La palma e il punteruolo.

Rhynchophorus ferrugineus, è questo il nome dell’insetto (coleottero curculionide originario dell’Asia e della Melanesia) che sta uccidendo migliaia di palme in tutta Italia. A rischio è un patrimonio ineguagliabile. Sono le palme di ville pubbliche e private, giardini storici, piazze e viali alberati di inestimabile valore per il significato storico, paesaggistico, estetico-compositivo e culturale. Dalla Liguria alla Sicilia è, ormai da svariati mesi, emergenza “Punteruolo rosso”.  La frenetica e massiccia importazione di piante esotiche e tropicali è certamente la causa della diffusione di questo insetto. Sindaci e governatori delle varie regioni hanno organizzato tavoli tecnici, messo su squadre di intervento; continuo è il lavoro di monitoraggio, ma finora i sistemi di contenimento non hanno avuto successo. L'allarme è già scattato da un pezzo, lanciato dall'Organizzazione per la Protezione delle piante mediterranee ed europee (Eppo) che ha emesso il massimo livello di attenzione caratterizzato dal codice "Alert" ed il Decreto Ministeriale di lotta obbligatoria è stato finalmente pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 13 febbraio 2008. Il provvedimento vieta l’introduzione, la diffusione e la detenzione dell’organismo nocivo e precisa le procedure per la produzione e la circolazione delle palme con il passaporto delle piante CE per garantire la piena tracciabilità degli spostamenti.
Notevoli i danni quasi esclusivamente a carico di piante adulte, preferibilmente di grosse dimensioni, di Phoenix canariensis (Palma delle Canarie), la specie più rappresentativa per il patrimonio del verde ornamentale nel nostro territorio, ma lungo è l’elenco delle palme che potrebbero essere attaccate da questo “insaziabile” insetto. Quale sarà quindi il destino delle Palme delle Canarie in Italia? Esistono cure efficaci per arrestare l’azione devastante del fitofago? Botanici, agronomi e giardinieri sono in affanno. Non si trova il rimedio. Ma che un coleottero d’importazione rischi di rovinare patrimonio arboreo, relazioni e tradizioni è assolutamente inaccettabile.

 

L’insetto – in spagnolo “picudo rojo de las palmeras”, coleottero che ai tropici si mangia alla piastra (sa di pancetta affumicata), ma alle nostre latitudini è lui a mangiare, vive all’interno della palma, dove compie interamente il suo ciclo vitale. Ne succhia la linfa cominciando dalla parte più buona, il midollino, e prosegue con le foglie e i fiori e i frutti. Nel frattempo si rinserra nel tronco, dove né un topo né un picchio possono snidarlo, e si concentra sulla perpetuazione della specie. Il maschio del punteruolo scava nello stipite e attira con i feromoni le femmine. Trecento uova a botta. Le uova si trasformano, in 2 o 5 giorni, in piccole larve. Ogni larva, dotata di potenti mandibole, ha novanta giorni di tempo per irrobustirsi, senza rischiare neppure un raffreddore perché masticando produce alcol e quindi si riscalda. Da masticare ce n’è. Le larve si muovono verso l’interno della palma scavando tunnel e larghe cavità alla base delle foglie e nello stipite. Dopo 20-30 giorni nascono gli adulti. Il punteruolo rosso ha una scarsa capacità di movimento e quindi i contagi avvengono quasi esclusivamente fra piante limitrofe. In genere non si sposta in una nuova palma finché non ha completamente “spolpato” e distrutto quella su cui vive.
Difficoltà obiettive esistono nel controllo di questo insetto poiché, quando i sintomi dell'infestazione si cominciano a manifestare – cima della palma disseccata e appiattita, chioma con le foglie ripiegate verso il basso (ad ombrello aperto), – è troppo tardi per poter intervenire con misure curative; le piante risultano irrimediabilmente compromesse e destinate a morte certa in 4-8 mesi, a seconda dell’età e dell’entità dell’infestazione.           
Di fronte a una palma malata, l’unica cosa da fare è abbatterla e biotriturare ogni sua parte in maniera da evitare i rischi di contagio.
In considerazione del fatto che, come detto, il ciclo vitale dell’insetto si svolge per la maggior parte all’interno della palma, l’impiego dei comuni antiparassitari non è risolutivo. E’ invece fondamentale prevenire gli attacchi delle larve, attraverso periodiche ispezioni e garantendo le migliori condizioni vegetative per la pianta, evitando la presenza di tagli, ferite e quant’altro. Se non c’è una cura alla malattia, esiste comunque la prevenzione, effettuando alcuni trattamenti con insetticidi, somministrati nelle palme con cadenze regolari nei periodi di massima proliferazione del coleottero, che hanno già dimostrato di avere una certa efficacia nel prevenire la malattia. Certo, l’impiego dei prodotti chimici comporta una grande accortezza perché si tratta di sostanze altamente nocive per l’ambiente circostante e per l’uomo. Purtroppo, in natura, non è stato trovato ancora un antagonista del punteruolo rosso, né un agente microbiologico fra batteri, virus e funghi e alcuni metodi di endoterapia e di aspersione esterna sono ancora nella fase di accertamento. Metodi di diagnosi basati su strumenti bioacustici, che permettono di individuare i rumori emessi dalle larve durante la loro attività trofica, o sull’uso di termocamere, capaci di rilevare variazioni di temperatura, hanno dato finora risultati non sempre attendibili…
Una diagnosi precoce dell’infestazione è di fondamentale importanza per arginare la «peste» del punteruolo, Quasi certamente nel giro di qualche anno la densità delle popolazioni del rincoforo subirà una forte riduzione a causa della rarefazione delle piante ospiti maggiormente adatte al suo sviluppo.  La scomparsa della palma delle Canarie nei nostri ambienti quindi è da ritenersi alquanto improbabile. Allo stato attuale però, non rimane altro che rassegnarsi alla perdita delle belle palme centenarie e sostituirle con piante giovani, magari di specie diverse e meno suscettibili al fitofago.

 
Alessia Giglio

Catania, 22.4.2008

 

