La sicurezza nei lavori di potatura ed abbattimento alberi con piattaforma di lavoro elevabile (PLE) (DL 09/04/08 n°81)

Il libro è un manuale molto utile per la gestione della sicurezza degli operatori durante le operazioni di potatura.

Nelle 41 pagine si descrivono le problematiche della sicurezza nei lavori di potatura ed abbattimento degli alberi con piattaforma di lavoro elevabile (PLE).

Opeazioni necessarie per la manutenzione e gestione di aree a verde in cui si trovano esemplari arborei di elevate dimensioni, ma spesso pericolose se non si mettono in atto gli accorgimenti giusti. Il libro è uno strumento importante per il tecnico che deve redigere un Piano Operativo di Sicurezza (POS) D. lgs 09/04/08 n°81 e successive modifiche e/o integrazioni, di facile comprensione anche per l'operatore che deve effettuare lavori in quota con piattaforma statica a braccio.

Il manuale fornisce molte risposte ai dubbi che possno emergere nell'apprestarsi a fare manuenzione a grossi alberi con la piattaforma elevabile. Consente di sapere quali documenti bisogna depositare, come bisogna comportarsi quando i cantieri sono sulla strada e quali cartelli stradali bisogna utilizzare; inoltre suggerisce anche il modo migliore per utilizzare tali pedane e quali possono essere i rischi nello svolgimento delle operazioni.

 

AUTORE: Dott. Agr. Luca Di Lorenzo

EDITORE: Lulu.com

NUMERO PAGINE: 41

PREZZO: € 12,61

Intervista ad Emilio Ambasz

INTERVISTA A EMILIO AMBASZ (New York 2 Aprile 2009)

RM: Quali studi ha fatto e quando ha iniziato a interessarsi di architettura?
EA: Ho terminato la scuola media superiore in Argentina dove poi ho prestato il servizio militare di due anni. Arrivato negli Stati Uniti, ho ottenuto una cospicua borsa di studio per la Princeton University: nel primo semestre sono riuscito a concentrare i quattro anni del college; nel secondo semestre ero già iscritto alla “graduate school” dell’università. L’anno seguente ho conseguito un master in architettura e sono rimasto a insegnare a Princeton. Nella stessa settimana in cui ho acquisito la titolarità come professore di ruolo, mi sono dimesso per ricoprire due incarichi distinti: per metà tempo, come curatore del Dipartimento di Architettura e Design del MOMA e per l’altra metà come vice direttore dell’Institute for Architecture and Urban Studies che avevo fondato con Peter Eisenman. Tra i professori che hanno reso possibile il salto da “freshman” a “senior”, c’erano Michael Graves e Peter Eisenman. Lavorare al museo dal ’69 al ’76 mi ha permesso di scoprire in me doti di buon curatore, ma in effetti a me interessava soprattutto usare il supporto istituzionale che il MOMA poteva fornirmi per creare certi avvenimenti. Come nel caso del progetto Universitas Project: Institutions for a Post Technological Society e della mostra “Italy: The New Domestic Landscape”.

Nel ’76 ho deciso di dedicarmi alla pratica della professione, affrontando dapprima il disegno industriale. Avevo creato a Bologna una società con un designer, Giancarlo Piretti, e la mia prima invenzione è stata Vertebra, una sedia che lui ha meccanizzato e che, il 23 Giugno del 1976, è stata presentata al Neocon di Chicago, l’equivalente dello Smau in America. Era la prima sedia al mondo che si muoveva automaticamente con il movimento del corpo. Da quella in poi è stato un susseguirsi di moltissime sedie con diversi principi meccanici.
Il modello è l’anello più debole della catena del designer; la presenza di grandi modellisti in quell’epoca a Bologna è ciò che mi aveva spinto a stabilirmi in quella città. Inoltre io non lavoravo per un cliente ma per me. Quando inventavo un prodotto, creavo io stesso i prototipi; dopo aver testato a grandi linee il suo funzionamento, procedevo per conto mio facendo fare le attrezzature, gli stampi, stipulando accordi con chi si occupava del resto e solo in seguito ci si presentava tutti insieme dal cliente. Quando abbiamo ceduto la licenza a Castelli, gli abbiamo consegnato 213 stampi, che vanno dall’alluminio al metallo stampato, alla plastica, alla gomma, eccetera.

RM: 213 Per la stessa sedia?
EA: Per la stessa sedia. Poi ho imparato: la seconda sedia che ho disegnato, Dorsal, ne aveva solo 5. Nella vita si impara, sa?

RM: Com’era l’ambiente quando ha iniziato a occuparsi di architettura?
EA: Io stavo parte a New York e parte in Italia, perché mi occupavo molto di design industriale. Facevo i prototipi, il macchinario, l’attrezzatura, avevo anche un brevetto meccanico e mi presentavo con il prodotto finito. Come nel caso di Vertebra, il primo cliente era una ditta americana che si chiamava a quel tempo Krueger. Il mio modo di agire risparmiava al cliente i 24 mesi o 30 mesi che ci vogliono per sviluppare un prodotto. Io lo presentavo e davo loro 30 giorni per accettarlo o rifiutarlo. Conveniva che ci pensassero bene, perché se lo rifiutavano, mi rivolgevo alla concorrenza. Questo modo di agire mi risparmiava i tentennamenti degli ingegneri che dicono che non si può fare, degli addetti al marketing che dicono che non si può vendere; agli uni e agli altri, con il prodotto in mano, potevo dimostrare che funzionava. Poco a poco tutto ciò mi ha dato maggiore agio economico per poter cominciare a fare architettura. Ma all’inizio erano quasi esclusivamente idee, progetti fatti di carta e presentati per dare un’idea di come si poteva fare architettura verde. In seguito i progetti hanno incominciato a divenire realtà. Oggi tutto il mondo sta facendo architettura verde e non si contano più i miei figli, nipoti e tanti bastardi. (questo lo può scrivere).

