Nemeton sale in cattedra

Il 4 novembre alle 16,30, nell'Aula Magna della Facoltà di Architettura Valle Giulia, in via Gramsci 53 a Roma, all'interno dell'iniziativa "Architettura e Paesaggio" a cura di Donatella Scatena, verrà presentato il semestrale Nemeton High Green Tech Magazine, di cui è uscito da poco il secondo numero. All'incontro parteciperanno:
Livio di Santoli, Preside della Facoltà di Valle Giulia
Pierpaolo Balbo, Presidente del CdL
Maurizio Corrado, Direttore di Nemeton
Ivano Caradonna, Presidente del V Municipio
Fabio M. Pallottini Commissario straordinario ARSIAL
Benedetto Todaro, Direttore Scuola Dottorato in Scienze dell'Architettura
Alle 18, in Sala Petruccioli si inaugurerà la mostra dei progetto: "Il parco Pertini nel piano di Pietralata".

Verde urbano: la sicurezza passa da professionalità e programmazione

La gestione del verde urbano deve essere affidata alle massime professionalità, come gli agronomi, e presuppone una programmazione adeguata, per evitare problemi o tragedie in casi di maltempo straordinario, come avvenuto nei giorni scorsi.

Lo sottolinea il Conaf (Consiglio dell'Ordine Nazionale dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali), con l'Ordine provinciale di Roma, città dove sono presenti 2 milioni di alberi. Gli eventi atmosferici che hanno colpito la Capitale ed il resto dell'Italia, provocando gravissimi danni alle persone e al patrimonio delle città, hanno riportato all'attenzione pubblica il fatto che la gestione delle alberate stradali urbane e dei parchi pubblici costituisca un problema di tali dimensioni da non poter più prescindere dalla necessaria professionalità a partire dalla progettazione fino alla manutenzione.

Il patrimonio verde dei grandi centri urbani, inoltre, è caratterizzato dalla presenza di diverse tipologie quali il verde attrezzato, il verde sportivo, il verde annesso a edifici scolastici e sportivi, i piccoli giardini dei quartieri, le alberate stradali, il verde condominiale. 

In una città come Roma, ad esempio, sono presenti circa 2 milioni di alberature tra pubblico e privato. "Un patrimonio verde così articolato e complesso – viene sottolineato – presuppone una corretta applicazione dei criteri di gestione e di controllo, al fine di garantire non solo la salvaguardia della pubblica incolumità, ma anche il decoro e la fruibilità da parte dei cittadini".

Ad esempio è frequente nei lavori stradali cittadini per l'apertura delle canalizzazioni che si proceda al taglio delle radici degli alberi senza preoccuparsi che questo comporta necessariamente una perdita di stabilità dell'intera pianta con pericolo di caduta della stessa indipendentemente da eventi atmosferici estremi come quelli recenti.

Gli alberi sono esseri viventi e come tali subiscono spesso l'incuria dell'uomo, sia nella fase di impianto con scelte e collocazioni di specie per le quali si considera erroneamente solo l'aspetto estetico-paesaggistico non tenendo conto della loro natura e dell'ambiente naturale dal quale provengono e quindi delle loro difficoltà di adattamento all'ambiente urbano, sia durante la loro vita biologica. A differenza di come avviene in natura, infatti, la stessa pianta collocata in città diventa elemento di arredo, ma a differenza di un marciapiede o di una palizzata, è viva e come tale richiede le dovute cure e manutenzioni.

Ogni amministrazione pubblica deve quindi impegnarsi sia in termini economici che professionali per prevenire gli eventi tragici che purtroppo continuano a susseguirsi con preoccupante frequenza, utilizzando in modo corretto e razionale tutte le risorse a disposizione e, ove necessario, trovandone di nuove.

Il Conaf e il Consiglio dell'Ordine Provinciale di Roma, ricordando come il patrimonio delle alberate urbane sia particolarmente cospicuo, sottolinea come l'attività di pianificazione e di progettazione, anche sul tema del verde urbano, sia un punto cardine sul quale le amministrazioni pubbliche, e in particolare i Comuni, devono investire, anche attraverso l'utilizzo di strumenti pianificatori quali ad esempio i Regolamenti del Verde di cui già molte amministrazioni comunali si sono dotate.

