale, in tutta onestà, afferma di averci venduto un croton assolutamente sano.
In effetti molti dei "malesseri" propri delle piante che vivono in ambienti chiusi non sono di origine infettiva, causati, cioè, da organismi patogeni quali funghi, batteri e virus, bensi' ambientale. Si tratta di fisiopatie.

Origine delle fisiopatie
L'appassimento, la defogliazione, la clorosi fogliare, la comparsa di necrosi apicali, la rapida sfioritura, etc. sono alcuni sintomi tipici delle fisiopatie, malattie dovute alle cattive condizioni ambientali in cui la piante vive. La disponibilità idrica, l'apporto di luce e di calore, la composizione dell'atmosfera e del terreno, e via dicendo non sono quelli ottimali per la normale crescita ed il migliore sviluppo dell'intero organismo.
Può trattarsi di un fatto momentaneo come un freddo improvviso (pensiamo ad un semplice guasto all'impianto i riscaldamento di una serra), oppure di una situazione che si prolunga nel tempo. Questo è quanto spesso accade alle piante delle nostre case.

La mancanza di luce e l'aria eccessivamente secca fan si che la Stella di Natale perda molte foglie e quelle rimaste appaiano piccole e clorotiche

Torniamo al nostro appassito croton che da una serra ricca di umidità si è d'improvviso trovato in un salotto la cui aria è resa secca dal caminetto o dai termosifoni: ha subito uno "stress" idrico non indifferente. E' per questo motivo che molte piante che acquistiamo bellissime ed in piena fioritura, una volta collocate in casa si rivelano una vera delusione. Sono piante sane che soffrono per carenza di umidità come a begonia i cui i primi ad appassire sono proprio i fiori; similmente rose, crisantemi ed azalee resistono fioriti per soli pochi giorni. E' comunque difficile che un solo fattore ambientale determini una fisiopatia in quanto questa è generalmente il risultato di più azioni combinate. Ad un eccesso di luce, ad esempio, di frequente si associa un eccesso termico ed anche un'insufficienza idrica.
Nelle abitazioni la luce è spesso inadeguata all'armonico sviluppo delle piante da fronda. Ecco perché queste appaiono deboli, fragili, con internodi più lunghi del normale e foglie più piccole e clorotiche. E' una sorta di "adattamento" che comporta delle profonde modificazioni morfologiche e strutturali della pianta.

Non sempre la variegatura su foglie e fiori è dovuta alla presenza di virus; spesso si tratta di "chimere" come mostra questa glossinla (A, B). Se invece le foglie sono piccole e clorotiche e la pianta ha prodotto un solo esile bocciolo si tratta di una fisiopatia (C)

Oltre che a regolare la fotosintesi clorofilliana, la luce regola anche la traspirazione per cui se contemporaneamente si abbonda con le innaffiature la Stella di Natale comincia a mostrare ampie necrosi sulle foglie che poi cadono inesorabilmente.
Restando in tema di acqua vediamo cosa accade quando non è idonea in termini di qualità. Spesso, infatti, sia le piante del giardino che quelle della casa hanno a disposizione acqua ricca di salsedine, ossia con eccessiva concentrazione di ioni minerali piuttosto nocivi. La salsedine può avere origini diverse: usiamo un terriccio sterilizzato con calore e perciò povero di materia organica e ricco di sali minerali; c'è un eccesso di calcare o di cloro; si tratta di piante cresciute in vasi di terracotta, quindi porosi, e che permettono una notevole evaporazione dell'acqua dal terreno con conseguente concentrazione del sali. La pianta ne soffre e manifesta necrosi che, partendo dall'apice, si estendono man mano a tutto il lembo fogliare. Fra le piante d'appartamento sono soprattutto quelle dalle foglie delicate ed ampie come ficus e filodendri soggette a questa fisiopatia. Le altre del nostri giardini, invece, cambiano il loro aspetto mostrando foglie clorotiche, pigmentate in verde-azzurro, coriacee e cerose come accade al pittosporo.

L'azalea è molto sensibile alla carenza di umidità: ecco perché in casa resta fiorita solo pochi giorni e le foglie disseccano rapidamente

L'apice disseccato del filodendro indica che l'acqua nel terreno è ricca di salsedine.
Il pittosporo, invece, mostra foglie clorotiche o pigmentate in verde azzurro e coriacee

E' difficile che le fisiopatie dovute al freddo si verifichino nelle abitazioni, mentre sono frequenti, ovviamente, all'aperto. Spesso si tratta di situazioni solo transitorie per cui la pianta torna alla normalità, come accade all'oleandro che mostra aree clorotiche di alcuni millimetri sulle foglie. I cloroplasti, più di altre strutture cellulari, sono infatti molto sensibili al calore e sono perciò anche i primi ad essere danneggiati da un freddo improvviso.

Come comportarci
Questi non sono che alcuni esempi di fisiopatie. Di fronte perciò a defogliazioni, appassimenti, clorosi, stati di generale malessere, non pensiamo subito, per esempio, a chissà quale malattia fungina credendo che un qualsiasi fungicida possa guarire la nostra pianta. Somministrazioni di sostanze anticrittogamiche non saranno solamente inutili, ma anzi peggioreranno ulteriormente il suo stato di salute. Cosi, di fronte a variegature e screziature su foglie e fiori non pensiamo ad una infezione da virus, poiché l'origine come per le "chimere", è spesso genetica. Chiediamoci piuttosto se abbiamo scelto la collocazione ottimale per il nostro ficus, o se invece è troppo vicino a fonti di calore, se l'aria è eccessivamente secca, se le innaffiature sono troppo frequenti o se l'acqua è calcarea, e poi ancora se il vaso è piccolo, se vi sono correnti d'aria, se la luce è scarsa e via dicendo. Diffidiamo di belle e decorative composizioni di 3 o 4 piante riunite nello stesso contenitore. Non pretendiamo che crescano e si sviluppino in condizioni pressoché impossibili, ma separiamole e curiamole singolarmente. Informandoci meglio sulle loro specifiche esigenze eviteremo queste spiacevoli sorprese.

Gran Bretagna, Galles: i castelli

Per i suoi caratteri naturali la Gran Bretagna è un'isola assai complessa. Profondamente penetrata dal mare, presenta nella sua parte settentrionale blocchi di catene montuose di origine molto antica (paleozoica), compatte e serrate. Man mano che si procede verso sud i plessi montani si riducono di dimensione e di altezza, addossandosi verso la costa occidentale, spesso irta e frastagliata. È qui, ad ovest, che si proiettano due ben individuate penisole: il massiccio Galles e l'affilata Cornovaglia, tra le quali si insinua il Canale di Bristol.

La costa, a picco sul mare, del Galles del sud. È qui che nei secoli IX e X sbarcarono i Normanni ed invasero il territorio

Le case sono di modeste dimensioni, con ampie finestre, e circondate da maestose ortensie

Il Galles rappresenta il residuo geologico di catene montuose antichissime, livellate e spianate dall'erosione, più tardi risollevate a formare una serie di piattaforme degradanti da nord-ovest dove, verso sud, sono le cime più alte (il monte Snowdon raggiunge i 1085 metri). Il glacialismo ha modellato intensamente il paesaggio, scavando circhi e valli a fondo piatto, tra cui si elevano creste acute e pittoresche.