Giardino, luogo di cultura

Gli antichi giardini, che la civiltà legata agli Egizi e alle città di Ninive e Babilonia vede fiorire sulle rive del Nilo e del Tigri o in terrazze digradanti dalla collina dell'Eufrate, univano in un'unica struttura il tempio, l'alta torre a gradoni, detta ziggurat e l'hortus conclusus nell'intento di contaminare lo spazio sacro destinato alla liturgia e l'armonia di un cosmo di erbe e fiori.
Il giardino inizia la sua storia come luogo di cultura proponendo l'aspetto religioso. Primario, eccellente e fondante.
Nei sopraddetti luoghi di delizie erano coltivate piante non solo in omaggio alla loro bellezza e alla preziosità delle loro essenze profumate, ma anche altre da cui si potevano estrarre droghe indispensabili per il sapere medico e per l'arte della divinazione, di cui i ministri, i maghi appunto, assolvevano le ritualità, ritenute a quei tempi le più perfette ai fini della conoscenza.
Il giardino si pone fin dalle sue origini come ripresa del tutto artificiale di un paesaggio, la cui finalità estetica deve riconciliare l'uomo con l'armonia dell'universo cosmico naturale in una sorta di percorso le cui tappe sono vie di comunicazione tese a rendere attivi nella coscienza i processi della scoperta interiore e della purificazione. I giardini legati alla mistica religiosa sono l'orgoglio di passi celebri della Genesi e del Corano e, una volta diventati spazi materiali dell'uomo, della fonte scritta mantengono il carisma religioso che li vede riproduzioni di un luogo edenico.
I giardini di Karnak (1291-1279 a.C.) rappresentano nella concezione religiosa egiziana l'idea di uno spazio delimitato da un piccolo bosco di papiri dove il dio Ammone conversa con il faraone. In tutti i templi dell'Egitto i giardini prendono ispirazione dalle forme della natura ma di questa escludono la mutevolezza confermando il loro aspetto monumentale.
Le terrazze di Babilonia (VIII sec. a. C.) poggiavano su grandi arcate sostenute da pilastri vuoti, riempiti di terra. Grandi scalee collegavano i vari piani, di cui i viali erano adorni di statue di rara bellezza e di decori mentre vasche e fontane celebravano l'acqua, purificazione e lietezza per lo spirito degli ospiti. Scene vegetali mutevoli nella freschezza della loro improvvisazione dettagliavano i quadri naturali pur restando partecipi dell'unità e dei motivi dominanti della composizione.
Presso i Greci fin dai tempi omerici (VIII sec. a.C.) il giardino è appendice del tempio e dimora degli dei. Nella descrizione di Omero nell'Odissea i giardini attorno alla grotta della dea Calipso sono una selva florida e domestici vigneti. E' probabile che l'origine di questi risalga alla civiltà egea che si legava al culto della vegetazione e dei frutteti sacri, cresciuti accanto ai santuari. I Greci possedevano una concezione mitologica della natura e nel racconto sacro di avvenimenti legati al cosmo ci hanno consegnato lucide e fantasiose storie intrecciate alle vicende umane che hanno dato origine ai nomi di numerosi fiori. I nomi di Giacinto, di Narciso e di Adone sono ormai gemme della nostra cultura e rimandano a profonde radici comuni dell'umanità in quanto celebrano i sentimenti dell'amore, dell'amicizia, della perdita, del lutto e del dolore. Alludono anche ad una rinascita che consola gli uomini e lega chi vive al destino di nascita – morte che domina ogni esistenza.
E se il faraone conversava con il suo dio lungo la passeggiata di un giardino, i Greci dell'età classica lungo i viali degli orti, lasciati per lo più allo stato naturale, ma ornati da fontane e da rosate statue criselefantine, avevano la voce e il passo di Platone (428-347 A.C.), intento ad insegnare nel ginnasio alberato dell'Accademia. Teofrasto (371-288 a.C.), amico di Platone, fu il primo giardiniere della storia, inteso in senso professionista , e ci ha lasciato due libri: Ricerca sulle piante e Causa delle piante.
I Romani , che all'inizio erano contadini esiliati in città , ebbero orti e campi attorno alle loro case. Solo quando divennero conquistatori del mondo conobbero il giardino e presero a considerare il luogo come riflesso della natura e della cultura e strumento di vita interiore. Il giardino rispondeva al sentimento religioso e alle esigenze di una cultura morale e filosofica che sollecitava il pensiero con uno spazio conforme alla scena naturale ove Cicerone (106-43 a.C.) ambienta i suoi Dialoghi. Per l'oratore il giardino pone la mente a contatto con la natura e permette al sentimento di diventare libero e sognante immergendosi nel paesaggio, in mezzo ad opere d'arte greche.
Proprio Cicerone, colpito da un dolore straziante, la morte della figlioletta Tullia, pensa ad un giardino funebre, soluzione che diventerà costume per la cultura romana: tombe per due imperatori divinizzati, Augusto e Claudio, sarà un recinto sacro adorno di fiori.
Il giardino delle antiche civiltà del Mediterraneo partecipa alla sacralità come luogo legato ai culti della terra; discorre di morte e rinascita nei nomi dei fiori e con la loro associazione alle divinità; assolve al ruolo delle sepolture domestiche e di quelle ufficiali prima di entrare nella mistica dei monasteri dell'alto Medioevo e diventare un simbolo della perfezione terrestre.
Lungo il tempo, il giardino conserva la qualità del sacro nel significato interiore e universale, che lo lega alle aspirazioni dell'intera umanità. Che, nata in un giardino, a questo vuole ritornare secondo i moti caparbi del cuore per ricostruire un luogo e un momento di tregua. Con la cacciata dal luogo di ogni perfezione e con l'esodo verso il mondo l'uomo conosce il disordine, l'errore, la colpa e il giardino reintegra il caos in una costruzione formale che si affida ad un ordine la cui natura si piega alle figure della geometria e sulle proporzioni della simmetria.
Il giardino creato dall'uomo è del tutto simile a quello edenico che, quadrato, ripartito simmetricamente e irrigato dall'incrocio di quattro fiumi sgorganti dal suo centro, sarà sempre incontrastato modello di ogni nuova creazione, pur nei necessari e straordinari movimenti che nel corso del tempo e delle più diverse culture praticherà con capriccio, invenzioni, nuovi ritmi, per inderogabili necessità.
L'uomo ha continuato e continua a creare giardini per placare il suo desiderio inappagato di un mondo negato, in modi che hanno la presunzione di durare mentre scontano la provvisorietà del loro esistere. I giardini scomparsi, infatti, sono di gran lunga più numerosi di quelli sopravvissuti e la precarietà e l'effimero segnano la loro vita in analogia al comportamento dell'ospite più geniale di tali luoghi, il vegetale.
Resta, unica traccia, la memoria di viaggiatori, visitatori, artisti che nella pagina scritta permettono la ricostruzione visiva di un luogo, pronto ad affidare la sua esperienza nella speranza di una rinascita d'indomita audacia.
Se il giardino nella prospettiva religiosa collega in dialettica cielo e terra, ai due poli attribuisce felicità, peccato e nostalgia.
Tra questi due mondi in tensione, l'uomo, costruisce giardini che, nel corso della storia, sono stati ora allegorie di vita celestiale, appagati di silenzio e di autarchie, ora anche simboli di desideri inconfessabili e di passione.
Il giardino dei monaci benedettini, sobrio e assoluto, è in filigrana canto di un mondo che trova la sua pace, un madrigale idilliaco e corretto mentre il giardino di Armida nella Gerusalemme Liberata di T. Tasso (1544-1595) è peccato in forma di giardino, ove tutto è vero e tutto è falso, bello insidioso e mortale.
Ed è l'immagine di una passione quella che sorge nella mente dell'uomo, tesa a domare la realtà del male e a cui contrapporre un giardino che, nato da un eccesso di sofferenze e non dalla radiosità dei sogni, sia di consolazione e cura della nostalgia.
Fin dopo l'anno Mille la tipologia che richiamava il giardino romano, collocato all'interno di un cortile con portici e colonne, posto all'interno delle case, rimase come espressione d'arte nei chiostri del convento, murati , nelle forme del quadrato e del rettangolo, tipiche dell'hortus conclusus.
Lo spazio, avvolto dalle mura di cinta, era suddiviso da viali di differente destinazione. Il pomario, per la coltivazione di alberi da frutto di varie specie ; il verziere o erbaio per le essenze medicinali ; il viridario o giardino privato; infine le peschiere e le voliere. Secondo il trattato sull'agricoltura di Pier Crescenzi (1230-1321) che descrive giardini della gente di modeste possibilità ma anche quello del re e di altri ricchi signori , il gusto è istintivo e basato sul godimento sensibile delle specie vegetali .In tale luogo trovano espressione le tre tappe fondamentali della civiltà dei giardini : lo stato di natura, rappresentato dal giardino selvaggio, ove l'istinto dell'uomo è spinto alla caccia dalla necessità; la parte della ragione che condiziona la ricerca dell'utile e del produttivo nella scelta delle erbe racchiuse nel verziere; infine la fase del piacere e della gioia dei sensi che attorno a fontane, aiuole fiorite, padiglioni d'ombra e zone erbose riproduce l'idea edenica.
Il principale contributo rinascimentale alla storia del giardino riguarda una maggiore attenzione all'aspetto architettonico, fondato su nuove basi concettuali e il suo inserimento in una concezione prospettica che lo collega al paesaggio circostante. Il più grande fascino del parco rinascimentale è, però, la sua straordinaria capacità di fondersi con lo spirito del luogo in un'armonia che l'ha reso indimenticabile agli occhi di infiniti visitatori. I giardini erano parte della dimora signorile , una sorta di cortili interni che andavano oltre le mura del palazzo mantenendo in ogni caso stretti legami con l'architettura dell'edificio in tutti i dettagli di stile. Si conservavano ancora le recinzioni, ma era ormai caduto il loro significato simbolico medievale di esclusione dal mondo a favore di un richiamo psicologico alla solitudine e al riserbo. Le balaustre avevano lo scopo di interrompere la visuale prospettica ritagliando spazi dall'atmosfera più raccolta, riservati a diversi comparti . Un rinnovato interesse per l'antichità determina le scelte delle sculture, la cui simbologia non è più risolta nei contenuti religiosi, bensì laici e secolari. I gabinetti verdi come gloriette, padiglioni, gazebo, erano dedicati , ciascuno, ad un tema particolare : luoghi ove appartarsi per leggere, riflettere, conversare con gli amici .Vi troviamo anche il labirinto, associato ad un significato allegorico in quanto segno antico dell'uomo, figura complessa di una rappresentazione di prove iniziatiche, preliminari al cammino verso un centro nascosto.
Il labirinto vegetale piacque moltissimo al gusto edonista delle corti cinquecentesche europee che al trionfo del gioco e della bizzarria legarono le imprese della conquista erotica, perduta dietro alle gioie e alle disgrazie d'amore.
Sottraendo spazio alla foresta, rinunciando alla totalità della natura, l'uomo in questa epoca storica crea giardini dal segno forte, perfetto e razionale che si imprime sul territorio con le forme di una geometria assoluta : il quadrato, il cerchio o il triangolo dai pari lati. Nascono ora i primi trattati sistematici sull'arte di progettare i giardini che si rifanno alla tradizione romana come nel caso del De re aedificatoria di L. B. Alberti (1404-1472). Nasce l'artificioso giardino all'italiana in cui l'uomo si accinge a mettere ordine nella natura con l'intento di dominarla. In molti casi questi luoghi diventano centri d'istruzione e di studio ove aristocratici e umanisti -i membri dell'Accademia platonica – si incontrano. Come i giardini di Careggi che, acquistati da Cosimo il Vecchio nel 1417, furono trasformati dal Michelozzo (1396-1470) in una ricca e magnifica costruzione con giardino classico cintato da una siepe verde di bosso, vasca al centro e intorno comodi sedili per la conversazione.
Sugli esempi fiorentini, nel XV secolo a Roma, si sviluppa l'arte dei giardini che allarga enormemente le dimensioni del luogo fino a farlo divenire un parco nel progetto dei più famosi architetti : Raffaello (1483-1520) per Villa Madama ;D. Bramante (1444-1514) per la Corte del Belvedere in Vaticano ; P. Ligorio (1510-1583) che creò il giardino di Villa d'Este a Tivoli ; il Vignola (1507-1573) per Villa Lante a Bagnaia e Villa Farnese a Caprarola.
Il filosofo F. Bacone (1561-1626) propone una sintesi che fa del giardino il luogo materiale di un pensiero che eredita dalle utopie classiche e dai miti orientali il concetto di eterna primavera, concessa al luogo non da poteri divini ma dalle varietà stagionali di alberi e fiori mentre il rapporto ordine- disordine, di matrice religiosa, anticipa quel territorio dell'innocenza perduta, cui il poeta J. Milton (1608-1674) assegnerà il nome di Il Paradiso perduto .Il secolo barocco è anche il tempo in cui l'architettura dei giardini, secondo gli schemi ancora rinascimentali nelle prescrizioni di spazi, di ambienti, scene e fondali destinati al soggiorno all'aria aperta, si produce in una sorta di animazione, di imprevisti e di preziosità sofisticate.
I giardini creati dai poeti, i giardini letterari, possono essere associati alla facoltà immaginativa o alla fantasia di chi scrive. Alla prima categoria appartengono quelle creazioni che fanno riferimento a luoghi ora scomparsi di cui è possibile avere notizia ricercandoli attraverso le fonti scritte. Si pensi ai giardini perduti di Cartagine che G. Flaubert (1821-1880) descrive in Salammbô; al giardino "tutto de torno murato" – forse villa Palmieri a Fiesole -, che è quello in cui l'allegra brigata di giovani entra nel Decamerone di G. Boccaccio (1313-1375); al parco della regina Cornaro, esule ad Asolo, nel primo libro degli Asolani di P. Bembo (1470-1547); a Villa Aldobrandini a Frascati e al suo parterre a forma di letto che G. Casanova (1725-1798) ricorda nei suoi Mémoires . Alla seconda tipologia spettano i giardini che più arbitrari portano in letteratura il gioco dell'invenzione e la fascinazione di un luogo che ha la memoria di altri, forse possibili, forse intravisti, forse solo letterariamente conosciuti. I giardini sublimati nei Racconti di E. A. Poe (1809-1849), opera di un artista-giardiniere, poeta della natura e giocoliere d'inganni; i tanti giardini anomali, artificiali, popolati da acquari ninfee labirinti, segni inquieti della letteratura di fine Ottocento che troviamo in K. Huysmans (1848-1907) e nei supplizi di O. Mirbaeu (1850-1917), ove la natura più spontanea è compagna dei più raffinati strumenti di tortura.
Una curiosa sorte è quella del giardino di J. J. Rousseau (1712-1778), dettagliatamente analizzato nella Nuova Eloisa , che ebbe il destino di trasferirsi dalla pagina alla realtà del parco di Ermenonville .Un devoto ammiratore del filosofo, infatti, il marchese R. De Girardin (1735-1808) gli diede le forme vive e palpitanti -che ancora si possono ammirare a poca distanza da Parigi – facendo di un terreno di palude incanto e sogno.
Il giardino come realizzazione del Paradiso sulla terra doveva racchiudere tutto quanto è presente nel luogo edenico ma questo fatto non portò ad una cristallizzazione delle forme d'arte e delle scelte botaniche a questo connesse. Il giardino, continuamente in evoluzione, è specchio costante in cui la cultura guarda se stessa nella sua tradizione e nei suoi mutamenti.
Talvolta le idee da giardino sono anticipate dalla letteratura, dalla pittura , dalla filosofia come pure dai progressi della scienza e dalle attitudini politiche. Per un legame fra giardini e politica, il caso di Versailles -a cui lega il suo nome l'architetto A. Le Nôtre (1613-1700), coadiuvato da L. Le Vau (1612-1670) e da F. Mansart (1598-1666) – risulta emblematico.
Nel Classicismo di Le Nôtre il criterio visivo è dominante in quanto i giardini sono disegnati considerando il palazzo come punto di vista, osservabile da tutte le parti .Luoghi aperti, privi di barriere, suggeriscono l'idea di uno spazio infinitamente profondo .Le Nôtre volle rappresentare attraverso le soluzioni prospettiche di questo giardino i principî del potere assoluto e dell'inaccessibilità del sovrano. Luigi XIV, condannato alla magnificenza, volle un gemello altrettanto regale e, dopo infiniti dispendi, regalò al mondo Versailles con i suoi viali non più a schema ortogonale, ma a raggiera con un unico centro, come i raggi del sole. Tutta la semantica del giardino- sculture delle fontane http://www.verdeepaesaggio.it/immagini dell'astro miti- dovevano servire alla glorificazione del "re sole".
Dalle pitture murali delle tombe egizie alle rappresentazioni di C.Monet (1840-1926) il giardino ha sempre seguito il paesaggio con un sentimento, incorporato nel gesto dell'artista, che aggiunge ad uno spettacolo di per sé destinato a passare l'occasione di estendersi attraverso l'interpretazione alla sensibilità degli uomini. Nel Settecento la grande pittura del paesaggio ha fatto incontrare un pubblico sempre più vasto con le opere di J. Reynolds (1723-1792),T. Gainsborough (1727-1788) che divulgavano- secondo la maniera nordica, gli esempi di Le Lorrain (1600-1682) e il gusto per la natura panica e misteriosa di N. Poussin (1594-1665) – le bellezze dei luoghi naturali. Accanto a questo impiego l'arte pittorica ha indirizzato la sua tendenza naturalistica alle tecniche dei pittori di fiori. La scuola olandese trova nelle tele dei maestri "di velluto " -J.Brueghel (1601-1678); D.Seghers (1590-1661) – la chiave di volta per coniugare botanica e simbologia. La prima consente una perfetta identificazione di ogni singolo fiore disposto in ghirlande ornamentali, dapprima in onore della Vergine e poi di personaggi d'apparato e di importanza. Per la simbologia ogni fiore è associato ad un simbolo di virtù religiosa o ad una qualità umana.
Osservare, disporsi alla ricezione del mondo naturale, passeggiare, ascoltare… musica. All'inizio era il canto degli uccelli. Chiusi in gabbia o dentro la costruzione dei nidi erano la domestica conoscenza che l'uomo trovava negli orti medievali di cui le miniature conservano la memoria nella bellezza delle piume colorate di pavoni e fagiani e nella gaiezza di una festa con giovani che pizzicano strumenti a corde mentre altri cantano. In epoca barocca J. B. Lully (1632-1687) ideò una speciale espressione musicale d'ordine severo e simmetrico che va sotto il nome di "stile Versailles", per le feste in giardino accompagnate da balletti , pantomime e cortei. W. Mozart (1756-1791) a Salisburgo scrive musica da eseguire all'aria aperta nei caratteri del divertissement e della serenata. Non solo i concerti, ma le fontane musicali, i suoni prodotti dallo scorrere naturale delle acque, i meccanismi robotici talvolta scherzosi creati dalle invenzioni dello stile rococò, l'eco simulato trovano nel teatro di verzure varietà acustiche legate allo stupore, al gioco, alla malinconia e alla gioia.
Poesia e giardini si integrano concedendo al luogo, che si esprime attraverso una fitta rete di significati di ordine architettonico ornamentale, le corrispondenti emotive legate a monumenti, templi, iscrizioni, allo stesso paesaggio, evocato e trasformato. Il giardino, riscritto nella parola , diviene così una forma mentis non un interesse estrinseco legato al piacere della descrizione e contiene un trascendimento del reale che permette ad ogni uomo di ritrovare un'intenzione generale, un interesse comune, una pulsione condivisa.
Nel Settecento la visione commossa della natura si esprime in Inghilterra secondo regole ad un tempo suggestive e precise: creare contrasti ; allestire sorprese; celare i confini. Il giardino paesaggistico sceglie con gli architetti W. Kent (1684-1748) e L. Brown (1615-1783) di dimenticare la maniera classica mettendosi in gara con la spontaneità della natura. Il luogo deve essere letto come un libro aperto, anche misterioso, ove scoprire nei gruppi scultorei che lo ornano l'insegnamento della storia e della mitologia; nella nomenclatura botanica, divulgata da C. Linneo (1707-1778), il genio della natura provvida che gli illuministi considerano maestra dell'uomo; nel rudere, il richiamo della malinconia. Il rudere racconta di un lungo abbraccio tra vegetale e pietra. La pietra aspira per qualità materiale alla durata mentre il vegetale finisce e si rinnova seguendo il perenne destino delle cose umane. La grammatica della pietra è vigorosa come la sua sintassi e, quando il tempo chiama a sé l'opera architettonica concedendole il colore indecifrabile che piogge calure secchezze e ogni altro accidente hanno prodotto, trasforma un elemento, nato dalla mente e dalle mani dell'uomo, in qualcosa che pare nato dalla terra stessa. La vegetazione, allora, si insinua nel rudere, avviluppandolo, e insieme, abitanti pacificati di un ordine naturale, parlano agli uomini della memoria, del tempo, della storia.
I giardini devono anche assolvere ad un significato che abbia valore ai fini di una formazione culturale e al processo dell'educazione. In Russia, per volontà di Pietro il Grande (1672-1725), i giardini di Pietroburgo si riempirono di oggetti significanti, atti a diventare veicolo di civiltà e a creare contatti con le esperienze culturali europee.
L'arte della parola e l'arte dei giardini diventano inscindibili durante l'età romantica. I precursori dei giardini dell'Ottocento sono poeti come A. Pope (1688-1744) che ideò il suo giardino a Twichenham sul Tamigi ; J. J. Rousseau , ispiratore di Ermenonville; W. Goethe (1749-1832) che fece di un giardino il protagonista del suo enigmatico romanzo Le affinità elettive.
Natura e paesaggio hanno valore in quanto interpreti di uno stato d'animo e il luogo-giardino deve dispiegare la gamma di un'intera sensibilità e, soprattutto, quel sentirsi sospesi tra felicità e tristezza nella zona della malinconia che è essenziale attributo della poesia romantica.
Lo stile del giardino all'inglese, non è statico, né uguale, né conchiuso: in perenne divenire asseconda i mutamenti delle ore, delle stagioni, dell'anno. Si muove nelle sue acque, nelle fronde dei suoi alberi, nei rami sottili delle siepi; è percorso da animali, popolato da uccelli, visitato da carrozze .Durante la passeggiata l'uomo incontra la natura al di là del giardino nel circostante territorio selvatico; acquista coscienza della libertà dello spirito; scopre lungo i sentieri dalla linea serpeggiante fluida il senso dell'infinito e della lontananza, di cui l'arte romantica non è mai paga.
Nella più giovane delle espressioni artistiche, il mondo del cinema – decima musa – il giardino entra nella sala buia con la prua fluttuante di una nave fiorita: immagine del giardino cubista, creato nel 1926 a Hyères, in Costa Azzurra, dall'architetto franco-armeno G. Guévrekian (1900-1975) per il visconte Charles de Noailles e sua moglie Marie-Laure, mecenati dal gusto internazionale. Il film, girato da Man Ray (1890-1976), è come tutte le opere delle avanguardie dei primi decenni del Novecento frutto di un lavoro d'équipe e si intitola Le Mystère du Château du Dé . Vi collaborarono artisti di discipline diverse e l'esperienza si collega alle contemporanee progettazioni dal gusto puro e geometrico di R. Mallet Stevens (1886-1945), create per i padiglioni dell’Esposizione Internazionale delle Arti Decorative e Industriali (Parigi, 1925).
Nel Novecento l'arte, in generale, ha ripreso dal tema del giardino elementi e atmosfere di complessa ideazione percependo la natura nelle forme di una terra desolata. Nel film di S. Kubrick, Shining (1980), in una stazione invernale sulle Montagne Rocciose del Colorado, l'angoscia e il mistero di una storia convulsa si scioglie nei meandri di un labirinto – rito d'iniziazione, rito di salvezza – intricatissimo di siepi, di cui il bambino dotato di percezioni sensoriali, lo shining per l'appunto, trova l'uscita per scampare alla follia omicida del padre.
Nei Misteri del giardino di Compton House (1982), il regista P. Greenaway sembra aver ereditato dai pittori del Settecento inglese la vocazione paesaggistica che nel film trova conferma e nel titolo originale del film The Draughtsman's Contract e nei disegni della villa e del giardino, da lui stesso eseguiti, e nella calcata presenza di strumenti riferiti alla visibilità. Dal punto di vista stilistico le inquadrature, spesso dentro la cornice di una finestra, duplicano il loro effetto e confermano l'analogia tra il giardino e la tecnica cinematografica nella selezione dello spazio e nell'intento di ricrearlo come totalità.