Il lungo muro di pomodori di Los Angeles

Il progetto Urban Farming Food Chain consta di circa 70.000 m² di pareti verdi preposte alla coltivazione di cibo commestibile che vengono montate sopra edifici, o a ridosso di pareti in cemento, in aree di parcheggio oppure si ergono in maniera del tutto autonoma. A Los Angeles sono quattro i punti all’interno e all’esterno del centro della città, inclusa l’area del Central City East (Skid Row), dove si coltivano, senza usare pesticidi, prodotti agricoli freschi. Le organizzazioni che ospitano queste pareti verdi utilizzano il cibo non solo per scopi interni ma destinano anche parte del raccolto a vicini e/o organizzazioni di bisognosi. Los Angeles è stata la città pilota dell’Urban Farming Food Chain, un progetto che attualmente è stato riproposto anche in altre città tra cui New York, Rochester, Detroit e Las Vegas.
Le pareti verdi dell’Urban Food Chain utilizzano la tecnologia Green Living™ Wall con un sostrato tra i 10 e i 15 cm circa di spessore, un semplice programma di manutenzione e un impianto automatico di irrigazione progettato per minimizzare la dispersione delle acque di scolo. La loro funzione principale è quella di produrre cibo e le colture comprendono pomodori, fragole, peperoncini, cocomeri, lattuga, ravanelli selvatici e legumi.
Oltre all’agricoltura urbana, le pareti verdi dell’Urban Food Chain rappresentano una preziosa opportunità di formazione e di coinvolgimento della comunità. I designer infatti suggeriscono come le installazioni individuali di Food Chain possano essere viste come anelli di collegamento tra luoghi diversi sulla base di un intento e di un progetto condiviso, offrendo inoltre una ridefinizione, più familiare, del termine “catena alimentare”. Attraverso la creazione, la cura e la manutenzione delle pareti verdi, questi cittadini – di norma del tutto estranei al processo di produzione degli alimenti – toccano con mano il ciclo vitale della frutta e della verdura da loro coltivate e consumate. Gli esperti hanno selezionato questo progetto non solo per il suo aspetto estetico e funzionale ma anche per il modo in cui l’Urban Farming Food Chain riunisce persone economicamente svantaggiate per diffondere e promuovere l’autosufficienza, incoraggiando contemporaneamente una maggiore collaborazione e una migliore interazione sociale.

Per gentile concessione di Green Roofs for Healthy Cities (www.greenroofs.org)

 

Quando gli uomini nascevano dalle piante

Gli indios zapotechi del Messico, secondo la loro tradizione precolombiana, avevano due miti cosmogonici, uno celeste e uno terrestre. Entrambi sono giunti fino a noi attraverso la mediazione di un missionario domenicano, fray Francisco de Burgoa che, nell’intento di estirpare ogni traccia di presunta idolatria e diffondere il credo cristiano, si occupò di raccogliere “las fabulas” dei popoli indigeni, per meglio censurarne ogni eventuale permanenza.
Il mito celeste fa derivare l’origine del mondo e del genere umano da una stella luminosa, con tutta probabilità il sole, che scesa sulla terra in forma di uccello (la guacamaya, sorta di grande pappagallo dalle piume verde brillante) avrebbe dato inizio alla creazione di tutto ciò che esiste.
L’altra versione del mito, invece, che può considerarsi tripartita, menziona tre diverse origini che gli indios si attribuivano, a seconda della caratteristica del loro popolo che volevano esaltare. Il passo della Geográfica descripción recita: «[…] éstos, ya por preciarse de valientes, se hacían hijos de leones, y fieras silvestres, si grandes señores, y antiguos, producidos de árboles descollados y sombríos, si invencibles y porfiados, de que se preciaban mucho, que los habían parido escollos, y peñascos […]». La prima fa discendere gli uomini valorosi dalle fiere selvagge; la seconda afferma che i sovrani più antichi e importanti nacquero dagli alberi più alti e frondosi; la terza vuole che i guerrieri invincibili e caparbi vantassero di essere sorti da rocce e scogli.