Poco spazio è riservato al bosco, prevalentemente di quercia

I fiumi, lenti e tranquilli, con i numerosi canali navigabili, costituivano un'ottima via di comunicazione

È un paese di pascoli, celebre per i suoi ovini, ma anche una regione agricola e di allevamento bovino, dato che qui le piogge sono molto intense. La ristrettezza dello spazio e la distribuzione dei rilievi non hanno consentito la formazione di grandi fiumi, ma questi, lenti e tranquilli, ricchi di acque, hanno avuto in passato e mantengono ancora oggi un ruolo ed una importanza fondamentale nell'economia del paese. La rete delle acque interne, con i numerosi canali navigabili, costituiva un tempo una efficiente via di comunicazione e collegamento per gli otto shire ("contee") che costituiscono il Galles. Alcuni di questi, soprattutto nel sud, rappresentano aree appartate, che hanno serbato a lungo, ed in parte serbano ancora, tradizioni, usi, costumi e fogge di vestire peculiari, eredità di tempi lontani.

Il castello di Pembroke si erge maestoso sulle rive del fiume Cleddau

Manorbier si eleva a pochi passi dal mare, fra dune sabbiose, irti cespugli e prati degradanti fino alla spiaggia

Il persistere di tradizioni regionali e locali, unitamente alla bellezza del paesaggio, con i prati ed i pascoli naturali, le radure di boschi secolari, le farms (poderi), i villaggi ed i numerosi castelli, costituiscono particolari ed affascinanti attrattive per il visitatore straniero. Il viaggio che proponiamo è alla scoperta del Galles di oggi ed alla ricerca delle vestigia del suo antico passato.

Appunti di viaggio
Il nostro viaggio nel sud del Galles inizia nello shire di Pembroke, sulla costa meridionale di Dyfed. È un luogo ricco di fascino con le sue dune sabbiose, le piccole spiagge, gli irti cespugli, i prati degradanti fino al mare o a picco su esso, gli stretti sentieri racchiusi fra alte pareti di fitta vegetazione e le rovine in pietra di antiche costruzioni. Qui sorge austero ed elegante il castello di Manorbier. Stiamo infatti per addentrarci nel territorio della Gran Bretagna più ricco di castelli e manieri: Manorbier, Pembroke, Carew, Cilgerran, ecc., tutti voluti da quei Normanni che nei secoli IX e X invasero le coste di Caldey e del sud di Dyfed colonizzando poi tutto il Galles. Furono anni di guerre lunghe e sanguinose, che portarono distruzione e miseria, ma, nei periodi di tregua, anche molte migliorie. La famiglia De Barri, che resse Manorbier per oltre 250 anni, ad esempio, introdusse nuovi sistemi di coltivazione, fece erigere mulini e migliorò la rete di comunicazione dei canali con chiuse e sbarramenti, facendo costruire vasche per i pesci, parchi per i cervi, ecc.

Il castello è circondato da verdi colline e piccole radure

Il paesaggio agrario del Pembrokeshire si ritrova ancora oggi, sia pure non più con gli stessi connotati di mille anni fa, lasciando la costa e le sue dune, nelle aree più interne dei prati e dei pascoli naturali, rimaste indenni dall'industrializzazione e dall'assalto edilizio più recente. Il rilievo presenta forme addolcite ed ovunque si pratica l'allevamento degli ovini. Poco spazio è riservato in generale al bosco, un bosco termofilo, prevalentemente di quercia (Quercus robur) che sopravvive in piccoli lembi sui pendii più erti, lungo gli argini e le piccole valli, dove spesso si incontrano anche il salice (Salix caprea), il pioppo (Populus tremula), la betulla (Betula pendula), l'ontano (Alnus glutinosa), l'olmo (Ulmus ontana), e poi sorbi (Sorbus aucparia) e ciliegi a grappoli (Prunus padus). Sui terreni freschi e profondi, rifuggendo quelli troppo umidi o aridi, è frequente l'acero campestre (Acer campestre).

Il quartiere di abitazione, purtroppo in parte distrutto

Il paesaggio agrario procedendo da Manorbier verso Pembroke e Carew, e poi a nord verso Cilgerran, si presenta sminuzzato in tante farm, anche di grandi dimensioni, con muretti di pietra accatastate (eredità dell'epoca medievale) a delimitare il pascolo delle greggi. Alla conduzione diretta dei fondi corrisponde per gran parte la distribuzione delle case e le loro caratteristiche. Esse, infatti, sono intimamente legate alla farm e l'insieme costituisce l'elemento base dell'organizzazione territoriale del sud del Galles.

Numerose piante fiorite (fucsie, rose, liliacee, petunie, ecc.) aggrappate alle pietre sgretolate dal tempo creano forti contrasti di colore

Il nostro viaggio ci porta ad attraversare piccoli e grandi villaggi, tutti accoglienti: case di modeste dimensioni, dalle tinte vivaci, con ampie finestre adorne di fini merletti e tetti spioventi, nel pieno rispecchio del tipico… stile inglese. Molto curati anche i giardini, ornati di aiuole di eleganti liliacee, ove maestose ortensie sfoggiano i loro smaglianti colori e superbe buddleie amano circondarsi di leggere farfalle. Il paesaggio del sud del Galles resta così fissato nei suoi tratti topografici da farms e villaggi, valli, boschetti e prati verdeggianti, il cui ornamento più affascinante è la presenza dei castelli normanni.

Manorbier
Su di una altura, a pochi passi da mare, circondato su tre lati da valli e boschi, si erge maestoso il castello di Manorbier, voluto da William De Barri nel XII secolo. È suo figlio Gerald (Geraldo del Galles), uno dei più illustri scrittori latini del Medio Evo, ministro di Dio alla Corte d'Inghilterra, a fornire le maggiori informazioni su questa possente costruzione che, nelle intenzioni dei De Barri, doveva essere non una fortezza, bensì una maniero fortificato o semplicemente una farm che dominava la ricca vallata circostante. All'interno delle possenti mura abitavano i nobili normanni ma, nei momenti di guerra, trovavano rifugio i sudditi che vivevano intorno al mastio o nelle sue vicinanze, in povere capanne di legno.

Il cancello e le mura su cui si può camminare

Il castello, così come oggi appare, è come lo concepirono i De Barri: dal quartiere di abitazione ("Hall-stock"), fronteggiante il mare, si diparte l'ampia cinta di mura che va a chiudersi, sul lato opposto, nel cancello ("Gate-house"), possente struttura militare di forma quadrangolare munita di ponte levatoio. I nobili, quindi, vivevano nel loro quartiere all'interno di ambienti con poche finestre, angusti e maleodoranti, ma ben protetti: una camera, la cappella, la cucina, la dispensa e la latrina. Da quanto riporta ancora Geraldo del Galles, i De Barri non avevano un giardino, ma solo qualche pianta aromatica e pochi arbusti di bacche. Fu dopo il Medio Evo che comparvero a Manorbier patate, pomodori e rape, e, verso il 1800, dopo che diversi proprietari si erano succeduti, all'interno ed all'esterno delle mura si coltivarono erbe medicinali ed ortaggi, scelti fra le specie maggiormente utili a soddisfare le necessità curative ed alimentari. Non mancarono le piante fiorite, quelle che troviamo ancora oggi addossate al cancello e a ridosso delle mura. Sono ortensie, salvie odorose, liliacee, fucsie, rose, che, ordinatamente raccolte in aiuole o aggrappate alle pietre sgretolate dal tempo, creano forti ma piacevoli contrasti di forme e colori. Al di là del fossato, verdi prati e piccole radure degradano dolcemente verso il villaggio di Manorbier, uno fra i più rinomati luoghi di villeggiatura del sud del Galles.