B. Basile, L'Elisio effimero, Il Mulino, Bologna 1993.
P. Grimal, I giardini di Roma antica, Garzanti, Milano 1990.
M. Mosser- G.Teyssot, L'architettura dei giardini d'Occidente, Electa, Milano 1990.
F. Nuvolari, Hortus conclusus, Mazzotta, Milano 1986.
R. Borchard, Il giardiniere appassionato, Adelphi, Milano 1992.
D. S.Lichacev, La poesia dei giardini, Einaudi, Torino 1996.
L. Morbiato , Alla ricerca dei giardini cinematografici, in Intorno al giardino, a cura di G. Baldan Zenoni-Politeo,Guerini e Associati, Milano 1993.
L. Danielli, Giardini della poesia, Edagricole, Bologna 1993.

Il tempo nascosto

Bologna nasconde giardini raffinati dietro immensi portoni di noce e quercia; nel palazzi secolari vive il cuore della campagna a cui la città è legatissima, ricamato su vetusto e fedeli cancelli. Basta la curiosità, per aprirne la maggior parte.

Via S. Stefano Chiesa di Santo Stefano

Tante città, e forse le più belle, hanno avuto la ventura di nascere vicino alle colline; la collina, con i suoi dolci saliscendi, con il formarsi continuo di angoli e scenografie, con le arie più miti in inverno e più. fresche d’estate, con l’esposizione al sole dei suoi versanti, diventa non solo un complemento ma pure una ricchezza.
Ma la collina lavorata, a ulivi, a vite, è un’attrattiva costante di tutta Italia, e ha qualcosa di più del puro bosco. Bologna, città dotta, ma anche grassa, mantiene del passato, soprattutto Cinquecento e Seicento, un gusto della terra collinare che non si riscontra in nessun’altra parte della penisola.

Il cuore legato alla terra
Le altre città consistono della parte urbana e poi, oltre le mura, inizia la parte dedicata all’agricoltura; non così Bologna. Intimamente legato alla terra, qui più che altrove grassa e fertile, scura, il bolognese, fosse aristocratico o plebeo, non riuscì a separarsi dalle sue colline, non volle abbandonare in ottobre quei campi, quelle piante che aveva per mesi curato, perfino amato, e che gli avevano portato sul tavolo bibite, grappoli, succhi, semi, una cornucopia eccezionale. Così trovò il modo di portarsi dietro le stagioni e di contare il tempo dal fremere del vino nelle botti, dal seccarsi di prugne e albicocche nel solaio. C’era, un angolo delle sue colline che non poteva lasciare, che voleva a tutti i costi avere davanti agli occhi, quando gli affari sarebbero divenuti talmente pressanti e forti da obnubilarlo e gettarlo nel materialismo più cieco: era il suo giardino. Non è facile avere un giardino e neppure mantenerlo. Bologna ha poi un clima abbastanza rigido, non decisamente propizio nelle nebbie invernali e nelle afe estive.
Nacquero allora quei giardini che sono oggi un motivo di vanto per la città, e che pochissimi conoscono, poiché restano gelosamente chiusi da portoni immensi e pesanti di bella rovere. Capita però ogni tanto che un portiere distratto lasci una fessura aperta, o ceda a permettere un’occhiata, e che si riesca a scoprire ciò che abbiamo veduto noi.

Collegio di Spagna. Affresco del Collegio di Spagna

I giardini nascosti
Di molti giardini poi è impossibile anche accorgersi, tanto sono ermeticamente fermati con chiavistelli e «cave canem». Da un punto di vista architettonico sono collocati nella parte più interna dell’edificio; dopo il vestibolo, si trova un primo cortile, a porticato, spesso con balconi superiori, con o senza pozzo centrale. Più oltre, si passa nel giardino vero e proprio, delimitato da un muro perimetrale. Si tratta sempre di muri alti, da 4 a 6 metri, in cotto, quasi delle cortine che mantengono il più possibile segreta quella terra così appassionatamente portata via dai campi. Caratteristica comune, ai giardini poveri e a quelli ricchi, è che vi si trovano piante da frutto, quindi non soltanto il mero abbellimento floreale, ma il ricordo e la presenza dei frutti; i quali non producono di che nutrirsi giornalmente, data l’esiguità degli esemplari, ma restano i simboli dei filari e delle messi della campagna. Sono fichi, meli, cachi, peri rugginosi, albicocchi, melograni. I caratteri, diciamo aristocratici, sono invece rappresentati dagli affreschi che stanno sotto il porticato.

Il melograno di Giosuè Carducci
in via Broccaindosso
Via Saragozza

Colori agresti
Il rosso tipico di Bologna, contiene poi sui muri squarci di azzurro dove il proprietario faceva raffigurare i propri possedimenti di Rastignano, Casaglia, Sasso Marconi; sono scene pastorali ed agresti in generale, in cui però lo studioso e l’intenditore riconoscono luoghi precisi dei dintorni, oppure scene più decisamente «grasse» che ricordano quelle pompeiane, con satiri avventurieri e fanciulle decisamente indecise sul da farsi. Anche qui il nobile bolognese dimostra di essere stato un buon borghese dedito agli studi prima di entrare negli affari; il giardino è sempre allietato da una fontanella, semplice voluta di bronzo, un pesce che fuoriesce acqua, una conchiglia…

Strada Maggiore

Poche sono le statue, e le poche sono in cotto, a voler mantenere il senso della terra e il suo bel colore. Pago di passeggiare qualche minuto, o di guardare dal davanzale scendere la neve, lo scricciolo vi viene a cercare riparo. I fiori che predilige per il nido sono: l’ortensia, bianca, rosa, azzurra, sempre di verde intenso e nobile; la piccola begonia, dalle forme varie e dai colori delicati, fatta per qualunque angolo e contorno; la rosa rampicante simbolo di passione, di fedeltà, atta a coprire povere crepe nei muri, e a creare tendaggi scenografici. Poi, in misura minore, i fiori che ornano la tavola: violette, tageti, petunie, giacinti. Dunque non si tratta di giardini improvvisati, spazi ornati da un glicine, come avviene in tante altre città, ma di luoghi vivi, abitati, con una significazione ben precisa. Sono terre vere e proprie, sono terreni coltivati appena, lana coltivati, e che, messi al centro dell’edificio, non fanno coreografia ma mantengono un pulsare che è lo stesso della natura.

Strada Maggiore

Tesori nobili e segreti
Il cuore del palazzo bolognese è terra, dove si nidifica, dove zappettano talpe e vermiciattoli, dove viene il gufo e il barbagianni a far pulizie, dove la famiglia osserva gli orari delle colline fuoriporta. Qui si trova il tempo nascosto, quella parte cioè dell’universo che è in ognuno, che regola gli affari e movimenti, che scandisce gli inizi e le fini.
Dietro i grandi portoni scuri, a volte ancor più protetti da magnifiche cancellate, si direbbe che ci siano nobili tesori; in realtà c’è la terra delle colline, la ricchezza di Bologna, racchiusa come per far razza nello scrigno di colonne cinquecentesche. Scoprirli è veramente scoprire, e in questo caso il passero è più fortunato di tutti, gozzovigliando e andando a morosa» di corte in corte.

Calici chiari e fragili

Ho pensato molte volte ai Giapponesi che, fieri di un passato di grande nobiltà e apertura d’animo, davano alle loro strade nomi come: vento che soffia, dalia aperta, albero chiuso; essi pure, oggi, coltivano piante da frutto soltanto per goderne i fiori, senza cercarne un utile, un commercio.
Da noi la primavera dura poco, ultimamente è così fradicia e inzaccherata che se ne va subito, eppure la sua bellezza è integra.
Ma forse a noi interessa più l’utile che la bellezza? E come dire allora che i giapponesi non sono la prima potenza economica del mondo?
Comunque sia, troppo poco riusciamo a guardare i fiori degli alberi che danno frutti poi commestibili: di solito così piccoli da non attirare l’attenzione se non nei grandi mazzi di una piantagione.
Le distese dei ciliegi, dei peschi, dei meli, sono opere d’arte della natura, ma uno solo di quei calici chiari e fragili è una pennellata, una goccia, una lettera.
Abbiamo voluto seguire la vita delle piante dalla gemma al frutto, nel suo vestirsi più splendidamente, nel nostalgico ricordarsi ogni 12 mesi della Primavera che Botticelli rappresentò proprio con fiori di pesco.
Ecco le piante da frutto più familiari alla nostra tavola, e un riconoscente grazie vada pure ai fiori che li generano.
Fiori che nulla invidiano a quelli di un giardino, se ci sono insetti che muiono di ebbrezza nel loro calice profumatissimo e divino.

Albicocca
Prunus armeniaca, delle Rosaceae, drupa di forma ovaleggiante, con polpa color giallo arancione. Pare portata in Mediterraneo da Alessandro Magno, scopertala in Armenia. La sua coltivazione è accertata in Italia nel 50 d. C. Il nome deriva dall’arabo Albarquq. La si considerava portatrice di gravi malattie.
Limone
Citrus limonum, delle Rutaceae, con foglie sempreverdi, fiori bianchi a mazzetti. Bacca a esperidio, con buccia gialla, spicchi succosi aciduli. Originaria dell’Asia sud-orientale, introdotta in Italia intorno al III secolo a.C. Varietà: comune, primofiore, monachello, biancuzzo, perettino, agostaro.
Fragola
Fragaria vesca, delle Rosaceae, con stoloni sottili e falso frutto tondo e allungato. Dai Romani se ne mangiava lo stolone in insalata. Nomi: rossella, regina, gorella, belrubi.
Castagna
Castanea saliva, delle Fagaceae, è il seme del riccio o cupola. Originario della Lidia (ghianda di Giove) venne in Italia coi Romani. Selezioni: calabrese, frattona, gentile nera, grossaia, marzuola, pistoiese, raggiolana, teano.
Arancia
Citrus sinensis, delle Rutaceae, foglie sempreverdi coriacee, fiori bianchi; sono bionde (belladonna precoce, bionda comune, calabrese ovale, ovale di Lentini, vaniglia) e sanguigne (doppio moscato di Adrano, moro, ovaletto, sanguinella, tarocco). Viene dall’Estremo Oriente e viene dal nome Narang a sua volta dal sanscrito Nagaranija «frutto di elefanti».
Ciliegia
Prunus avium, delle Rosaceae, drupa globosa, succosa. Le varietà del Prunus avium sono dolci (lustrina, precoce di maggio, nera grande, nera lucente, porpora precoce, precoce della Marca, Vignola) o Prunus cerasus, sono acidule (duroni o duracine, esperen, gialla di Butner, rossa grossa, duracina d’Italia, nera grossa). Le ciliegie deI Prunus cerasus comprendono viscioline e visciolone.
Mela
Malus communis, delle Rosaceae, frutto globoso, polpa dura o farinosa. Oggi ve ne sono 5.000 varietà. Vi sono mele estive, autunnali e invernali. E’ originaria del Caucaso, e fu presente in Italia fin dall’età della pietra.
Susina
Prunus domestica, prende il nome di prugna quando è essiccata; delle Rosaceae, ha selezioni divise in cinque gruppi: catalane, claudie, damaschine, mirabelle, prugne. Venne dal Turkestan in Italia nel 200 a.C., col nome della città di Susa. Se ne distilla l’alcoolico slivovitz.
Mandorla
Prunus communis, delle Rosaceae, drupa ovoidale, con varietà amare e dolci (dal guscio tenero, semitenero e duro). Viene dall’Asia Orientale, perciò detta anche noce greca o noce thasos. Catone ne diffuse la coltivazione.
Pesca
Prunus persica, delle Rosaceae, ha ben 5000 qualità, divise in due gruppi, la pesca e la pesca noce o baraccocolo; ha origine in Cina ed è venuta in Europa con Alessandro; disse Virgilio: io stesso coglierò la mela dalla bianca e tenera lanugine. E dice un proverbio: all’amico manda il fico, al nimico il persico.
Pompelmo
Citrus decumana, viene dall’Oriente, ma non ha una tradizione; le sue varietà sono Duncan, Triumph, marshseedless.
Uva
Vitis vinifera, delle Vitaceae, si divide in due categorie, l’uva da vino e quella da tavola; preesistette all’uomo e in Italia se ne ha ricordo da 4000 anni. Le uve da tavola sono: luglienga, chasselas dorata, baresana, bicane, moscato di Terracina e di Pantelleria, Regina.
Pera
Pirus communis, delle Rosaceae, ha 5000 varietà, viene dall’Asia occidentale da ben 40.000 anni fa; le sue varietà sono 6 per Catone e 44 per Plinio. Nel XVI sec. si essiccavano al sole o al forno, divise prima e purgate dai loro granelli erano buone in inverno nel vino o in acqua calda, cosparse di zucchero.
Oliva
Olea europaea sativa, delle Oleaceae, viene divisa in bianche e nere, e poi in olive da mensa e da olio. Venne tardi in Italia dall’Asia minore, tanto che gli Etruschi non la conoscevano ancora.
Amarena
Varietà delle ciliegie, Prunus cerasus, acidula, viene divisa in viscioline (cappuccia, imperiale, globè, maiolina) e in visciolone (imperatrice Eugenia, inglese precoce, Ortensia).