Di queste tre possibili genesi, quella che ebbe più fortuna attraverso i secoli fu la seconda. Ancora oggi, infatti, nella regione dell’Istmo di Tehuantepec, nel sud dello Stato di Oaxaca, gli anziani indigeni raccontano che l’umanità fu partorita dalle radici degli alberi.
Il poeta Andrés Henestrosa, che ha studiato l’etimologia del termine autoctono binningula’sa – in realtà, “zapoteco” è un appellativo nahua, imposto dagli aztechi che conquistarono il territorio poco prima dell’arrivo degli spagnoli –, ritiene che nel nome col quale il popolo chiama se stesso sia racchiuso il mito originario: binni «gente», gu «radice», la’sa «flessibile», ovvero «gente nata dalle radici flessibili». Le radici flessibili, altro non sono se non la parte più tenera ed elastica della pianta, quella più a diretto contatto con la terra, dalla quale traggono il nutrimento, per esprimerci in termini scientifici contemporanei, gli apici radicali. Per questo gli indios sono convinti che la forza vitale, pulsante, duttile e capace di generare sia contenuta nella parte più tenera della radice.

I missionari, purtroppo, si premurarono di distruggere accuratamente tutti i codici zapotechi. Ma possediamo alcuni codici degli indios mixtechi, un popolo molto affine a quello zapoteco, che a partire dal X secolo d.C., subentrò a quest’ultimo nella supremazia territoriale della regione oaxachegna. Fra questi documenti il più interessante dal punto di vista mitologico è senza dubbio il Codex Vindobonensis, un “libro” precolombiano (in pergamena di cervo, ripiegata a fisarmonica e costituita da 52 lamine), probabilmente risalente al XIV secolo, nel quale è narrata, in forma pittografica, la nascita dei primi dèi e la loro decisione di creare il mondo, popolarlo e instaurare leggi e riti che consentissero un’esistenza armoniosa.
Nella lamina 37-f è rappresentata la nascita dei primi esseri dal Grande Albero dell’Origine. Secondo gli studiosi che si sono occupati di decifrare il testo mixteco, in questa pagina si racconta di come, in seguito alla creazione della terra, del sole, della luna, del tempo e della morte, il dio Quetzalcoatl (9 Vento), convocò una riunione alla quale presero parte tutti gli dèi, gli spiriti e i primi sacerdoti, con l’obiettivo di tagliare il Grande Albero, affinché potessero venire alla luce gli esseri che in esso si trovavano in gestazione. Nell’immagine è visibile al centro l’albero, il cui tronco ha una forma bombata come se fosse gravido. La corteccia viene incisa da due sacerdoti, le figure dipinte di nero, con in mano strumenti appuntiti, e dalle fenditure del tronco sorge il primo di una serie di personaggi, che sono stati identificati in diversi modi, come capostipiti di dinastie reali, sommi sacerdoti o antenati divini del popolo. Qualunque sia l’interpretazione più corretta, non c’è dubbio che l’essere dipinto di rosso sia uno dei primi uomini a popolare la terra.

Questa breve incursione nella mitologia zapoteca e mixteca, che fa dell’albero (probabilmente una ceiba, pianta della famiglia delle malvacee), il progenitore sacro del genere umano, dimostra come la relazione che i popoli amerindiani concepivano – e continuano a concepire – nei confronti delle piante fosse strettissima e carica di molteplici significati: i vegetali non solo sono dispensatori di alimento e medicina, ma sono anche esseri venerabili, perché da essi hanno origine l’esistenza e la conoscenza.

Sara Poledrelli

 

I giardini di Versailles

versailles_vedutaNel 2000, l’anniversario della morte di Andrè Le Notre (1613-1700) fu  l’occasione per celebrare, con molte iniziative, colui che fu l’artefice dei giardini di Versailles, giudicati tra le più grandi opere in quell’epoca e fino ai nostri giorni.

La realizzazione di Versailles avvenne attraverso la trasformazione di un originario castello da caccia, nella più grande residenza reale d’Europa.
L’artefice di quest’opera fu Luigi XIV, che espresse la volontà e fornì i mezzi necessari a renderla concreta e si avvalse delle capacità artistiche e professionali  dei tre più grandi artisti, ognuno nel suo campo specifico: l’architetto che diresse i lavori Louis Le Vau, successivamente continuati dopo la sua morte da Hardouin-Mansart, il  pittore André Le Brun allievo di Nicolas Poussin e infine il più grande giardiniere dell’epoca André Le Notre.
Non si tratta di ripercorrere i fatti storici accaduti, che sono ormai abbastanza noti, ma è bene ricordare una curiosità, che fu di stimolo al Re per  questa grande opera di trasformazione: invitato dal suo ministro delle finanze Foquet all’inaugurazione del suo castello Vaux Le Vicomte con annesso giardino, costruito dal 1656-1661, il Re si meravigliò non solo per la sua bellezza, ma fu  sorpreso anche per lo sfarzo e il lusso e, di conseguenza, dei mezzi economici investiti.