Pembroke
Lasciato alle spalle Manorbier, il paesaggio vegetale si tramuta rapidamente: le piante arboree si diradano e sui pendii divenuti scoperti, luminosi ed asciutti, si diffonde una bassa vegetazione di erbe ed arbusti popolata di ovini. Percorse alcune decina di chilometri, si giunge al fiume Cleddau che percorre una vasta pianura. Il mare è poco distante e l'acqua, assai salata, è continuamente soggetta alle maree per cui, ritirandosi, lascia scoperti tratti melmosi su cui si radunano svassi e gallinelle d'acqua in cerca affannosa di cibo. Ad accrescere il fascino che questo scenario esercita sul visitatore, contribuisce la presenza del castello di Pembroke, uno dei più ampi del Galles. Il castello fu fondato dalla famiglia Montgomery nel 1093; nel 1102 il re normanno Enrico I ne prese possesso facendone una proprietà dello stato. La parte più antica è il mastio, una robusta torre circolare alta 25 metri e larga 16, di cinque piani, fatta erigere nel 1200 dal barone William Marshall, mitica figura medioevale all'epoca di Enrico II ed Enrico III.

Dall'alto della torre ad est lo sguardo si perde fra le fitte foreste e la boscaglia che colonizzano le rupi attorno al vorticoso Teifi

Cilgerran è uno dei castelli normanni più pittoreschi

Questo mastio rappresenta il nucleo centrale della fortezza: attorno ad esso fu eretta la possente cinta di mura che collega le numerose torri di difesa ed avvistamento: "Dungeon", "Northgate", "Barbican", "By-Gate", "Henry VII", "Westgate", "Monkton". Al di sotto della torre nord vi è un'immensa caverna naturale che conduce al fiume e che veniva utilizzata come riparo per le imbarcazioni.
Pembroke è molto ben conservato, grazie ai restauri eseguiti nel 1880 e poi nel 1928: l'accesso è consentito a tutte le torri, si può camminare sulle robuste mura e farsi un'idea di come esso realmente era nel Medio Evo.

Carew
Il castello di Carew è situato su una piccola altura dominante un'ampia vallata in cui scorre il fiume Carew, affluente del Cleddau. Fu abilmente costruito dai normanni, e precisamente dalla famiglia Windsor all'inizio del 1100, in una posizione veramente strategica: sulle vie di acqua e di terra che portavano a Pembroke. Per molti aspetti assomiglia allo stesso castello di Pembroke: un mastio, del 1200, alto e possente con funzioni anche di cancello, un ampio cortile interno e numerose torri laterali. Una di queste, la "Old tower", costruita verso la fine del 1100, doveva forse essere la prima entrata, ossia il cancello, di Carew, ma fu poi destinata a zona di abitazione ("Hall") e dotata di finestre di ampie dimensioni.

Il castello di Carew si eleva sulle sponde del fiume omonimo, a poche miglia da Pembroke

Particolarmente belle sono la cappella ("Chapel tower"), a pianta semiottagonale, e le torri d'angolo di avvistamento ("Corner towers"), di forma circolare, a tre piani.
Visitando Carew è possibile notare i rifacimenti apportati nel corso dei secoli, soprattutto durante il 1500 ed il 1600, come dimostrano le ampie finestre rettangolari, le bifore e trifore, i decori e gli stucchi rappresentanti le armi dei casati, ecc. Tutte modifiche che, però, non hanno mistificato il fascino di questo austero castello normanno.

Cilgerran
Spettacolarmente arroccato sulla cima di un picco scosceso a ridosso del fiume Teifi, il castello di Cilgerran è uno dei più pittoreschi del Galles.
Naturalmente protetto da ripide scarpate su due lati e da una cascata sul terzo, posto a poche miglia da Cardigan, costituiva il castello ideale e per secoli fu oggetto di contesa fra i principi del Galles ed i baroni Normanni, subendo anche saccheggi e rifacimenti.

È uno dei più ampi del Galles. Nel 1500 e 1600 è stato ristrutturato, come dimostrano le ampie finestre, le bifore, i decori e gli stucchi

Sebbene presenti la tipologia classica di un castello normanno, con i fabbricati e le torri articolate entro la cinta di mura, Cilgerran è speciale.
Quando fu fondato, molto probabilmente da Geraldo di Windsor (nonno di Geraldo del Galles) nel 1108, era solo una cinta di mura (ringwork) con un modesto ingresso come cancello. Nel 1223, William Marshal, barone di Pembroke, marciò sui castelli di Cardigan e Cilgerran, caduti in mano ai gallesi, riconquistando entrambi. Fu lui a fare erigere una prima torre circolare, quella ad est, dotata di un massiccio basamento privo di aperture (adatto come prigione e magazzino) e di un ingresso al primo piano.
Lo spessore delle mura nella parte inferiore è di tre metri e diminuisce man mano verso l'alto, là dove compaiono strette finestre; stranamente, le mura di cinta sono più sottili sia di quelle della torre ad est che di quella ad ovest, del 1241.
Sempre nel 1200 fu aggiunta una seconda cinta di mura ed un secondo cancello, poi una terza ancora ed, infine, nel 1370 per volere di re Edoardo III, la torre a nord, a pianta quadrangolare, con funzioni di quartiere domestico. Nel complesso, le successive manipolazioni del primitivo ringwork, dotarono ancora di più Cilgerran di un invidiabile sistema difensivo.
Anche se molte delle mura sono andate distrutte e della torre a nord non resta più nulla, la visita di Cilgerran è suggestiva.

La torre ad est, circolare, è la parte più antica ma anche la meglio conservata, data la robustezza delle sue mura

Dall'alto della torre ad est si può osservare la complicata forma del rilievo con le fitte foreste sempreverdi e le isole più o meno estese di boscaglia che colonizzano le rupi attorno al vorticoso Teifi. Nell'intersecarsi e sciogliersi di queste forme di vegetazione, lo sguardo si protrae all'infinito, ma qui, su questa antica torre normanna ha termine il nostro viaggio nel Galles del sud.

Ditteri tefritidi di temuta introduzione in italia

I Tefritidi sono una importante famiglia di mosche fitofaghe, molte delle quali rivestono un notevole interesse economico, essendo dannose alle colture agrarie. Al momento attuale sono state descritte circa 4.000 specie distribuite per lo più nelle zone temperate e calde del Nuovo e del Vecchio Mondo (White e Helson-Harris, 1992). Buona parte dei rappresentanti appartenenti a questa famiglia vive a spese dei capolini fiorali di numerose Composite, dei fiori di Asclepiadacee e Cucurbitacee, degli steli e delle radici di piante spontanee, svolgendo così un ruolo determinante nel contenimento di molte infestanti, tanto da essere stati impiegati in programmi di lotta biologica. E' il caso di diverse specie del genere Urophora introdotte dall'Europa in Nord America per il controllo di Composite spontanee appartenenti ai generi Cirsium e Carduus (Harris e Wilkinson, 1984; Peschken, 1984). La rimanente parte delle specie conosciute, circa il 35%, costituisce invece una seria e costante minaccia per le produzioni agricole vivendo a spese di frutti coltivati o selvatici soprattutto nelle aree tropicali dove, a motivo dei fattori climatici favorevoli al loro sviluppo e della notevole disponibilità di specie vegetali su cui riprodursi, causa danni notevoli sia alle colture ortive che da frutto, tanto da giustificare tutta una serie di misure di lotta sia di tipo preventivo che curativo, fino all'impiego di mezzi biotecnici sofisticati (AA.VV, 1989).

Fig. 1 Disegno semischematico evidenziante alcune peculiarità morfologiche dei Ditteri Tefritidi.

1) Femmina di Bactrocera sp. Con l'ultimo segmento dell'ovopositore parzialmente estrofiesso ed il tipico pattern alare. a = aculeus; bc = banda costale; Ip = lobo postpronotale; s = scutello; sa = stria anale.

2) Uova mostranti un piccolo peduncolo apicale, sede dell'apertura micropilare.

3) Larva matura.

4) Apparato cefalo-faringeo. S."Pupario" tipicamente a barilotto, costituito dalla vecchia cuticola larvale indurita.