 

Pyracantha: foglie con ticchiolatura

Il piracanta (Pyracantha) è un genere botanico comprendente una decina di specie di arbusti sempreverdi, con rami spinosi e bacche variamente colorate che permangono sulle piante nei periodo invernale; essi vengono impiegati nei giardini e nei parchi per creare siepi e per costituire zone verdi.
Una specie frequentemente coltivata è Pyracantha crenulata, con fiori bianchi nel periodo primaverile – estivo e bacche di colore rosso arancio in autunno – inverno.
Recentemente in alcuni giardini situati nella provincia di Modena su siepi costituite da piante di tale specie è stata osservata una grave forma di ticchiolatura.

Lamina fogliare in fase di ingiallimento dopo la comparsa di macchie

Particolare di foglia con le macchie circolari, sintomo della ticchiolatura

Gli arbusti mostravano ampie zone di ingiallimento con numerosi rametti ormai privi di foglie.
Le lamine fogliari, quando ancora presenti, erano imbrunite o ingiallite oppure evidenziavano varie macchie rotondeggianti di colore bruno – nerastro, spesso circondate da un alone giallo che poi andava ad estendersi sul lembo. Anche i fiori, in alcuni casi, presentavano processi necrotici, anche se più limitati.
Campioni di foglie, prelevati ed esaminati in laboratorio con il microscopio, hanno rivelato all'interno delle macchie la presenza di conidiofori corti, semplici, riuniti a gruppi, misuranti mediamente 40 x 8 micron, portanti alla estremità conidi chiari, di forma allungata, misuranti 14-21 x 710 micron.

Siepe di Piracantha con evidenti ingiallimenti ed imbrunimenti fogliari

Avvalendoci di tali elementi abbiamo potuto identificare il fungo responsabile di tale malattia come Spilocaea pyracanthae (= Fusicladjum pyracanthae), deuteromicete agente di ticchiolatura.
L'ampiezza del fenomeno e la gravità dell'attacco riscontrato sulle piante, con il rischio del disseccamento totale per alcune di esse, ci hanno fatto ritenere opportuna una segnalazione della malattia con le relative indicazioni di lotta per combattere l'infezione.
Si consiglia pertanto, al primo comparire dei sintomi, di effettuare 3-4 trattamenti chimici, ripetuti a distanza di 10-15 giorni l'uno dall'altro, con fungicidi contenenti uno dei seguenti principi attivi: Benomyl, Dodina, Fenarimol, Ziram.

Ramo conidioforo del fungo portante all'estremità i conidi

Conidi del patogeno (al microscopio) colorati con blu cotton

Se con un fungicida, dopo i primi due trattamenti, non si ottengono risultati soddisfacenti, è opportuno cambiare prodotto.
Si consiglia inoltre, anche su piante di Piracanta sane, di effettuare irrorazioni preventive con i fungicidi nel periodo primaverile – estivo, soprattutto in presenza di frequenti piogge, al fine di prevenire lo sviluppo della ticchiolatura.

Yucca: foglie con maculature

Il genere Yucca comprende una quarantina di specie, con caratteristiche arbustive.
Sono piante sempreverdi, longeve, con foglie spesse, nastriformi, talora con apice spinoso; esse hanno carattere di rusticità e sono perciò adatte a vivere in terreni sabbiosi ed in luoghi con climi non particolarmente umidi. Una specie frequentemente coltivata è Yucca gloriosa, proveniente dalle regioni calde degli U.S.A.; è un arbusto a crescita lenta, con foglie lunghe ed erette di colore verde scuro e con fiori bianchi e campanulati, riuniti in pannocchie lunghe anche due metri./p>

Insieme di piante di Yucca gloriosa colpite dalla patologia descritta

Yucca con evidenti maculature nelle foglie

Piante di tale specie botanica, di circa 20 anni di età, coltivate da 5 anni nei giardini pubblici di Faenza (RA), hanno in questi ultimi mesi evidenziato una grave malattia crittogamica. Le lamine fogliari più vecchie, quelle poste nella parte più esterna, si presentavano in gran parte disseccate e talora arrotolate su se stesse; su quelle di età intermedia erano evidenti ampie macchie brunastre, di forma allungata o rotondeggiante, talora confluenti in vaste aree di seccume al cui interno erano visibili, anche ad occhio nudo, numerose punteggiature nerastre. Le lamine più giovani infine, quelle poste nella zona centrale, non presentavano ancora i sintomi del disseccamento.
Campioni di foglie prelevati ed esaminati con l'aiuto di un microscopio, hanno rivelato, nella zona delle punteggiature, la presenza di strutture riproduttive fungine, costituite da conidiofori di colore bruno olivastro, cilindrici, portanti alla sommità conidi scuri, molto allungati, settati, con apice appuntito.

Lamine fogliari con necrosi brunastre dovute a
Stigmina concentrica

Lamina in fase di disseccamento

Dalla valutazione degli elementi in possesso abbiamo identificato il micete responsabile della malattia come Stigmina concentrica (= Cercospora concentrica) agente appunto di maculature fogliari, forma conidica di Mycosphaerella yuccae.
Contro tale patogeno, che abbastanza raramente produce danni così gravi su Yucca, si consigliano trattamenti con fungicidi contenenti uno dei seguenti principi attivi: Clortalonil, Fentinacetato, Sali di rame, Tiram, Ziram. I trattamenti vanno effettuati nei periodi primaverili ed autunnali e ripetuti 2-3 volte a distanza di 10-15 giorni. Si consiglia inoltre l'asportazione delle foglie più compromesse che vanno bruciate per evitare il diffondersi dell'infezione.

Particolare di foglia con area necrotica in cui si evidenziano le fruttificazioni del patogeno disposte in cerchi concentrici

Si ringrazia il Dr. Carlo Bazzocchi per la collaborazione.
Foto di D. Bandini e E. Dalla Valle

Tripidi: lotta biologica con Orius laevigatus

Fino ad alcuni anni fa, in Europa, i tisanotteri tripidi potenzialmente dannosi per le colture orticole e omamentali erano considerati solo Thrips tabaci Lind. e, saltuariamente, Heliothrips haemorrhoidalis (Bouché) (Tommasini e Maini, 1995). Tuttavia, nel 1983, è stata accidentalmente introdotta una specie nord americana, Frankliniella occidentalis (Pergande), che ha subito iniziato a provocare gravi danni, a partire dal nord Europa (Strassen, 1986) per giungere al Mediterraneo e, in particolare, in Italia (Rampinini, 1987; Arzone et al., 1989). L’arrivo del nuovo tripide ha rischiato di pregiudicare i programmi di lotta biologica e integrata messi a punto, fino a quel momento, su varie colture protette. La specie è infatti resistente alla generalità degli insetticidi e il massiccio ricorso alla lotta chimica – che molti hanno consigliato – non ha sortito altro effetto che aggravare il quadro della difesa, dato che, falcidiando le popolazioni di insetti e acari utili, si è lasciato il campo libero ai fitofagi resistenti, come l’acaro tetranichide Tetranychus urticae Koch o la stessa F. occidentalis che si voleva combattere. A ciò vanno aggiunti i problemi dovuti alla fitotossicità di certi formulati e i danni per la salute umana e l’ambiente.
In Italia, F. occidentalis ha causato problemi soprattutto al Sud, dove, oltre alle colture protette, il tripide è in grado di infestare anche colture orticole in pieno campo, e persino l’uva da tavola (Ciampolini et al., 1990; Laccone, 1992). Ai danni diretti, a carico di fiori, foglie, frutti e gerrnogli, vanno aggiunti quelli indiretti causati dalla trasmissione del Tomato Spotted Wilt Virus (TSWV), gravi soprattutto su peperone e alcune fioricole. Un sintetico quadro dei problemi causati dai tripidi sulle colture orto-floricole èstato tracciato anche da Galazzi e Bazzocchi (1993) che hanno valutato le potenzialità di un imenottero eulofide, Ceranisus menes (Walk.), parassitoide endofago di varie specie, tra cui F. occidentalis.
Il rischio di importazione di altre specie esotiche è tuttora molto alto e tra i candidati più probabili compare Thrips palmi Karny, che causa danni molto simili a F occidentalis. T palmi è ormai diffuso in tutto l’Estremo Oriente, si è recentemente insediato nel nord America (Childers e Beshear, 1992) ed è già comparso anche nel nord Europa (Schliephake, 1990; Walker, 1994), dove però sarebbe stato prontamente eradicato (Loomans, com. pers.). Sviluppare oggi nuove tecniche di lotta biologica e integrata contro F occidentalis potrebbe tornare molto utile domani proprio per limitare nuove specie di tripidi introdotte.
Il quadro generale delle specie antagoniste dei tripidi dannosi in Europa è stato tracciato per i predatori da Riudavets (1995) e per i parassitoidi da Loomans e van Lenteren (1995).

L’ausiliare
Il genere Orius è diffuso in tutto il mondo e conta in tutto circa 70 specie, di cui una ventina nella regione ovest-paleartica (Péricart, 1972). La colorazione di fondo degli adulti può andare dal giallo ocra al bruno-nerastro; le dimensioni, a seconda della specie e del sesso (i maschi sono più piccoli), sono comprese tra 1,4 e 3 millimetri. La testa è dotata di un rostro con un articolo basale molto corto e tre articoli prossimali ben sviluppati e robusti. Grazie alla consistenza membranosa dell’articolazione basale, il rostro gode di una grande mobilità, per cui, a riposo, può essere ripiegato sotto il corpo, o proiettato in avanti durante la predazione. Il torace porta tre paia di zampe piuttosto lunghe, che assicurano una notevole mobilità, e due paia di ali, con il primo paio trasformato in emielitre di colore compreso tra il giallastro e il nero.
L’addome dei maschi è caratterizzato da una chiara asimmetria: è ricurvo verso sinistra, spesso a partire dall’urite IV, e questa conformazione si spiega con le particolari modalità di accoppiamento. Infatti, i maschi degli antocoridi non effettuano l’inseminazione attraverso le normali vie genitali femminili, ma praticano la cosiddetta “inseminazione traumatica”, attraverso uno speciale sistema paragenitale che è, tuttavia, diverso da altre famiglie di Cimicoidea, visto che non prevede la perforazione del tegumento femminile e il versamento degli spermatidi nell’emocele. Nella tribù degli Oriini, al pari di altre tribù di antocoridi, i maschi introducono il pene nel tubo copulatore della femmina (invaginazione della membrana intersegmentale tra gli uriti VII-VIII situata in prossimità della vulva) che termina in una sacca spermatica priva di connessioni dirette con le vie genitali, dalla quale, attraverso collegamenti costituiti da un particolare tessuto conduttore, gli spermatidi s’infiltrano poco a poco per raggiungere le pareti delle vie genitali, il cui spessore viene sfruttato per risalire fino agli ovarioli e fecondare le uova in via di sviluppo (Péricart, 1972).
I genitali maschili comprendono un solo paramero, situato a sinistra e la sua forma particolare è molto importante ai fini della determinazione (Fig.1). Se, infatti, alcuni caratteri esterni possono facilitare il riconoscimento in vivo delle specie più comuni in Italia (Tab. 1), è solo con l’esame del paramero maschile, o del tubo copulatore femminile (dopo avere sottoposto l’addome a chiarificazione e colorazione), che si può giungere a un’identificazione certa.