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Veduta del parco di Vaux Le Vicomte

La storia ci tramanda che il suo proprietario, poté godere di questo castello per il tempo di tre settimane, dopodiché fu arrestato per concussione e appropriazione indebita, e successivamente condannato all’ergastolo.
Questa occasione permise al Re di ingaggiare i tre progettisti per ingrandire il padiglione di Versailles, per avviare la costruzione dei giardini, e iniziare così i lavori, che furono lunghi e complessi e si estesero per un periodo di circa 20 anni: solo nel 1682 la capitale del regno diventò Versailles in sostituzione di Parigi.
La storia, nel descrivere analiticamente tutti gli ampliamenti del castello e delle sue stanze, dove hanno vissuto i prestigiosi monarchi, nonché degli ampliamenti avvenuti durante il regnante Luigi XIV fino a Luigi XVI, così come le grandi opere dei giardini ammirati da tutto il mondo ancora oggi, ha dimenticato di evidenziare alcune opere necessarie e propedeutiche, che sarebbe invece giusto ricordare e rivalutare adeguatamente.
Tra queste opere ci sono quelle relative allo stato iniziale in cui si trovava il castello di caccia di Luigi XIII. Si cita testualmente “circondato da paludi e acquitrini con poche stanze e piccoli giardini”, è evidente che una prima condizione di non poco conto, nella quale si sono trovati ad operare i progettisti, fu quella relativa a una bonifica anche di tutto il territorio circostante.
Quello che bisogna portare all’attenzione  è la carenza d’acqua, ai fini delle opere e i consumi interni del castello e delle sue nuove proporzioni, ma soprattutto per gli impianti idrici adeguati per i giochi d’acqua dei giardini del castello.

S’impongono perciò delle opere idrauliche di proporzioni enormi, non solo per far arrivare l’acqua attraverso le tubature direttamente da Parigi, ma anche, conseguentemente all’uso che bisogna farne, con una potenza tale da consentire lo svolgimento dei giochi d’acqua; a tal proposito vengono inventate tecniche specifiche durante il percorso, che riescano ad imporgli questa forza.

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Versailles: grotta della Ninfa Teti

Questo aspetto, che la storia non evidenzia, lo si deve a Pietro Francini, figlio e nipote di quei Francini toscani che erano arrivati da Firenze a Parigi per installarsi alla corte della fiorentina Maria de’ Medici. Pietro Francini è il primo dei famosi creatori della gloria di Versailles, e ne esegue tutte le prodigiose opere idrauliche, a cominciare dalla grotta della Ninfa  Teti, dove gli uccelli canori comandati da un organo idraulico, fanno cadere o scaturire l’acqua in veli argentati o in funghi cristallini.
A conferma di questo, si ricorda che gli impianti che portano l’acqua alle fontane

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Bassin de Latone- giochi d’acqua

sono ancora gli stessi di allora, ancora oggi non possono stare aperte più di due ore per volta data la grande massa d’acqua che si perde (non è riciclata), poiché l’usanza prevista durante il regno di Luigi XIV era quello che, al suo passaggio, le fontane dovessero innalzare gli spruzzi alla massima altezza, e tuttora si alternano al funzionamento delle acque delle fontane con il bacino di Nettuno.

Il castello-reggia,  massimo simbolo dell’assolutismo, che documenta l’evoluzione di Luigi XIV da giovane sovrano, ancora dipendente dai suoi ministri, a Re Sole simile a un dio, è situato a 17 chilometri a sud-est di Parigi e alimenta continuamente vicende tra storia e leggenda.
Infatti, da un documento antico, che risale al IX secolo tra Eude Conte di Chartres e il monastero di Saint-Pierre, risulta per la prima volta il luogo di Versailles.
All’epoca, questo luogo fu definito “il più triste e più ingrato di tutti i luoghi, senza vita, senza boschi, senz’acqua, senza terra, perché tutto è sabbia mobile e di conseguenza senz’aria”, e il Re si compiacque di avere violentato la natura, e di averla domata con l’introduzione di arte e tesori in grande quantità, un’opera scenografica e sfarzosa che attraverso radicali trasformazioni del paesaggio naturale simboleggia il potere assoluto.