In Italia, le specie dannose appartenenti a questa famiglia sono tre: la ben nota mosca delle olive (Bactrocera oleae), l'altrettanto nota mosca della frutta (Ceratitis capitata) e la mosca delle ciliege (Rhagoletis cerasi). Recentemente, si è acclimatata una quarta specie, originaria del Nord America, Rhagoletis completa (Duso, 1991), vivente a spese dei frutti di noce. Questo insetto, già figurante nell'elenco redatto dalla CEE (Direttiva 77/93) concernente le misure di protezione contro l'introduzione negli Stati membri di organismi nocivi ai vegetali o ai prodotti vegetali, è oramai presente nelle principali aree coltivate a noce nel Nord e del Centro Italia (Ciampolini e Trematerra, 1992; Trematerra et al., 1995). C'è da aspettarsi una sua progressiva diffusione in altre aree coltivate della nostra penisola, non presentando particolari requisiti nei confronti dei fattori abiotici come la temperatura e l'umidità relativa (Bush, 1966). L'assenza di una rigida normativa di quarantena, la scarsità di controlli nelle zone di arrivo delle derrate, quali porti, dogane, dogane ferroviarie, aeroporti, ecc. determina così l'ingresso di un numero sempre più elevato di organismi dannosi nella nostra penisola (Tremblay, 1988). Per quanto concerne le mosche della frutta, come già sottolineato in passato (Domenichini, 1980) alcune di esse vivono in zone situate alla medesima latitudine dell'Italia, presentando come le nostre specie circa gli stessi requisiti nei confronti dei fattori abiotici; è facile quindi presupporre che, nell'eventualità di una loro introduzione accidentale e in presenza delle medesime piante ospiti delle loro zone di origine o di altre piante che potrebbero essere attaccate, possano trovare un terreno favorevole per la loro riproduzione e la loro diffusione. Di qui nasce la necessità di un maggiore controllo nei punti di arrivo della frutta e degli ortaggi esotici. L'ispezione accurata delle partite dei vegetali in arrivo, eseguita da personale esperto, può in molti casi ovviare a queste pericolose introduzioni. Uno degli aspetti più importanti di questi controlli risiede nel riconoscimento dell'eventuale presenza di questi Ditteri; in effetti è necessario rilevarli in tutti gli stadi in cui siano presenti nelle partite, in modo tale da poter applicare prontamente le misure previste ed intervenire tempestivamente evitando il loro insediamento.
Col presente lavoro vengono trattate le specie da quarantena riportate nella recente normativa (D.M. 31 gennaio 1996) ed evidenziati alcuni caratteri morfologici ed etologici peculiari della famiglia che permettano il loro rapido riconoscimento (molte volte infatti queste mosche possono venire confuse con altre anche di famiglie ben distanti da un punto di vista tassonomico). Al tempo stesso viene fornita una chiave di determinazione semplificata che agevoli l'operatore nella distinzione generica di questi fitofagi.

Generalità sui Ditteri Tefritidi
L'adulto è in genere di piccole o medie dimensioni, con ali frequentemente interessate da maculature o bandeggiature di diverse tonalità e colori. I maschi sono generalmente più piccoli con addome stretto, mentre le femmine presentano un addome più sviluppato per la presenza delle gonadi e delle strutture annesse; inoltre sono prontamente distinguibili dai maschi per l'ovopositore a telescopio caratteristico, con l'ultimo segmento modificato in una struttura atta a penetrare nei tessuti vegetali (aculeus degli AA.) e favorire l'ovideposizione (Fig. 1).

Fig. 2 –
A, Disegno schematico dell'ala tipica di un Dittero Tefritide. Si noti la cella cup allungata.
C = nervatura costale;
Sc = sottocostale.

Sono inoltre indicate alcune nervature importanti nella distinzione tassonomica.
Sotto, particolare della zona prossimale relativa alla regione costale dell'ala di una mosca che potrebbe essere confusa con un Tefritide (B) e quella di un Tefritide (C). Si noti la differenza della venatura sottocostale nei due casi.
In basso, capo di Bactrocera caudata disegnato di 3/4.
sf = setole frontali.

I membri di questa famiglia possono tuttavia essere confusi con altre mosche presentanti similarità morfologiche e etologiche; i Tefritidi sono però prontamente separabili tramite l'esame di due caratteri morfologici tipici: la vena Sc disposta ad angolo quasi retto con il margine esterno dell'ala e la presenza di setole frontali ben pronunciate (Fig. 2).
Queste mosche sono solitamente attive sulle piante ospiti; tuttavia esistono specie che scelgono piante alternative per gli accoppiamenti. Per attrarre le femmine a corta distanza, i maschi sono soliti emettere dei suoni caratteristici (stridulazione) mediante l'azione delle ali su apposite setole (pecten) presenti nella regione laterale del terzo segmento addominale, generalmente avanzando a tratti e ruotando frequentemente le ali in modo caratteristico. Per ovideporre nei frutti, le femmine incurvano l'addome in modo caratteristico, facilitando l'estroflessione dell'aculeus.
L'uovo, deposto dentro i vari substrati vegetali, non presenta particolari inspessimenti né sculture; è biancastro e di dimensioni e forma variabili a seconda delle specie. Di solito le mosche che attaccano grossi frutti o baccelli molto sviluppati depongono più uova per frutto, mentre le specie viventi su frutti piccoli depongono un solo uovo per evitare competizione trofica alle larve. Per questo, subito dopo l'ovideposizione, le femmine marcano la superficie del frutto con una sostanza che avviserà le altre femmine dell'avvenuta colonizzazione.
Lo sviluppo postembrionale avviene all'interno dei vegetali attaccati, per opera di una larva simile, per forma e dimensione (Fig. 1), alle larve dei Ditteri che da adulto hanno l'aspetto di una mosca comune (Muscomorpha). Una caratteristica importante delle larve dei Tefritidi, soprattutto ai fini della classificazione, sono gli organi di presa e ingestione del cibo che vanno a costituire l'apparato cefalo-faringeo (Fig. 1). Fanno parte di questo apparato gli uncini boccali, gli scleriti intercalari e quelli verticali, strutture venutesi a modificare notevolmente rispetto alle normali appendici masticatorie durante l'adattamento trofico dei vari gruppi (Hennig, 1968). In genere le larve delle specie carpofaghe presentano uncini boccali acuminati, mentre quelle che vivono a spese di fiori, foglie e steli presentano denti secondari più o meno sviluppati (Belcari, 1987). La larva matura ha colorazioni generalmente cremee. Molte larve appartenenti a gruppi diversi hanno sviluppato come meccanismo di difesa o di spostamento una peculiarità riscontrabile anche nei Ditteri Piofilidi: la larva si aggancia con i propri uncini boccali all'area ventrale dell'ultimo segmento addominale chiudendosi ad anello: in questo modo sganciandosi bruscamente può compiere un certo spostamento. Al termine dello sviluppo la larva si trasforma in pupa.
Lo stadio pupale è lo stadio in cui avvengono tutte le radicali trasformazioni che preludono allo stadio di adulto. Nei Ditteri la parte esterna della pupa non è altro che la vecchia cuticola larvale indurita (Fig. 1), la vera pupa si trova all'interno del "barilotto" che prende il nome di pupario. Questo è solitamente di un color marrone scuro o nero. L'apparato cefalo-faringeo, fortemente sclerificato, è schiacciato sulla parete interna del pupario e può essere utilizzato nell'indagine tassonomica. Nella maggior parte delle specie carpofaghe la larva raggiunta la maturità ha la tendenza a fuoriuscire dal frutto per impuparsi nel suolo ad una certa profondità; tuttavia in alcuni casi la larva matura può impuparsi anche nell'endocarpo, dopo aver ovviamente creato un piccolo foro nell'epidermide per permettere all'adulto l'abbandono del frutto.