Tab. 1 – Caratteri che possono facilitare la determinazione in vivo delle tre specie di Orius più frequenti sulle piante infestate da Frankliniella occidentalis, in Italia.
Carattere distintivo del sub-genere Sub-genere Carattere distintivo della specie Specie
Assenza di macrochete sul pronoto Heterorius   Orius maiusculus
Presenza di macrochete sul pronoto Orius s.str. Membrana emielitrale:
Tutta incolore, oppure incolore nella parte prossimale e imbrunita in quella distale, con una linea di dernarcazione netta tra le due parti.
Zampe:
I paio: completatnente giallastre, oppure A o B.
II paio: completamente giallastre, oppure A o B o C.
III paio: completamente nere, oppure A o B o C.
Orius laevigatus
Membrana emielitrale:
Brunastra (che inscurisce progressivamente verso la parte distale), talvolta tutta incolore.
Zampe:
I paio: completamente nere, oppure B o C.
II paio: completamente nere.
III paio:completamente nere.
Orius niger
A: femore bruno nella parte prossimale e giallastro in quella distale.
B: femore nero con articolazione e tibia giallastre.
C: femore e tibia neri con articolazione bruno chiaro.

Le femmine hanno un addome simmetrico, dotato di ovopositore sclerificato, con il quale inseriscono le uova all’interno di tessuti vegetali. L’uovo ha una forma a sacco con l’asse longitudinale ricurvo e, sulla superficie dell’organo vegetale in cui è stato deposto, compare solo un opercolo circolare biancastro, visibile con una lente.

Ciclo biologico
Le specie del genere Orius hanno il ciclo biologico e i costumi alimentari piuttosto uniformi. In generale, predano piccoli artropodi, come acari, tripidi, uova e piccole larve di lepidotteri o coleotteri.
Fa eccezione 0. pallidicornis (Reuter), una specie fitofaga che si nutre quasi solo del polline della cucurbitacea Ecballium elaterium Rich., un’essenza spontanea nel Mediterraneo che è la principale pianta ospite.Al termine dello sviluppo embrionale, dall’uovo sguscia una neanide di colore paglierino che rimuove l’opercolo spingendolo con il capo. Si hanno 5 stadi giovanili e, col procedere dello sviluppo pre-immaginale, la colorazione tende a divenire più scura, con le ninfe di quinta età caratterizzate da abbozzi alari pronunciati e dalla presenza, nelle femmine, di un abbozzo di ovopositore.
Le specie paleartiche del genere Orius sono polivoltine e il numero di generazioni annuali aumenta dal nord al sud Europa: si passa da 2 a 3 all’anno, o anche di più in condizioni favorevoli, con un’attività pressoché continua nelle aree più calde del bacino del Mediterraneo.
Svernano le femmine adulte al di sotto della corteccia degli alberi e degli arbusti, tra le foglie morte o in rifugi vari e, durante le giornate invernali più calde, non è raro osservare individui alla ricerca di prede. Nel Nord Europa, di regola, si ha una vera diapausa, mentre le specie (o le popolazioni) del Sud sembrano svernare in quiescenza, come nel caso di 0. albidipennis (Reuter) (van den Meiracker, 1994).

Valutazione delle specie per la lotta biologica
Quando si è presentato il problema di F occidentalis, il lancio di predatori del genere Orius è subito apparso, come una delle più concrete prospettive di lotta biologica, anche perché numerose osservazioni di campo già testimoniavano la loro efficacia contro il tripide europeo T tabaci (Péricart, 1972; Benuzzi e Nicoli, 1988). Tuttavia, mentre la maggioranza dei ricercatori nord europei ha iniziato a valutare l’impiego di specie nord americane, nel sud Europa, gli studi sono stati orientati soprattutto verso quelle specie paleartiche che, in campo, apparivano particolarmente attive contro il nuovo fitofago.
Si è quindi posto il problema della selezione, tra i vari candidati, della specie più vantaggiosa per la lotta biologica, e ciò ha dato l’avvio a una serie di studi e ricerche.
Si è partiti da un censimento degli Orius presenti in molte regioni italiane, su numerose colture e piante spontanee infestate dal tripide, che ha dimostrato come le specie più abbondanti siano 0. majusculus (Reuter), 0. niger Wolff e 0. laevigatus (Fieber). Tuttavia, la distribuzione di queste specie non è risultata affatto omogenea al nord è spesso dominante 0. majusculus, al centro-sud il primato spetta a 0. laevigatus (soprattutto nelle zone, costiere), mentre 0. niger è frequente in tutte le regioni, con una diffusione apparentemente slegata dalla latitudine. 0. horvathi (Reuter) e 0. vicinus (Ribaut) sono stati invece trovati solo sporadicamente. Questi dati concordano sostanzialmente con quanto rilevato da Péricart (1972) e, soprattutto, da Riudavets e Castaiíé (1994) che hanno condotto un’indagine parallela lungo la costa mediterranea della Spagna. L’unica differenza sostanziale rilevata da questi autori è stata la presenza, nelle regioni più calde, anche di 0. albidipennis: una specie che, nel continente europeo, ha una diffusione limitata al sud-est della penisola iberica.
Sono stati quindi studiati, in laboratorio, i principali parametri biologici di 0. majusculus, 0. laevigatus, 0. niger e 0. insidiosus (Say) (la specie americana più studiata in nord Europa), anche per valutare la possibilità di allestire un allevamento economicamente sostenibile di predatori da lanciare secondo il metodo inoculativo stagionale (Tommasini e Nicoli, 1993; Tommasini e Nicoli, 1994). Da questi studi è emerso che, pur manifestando una buona potenzialità di predazione, 0. niger mal si presta all’allevamento massale, a causa dell’elevata mortalità pre-immaginale e della bassa fecondità, registrate sia con un’alimentazione a base di uova di Ephestia kuehniella (Zell.) (la dieta usata in quasi tutti gli allevamenti di antocoridi) che con adulti di F. occidentalis.
Gli altri tre predatori sono invece risultati idonei all’allevamento massale, anche se alcuni parametri appaiono più vantaggiosi per l’una o per l’altra specie. Così, negli studi successivi, sono stati presi in considerazione fattori che possono indicare una maggiore o minore idoneità all’impiego nelle torride condizioni dell’estate mediterranea o, all’opposto, durante il periodo invernale, caratterizzato da una breve illuminazione.
Per ciò che riguarda la resistenza alle alte temperature – che è un grave problema nelle serre mediterranee – 0. laevigatus è stato considerato la specie potenzialmente più adatta, visti i risultati ottenuti in laboratorio da Alauzet et al. (1994) e la grande diffusione nelle regioni più calde della penisola italiana. In queste aree, 0. majusculus è praticamente assente, mentre è piuttosto improbabile che la specie neartica 0. insidiosus si sia acclimatata, dato che non sembra rimanere a lungo nelle serre in cui è stata lanciata (Tavella et al., 1994a) e che non è mai stata ritrovata in natura nelle località in cui è stato condotto il censimento degli Orius.
Per ciò che riguarda invece l’impiego durante la cattiva stagione – che è molto vantaggioso per ottenere una rapida moltiplicazione primaverile dell’ausiliare – occorre una specie utile che non interrompa l’attività in inverno, così come è in grado di fare F occidentalis, se le temperature non sono troppo rigide (Del Bene e Gargani, 1989; Marullo, 1991). Sono stati perciò scartati sia 0. majusculus che 0. insidiosus, perché diversi autori hanno dimostrato che queste specie svernano in diapausa, indotta da un fotoperiodo a giorno breve unito a basse temperature (Kingsley e Harrington, 1982; Ruberson et al., 1991; van den Meiracker, 1994). Il loro impiego durante la cattiva stagione sarebbe improponibile dato che, all’approssimarsi della diapausa, gli adulti tendono a spostarsi dalle piante erbacee verso alberi e arbusti, alla ricerca di ricoveri per lo svernamento. Al contrario, prove di laboratorio condotte a 18 °C costanti e vari fotoperiodi hanno dimostrato che l’ovideposizione di 0. laevigatus è scarsamente influenzata dalla durata dell’illuminazione giornaliera (soprattutto per i ceppi raccolti nelle aree calde del Mediterraneo), per cui appare verosimile che una larga parte della popolazione sverni in semplice quiescenza o che la diapausa duri solo pochi giorni (Tommasini e Nicoli, 1995). Se questi dati iniziali saranno confermati, almeno per le popolazioni più meridionali, si potrà concludere che 0. laevigatus è la specie più vantaggiosa per i lanci inoculativi stagionali contro F occidentalis, sia durante la stagione calda che in quella fredda, quando il fotoperiodo induce la diapausa nelle altre specie allevabili.
In tabella 2 sono riportati i fattori presi in esame ai fini della selezione deIla specie da preferire per la lotta biologica.
Altri dati sulla biologia di 0. laevigatus sono stati pubblicati da Tawfik e Ata (1973), Zaki (1989), Riudavets et al. (1993), Vacante e Tropea Garzia (1993b), Alauzet et al. (1994) e Tavela et al. (1994b).

Tab.2 – Fattori considerati nella selezione delle specie di Orius candidate per la lotta biologica contro Frankliniella occidentalis con il metodo del lancio inoculativo stagionale.
Fattore O. majusculus O. laevigatus O. insidiosus O. niger
Aree di maggior presenza in Italia centro-nord Centro-sud Specie Americana in tutta Italia
Predazione su F. Occidentalis +++ +++ ++ ++
Potenziale riproduttivo in laboratorio +++ ++ +++
Suscettibilità all’allevamento massale +++ +++ +++
Specificità dell’allevamento massale +++ ++ +++
Specificità d’azione in campo ++ ++ ++ ++
Attività in autunno-invemo ++ +

Tecniche di impiego
Riudavets et al. (1995) hanno studiato la presenza di insetti predatori su numerose colture orticole in Spagna, rilevando che popolazioni selvatiche di 0. laevigatus erano abbonanti su cetriolo, peperone, fagiolo e fragola, mentre erano scarse su garofano e pomodoro.
Numerosi ricercatori hanno già ottenuto risultati positivi con il lancio inoculativo stagionale di 0. laevigatus contro F. occidentalis, in diverse parti d’Europa: su peperone in Gran Bretagna (Chambers et al., 1993), in Liguria (Tavella et al., 1991 e 1994a) e in Sicilia (Vacante e Tropea Garzia, 1993a); su fragola in Francia (Villevieille e Millot, 1991), in Portogallo (Frescata e Mexia, 1995) e in Italia (Benuzzi e Tommasini, 1995).Vacante Tropea Garzia (1993a) e Tavella et al. (1994a) hanno anche avanzato l’ipotesi che il predatore possa rimanere sulla coltura da proteggere, con basse densità di prede, nutrendosi di polline, come dimostrato da Kiman e Yeargan (1985) per 0. insidiosus.
Seguendo le indicazioni di questi lavori sperimentali, diverse biofabbriche europee hanno iniziato a distribuire commercialmente adulti di 0. laevigatus, abbandonando quasi completamente la vendita di 0. majusculus e 0. insidiosus. In Italia, il Biolab di Cesena confeziona i predatori in barattoli contenenti pula di grano saraceno come materiale disperdente, per favorire la distribuzione e prevenire il cannibalismo.
Generalmente si lanciano gli adulti, ma sembra che, per favorire la permanenza dei predatori sulla coltura, sia vantaggioso introdurre circa il 40% di ninfe di V età. Le regole fondamentali da seguire sono due:

  • evitare l’uso di insetticidi non selettivi e a lunga persistenza, che possono risultare tossici anche se usati diverse settimane prima del lancio (Tab. 3);
  • iniziare l’introduzione dei predatori molto precocemente, non appena si è rilevata la presenza dei tripidi, possibilmente frazionando il quantitativo totale in più lanci.

I lanci precoci sono tanto più necessari quanto più precoce è la coltivazione.
Sulla fragola – che è una delle colture che più si avvantaggiano della lotta biologica con 0. laevigatus – si sono ottenuti ottimi risultati con lanci molto precoci, iniziando in inverno, poco dopo la copertura dei tunnel plastici o, addirittura, fin dall’autunno, soprattutto nelle regioni meridionali in cui è grave il rischio di infestazione da F occidentalis.
La precocità e la ripetizione dei lanci spesso consente di limitare i quantitativi totali da introdurre, consentendo anche un certo risparmio.
Su peperone, buoni risultati sono stati ottenuti con 0,5-2 predatori/m2 mentre sulla fragola si lanciano in totale 2-3 predatori/m2 suddivisi in 2-3 lanci per stagione (Benuzzi e Tommasini, 1995).
Buone prospettive di lotta biologica sembrano esistere anche su altre colture orticole (es. melanzana) e fioricole (es. gerbera e geranio).

 

Tab. 3 – Quadro indicativo della selettività dei fitofarmaci nei confronti dei rincoti antocoridi (si fa riferimento soprattutto a Anthocoris nemoralis Fabr.).
S = selettivo o debolmente tossico; M = mediamente tossico; T = molto tossico
Insetticidi Fungicidi Acaricidi
Acephate
Aldicarb
Alphamethrin
Azinphos-methyl
Bacillus thuringiensis
Buprofezine
Carbaryl
Chlorpyrifos
Cyfluthrin
Cypertnethrin
Cyromazine
Deltamethrin
Diazinon
Diflubenzuron
Dimethoate
Endosulfan
Ethiofenearb
Etrimphos
Fenitrothion
Fenoxycarb
Fenpropathrin
Fenvalerate
Flucytrinate
Fosfamidon
Heptenophos
Methamidophos
Methidathion
Methomyl
Pen-nethrin
Phosalone
Phospharnidon
Piretro+PBO
Pirimicarb
Propoxur
Vamidothion
T
T
T
T
S
S
T
T
T
T
M
T
M
S
T
T
T
T
T
T
T
T
T
T
M
S
T
T
T
M
T
T
S
T
T
Anilazine
Bitertanol
Bupirimate
Captan
Dithianon
Dichlofluanide
Fenarimol
Hexaconazole
Iprodione
Maneb
Metiram
Nuarimol
Ossicloruro di rame
Penconazole
Procymidone
Propiconazole
Propineb
Pyrazophos
Thirarn
Triadimefon
Triadimenol
Triforine
Zolfo
M
S
S
S
S
S
S
S
S
T
S
S
S
S
M
S
S
T
S
M
S
S
M
Amitraz
Bromopropylate
Clofentezine
Cyhexatin
Dicofol
Flubenzimine
Hexytiazox
T
S
S
S
S
M
S

 

BIBLIOGRAFIA
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Oidio su Phlomis

 

(Fig. 1) Parte dell’area verde del Campus universitario di Bari, con piante di Ph. fruticosa gravemente alterate (in primo piano)

Il salvione giallo è una pianta xerofila e rustica del bacino del Mediterraneo e interessa la floricoltura dei Paesi a clima temperato. In Italia è spontanea in Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna ed è spesso coltivata nei giardini anche delle zone più calde dell’Italia centro-settentrionale (Pignatti, 1982).