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Mappa completa dei giardini di Versailles. Meyers Konversations-Lexikon
I giardini della Reggia di Versailles nel 1746, incisione ad opera dell’abate Delagrive, geografo della città di Parigi ©Wikipedia

André Le Notre, ideatore e disegnatore dei parchi di Versailles, che esordì con il parco di Vaux-le-Vicomte, aprì la seconda fase della sua storia artistica, realizzando con Versailles il suo capolavoro.
Le Notre era sensibile alle esigenze della scienza, e questo gli permise di adattare, con grande capacità, la sua creazione con le nuove scoperte delle leggi dell’ottica e dell’idraulica, e attraverso lo studio delle acque e dell’atmosfera creò le meraviglie che noi tutti conosciamo.
A Versailles oltre a costruire le fontane eccezionali, furono anche trapiantate intere foreste della Normandia e delle Fiandre e inoltre si fece mandare 50.000 bulbi da Costantinopoli, il regno orientale dei fiori.
Ma il genio di Le Notre si manifesta nonostante la vastità dell’area, perché risulta comunque da un disegno unitario e armonico.
Siamo verso la fine del milleseicento e Le Notre inizia un nuovo modo di progettare i giardini che prenderà il nome di parterre: si trattava di disporre il giardino in modo tale che fosse visibile anche da una certa distanza e che si estendesse lontano dall’abitazione.

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Parterre a Versailles

Ma il parterre francese prevedeva che una visione d’insieme fosse di fondamentale importanza, e che fosse architettato con un viale centrale che si allungasse dalla casa verso le due parti del giardino perdendosi  lontano, come per dare la sensazione di controllare lo spazio.

Questo modo di costruire i giardini con schemi razionali e prospettici fu per molti nni egemone nella cultura europea dei giardini, e rappresentò un modello fino agli ultimi decenni del XIX secolo.
Altro aspetto che la storia ci nasconde o che tende a minimizzare, è quello dell’orto del Re, perché in questa grande opera di Versailles, la parte che serviva a produrre i prodotti alimentari era (come prevedeva la tecnica dell’epoca) un orto, che però non fosse visibile insieme ai giardini, pertanto poteva esistere solo separato e nascosto.
È  mia opinione che la ricostruzione della storia si possa fare anche con la narrazione di eventi secondari, che raccontano le vicende di personaggi minori, e questo è dimostrato dagli storici stessi, che anzi, ritengono il miglior modo per conoscere non solo le cose, ma anche le più reali possibili.
Questo orto, la cui reale esistenza è risaputa per l’importanza storica ma anche botanica, fu compito e creazione di  Jean-Baptiste de La Quintinie, uomo dotato di tecniche eccezionali per l’allevamento delle piante, impegnato e coinvolto dallo stesso  Re, che curiosava frequentemente in questa parte nascosta ed esclusiva di Versailles.

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Planimetria originale del Potager du Roi