Elenchi di mosche della frutta considerate nel D.M. recente e nel data sheet relativo agli organismi dannosi di cui è vietata la introduzione o la diffusione negli Stati membri. Nella colonna di sinistra, per alcune specie, è stata aggiunta la denominazione tassonomica attuale.

Ditteri Tefritidi di cui è vietata l'introduzione o la diffusione in tutti gli Stati membri

D. M. 31 gennaio 1996

Quarantine Pests for Europe, 1992

Anastrepha fraterculus (Wiedemann)

Anastrepha fraterculus (Wied.)

Anastrepha ludens (Loew)

Anastrepha ludens (Loew)

Anastrepha obliqua Macquart

Anastrepha obliqua Macquart

Anastrepha suspensa (Loew)

 

Dacus ciliatus (Loew)

Dacus ciliatus Loew

Dacus cucurbitae Coquillett = Bactrocera (Zeugodacus) cucurbitae (Coq.)

Bactrocera cucurbitae (Coq.)

Dacus dorsalis Hendel = Bactrocera (Bactrocera) dorsalis (Hendel)

Bactrocera dorsalis (Hendel)

 

Bactrocera minax (Enderlein)

Dacus tryoni (Froggatt) = Bactrocera (Bactrocera) tryoni (Froggatt)

Bactrocera tryoni (Froggatt)

Dacus tsuneonis Miyake = Bactrocera (Tetradacus) tsuneonis (Miyake)

Bactrocera tsuneonis (Miyake)

Dacus zonatus (Saund.) = Bactrocera (Bactrocera) zonata (Saunders)

Bactrocera zonata (Saund.)

Epochra canadensis (Loew) = Euphranta canadensis (Loew) (Saunders)

Epochra canadensis (Loew

 

Ceratitis cosyra (Walker)

Pardalaspis cyanescens Bezzi = Trirhithromyia cyanescens (Bezzi)

 

Pardalaspis quinaria Bezzi = Ceratitis (Ceratalaspis) quinaria (Bezzi)

 

Pterandrus rosa (Karsch) = Ceratitis (Pterandrus) rosa Karsch

Ceratitis rosa Karsch

Rhacochlaena japonica Ito = Euphranta japonica (Ito)

 

Rhagoletis cingulata (Loew)

Rhagoletis cingulata (Loew)

Rhagoletis completa Cresson

Rhagoletis completa Cresson

Rhagoletis fausta (Osten-Sacken)

Rhagoletis fausta (Osten-Sacken)

Rhagoletis indifferens Curran

Rhagoletis indifferens Curran

Rhagoletis mendax Curran

Rhagoletis mendax Curran

Rhagoletis pomonella Walsh

Rhagoletis pomonella Walsh

Rhagoletis ribicola Doane

Rhagoletis ribicola Doane

Rhagoletis suavis (Loew)

 

Esame delle specie di principale interesse economico prese in considerazione dalle norme di quarantena
Nel D.M. sopramenzionato, relativo alle misure di protezione contro gli organismi nocivi di cui deve essere vietata l'introduzione in Italia, per quanto concerne i Ditteri Tefritidi non europei sono considerate 23 specie appartenenti prevalentemente a 4 generi: Anastrepha, Ceratitis, Dacus e Rhagoletis (Tab. 1). Tuttavia Drew (1989) ascrive molte delle specie elencate nel genere Dacus al genere Bactrocera che annovera mosche diffuse in molte aree tropicali asiatiche fino all'Australia e alle aree del Sud Pacifico. Il genere Dacus, al contrario, annovera specie diffuse prevalentemente in Africa. In Quarantine Pests for Europe (AA.VV., 1992), il numero delle specie di temuta introduzione negli Stati membri è di 20 (Tab. 1).

CHIAVE AI GENERI DI INTERESSE ECONOMICO
(tradotta e semplificata da: Fruit Flics of Economic Importance di White e Heison-Harris, 1992)

1) Vena Sc bruscamente piegata in avanti di quasi 90' attenuata al di là della piegatura e terminante nel tratto di rottura della sottocostale; lato ventrale della vena R1 con setole. Ala generalmente con bande colorate. Cella cup con una estensione acuta (Figg. 1, 2, 3).

 

TEPHRITIDAE….(2)

– Vena Sc non bruscamente piegata in avanti (Fig. 2B). Le specie associate con i frutti hanno raramente le ali maculate. Cella cup generalmente senza una estensione pronunciata

Altre Famiglie (Drosophilidae, Lonchaeidae, Muscidae, ecc.)

2) Cella cup molto stretta e allungata. Ala con bandeggiatura costale e stria anale (Fig. 3B)

BACTROCERA e DACUS

– Addome con tutti i tergiti separati [associati con un'ampia gamma di frutti. Aree tropicali e più calde del Vecchio Mondo; alcune introdotte nelle Hawaii e nel Sud America

BACTROCERA

– Addome con tutti i tergiti fusi in un singolo piatto con linee lisce trasversali che indicano i confini di ogni segmento (da osservare di lato per controllare che nessun segmento si sovrapponga sull'altro) [associati con le Cucurbitacee o con altri gruppi di frutti. Aree tropicali del Vecchio Mondo]

DACUS

– Cella cup più larga e più raccorciata. Ali con maculature trasversali alari colorate.

….3

3) Estremità distale della vena M leggermente incurvata verso il basso prima di congiungersi con il bordo dell'ala presentante bandeggiature tipiche (Fig. 3A) [Sud America, Indie occidentali, aree meridionali degli USA]

ANASTREPHA

– Estremità distale della vena M non incurvata e formante quasi un angolo retto con il bordo dell'ala.

….4

4) Scutello con aree gialle. Celle basali generalmente con macchie puntiformi conferenti un aspetto reticolato. Maculature alari di un color giallo o giallo-ocra (Fig. 3C) [Ceratitis capitata è presente nella maggior parte delle aree calde tropicali e temperate; le altre specie sono africane]

CERATITIS

– Scutello interamente da crema a giallo; se marcato di nero le aree nere interessano la base e le aree laterali. Adulti con addome generalmente nero o nero-lucente. Ali con bande nere o bruno-scure caratteristiche (Fig. 3D). Larve nei frutti di molte piante coltivate e spontanee appartenenti alle famiglie Berberidacee, Caprifoliacee, Cornacee, Cupressacee, Eleagnacce, Ericacee, Grossulariacee, Juglandacee, Oleacee, Rosacee e Solanacee. [Regioni temperate del Nord e Sud America, Europa]

RHAGOLETIS

Genere Anastrepha (Fig. 4)
Circa 190 specie fanno parte di questo genere, tutte viventi a spese di frutti di moltissime piante coltivate e selvatiche, appartenenti a svariate famiglie e diffuse prevalentemente nelle regioni del Centro e del Sud America, approssimativamente tra i 27° N e i 35° S di latitudine (Norrbom e Foote, 1989). Tutte le specie manifestano una spiccata tendenza a compiere numerose generazioni e una notevole polifagia. Fatta eccezione per alcuni gruppi, la maggior parte di queste mosche è prontamente riconoscibile per la colorazione giallastra del corpo, per l'ala caratterizzata da una serie tipica di bandeggiature e dalla vena M tipicamente sinuosa nell'ultimo tratto e convergente verso la R4 , 5 (Fig. 3A). Nella maggior parte delle specie le larve si sviluppano a spese della polpa dei frutti, ma alcune possono nutrirsi anche dei semi e della polpa, altre esclusivamente dei semi (Norrbom e Kim, 1988). La identificazione specifica è assai difficile per queste mosche; in modo particolare A. fraterculus e A. obliqua sono molto simili; occorre in questo caso ricorrere alla preparazione dei genitali esterni ed in modo particolare all'esame dell'ovopositore della femmina e, nei casi più complessi, alla determinazione da parte di uno specialista.