Particolari delle alterazioni riscontrate sugli organi verdi delle piante di Ph. Fruticosa:
A e B) deformazioni e macchie biancastre su foglie giovani
C) ingiallimenti
D) macchie necrotiche su foglie adulte.

Sintomatologia
Le prime manifestazioni dell’alterazione sono state notate in primavera inoltrata, si sono aggravate nel corso dell’estate e protratte per tutto l’autunno.
Sulle foglie giovani, all’apice dei germogli, si osservavano macchie bianco-sericee di 2-4 o più mm di diametro, a contorno subcircolare e dall’aspetto sfumato e polverulento, isolate oppure fuse insieme, interessante una porzione più ampia del lembo fogliare.
Queste foglie, inoltre, mostravano caratteristiche deformazioni dovute alla riduzione di accrescimento delle parti alterate. Le foglie adulte, invece, presentavano sulla pagina superiore macchie giallastre irregolarmente circolari, di diametro variabile tra 3 e 10 mm, corrispondenti, sulla pagina inferiore, a macchie efflorescenti bianco-giallastre.
Le macchie sulle foglie più danneggiate denotavano al centro aree prima bruno-grigiastre poi necrotiche, contornate da un alone clorotico, circoscritte o estese su una porzione della lamina fogliare a partire dall’apice o dal margine (Fig. 2). Tale sintomatologia, ben evidente nonostante la densa e bianca tomentosità tipica di Ph. fruticosa, è stata osservata soprattutto sulla parte più alta della chioma degli arbusti, dove è stata anche riscontrata nella tarda estate-autunno un’intensa filloptosi. Nel corso delle osservazioni sono state inoltre rilevate tra le piante di Ph. fruticosa sensibili differenze nella gravità dell’alterazione (Fig. 3).

(Fig. 2) Aspetto generale delle alterazioni su foglie di Ph. Fruticosa (Fig. 3) Pianta gravemente malata a confronto con una pressochè sana.

Caratteristiche del patogeno
Un attento esame allo stereomicroscopio di foglie con tali sintomi, apparsi caratteristici di un attacco di oidio, ha evidenziato, particolarmente sulle pagine inferiori, un intreccio di ife poco ramificate e ragnatelose frammiste ai peli fogliari e numerosi corpuscoli di forma ellittico-ovoidale, spesso portati all’apice di sottili filamenti eretti. L’osservazione al microscopio ottico di tali strutture ha, invece, permesso di rilevare la presenza di un micelio ialino, costituito da ife poco abbondanti, settate, scarsamente ramificate, misuranti 6-11 mm di diametro (media 8,8 mm) e, in corrispondenza degli stomi fogliari, di fasci più o meno numerosi di ife erette, 3-4 settate (ife conidiofore), che recavano all’apice una cellula solitaria (conidio) di forma ellittico-lanceolata oppure manifestamente mitrata, con l’estremità lievemente acuminata e con la larghezza maggiore nella parte mediana. Le ife conidiofore misuravano 106-260 mm di lunghezza (media 176,4 mm) e 6-10 mm di spessore (media 8,6 mm), i conidi 45-85 mm di lunghezza e 16-30 mm di larghezza (media 57,2 x 23,3 mm); questi ultimi sono stati talvolta osservati in fase di germinazione (Fig. 4).

(Fig. 4) Strutture anamorfiche dell’oidio rinvenuto su piante di Ph. Fruticosa: A) ife conidiofore portanti all’apice un conidio immaturo (x250); B e C) conidi a differente ingrandimento (rispettivamente x400 e x1000) e D) conidi germinati (x400).
Tab. 1 – Dimensioni dei conidi (in mm) di L. duriaei su Ph.fruticosa riscontrate nelle presenti osservazioni, a confronto con quelle riportate da altri Autori sullo stesso ospite e con quelle di L. taurica.
Parametri Presente lavoro (1) Durrieu e Rostam (1984) Braun (1995)
  L. duriaei Leveillula sp. L. duriaei
Lunghezza (L) 45-85 45-50 34-80
Larghezza (1) 16-30 18-22 12-24
L/l 2,6 2,9
(1)Le misurazioni hanno riguardato, per ciascun parametro, almeno 100 osservazioni.

Identificazione del patogeno e discussione
La presenza massiva di strutture fungine sulla pagina inferiore delle foglie fa ritenere che il fungo infetti l’ospite attraversando gli stomi e fuoriuscendone successivamente con le ife conidiofore, ciascuna portante apicalmente un conidio. Tale comportamento emiendofitico (Ciccarone, 1951), la sintomatologia osservata, simile a quella descritta da Franceschini et al. (1989) e da Manici e Lops (1993) su altri ospiti, le caratteristiche morfologiche e le dimensioni dei conidi e delle ife conidiofore hanno permesso di identificare il patogeno come Ascomicete della famiglia delle Ersiphaceae, genere Oidiopsis Scalía, anamorfo del genere Leveillula Amaud. Pur non essendo stato possibile finora rinvenire lo stato perfetto, la specie fungina qui descritta si ritiene possa essere Leveillula duriaei (Lév.) U. Braun, unico agente di mal bianco sinora osservato su piante del genere Phlomis (Braun, 1995). In tabella 1 vengono esposte le dimensioni dei conidi rilevate in questo studio a confronto sia con quelle riportate da altri Autori sullo stesso ospite sia con quelle di L. taurica (Lév.) Arn. La maggiore larghezza dei conidi osservati in questo lavoro rafforzerebbe l’ipotesi che il fungo in oggetto appartenga a specie diversa da L. taurica, come aveva già sostenuto Braun (1984). Ciononostante, è noto che tali strutture possono presentare una notevole variabilità, in funzione, oltre che della pianta ospite e della natura dei suoi tessuti, anche dell’ubicazione geografica della malattia (Palti, 1988). Circa il mancato rinvenimento della forma ascofora, Palti (1988) riporta che non è evento molto frequente e, per di più, sul genere Phlomis, contrariamente a quanto avviene su altre specie ospiti, tali strutture si formano quando i tessuti della foglia sono ancora teneri e in pieno turgore, quindi all’inizio della stagione vegetativa. Secondo lo stesso Autore, inoltre, la formazione dei cleistoteci è inibita da condizioni di umidità atmosferica piuttosto elevata e ciò ne rende improbabile la differenziazione in autunno. Si riportano in proposito i grafici delle precipitazioni e delle temperature decadali rilevate, rispettivamente negli anni 1995 e 1996 e nel trentennio 1965/94, nel periodo aprile-novembre in una stazione meteorologica ubicata a Bari nei pressi delle due aree di osservazione (Figg. 5 e 6).

(Fig. 5) Andamento delle temperature e delle precipitazioni decadali nei periodi di osservazione (aprile-novembre) degli anni mal bianco da L. duriaei è presente in un ampio territorio esteso tra l’Europa dell’Est e la regione mediterranea, che è anche l’area di diffusione delle piante del genere Phlomis (Braun, 1995). In particolare, la presenza di L. duriaei su Ph. fruticosa è già stata segnalata in Spagna, Francia e Grecia (Braun, 1995; Durrieu e Rostam, 1984), ma risulterebbe questa la prima segnalazione per l’Italia.

Come molte altre specie della famiglia Lamiaceae (Braun, 1995; Pisi e Bellardi, 1988; Zechini D’Aulerio et al., 1991), anche Ph..fruticosa è ospite di funghi agenti di mal bianco. Si ritiene pertanto utile tenerla sotto osservazione e, in caso di attacchi precoci e/o gravi, si consiglia di intervenire con tempestività e decisione sin dalla comparsa dei primi sintomi, ricorrendo a trattamenti, ripetuti se necessario, con antioidici e, in particolare, con fungicidi sistemici come gli inibitori della biosintesi dell’ergosterolo (IBS), senza i quali le piante di Ph. fruticosa andrebbero incontro a gravi deperimenti che ne comprometterebbero, oltre che la vitalità, anche la funzione estetica. Per contenere gli attacchi del patogeno potrebbe anche essere utile adoperare materiale di propagazione proveniente da piante di Ph. fruticosa che, vegetando in presenza della malattia, si distinguono per una minore gravità di attacco.

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Quesito: Problemi con un cedro e possibili interventi

Invio queste fotografie del tronco di un cedro del mio giardino, prese alla fine dell'estate scorsa. Vorrei sapere, se possibile, se si tratta di una malattia, visto che non mi risulta la pianta abbia subito traumi, quali conseguenze potrebbe avere (specialmente sulla stabilità dell'albero che è a pochi metri dalla casa) e quali potrebbero essere i rimedi. L'esposizione delle ferite è a sud-est, leggermente in ombra per la presenza dell'abitazione e di una siepe di lauroceraso; il terreno è calcareo.
Vorrei anche sapere se l'apparato di questi alberi è fittonante o superficiale, visto che la pianta è esposta in zona ventosa e come ho detto, molto vicina alla casa.

U.D.A., S. Vicenzo Valle Roveto (AQ)

Dall'analisi delle fotografie che ci ha inviato, ritengo probabile che l'albero sia stato aggredito da insetti xilofagi, cioè da insetti che in fase larvale sono in grado di penetrare all'interno dei tessuti legnosi e distruggerli mediante il loro apparato boccale masticatore. Probabilmente, data l'abbondante colata di resina, la loro distribuzione all'interno dei tessuti legnosi si è mantenuta piuttosto periferica, giusto sotto la corteccia. E' anche assai probabile che abbiano già compiuto il loro ciclo larvale e siano sfarfallati, così che è oramai impossibile rintracciarli e identificarli con precisione. Per essere sicuro della correttezza di questa ipotesi non dovrebbe far altro che ricercare i fori di ingresso o di sfarfallamento nei punti in cui la resina fuoriesce dal tronco, o analizzare la stessa per scoprire eventuali residui di escrementi o di rosure del legno. Se durante quest'anno scoprisse che il problema persiste e si intensifica, provi ad infilare un piccolo filo di ferro nei fiori e cerchi così di uccidere le larve.

A livello di stabilità il danno non dovrebbe essere grave, anche perché la pianta è ancora piuttosto giovane e in grado di reagire bene a questo tipo di attacchi parassitari. Per quanto riguarda l'apparato radicale dei cedri atlantica, lo sviluppo dipende moltissimo dalle condizioni del terreno. La presenza di strati ghiaiosi o argillosi proprio sotto lo strato biologicamente utile, di norma impedisce lo sviluppo profondo degli apparati radicali. Sarebbe interessante a riguardo eseguire una carotatura del terreno per analizzarne il profilo. In funzione dei risultati ottenuti si possono avere importanti indicazioni circa lo sviluppo degli apparati radicali.

A questo punto si può anche intervenire con opportuni interventi di modificazione del terreno che favoriscano un abbassamento del pH, un miglioramento della struttura e della microflora presente a livello della rizosfera. Molto utile risulta comunque ridurre il compattamento del suolo e favorire gli scambi gassosi tra aria ipogea e aria epigea. In questa maniera si manterrà un apparato radicale robusto e sano e si eviteranno problemi di natura meccanica a livello delle radici. Ritengo comunque che al momento attuale la pianta non presenti problemi meccanici o strutturali tali da presentare rischi di schianto. Nel prosieguo della vita dell'esemplare, anche una idonea potatura di selezione ed alleggerimento, diminuendo l'effetto vela della chioma, permetterà di mantenere l'esemplare con il suo habitus caratteristico e con un buon grado di sicurezza.

Pesaro: Monte Acuto e Monte Catria

Un'escursione verso questo grande sistema orografico è motivata non solo per le sue valenze naturalistiche attuali (che sono però prevalentemente concentrate in ambiti limitati a causa delle forti modificazioni subite nei secoli) ma anche per quel "carattere" più marcatamente montano, che assume il paesaggio e che nelle Marche si percepisce, più intensamente, solo sui Monti Sibillini. Rispetto al settore più settentrionale della montagna pesarese cambiano le dimensioni e la fisionomia degli elementi orografici, si osserva più nettamente la differenziazione dei tipi vegetazionali secondo piani altitudinali e si gusta la "briosità" del clima (anche in agosto non si rimpiange l'ascesa). Questa escursione consente inoltre di raggiungere un privilegiato osservatorio ambientale posto a 1700 m di quota, dal quale è possibile riflettere sugli effetti che le nostre "distratte" abitudini, perpetuate per secoli, hanno avuto sull'assetto paesaaaistico e territoriale. Il gruppo del Monte Catria comprende una vasta area montuosa (circa 150 km) della dorsale umbro-marchigiana, che da Cagli si estende a sud-ovest fino a Scheggia, ad est fino oltre Serra S. Abbondio ed a sud fin quasi a Sassoferrato, compresa fra tre bacini idrografici Metauro, Cesano ed Esino ed i comuni di Serra S. Abbondio, Frontone, Cagli e Cantiano. Il Monte Catria (1701 m) ed il Monte Acuto (1668 m) appartengono al nucleo centrale e costituiscono le due più alte vette del sistema orografico umbro-marchigiano, separate da una sorta di ampia sella (Infilatoio-Dogana) più bassa di circa 400 m.