Il Re, in relazione ai suoi impegni di governo, trovava comunque il tempo di guardare e informarsi  direttamente delle vicende colturali dell’orto, che, oltre a fornire prodotti freschi e di qualità per la famiglia reale, era diventato l’orgoglio quasi personale del Re e del suo giardiniere.
È  un peccato che la visita di questa struttura, che ho avuto la possibilità di visitare personalmente con una delegazione di coltivatori molti anni fa, grazie al permesso concessomi dall’Università di Parigi che lo detiene come patrimonio storico e di ricerca, non sia invece patrimonio di tutti coloro che vogliano visitarlo, perché sarebbe un motivo in più di arricchire cultura e storia.
Lo spazio occupato di nove ettari, originariamente costituito da boschi e paludi e in pochi anni trasformati in orti e frutteti, recintato e collegato a una parte della reggia, è caratteristico non solo per i metodi di produzione dei frutteti stessi, che sono impiantati in uno spazio di circa 500 metri quadrati per ogni specie (le specie erano sicuramente tante se consideriamo solo che alcune di queste raggiungevano le 50 per le pere, le 20 per le mele e cosi per l’uva).
Questi muri non facevano solo da elemento divisorio ma erano sfruttati al massimo per l’insolazione, attraverso un’inclinazione appropriata, tale da creare tanti piccoli microclimi che soddisfacevano le diverse esigenze produttive (pesche, albicocche, mele,uva ecc), tenendo conto che si doveva soddisfare l’esigenze anche quantitative di richieste per il numero delle feste e soprattutto degli ospiti partecipanti.
Accanto a questi spazi riservati alla produzione, vi erano anche grotte naturali e appositi edifici progettati  a imitazione dell’Orangerie in modo tale che potessero ospitare fino a 700 alberi di fico in vaso, che venivano fatti maturare gradualmente per soddisfare l’esigenze del Re, molto goloso di questo frutto particolarmente stagionale.
Accanto a tutto questo, collegato, vi è un piccolo giardino personale di circa 2000 metri con un minuscolo laghetto al centro e attraversato da un piccolo ponte, contornato da alberi e arbusti da fiore ben distribuiti che potrebbe essere paragonato a un giardino giapponese affiancato a sua volta da una grotta naturale, che, con un’apertura nel suo soffitto, la collegava a una costruzione a una altezza di circa 7-8 metri sopra, dove stazionavano i musicisti che suonavano, così da far scendere le note musicali  attraverso l’incavo della grotta, dove risedeva il Re.

Cerri e altre querce

Il primo istinto scoprendo i cerri nel bosco fu ludico: ne contammo al momento sei o sette in un’area a portata  dei nostri occhi, e il gioco fu “è mio”, “è tuo”,  “no, preferisco  questo”. Difficile è eleggere l’albero tra grandi alberi di uguale bellezza. Questo con il tronco ferito da un fulmine e una  chioma allargata da spingere ai margini tutte le altre piante, o questo gigante  che si è accaparrato la parte fitta del bosco?  Sparpagliati tra le  roverelle questi alberi protagonisti dal tronco dritto e regolare, il portamento maestoso,  vegetali di grande respiro, vanno scovati, quasi censiti.

Ultimi a perdere le foglie che mantengono a lungo  durante l’inverno, come tutto il genere della quercia, e che si conservano anche cadute sul terreno, sono poi gli ultimi alberi a rinverdire, come grandi elefanti in calore. Di bellezza assoluta in inverno, quando si accampa nitido il nudo disegno del cerro, patriarca del bosco. Elemento di stabilità, interrompe del bosco il disordine inquieto, l’immagine di luogo sorpreso dalla bufera e fissato in un arruffato impercorribile insieme di tronchi sani e   rami spezzati, arbusti spinosi e residui vegetali. Quando una morbida nebbia lo attraversa, grazie alla sua natura caducifolia  esso appare come una dantesca selva dei suicidi più che come bosco di collina morenica. I cerri si impongono come forme dell’antica certezza della foresta, come memoria dendrocentrica e archetipo silvano. Rappresentano i sopravvissuti, i relitti del manto forestale che ricopriva l’Europa.

Simili al rovere, si riconoscono dai frutti, che, a differenza delle comuni ghiande, sono ricoperti da una cupola irsuta, e maturano in due anni dopo essere rimasti un intero anno sulla pianta. A differenza dei roveri isolati,  da ricordare per  l’ esemplarità quasi da museo, tanto da essere  identificati con un luogo, i cerri  rappresentano ogni volta una scoperta. Una sorpresa. Come se ogni volta affiorasse dall’inconscio il soprassalto del vagare per foreste che appartenne ai cavalieri antichi.

L’ingresso nel bosco è   un lampo della coscienza, l’emergere di una vaga scintilla legata alla memoria del sacro. Se la palude è un’esperienza ctonia, il bosco è sintesi di protettiva immersione panica e   ansia di  infinito. Il metafisico si materializza attraverso l’apparente  spazio concluso del bosco-cattedrale, che presuppone la non visibilità dei confini. Eppure si sa che si entra e si esce. Più che labirinto, il bosco è un percorso simbolicamente teso verso un infinito interrotto e da rincorrerre continuamente. Che riguarda anche l’universo  oltre  la soglia, l’abisso del sottosuolo, delle radici, universo sconosciuto e impercorribile se non da un’immaginazione che  sconfini le apparenze, peregrinando tra labirinti sotterranei di nude e lignee essenze vegetali. Diversamente dall’albero, immobile, esse si estendono tra buio linfa e terra: quale intreccio là sotto, aderenze e forme, e diramazioni in verticale: sempre più verso l’invisibile oscuro? o anelito di affiorare?