Fig. 3 – Pattern alare dei principali generi di Tefritidi dannosi. Per i generi Bactrocera e Dacus è stata fotografata un'unica ala.
A: Anastrepha sp. Si noti la curvatura della vena M prima di unirsi al margine esterno dell'ala.
B: Bactrocera sp. o Dacus sp. Con le frecce sono indicate la caratteristica cella cup allungata interessata da una marcata maculatura (stria anale) e la tipica bandeggiatura interessante la regione costale.
C: Ceratitis sp. Si notino le numerose punteggiature interessanti la parte prossimale dell'ala (frecce) e la caratteristica cella cup. (asterisco).
D: Rhagoletis sp. con la caratteristica sagomatura della cella cup (asterisco).

Anastrepha fraterculus (Wiedemann)
Sotto questo nome sono al momento attuale incluse molte specie che non sono state studiate con sufficienza tale da permettere una chiara separazione, formando quindi un complesso notevole. Ad ogni modo questo complesso annovera mosche dannose ai Citrus spp., al guava (Psidium guajava), a vari Prunus, ecc. (Norrbom e Foote, 1989) e a molte altre piante coltivate come caffè, cacao, noce, mango, pero, ecc.
L'insetto è presente nelle aree meridionali del Texas, in diversi Stati del Centro America, nelle Indie Occidentali e in diversi Stati del Sud America come Argentina, Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, ecc.

Anastrepha ludens (Loew)
Tefritide diffuso in tutto il Centro America e nel Texas. E' dannoso ai Citrus spp., al mango e al pesco, ma, analogamente al precedente, in grado di attaccare quasi tutte le specie di frutti coltivati.

Anastrepha obliqua (Macquart) = (Anastrepha mombinpraeoptans Sein)
Specie molto più diffusa delle precedenti; infatti è presente in tutto il Centro America, in molti Stati del Sud America e nelle Indie Occidentali. Attacca di preferenza frutti del genere Spondias spp. (Anacardiacee). E' inoltre l'insetto più dannoso al mango (Mangifera indica).

Anastrepha suspensa (Loew)
Mosca dannosa al guava, annona, varie specie di Citrus, melo, pero, ecc. E' presente nel sud della Florida e nelle Indie Occidentali (per questo è nota come Caribbean Fruit Fly). Come le altre rappresentanti del genere presenta un'ala con tipiche bandeggiature e una macchia nera che interessa parte dello scuto e dello scutello.
La femmina inoltre si differenzia dalle altre specie per l'aculeo corto e per l'estremità distale dell'ottavo segmento che presenta una serie di denti aperti a ventaglio.

(Fig.4) Distribuzione geografica delle specie di temuta introduzione
appartenenti ai generi Anastrepha e Bactrocera.

Genere Bactrocera (Fig. 4)
Questo genere comprende circa 440 specie che vivono a spese di un largo range di frutti nelle regioni tropicali e subtropicali ed è diviso in 23 sottogeneri, molti dei quali sono diffusi dall'Asia all'Australia e solo cinque presenti in Africa (White e Helson-Harris, 1992). Come già accennato, gli individui appartenenti a questo taxon presentano notevoli affinità con quelli del genere Dacus, soprattutto a livello del pattern alare. Tuttavia, al di là della caratteristica fondamentale, quella di avere tutti i tergiti separati, sono osservabili alcuni caratteri che possono creare una certa distinzione tra i due gruppi. Gli individui del genere Bactrocera presentano solitamente strisce e/o maculature ben evidenziate e disposte in senso longitudinale lungo il torace con la cella cup che si chiude a circa 2/3 della lunghezza della vena A1 + CuA2, mentre i Dacus hanno prevalentemente macchie nel torace disposte in senso obliquo con la cella cup che si estende, in molti casi, per tutta la lunghezza della Al + CuA2 (Fig. 2A).

Bactrocera (Zeugodacus) cucurbitae (Coquillet)
E' una specie fortemente dannosa alle Cucurbitacee coltivate, sulle quali può attaccare, oltre che i frutti, anche i fiori e gli steli. E' di un color arancio-marrone con due macchie nere frontali e tre strisce gialle sul torace. L'ala presenta una leggera maculatura lungo l'area della costale e una macchia più estesa nel margine distale. Risultano blandamente imbrunite anche la vena trasversa dm-cu e la cella cup. Il Dittero è ampiamente diffuso in Asia orientale ed in Iran. Numerose segnalazioni della sua presenza, a causa degli scambi commerciali, anche in Africa, nelle isole dell'Oceano Indiano e dell'Oceano Pacifico. Contro questa specie, soprattutto nelle Isole Hawaii, è stata condotta con parziale successo la lotta con il maschio sterile.

Bactrocera (Bactrocera) dorsalis (Hendel)
Come per altri Tefritidi, questa mosca annovera un complesso di specie che, a seconda dell'areale di distribuzione, delle piante ospiti e probabilmente di altre cause intrinseche ed estrinseche, sono tutt'ora oggetto di studio da parte di numerosi tassonomi. Solo con l'aiuto di moderne tecniche quali l'elettroforesi, l'analisi dei feromoni e lo studio dei segnali acustici si potrà effettivamente separare a livello specifico queste popolazioni. Ad ogni modo la tipica specie ha una colorazione giallo-nera con torace nero e due strisce laterali gialle; a livello addominale tra i tergiti 3-5 è osservabile una zona scura a forma di T. B. dorsalis è dannosa ai frutti coltivati in Taiwan, nelle aree meridionali del Giappone, in Cina e nelle aree settentrionali dell'India. Dal 1945 si è diffusa inoltre nelle Isole Hawaii (Pemberton, 1946 in White e HelsonHarris, 1992). In Cina è la specie più dannosa al melo, al guava, al mango, al pesco, ecc. Nelle Isole Hawaii sono state menzionate più di un centinaio di piante ospiti tra cui: caffè, fico, diverse specie di Citrus, banano, passion fruit (Passiflora mollissima), ecc.

Bactrocera (Tetradacus) tsuneonis (Miyake)
Il Dittero è soprattutto diffuso in Cina e in Giappone. Gli adulti, prevalentemente di un color arancio virante al marrone, sono tra gli individui più grandi della famiglia, raggiungendo circa 10 mm di apertura alare. B. tsuneonis può esser confusa con B. minax dal momento che entrambe presentano tre strisce gialle sul torace disposte allo stesso modo e quasi identico pattern alare; tuttavia in B. minax la femmina ha un ovopositore molto più lungo (all'incirca 3,7-5 mm) rispetto alla femmina di B. tsuneonis. Queste mosche vivono a spese di numerosi Citrus tra cui tangerine, kumquat, arancio e limone.

Bactrocera (Bactrocera) tryoni (Froggatt)
E'uno degli insetti più dannosi alle colture da frutto in buona parte del continente australiano. Specie notevolmente polifaga (è segnalata su una settantina di piante coltivate) tra cui caffé, fico, pero, melo, albicocco, Citrus spp., noce, susino, olivo, guava, giuggiolo, ciliegio, vite e alcune Solanacee tra cui anche frutti di pomodoro. La notevole polifagia consente alla mosca di riprodursi inoltre su circa 60 specie selvatiche presenti in aree boschive (Drew, 1989); in tal modo difficilmente subisce delle riduzioni sensibili delle popolazioni dovute alla scarsità di pabulum riproduttivo. L'adulto è di un colore arancio e nero con il torace con due strisce gialle laterali e lobi postpronotali gialli. Nell'ala, una blanda maculatura interessa la regione della sottocostale e la solita cella cup.

Bactrocera (Bactrocera) zonata (Saunders)
E' una specie presente in Asia tropicale di un colore arancio-marrone con il torace interessato nelle aree laterali da due strisce gialle e ali con ridotta maculatura. Attacca pesco, annona, guava, melo, papaia, ecc.