Il Monte Acuto non è poi tale; più caratteristiche sono le balze che sourastano la faggeta

Più a valle la faggeta si dirada e si sovrappone al querceto; formazioni che qui risultano a densità ridotta a causa del pascolo

Qui, come in gran parte dell'Appennino centrale, sono evidenti sia i segni della pesante e millenaria pressione antropica, sia la potenzialità naturalistica di questi luoghi.
Si notano infatti le eccessive superfici destinate al pascolo ed alla viabilità ed un bosco "costretto" entro limiti non naturali, che è forse uno degli indicatori più espliciti nel testimoniare l'inripatto subito nel tempo dalla montagna. Contemporaneamente il bosco può essere, oggi, il luogo e lo "strumento" ideale per avviare un processo di riqualificazione territoriale che, anche in virtù delle mutate condizioni socio-economiche, dovrebbe ispirarsi a principi ecologici.
L'utilizzazione, o meglio lo sfruttamento, del patrimonio forestale di queste zone, ed in generale dell'Appennino marchigiano, oltre che da vicissitudini storiche è stato determinato, negli ultimi decenni, da una assoluta carenza di strategie gestionali.
Riconsiderare i criteri di utilizzazione delle risorse forestali e territoriali in genere secondo principi che garantiscono un maggiore equilibrio ecologico dei sistemi interessati, permetterebbe un recupero della loro naturalità, senza rinunciare ai benefici strettamente economici, anche di nuovo tipo.
Più di venti anni fa nacque la proposta, avanzata con differenti modalità e da parte delle istituzioni più diverse, di tutelare più efficacemente il comprensorio del M. Catria e del M. Nerone ricco di notevoli emergenze naturalistiche, paesaggistiche e storico culturali'. Il distorto significato che è stato spesso attribuito al termine "Parco", le ataviche difficoltà di comunicazione politica fra l'entroterra ed i capoluoghi costieri, una politica d. sviluppo basata su modelli anacronistici, ne hanno impedito la realizzazione a scapito soprattutto delle popolazioni locali.

Il morso reiterato dei giovani getti da parte del bestiame induce gli alberi ad assumere forme e strutture aberranti

Il Monte Catria raggiunge i 1700 m ed è la cima più elevata dell'Appennino pesarese

Vincoli da tempo esistenti come quello idrogeologico e quello sulle bellezze naturali sono strumenti passivi e spesso inefficaci; quelli provvisori posti dal Piano Paesistico Ambientale Regionale (PPAR), in seguito all'applicazione alla legge Galasso, lo saranno se non verranno attivati velocemente gli strumenti previsti (Piani Territoriali d'Area). Lo stesso PPAR considera la zona come complesso oro-idrografico di eccezionale valore botanico-vegetazionale e propone pertanto forme di tutela e valorizzazione adeguate, prevedendo la costituzione di un parco naturale regionale' dei Monti Catria (Nerone) e Cucco, al quale venne attribuito carattere prioritario, ora sospeso dopo la "costituzione" dei parchi del Colle San Bartolo e del Simone-Simoncello.

L'ambiente fisico
Geologicamente il gruppo Catria-Acuto è caratterizzato da diverse formazioni calcaree e calcareo-marnose costituitesi a partire dal Giurassico (circa 200 milioni di anni fa) dando luogo ad una successione stratigrafica di sedimenti marini, tipica di tutta la dorsale umbro-marchigiana, e che si protrae fino all'Eocene inferiore o medio (circa 40 milioni di anni fa).
In epoche più recenti (circa 25 milioni di anni fa) iniziò l'abbondante sedimentazione detritica protrattasi fino al quaternario (circa 2 milioni di anni fa). Seguendo una seriazione cronologica alle formazioni del Calcare Massiccio, che sono le più antiche affioranti nelle Marche, si sovrappongono quelle della Corniola, del Rosso Ammonitico, degli Scisti ad aptici, del Calcare rupestre, delle Marne a fucoidi e della Scaglia (bianca, rossa o rosata). Morfologicamente l'Acuto è più omogeneo, con un versante 4 nord-occidentale ampio e regolare ed uno sud-orientale caratterizzato da ripide balze ed una sommità che ha ispirato il nome. Il Catria è invece più diversificato con conche e solchi vallivi più o meno profondi nel versante orientale e nord orientale ed anfiteatri in quello rivolto ad ovest, sud-ovest; la sommità è costituita da un ampio pianoro.

Vegetazione e flora
Uno degli effetti più impressionanti della forte pressione antropica sul paesaggio forestale è il notevole abbassamento del limite superiore del bosco, che nell'appennino pesarese si colloca mediamente intorno ai 1200-1300 m sim (con escursioni sporadiche fino ad un massimo di 1500 m) quando potenzialmente potrebbe spingersi ben oltre i 1700 m (anche fino a 2000 m, come avviene in Abruzzo). Il taglio o l'abbruciamento dei boschi sommitali, avvenuti forse nell'alto medioevo, e la loro conseguente e continuativa destinazione a pascolo, hanno modificato fortemente le condizioni microclimatiche e pedologiche di tali ambienti rendendo quanto mai improbabile la rícolonizzazione spontanea da parte della vegetazione forestale.
Già nel 1570, quando i beni dei Monaci di Fonte Avellana 5 vennero ceduti allo stato pontificio, il Cardinale di Urbino, commendatario del monastero, manifesta la sua disapprovazione per come quei monaci degenerati, con improvvidi affitti, avessero contribuito alla devastazione dei boschi del Catria, sua passione e suo vanto".
La foresta costituiva infatti una risorsa economica di grande rilievo in un ambito territoriale che non offriva molto spazio alle attività agricole in senso stretto; oltre che fornire direttamente materia prima e cibo (legna e prodotti del bosco non legnosi) permetteva l'attività di pascolo, e la caccia, riservata prevalentemente a nobili ed ecclesiastici.

Altro segno tangibile della forte presenza del pascolo e la diffusa abbondanza di Carlina acaulis subsp. simplex

La planimetria delle aree descritte nell'articolo

Il fatto che buona parte delle superfici forestali fosse quasi esclusivamente di proprietà collettiva' ha forse consentito la conservazione di ampie superfici boscate, ma non ha impedito il processo di involuzione a carico del soprassuolo e del suolo. E' interessante ricordare, a tale proposito, l'utilizzo dei ranchi boschivi, cioè piccole superfici boscate, assegnate per usi civici ai singoli cittadini e destinate, nell'ambito del ciclo stabilito (9 anni) alla fornitura di vari assortimenti legnosi (fascine, paleria, legna da ardere) ed al pascolo, differenziato (bovini, suini, ovini) secondo i ritmi di accrescimento del bosco. Quello del Catria rimane comunque uno dei maggiori comprensori forestali delle Marche (9500 ha), ma la sua distribuzione risulta frammentaria, interrotta da ampie radure dedicate al pascolo e da un irrazionale sviluppo della rete stradale. La sua struttura è stata negativamente modificata dal pascolo in bosco e dal governo a ceduo, che hanno contribuito ad abbassare la produttività ed a ridurre i benefici effetti a scapito dell'equilibrio dell'intero sistema montano. La sua composizione si è impoverita per la scomparsa di specie, ecologicamente più "fragili", ma un tempo importanti per la funzionalità degli stessi boschi.
L'itinerario proposto, che inizia a circa 1200 m di quota, si colloca nella zona tipica della faggeta, che si estende dai 1000 m circa fino al limite superiore del bosco. Si tratta in prevalenza di cedui matricinati nei quali, come già ricordato, in alcuni casi sono stati effettuati interventi di conversione all'alto fusto. à possibile comunque incontrare alcuni lembi di vere fustaie, dove i faggi raggiungono ragguardevoli dimensioni, e che costituiscono un esempio delle potenzialità che il bosco appenninico può ancora esprimere.
La faggeta è naturalmente una foresta abbastanza omogenea, in termini di composizione delle specie arboree, ma alcune specie sono poi scomparse anche a causa dell'eccessivo utilizzo. Ad esempio il tasso (Taxus baccata) che fino all'800 è stata una specie importante per l'economia forestale della zona, presente anche con individui di notevoli dimensioni. Non si hanno informazioni storiche relative all'abete bianco nel Catria, ma non è totalmente da escludere l'idea di una sua presenza, che era invece tipica nella costituzione delle faggete miste della Massa Trabaria (Alto Montefeltro fra il Passo della Scheggia e Bocca Trabaria).
Attualmente le rare ingressioni sono dell'acero montano (Acer pseudoplatanus), acero riccio (Acer platanoides), acero opalo (Acer obtusatum) frassino maggiore (Fraxinus excelsior), sorbo montano (Sorbus aria), tasso.
Le faggete del Catria e Acuto (classificate fitosociologicamente come Polysticho-Fagetum) sono invece caratterizzate da una flora poverissima, anche quantitativamente, di specie arbustive l'agrifoglio (Ilex aquifolium), nocciolo (Corylus avellana), corniolo (Cornus mas) è abbastanza ricca di specie erbacee, fra cui si ricordano: dentaria a nove foglie (Cardamine enneaphyllos), dentaria minore (Cardamine bulbifera), garofanino di montagna (Epilobium montanum), sassifraga a foglia rotonda (Saxifraga rotundifolia), caglio odorato (Galium odoratum), nontiscordardime dei boschi (Myosotis syluatica), anemone dei boschi (Anemone nemorosa), geranio nodoso (Ceranium nodosum), geranio di S. Roberto (Ceranium robertianum), cavolaccio meridionale (Adeno styles alpina var. australis), viola silvestre (Viola reichenbachiana), ranuncolo lanuto (Ranunculus lanuginosus), laureola (Daphne aurora), moscatella (Adoxa moschatellina), mercorella (Mercurialisperennis); fra le felci la felce aculeata (Polystichum aculeatum), la felce maschio (Dryopteris fìlix-mas).

Al Fosso delle Cupaie si possono attfaversare interessanti lembi di faggete d'altofusto, piuttosto rare in questo settore degli Appennini

Prati sommitali occupano oggi gli spazi che furono del bosco…..

Al di sotto della faggeta, nel piano altitudinale compreso fra gli 800 ed i 1000 prevale l'orno-ostrieto (in questo caso Scutellario-Ostryetum), bosco misto in cui dominano orniello (Fraxinus ornus) e carpino nero (Ostrya carpinifolia) che predilige substrati calcarei. Queste formazioni interessano le pendici inferiori del Catria e Acuto (che vengono appena sfiorate dal percorso) differenziandosi nella composizione floristica secondo le caratteristiche ecologiche delle singole zone (pendenza, profondità e tipo di suoli, umidità, ecc.). Oltre alle due specie già citate la composizione delle specie arboree è completata dall'acero opalo e qualche individuo di roverella (Quercus pubescens) e cerro (Quercus cerris). Questi boschi sono stati ceduati in passato per la carbonízzazione e più tardi per produrre legna da ardere, in virtù delle buone caratteristiche combustibili delle specie presenti.
Nella flora erbacea troviamo come specie caratteristica la scutellaria di Colonna (Scutellaria columnae) e nelle zone di contatto con la faggeta la scilia alpestre (Scilla bifolia), ed il bucaneve(Calan thus nivalis).
A completamente del quadro tipologico forestale è forse utile accennare ad altre formazioni presenti nel comprensorio, anche se non riscontrabili lungo il sentiero proposto.
Su suoli marnoso-arenacei fino ai 600-700 m dei versanti più caldi, anche fino ai 1000 m, si sviluppano querceti di roverella, formazioni molto degradate e frammentarie in cui si trovano anche carpino nero, orniello, sorbo comune (Sorbus domestica), ciavardello (Sorbus torminalis). Nelle configurazioni più rare e degradate prevalgono le specie arbustive citiso minore (Cytisus sessilifolius), biancospino (Crataegus monogyna), caprifoglio (Lonicera caprifolium), caprifoglio etrusco (Lonicera etrusca), vescicaria (Colutea arborescens), ginepro comune (Juniperus communis), ecc.
Nel piano collinare, in ambiti particolarmente umidi come vallecole ed impluvi, il bosco si adegua e cambia aspetto. Prevalgono carpineti con nocciolo, formazioni igrofile a prevalenza di carpino bianco (Carpinus betulus) e nocciolo (Corylus avellana) le cui chiome sono più leggere e "fresche", e dove si insediano molte specie erbacee tipiche anche della faggeta.
Infine una presenza caratteristica nel gruppo del Catria è quella di leccete, formazioni dense ed intricate che inducono a pensare alla macchia mediterranea e a condizioni climatiche ben più miti di quelle montane. Il leccio (Quercus ilex) è in verità una specie che può spingersi anche a quote elevate se temperatura e tipo di suolo sono adeguati. Nel nostro caso si spinge anche ben oltre i 1200 m frammisto ad altre specie e fino a 900 in formazioni quasi pure su substrati calcarei ed assolati. Le specie più tipicamente mediterranee, come terebinto (Pistacia terebinthus), fillirea (Phyllirea latifolia), laurotino (Viburnum tinus) non riescono a seguirlo e si fermano a quote più basse. Le formazioni erbacee costituiscono l'altra componente della vegetazione del Catria e si caratterizzano anch'esse secondo un gradiente altitudinale e la freschezza della stazione in cui si sviluppano.
Pareti rocciose e zone di detrito ospitano una flora estremamente specializzata non molto vistosa ma spesso di grande interesse botanico; si possono notare alcune specie delle famiglie delle Crassulaceae (Sedum sp. pl.), delle Saxifragaceae (Saxifraga sp. pl.), la gramigna dell'Appennino (Trisetum villosum), timo bratteato (Thymus striatum), ecc.
I pascoli di altitudine (seslerieti) sono piuttosto aridi e caratterizzati dalla presenza di una graminacea la sesleria (Sesleria tenuifolia), che soprattutto fra i 1600m e la sommità del Catria forma praterie con cotico erboso discontinuo a gradoni, dove sono presenti la poligala alpestre (Polygala alpestris), la genziana primaticcia (Gentiana verna), dai vistosi fiori azzurro intenso, il cinquefoglie (Potentilla crantzii), ecc.
In zone calcaree in versanti mediamente acclivi o su pianori sommitati il prato assume caratteri mesofili e quindi anche ricchi di specie, in queste situazioni prevalgono i meso-brometi, formazioni a prevalenza di graminacee, come il forasacco eretto (Bromus erectus), a cui si associano il muscari (Muscari atlanticum), e diverse specie di orchidee (Orchis morio, Orchis ustulata, ecc.), che danno luogo a notevoli fioriture tardo primaverili.
Le formazioni più comuni sono prati-pascoli di tipo arido su suoli poco profondi ed acclivi di scarso valore botanico e degradati spesso per un sovraccarico di bestiame (xero-brometi). Fra le specie più caratteristiche oltre alle solite graminacee, l'elicriso (Helichrysum italicum), l'eringio montano (Eryngium amethystinum), il dente di leone (Leontodon crispus) e le carline (Carlina sp. pl.).