Che la foresta   sia di roverella, carpino e corniolo, platano e pioppo, frassino e olmo, sambuco e viburno, il suo ingresso è attiguo  a un contatto altro, accanto all’esperienza del qui e ora. Un segno, una traccia, come un graffito litico. Linguaggio familiare e ignoto, ricordo primigenio del nostro bipolarismo emotivo, sospeso tra confidenza e paura. Che sia severo e arboricolo, oppure addomesticato  dalle fioriture di aglio orsino o anemone nemorosa, il bosco rimane sempre la “selva”.

“…../Ma, gloria avara del mondo,/ d’altre stagioni memoria deforme,/ resta la selva/”.

Costanza Lunardi

testo contenuto nel libro “Il falco e la rosa” di Costanza Lunardi, Grafo editore  Brescia 2004, libro di ispirazione naturalistica ma non solo, legato al territorio, con le fotografie di Giorgio Mutti, che ha vinto il premio speciale della giuria Giardini Botanici Hanbury edizione 2005.

I servizi agricoli tra paesaggio e mercato

La presente pubblicazione è frutto di un lavoro coordinato da Corrado Ievoli – al quale si deve l’impostazione e la redazione del testo – con la collaborazione di Matteo Ansanelli e Gianluca Cristoni e la supervisione scientifica del Professor Andrea Segrè.

Lo scritto ha la peculiarità di illustrare ciò che in sintesi si può definire “Multifunzionalità in Agricoltura”, una delle tematiche più discusse di questi tempi, regolamentata dal Decreto n. 228 del 2001. Oggigiorno il settore dell’agricoltura sta progressivamente diventando uno dei principali protagonisti dell’evoluzione dello scenario mondiale. Il concetto moderno di agricoltura si fa sempre più articolato andando verso una terziarizzazione della stessa: il mondo agricolo può offrire servizi che esulano dalla mera attività agricola e quindi garantire all’agricoltore una nuova prospettiva. Il ruolo dell’agricoltura diventa polifunzionale e di conseguenza anche l’imprenditore agricolo si carica di responsabilità ben diverse rispetto a quelle passate, non è più visto solo come “coltivatore” ma come “gestore” dell’ambiente. I servizi agricoli tra paesaggio e mercato cerca proprio di fare un’analisi dei servizi agricoli, in una dimensione socio economica ma anche imprenditoriale, mettendo in luce i cambiamenti strutturali e i processi di modernizzazione in agricoltura che hanno portato alla crescita dei servizi offerti. Ma non solo, il libro mette ampiamente in evidenza anche l’evoluzione normativa del fenomeno, approfondendo concetti teorici attraverso esempi reali.
 
Il volume, la cui prefazione è a cura di Guglielmo Gandino, Amministratore Delegato di Unacoma Service, è già stato presentato al grande pubblico a Bologna durante “ExpoGreen – Salone Internazionale dell’Outdoor “ dall’11 al 13 settembre 2009, in cui un’ambientazione era dedicata alla Multifunzionalità.
 
E’ possibile consultare il volume direttamente on line qui sotto (cliccare il pulsante "fullscreen" per visualizzare il volume ingrandito). Oggi il volume è anche disponibile per il download.
 
 
Silvia Gianni

LA SOSTENIBILE LEGGEREZZA DEL VERDE

1° ottobre dalle 9,30 alle 13,00 presso l’Acquario Civico di Milano (via Gadio), si terrà il convegno di presentazione del catalogo “Green Design. La sostenibile leggerezza del verde” che presenta i risultati di una ricerca, svolta con il contributo della Regione Lombardia, che ha recensito oltre 250 esperienze italiane e internazionali di prodotti e servizi innovativi nel settore della progettazione, realizzazione e gestione di parchi ed aree verdi, sulla base dei criteri di sostenibilità ambientale, basso costo di impianto e di gestione, e valorizzazione delle aree coinvolte.

Per maggiori informazioni: Claudio Palvarini mob. 335-5719837 ; lavorint@cris


Mail: info@progettogreendesign.org

Web: www.monzaflora.it