Genere Dacus (Fig. 5)
Le mosche appartenenti a questo genere vivono prevalentemente a spese di frutti e fiori di Cucurbitacee spontanee e coltivate e semi di Asclepiadacee e Apocynacee. La maggior parte delle specie conosciute vive nel continente africano, di cui circa una dozzina provoca danni di una certa entità alle colture ortive (prevalentemente Cucurbitacee). Come già accennato in precedenza, in questo genere figuravano molte specie ora facenti parte del genere Bactrocera; in effetti Drew (1989) ha proposto la suddivisione dell'antico genere nei due attuali per una peculiarità morfologica piuttosto rilevante: la presenza o l'assenza dei tergiti (segmenti dorsali addominali) fusi. Gli individui con i tergiti fusi hanno conservato l'antico genere, mentre i restanti sono stati ascritti al genere Bactrocera. Occorre quindi fare attenzione durante l'esame degli adulti; per stabilire con precisione questa peculiarità è conveniente osservare gli adulti di lato: se gli scleriti si sovrappongono è certamente una specie appartenente al genere Bactrocera mentre se gli scleriti non si accavallano la specie apparterrà al genere Dacus.
In effetti è molto difficile distinguere un individuo di un genere dall'altro; solo il sottogenere Callantra presenta adulti con un addome strozzato a mo' di vespa, ben diverso dai restanti sottogeneri e dal genere Bactrocera stesso. Per quanto concerne il pattern alare, in entrambi i generi si possono per lo più osservare le medesime caratteristiche; infatti le maculature interessano spesso l'area compresa tra la nervatura costale e la R4+5 così come anche la cella cup che risulta piuttosto allungata soprattutto negli individui appartenenti al genere Dacus. Entrambi presentano inoltre individui con due areole (lobi postpronotali) più o meno sporgenti, di colore giallo o arancione, nel primo tratto del torace, nella regione dorsolaterale (Fig. 1).

Dacus (Didacus) ciliatus Loew
Questa mosca ha un'ampia distribuzione essendo diffusa in molte regioni africane e in diverse aree asiatiche. E' considerata una specie-chiave delle colture di cocomeri, meloni, ecc. Gli adulti sono di un color arancio con femori per metà arancio-giallastri ed una bandeggiatura alare caratteristica interessante tutta la regione costale e la cella cup. E una specie polivoltina con massima presenza di adulti durante il periodo estivo (Hancock, 1989).

(Fig.5) Distribuzione geografica delle specie di temuta introduzione
dei generi Ceratitis, Dacus e Rhagoletis.

Genere Ceratitis (Fig. 5)
Le specie appartenenti a questo genere sono principalmente distribuite in Africa tropicale e del Sud (White e Helson-Harris, 1992). Ceratitis capitata, la più nota di questo genere, è presente ormai in molte regioni temperate e tropicali del Vecchio e Nuovo Mondo. Contro questo insetto, certamente il più dannoso di tutte le mosche della frutta, sono stati fatti in passato numerosi tentativi di controllo utilizzando spesse volte tecnologie sofisticate, basti pensare ai numerosi programmi di eradicazione mediante soprattutto la tecnica del maschio sterile fatti in California, Florida e Texas (Cunningham, 1989; Lorraine e Chambers, 1989).
Gli adulti presentano un'ala con bandeggiature tipiche e piccole macchie più scure interessanti numerose celle (Fig. 3C). Il genere è attualmente suddiviso in 4 sottogeneri: Ceratalaspis, Ceratitis, Pardalaspis e Pterandrus. I maschi del primo e del terzo sottogenere non hanno le caratteristiche appendici frontali terminanti con una espansione a forma di foglia o di spatola presenti al contrario negli individui del sottogenere Ceratitis; inoltre non presentano le tibie del secondo paio di zampe ricoperte per metà da setole come nel sottogenere Pterandrus. Le due specie da quarantena, C. quinaria e C. rosa, appartengono rispettivamente al sottogenere Ceratalaspis e Pterandrus.

Ceratitis (Ceratalaspis) quinaria (Bezzi)
Conosciuta anche come "Zimbabwean Fruit Fly" è in effetti una specie distribuita prevalentemente in alcuni Stati del Sud Africa e segnalata anche nella Repubblica dello Yemen. Il Dittero attacca albicocco, Citrus, guava (Hancock, 1987). L'adulto presenta le ali con caratteristiche bandeggiature gialle e lo scutello con cinque areole nere nella parte distale.

Ceratitis (Pterandrus) rosa Karsch
Questo Tefritide è notevolmente diffuso in Africa centro-orientale e meridionale. Attacca un notevole numero di frutti; tra i più importanti: melo, guava, mango, papaia, pero. In Kenya è dannoso al caffè quanto Ceratitis capitata e in Sud Africa attacca anche albicocco e vite. L'adulto ha il corpo e le bandeggiature alari di color marrone e le tibie del secondo paio di zampe "ornate" con una serie di setole.

Genere Euphranta (Fig. 6)
E un genere rappresentato da una unica specie.

Euphranta canadensis Loew
E' la mosca del ribes, presente in Nord America. L'adulto, di colore rosso-marrone, presenta tipiche bandeggiature alari.

Genere Rhagoletis (Figg. 5, 6)
Il genere annovera circa una sessantina di specie descritte e diffuse in Nord e Centro America, Europa e aree temperate dell'Asia. A differenza degli altri descritti in precedenza, molti rappresentanti di questo genere mostrano una tendenza alla oligofagia, cioè a vivere a spese di un ristretto numero di specie vegetali, a volte appartenenti alla stessa famiglia. Rhagoletis cerasi, mosca delle ciliegie, vive pricipalmente a spese dei frutti di ciliegio dolce e acido, attaccando, in determinate aree, anche i frutti di Lonicera spp. La maggior parte delle specie conosciute compie una sola generazione all'anno. Gli adulti presentano per lo più colorazioni scure fino al nero-lucente, con ali interessate da una serie di bandeggiature del tutto caratteristiche (Fig. 3D). Otto sono le specie da quarantena elencate nel D.M., sette nel data sheets sugli insetti da quarantena per l'Europa (Tab. 1).

Rhagoletis cingulata (Loew) e Rhagoletis indifferens Curran
Secondo Bush (1966) R. cingulata comprende un complesso di quattro specie, due delle quali attaccano le ciliegie e due frutti selvatici di Oleacee. Le specie che attaccano le ciliegie sono la R. cingulata, diffusa negli Stati dell'est del Nord America e la R. indifferens dal nord della California fino al Montana, allo Stato di Washington e al Colorado. Essendo pressoché identiche, a livello di colorazione e di pattem alare, per la separazione specifica occorre l'esame dei genitali. Per quanto concerne le piante attaccate c'è da dire che entrambe possono attaccare i medesimi ospiti, con una certa preferenzialità da parte della R. indifferens per Prunus avium (Bush, 1966).

Rhagoletis completa Cresson
E'la mosca delle noci, diffusa in Nord America e nella parte settentrionale del Messico. Le larve si sviluppano a spese del pericarpo provocando danni diretti come annerimenti, alterazioni del gheriglio e cascola, che può raggiungere livelli notevoli di incidenza sulla produzione (Ciampolini e Trematerra, 1992). R. completa è una specie sensibilmente più chiara rispetto alle altre, con una tipica bandeggiatura alare. La specie è principalmente infeudata ai noci, anche se è stata segnalata su pesco (Bush, 1966). Il Dittero, come sottolineato, è già diffuso in diverse aree coltivate a noce del Nord e Centro Italia.

Rhagoletis fausta (Osten Sacken)
Come le due specie appartenenti al complex cingulata, questa mosca attacca i ciliegi. Per il caratteristico pattern alare può essere confusa, da un esame superficiale, con la ben nota Euleia heraclei L., mosca del sedano (White e Helson-Harris, 1992). Il dittero è diffuso in Nord America.