Il percorso
Gran parte del percorso qui descritto coincide con alcuni tratti di sentieri indicati nella carta escursionistica del Catria (scala l:25.000), curata dalla sezione di Pesaro del Club Alpino Italiano e recentemente pubblicata dalla Comunità montana del Catria e Nerone, la cui numerazione, ben indicata anche in campo, verrà utilizzata come riferimento.
La partenza è dai pressi del bivio di Bocca della Valle (1164 m) raggiungibile da Cagli (circa 20 km) procedendo verso Frontone; dopo circa 4 km si volta a destra in direzione Acquaviva e si inizia la salita al M. Tenetra ed al M. Alto, su una strada asfaltata solo per pochi chilometri. Dopo circa 12 km la strada inizia a scendere ed in prossimità di un tornante a sinistra (dove è possibile parcheggiare l'auto), si scorge sul lato destro della strada una casetta non lontana dal bivio suddetto: la Casetta di Mochi (uno dei tanti rifugi costruiti come supporto alle attività di pascolo, alcuni dei quali ora destinati ad uso turistico; per informazioni rivolgersi alla locale Comunità montana).
Da Frontone si procede verso Cagli e si volta a sinistra dopo un paio di km per Buonconsiglio, Ca' d'Usepio salendo fino al M. Morcia, Valpiana (circa 8 km) e poi fino al bivio, dove procedendo a destra si giunge al medesimo luogo.
Lasciandosi sulla sinistra il rifugio, il percorso n.58 (che in questo tratto si identifica con il Sentiero Italia che da Isola Fossara, unisce Chiaserna, Cantiano, Cagli e Pianello) inizia attraversando una prateria cespugliata a biancospino che conduce al versante sud-occidentale del M. Acuto. Volgendosi indietro verso Cagli si scorgono le praterie del Tenetra e del Monte Alto. Procedendo avanti, dopo una curva si abbandona il sentiero 58, che conduce sulla vetta dell'Acuto, e si prende il n. 63 che scende leggermente e procede a mezza costa, sempre oscillando intorno ai 1200 m, fra pascoli magri saltuariamente "arredati" da cespugli di ginepro e carpino nero. Nel periodo estivo avanzato emergono dal secco cotico erboso l'eringio montano, con il suo inconfondibile habitus spinoso e l'elegante color ametista, e l'elicriso, dai piccoli fiori gialli e le tipiche foglie crenate biancastre.

La formazione bosciva è bruscamente interrotta per lasciar posto, nuovamente, al pascolo

Il sentiero, in alcuni tratti costituisce la zona di contatto (ecotono) fra le due formazioni forestali prevalenti, la faggeta a monte e l'orno-ostrieto a valle, annunciata dalla presenza di acero campestre e di roverella. Il paesaggio si fa interessante quando si scorgono le balze rocciose dell'Acuto, che emergono dal mosaico della faggeta sottostante, e costituiscono un sistema di ambienti rupestri e macereti, giustamente riconosciuto come area fioristica protetta regionale. Il sentiero entra poi in un ceduo invecchiato di faggio, curiosamente insediatosi su detriti calcarei, da cui si esce poco fino a raggiungere e superare una recinzione (assicurandosi poi di chiuderla). Poco dopo si torna nuovamente nel bosco, ora una faggeta con "intrusioni" quercine (roverelle, cerri e loro ibridi) e di acero opalo, di aspetto gradevole. Più avanti i faggi assumono peculiari conformazioni, abbarbicati a massi con grosse radici contorte, con ceppaie molto grandi dalle forme grottesche, modellate da decenni di tagli e morsi del bestiame.
Il sentiero, sempre indicato da segni gialli e rossi, dopo poco più di mezz'ora dall'inizio esce dal bosco offrendo la vista del massiccio del Catria, la cui vetta è ulteriormente segnalata da una croce metallica. Sulla destra la vallata sottostante si apre ad anfiteatro, delimitato alla base dal torrente Bevano, lungo il quale si riconosce l'abitato di Chiaserna. Lo spazio aereo ben si presta al volo di numerosi gheppi, attenti cacciatori sui prati estivi carichi di ortotteri (cavallette e locuste). Purtroppo volgendo lo sguardo ad est l'orizzonte visivo è disturbato da due grandi generatori eolici, di cui si accennerà più avanti.
Lungo il percorso si alternano radure e aree boscate dove il faggio, nonostante si trovi in un versante piuttosto caldo, la fa da padrone, lasciando solo marginalmente spazio a pochi individui di sorbo montano, sorbo domestico e maggiociondolo.
Repentinamente per un breve tratto la roccia cambia colore virando dal bianco al rosso (scaglia rossa) mentre la vistosa presenza dell'elleboro fetido (Helleborus foetidus), della dafne laureola e di una notevole rinnovazione di acero opalo, indicano un aspetto ben più caldo del bosco di faggio, sempre molto "abile" a colonizzare anche grossi massi calcarei rotolati a valle e capace di produrre individui anche di discrete dimensioni (oltre 35 crn di diametro) a dispetto delle non ottimali condizioni del suolo.
Dopo una nuova recinzione ed una piccola colata detritica, si nota un intervento di conversione all'altofusto, che prevede il rilascio sulla ceppaia dei polloni migliori e che conferisce al bosco un aspetto più slanciato.
Si esce nuovamente allo scoperto attraversando un pascolo arborato, guidati dalla croce del Catria e dal sentiero sempre ben segnato. E' bello voltarsi saltuariamente ed osservare le varie e suggestive "pose" delle Balze dell'Acuto. Una curiosità botanica di cui segnalare la presenza è la belladonnna (Atropa belladonna, Famiglia Solanaceae) nota forse più di fama che di aspetto; è una specie velenosa, erbacea ma robusta e con portamento cespuglioso, tipica dei luoghi ombrosi. I fiori sono isolati e penduli di colore porpora-brunastro o verdognoli, i frutti sono attraenti bacche nere (diametro di 15-20 mm), lucide, che se ingerite possono anche provocare la morte.
La presenza di faggi di oltre 50 cm di diametro ed altezze di 13-16 metri con chiome abbastanza alte, annunciano l'avvicinarsi della zona nota come Fonte del Faggio, dall'omonima sorgente. La faggeta insediatasi lungo ripidi versanti assume un habitus più tipico, fresco e piacevole anche per la presenza di alcuni faggi secolari. Poche decine di metri più avanti c'è il "rifugio" Fonte del Faggio, seguito da un abbeveratoio a vasche multiple per il bestiame dotato di fonte, dalla quale si può bere un'acqua molto fresca, gradita soprattutto in estate. Questa potrebbe essere, dopo un'ora circa di cammino, la prima tappa.
Il sentiero nel tratto successivo è di fatto una strada, solo teoricarnente di servizio alle attività pastorali, che conduce poco dopo alla Capanna dei Porci, altra struttura di appoggio logistico, dove termina anche il percorso n. 63. Da qui prosegue verso sinistra il sentiero n. 55, indicato con segni bianchi e rossi, che attraversa un bosco ceduo con radure a prato per poi ricongiungersi al Sentiero Italia, che, a sua volta collega l'Acuto con il Catria. Un'alternativa interessante a quest'ultima via può essere la strada bianca che dalla Capanna dei Porci prosegue verso destra e sfocia in corrispondenza di un tornante sulla strada asfaltata che scende verso Chiaserna. Voltando invece a sinistra e superato un ulteriore tornante si percorre salendo fino ad un cartello giallo indicante "Fosso delle Cupaie". Ai lati della strada si possono osservare alcuni dei rari lembi di faggete di vero altofusto del M. Catria e dell'appennino pesarese, che ospitano individui arborei di notevoli dimensioni. Queste, pur essendo state delimitate come area fioristica protetta sono caratterizzate da un sottobosco piuttosto degradato a causa del pascolo e da una rinnovazione naturale praticamente assente. Proseguendo, la strada conduce al bivio Dogane da dove è possibile riprendere a destra il sentiero n. 55 che sale e termina alla Fonte della Vernosa (1 502 m).
Dopo il rifugio omonimo, con abbeveratoio, si incontra una ulteriore recinzione dalla quale inizia il n. 56 (segnato in una vasca dell'abbeveratoio) che raggiunge la vetta del Catria, inerpicandosi per un ripido crinale le cui pendici sono coperte di magri pascoli. Sulla sinistra, salendo un'altra area fioristica protetta indica la presenza di specie vegetali, questa volta erbacee, di notevole interesse fitogeografico per gli specialisti del settore. Sulla destra sopra le Balze della Vernosa (zona interessante con macereti e ambienti rupestri) il versante ovest è costituito da una ripida pendice detritica gradonata in seguito agli effetti del pascolo equino e conseguentemente dalle precipitazioni.
Dopo circa una ventina di minuti di salita l'ambito pianoro sommitale viene raggiunto, forse con un pizzico di delusione dopo avere constatato l'omogenea e brulla fisionomia del paesaggio circostante, interrotto dal solo innalzarsi metallico della croce. L'orizzonte visivo si distende consentendo di superare, condizioni atmosferiche permettendo, i meri confini provinciali. Un certo qual senso di gratificazione si prova per la seppur piccola impresa, che ci consente di tenere "sotto controllo" una notevole porzione dell'Italia centrale (dall'Adriatico al Tirreno e dal Falterona ai Sibillini).
Dopo questi primi momenti di osservazione d'insieme, può essere interessante focalizzare l'attenzione su qualche settore, magari con l'ausilio di un binocolo, e perché no, porsi anche qualche interrogativo sulle dinamiche del paesaggio collinare e montano.
Si riprende il cammino, procedendo verso sud sul sentiero n. 56 (il 54 scende a valle verso Chiaserna) che conduce alle Balze degli Spicchi. Dopo circa 200 m appare l'improvvido strada, non asfaltata (ma dotata di guardrail!) che permetteva l'accesso veicolare in vetta (!). Si volta a sinistra tornando quindi in direzione nord, percorrendo il lato orientale del pianoro, per riprendere a ritroso il sentiero n. 56 verso la Fonte della Vernosa. [Qui il Sentiero Italia (in questo tratto contrassegnato con il n. 69) in un'ora e mezzo circa conduce al Monastero di Fonte Avellana]. Si scende invece fino al Bivio Dogane e dopo avere attraversato la strada asfaltata ed una recinzione si segue il sentiero n. 64, guidati dai mastodontici generatori eolici attraverso un'ampia prateria, abbastanza ricca di specie e nota con il nome di Prati dell'Infilatoio, ubicata sulla dorsale che unisce i massicci del Catria e dell'Acuto. Una breve sosta alla coppia di "mulini a vento", concepiti pretenziosamente dall'ingegneria energetica dell'ENEA, può dare l'idea, anche in giornate ventose, della loro inutilità. Poco più avanti c'è la chiesetta dedicata a San Pier Damiani, circondata da lembi di faggeta a ceduo molto degradati; nei dintorni il facile accesso veicolare ed i vasti prati "invitano", nella stagione estiva, un notevole flusso di gitanti ben attrezzati per le tipiche "scampagnate". Superata anche questa zona di "disturbo" si entra in una faggeta molto "bassa", fortemente pascolata e con sporadici segni di interventi di conversione all'alto fusto. All'uscita del boschetto sulla sinistra inizia un sentiero (n. 58) che sale in vetta all'Acuto e scende poi alla Casetta di Mochi in circa 1 ora e mezzo. Procedendo un poco, lungo il margine del bosco, si imbocca il sentiero (n. 65), che superato il casottino d'arrivo della sciovia, costeggia una recinzione e rientra in un ceduo di faggio molto denso e cespuglioso. Dopo circa un quarto d'ora si transita al rifugio orghe, anch'esso così denominato per l'omonima fonte. Le ormai note tabelle giallo-verdi della Regione Marche indicano la presenzdia di una area floristica protetta che comprende, in una ventina di ettari, un insieme di ambienti rupestri e di macereti con presenza di interessanti specie erbacee e arbustive. Il sentiero prosegue piacevolmente, in debolissima pendenza (da 1300 ai 1250 m), sotto copertura in faggeta e si può notare, nelle zone recintate dove il pascolo non viene esercitato, la struttura molto più articolata del bosco. Dopo rneno di mezz'ora si giunge alla Casetta di Mochi dove si conclude il percorso.

SCHEDA TECNICA

Lunghezza del percorso: km 11,5 circa
Dislivello: da 1164 m a 1701 m slrn
Tempo di percorrenza a piedi: circa 6 ore
Grado di difficoltà: medio Stagione consigliata: cíiugno-ottobre
Tipologia ambientale: zone rupestri, macereti, praterie di altitudine, pascoli, bosco montano
Valore paesaggistico: elevato (boschi, balze rocciose, vedute panoramiche)
Valore naturalistico: elevato (lembi di faggete d'altofusto, specie rare vegetali ed animali)
Valore storico-culturale: elevato (storia dell'uso del bosco, monastero di Fonte Avellana)
Punti di ristoro: bar-trattorie-ristoranti a Cagli, Cantiano, Chiaserna e Frontone