Rhagoletis pomonella (Walsh)
Fa parte di questo nome un complesso di 4 specie difficilmente separabili con i criteri morfologici tradizionali, se non con esami specialistici o con l'aiuto delle piante ospiti di origine. Infatti la R. mendax, che fa parte di questo complesso, vive a spese di diverse specie di mirtilli coltivati e selvatici appartenenti alla famiglia Ericaceae, mentre R. pomonella è associata alle Rosaceae e nell'ambito di queste formerebbe due razze viventi l'una sui meli e su altre Rosaceae, l'altra su varie specie di Crataegus selvatico (Bush, 1966; 1969). L'adulto è tipicamente una mosca di colore nero con 2-4 barre tomentose grigie lungo il torace; scutello giallo e ali con pattern caratteristico. La specie è presente in Messico e in diverse regioni nordamericane.

Rhagoletis ribicola Doane
E'una mosca che vive a spese del ribes, caratterizzata da un colore prevalentemente nero e con torace marcato da quattro strisce caratteristiche. E' diffusa in Canada e nell'ovest degli Stati Uniti.

Rhagoletis suavis (Loew)
E' una specie prontamente separabile dalle altre per il colore chiaro e il tipico pattern alare, caratterizzato da una marcata bandeggiatura. Vive prevalentemente a spese di diverse specie di noce. E' diffusa in Nord America, nell'est degli Stati Uniti.

(Fig.6) Distribuzione geografica delle specie di temuta introduzione
dei generi Rhagoletis, Euphranta e Trirhithromyia.

Genere Trirhithromyia (Fig. 6)
Trirhithromyia cyanescens Bezzi
Elencata nella lista del D.M. come Pardalaspis cyanescens, è una specie di interesse minore, paragonata con il potenziale biotico delle altre menzionate e considerando la sua limitata distribuzione geografica. La mosca vive a spese di pomodoro e di altre Solanacee coltivate e spontanee.

Conclusioni
Durante i controlli e le ispezioni sulla frutta e sugli ortaggi esotici occorre procedere a dei rilievi sul materiale vegetale e nell'ambiente che possono andare dalla semplice perlustrazione visiva, fino all'esame dettagliato delle partite, rilevando adulti in attività anche mediante catture con trappole ad hoc o aprendo ad esempio i frutti se questi presentano delle sintomatologie tipiche dell'attacco da parte di queste mosche. Spesse volte infatti si possono ancora osservare i segni di una avvenuta ovideposizione (tipiche decolorazioni più o meno vistose, zone di necrosi tissutale, essudati di sostanze zuccherine) o di un foro prodotto dalla larva prima dell'impupamento. Se si reperiranno all'intemo dei frutti pupari e/o larve mature è possibile fare un tentativo per ottenere gli adulti, trasferendo il materiale reperito in piastre Petri, mantenute a 25° C e umidificate periodicamente con un po' di cotone bagnato. Questo allo scopo di favorire lo sviluppo pupale o l'impupamento stesso delle larve. Ottenuti gli adulti, è necessario mantenerli in vita per 3-4 giorni affinché assumano le colorazioni definitive, di fondamentale importanza ai fini della classificazione. Come già sottolineato, ai fini di una corretta determinazione, è altresì importante sapere l'esatto tipo di frutto dal quale si è ottenuto il materiale biologico e la provenienza stessa della partita. Sempre nell'ottica del monitoraggio di queste mosche, sarebbe poi necessario seguire l'esempio di quanto fatto in altre nazioni come ad es. in Nuova Zelanda, dove esiste, in prossimità dei porti, degli aeroporti e in tutte le aree coinvolte con l'ingresso delle derrate, una fitta rete di trappole innescate o con feromoni o con analoghi attrattivi. Non appena sulle trappole vengono catturati Tefritidi anche in numero esiguo, l'organismo deputato alla quarantena, procede a tutta una serie di misure necessarie per l'eradicazione della specie. In questo modo, soprattutto in questi ultimi anni, è stato scongiurato ripetutamente il pericolo di invasioni di Bactrocera dorsalis e B. tryoni.
Per quanto concerne il rischio fitosanitario, occorre fare alcune precisazioni sui vari generi. Le specie appartenenti al genere Anastrepha sono prevalentemente originarie delle foreste tropicali caratterizzate da temperature elevate e abbondante piovosità. In Italia è quindi pressoché inesistente il rischio di una possibile acclimatazione di queste mosche. Solo certe aree circummediterranee potrebbero soddisfare le esigenze termiche di queste specie, ma non certamente le notevoli esigenze di umidità relativa.
Per quanto concerne i Bactrocera asiatici e australiani e i Dacus africani, il rischio fitosanitario è maggiore, contrariamente a quanto detto per le specie del genere Anastrepha, basti pensare alla B. dorsalis presente in diversi areali asiatici caratterizzati da medie termiche simili alle mediterranee. Lo stesso dicasi per B. tsuneonis, la mosca degli agrumi del Giappone, e B. tryoni, la famosa "Queensland Fruit Fly", presente in un areale simile, per caratteristiche climatiche, al nostro e forse la più pericolosa, data l'esterma polifagia. Il rischio fitosanitario diventa elevato se invece si considerano tutte le specie appartenenti al genere Rhagoletis, abitatrici delle regioni temperate e nordiche degli Stati Uniti. In effetti, l'oramai avvenuta acclimatazione della mosca delle noci, Rhagoletis completa, in diverse aree dell'Italia del Nord e del Centro, la presenza di R. indifferens in alcune località della Svizzera (Merz, 1991), sono un chiaro segnale della possibilità, da parte dei rappresentanti di questo genere, di potersi acclimatare in breve tempo anche nella nostra penisola. La mosca più temibile sotto questo aspetto è senza dubbio la R. pomonella, insetto-chiave dei meleti americani e canadesi, caratterizzata da una forte potenzialità biologica che la rende una specie tendente a colonizzare sempre più nuovi areali e a svilupparsi anche a spese di frutti alternativi come pesco e susino (White e Helson-Harris, 1992). Ad ogni modo nelle liste di quarantena precedenti figurava nell'elenco dei Tefritidi anche un'altra mosca, la Myiopardalis pardalina (Baluchistan Melon Fly) vivente a spese di Cucurbitacee come cocomero, melone, ecc. Questa mosca, presente in diversi stati del Medio Oriente, in India, Pakistan, in Afghanistan e nell'area caucasica, può costituire un serio pericolo per le nostre colture, molto più delle Anastrepha considerate; resta da capire come mai sia stata tolta dall'elenco originario. Anche altre mosche, diffuse nelle aree nordamericane e viventi a spese del girasole coltivato, potrebbero acclimatarsi nelle nostre zone a vocazione elianticola e divenire un pericolo per questa coltura: i Tefritidi Neartici Neotephritis finalis e Strauzia longipennis.

SUMMARY
Quarantine Fruit Flies for Italy.
Twenty-three species of Fruit Flics listed in a recent regulation concerning pests and discases of quarantine interest for Italy were examined. Genera of economic importance such as Anastrepha, Bactrocera, Ceratitis, Dacus and Rhagoletis have been considered and keyed by using a simplified key published by White and Helson-Harris (1992). Chances of an eventual establishment in this country are also discussed.

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Ringrazio vivamente il prof. Alfio Raspi del Dipartimento di Coltivazione e Difesa delle Specie Legnose dell'Università di Pisa per la revisione critica del manoscritto e il sig. Luigi Buonuomo, tecnico dell'Istituto di Patologia e Zoologia forestale e agraria dell'Università di Firenze, per l'esecuzione al computer dei disegni e delle tavole fatta eccezione delle figure I e 2 in basso).