RM: Certo. E quindi, diciamo, l’ambiente newyorkese di quel periodo…
EA: Era un ambiente, diciamo, modernista. Poi, quando ho cominciato a lavorare, nell’arco di dieci anni si è passati al “postmodern”. Tuttavia io non mi sono mai lasciato tentare dal postmoderno, perché a me non interessa la cartografia di una cosa gia esistente, ossia la tassonomia, ma mi attrae il disegno, ossia la l’invenzione, la mappa del nuovo. Il postmoderno soddisfa un bisogno preciso che era stato trascurato dal movimento moderno: la parte emozionale che viene dalla decorazione, dall’ornamento. Va riconosciuto che questa era una necessità. Però che i postmodernisti abbiano pensato di rispondere a questa esigenza comprando nastri di storia e appiccicandoli alle facciate… A me non interessava questo, ma poter evocare la presenza dell’architettura anche utilizzando del fieno per esempio, pacchi di fieno o cose del genere. Sono convinto che per fare architettura non sia necessario ricorrere alle colonne oppure alle cornici. L’architettura esiste solo quando si può evocarne la sua presenza. Pertanto nel periodo del postmodernismo ero totalmente emarginato, come lo sono stato nel periodo del decostruttivismo nonostante qualcuno dica che il palazzo di Siviglia risponda a un principio estetico decostruttivista. Io sostengo, e non sono il solo, che quando un gesto è perfetto, è passibile di qualsiasi interpretazione, perché tutto ciò che deriva dalla perfezione di quel gesto non può che esserlo a sua volta. Sono quasi 30 anni che mi occupo di architettura verde, ma le assicuro che all’inizio non c’era la fila dei clienti, neanche per sogno.

RM: I suoi maestri, se ci sono.
EA: Louise Huxtable aveva espresso il rammarico che io non fossi rimasto più a lungo all’università, perché avrei imparato ancora qualcosa. In realtà, l’unico vero maestro che ho scelto era Amancio Williams, un grande architetto e anche un grande poeta argentino, che faceva architettura di grande qualità. Abbiamo appena terminato la seconda edizione di un libro che avevamo scritto tempo fa con i figli, e adesso voglio organizzare una mostra su di lui per il Museo Reina Sofia di Madrid. Era un uomo di enorme talento e di straordinarie qualità politiche che Le Corbusier e Mies Van der Rohe ammiravano moltissimo (posso dirlo con certezza perché conosco tutto l’archivio). Io ho cominciato a lavorare con lui da quando avevo 15 anni, quando ancora ero alla scuola media superiore. Andavo al turno di notte, poi mi cambiavo e lavoravo con lui. Altri maestri non ce ne sono, a parte Frank Lloyd Wright. Ma più che veri e propri maestri sono persone che ammiro, non copio nulla da loro, neanche da Amancio Williams, ma nel suo caso il mio rapporto con lui era completamente diverso, lui era un modernista, è vero, ma un modernista raffinatissimo e con grande capacità inventiva. Era davvero incredibile la qualità dei suoi dettagli.

RM: Qual è il suo metodo?
EA: A mio parere il procedimento peggiore consiste nel far precedere la parola all’immagine, nonostante quello che afferma la Bibbia. Pertanto io disegno senza parole. Non so come dirle, mi svuoto di parole. Se pensassi con le parole, opererei in un ambito semantico. Quando invento qualcosa, devo invece operare in un ambito simbolico. Quello che invento è un prototipo, non ho bisogno di tradurre in parole ciò che faccio finché lo faccio; solo in seguito la disciplina – il “metier” – mi consentono di pensare al suo significato. Come questa casa di Siviglia, quando l’ho ideata è nata tutta in un solo minuto. Tutta finita. Non dico che era anche ammobiliata, però quasi. E dopo mi sono seduto a pensare quale fosse il suo significato. Io non penso con parole, per me questo è un impedimento all’invenzione. Non solo: addirittura non penso assolutamente in pianta, solo in sezione, perché secondo me in questo modo si percepisce fenomenologicamente una casa o un ambiente. Dopo averlo pensato, lo costruisco nella mia testa, e non metto mai la matita sulla la carta finché non l’ho concepito. Non faccio schemini sopra schemini, ne faccio uno solo, lo schema di quello che ho sviluppato mentalmente e che mi tengo in testa per settimane, mesi, girandolo, cambiandolo, muovendolo. Quando arrivo a disegnarlo su un pezzo di carta è più o meno in scala, in studio lo ingigantisco e cominciamo a lavorarci sopra.

(continua sul numero 2 di Nemeton Magazine)

Sky garden a Parigi

Si tratta di un progetto di ristrutturazione realizzato nella città di Issy-les-Moulineaux, alle porte di Parigi. IHA (Itsuko Hasegawa Atelier) – il giapponese Itsuko Hasegawa ha collaborato con lo studio di design francese Loci Anima (LAA) realizzando un progetto che ha vinto il primo premio per la seconda volta, dopo il 2007. I risultati finali erano già stati resi noti lo scorso autunno, ma la realizzazione venne interrotta a causa della crisi economica di quel periodo.  Nell’Aprile di quest’anno si è comunque deciso di riprendere il progetto.
L’area interessata, ricca di vegetazione, è situata sulle rive della Senna, il fiume che attraversa la città. Hasegawa ha proposto la costruzione di due torri di 200m ciascuna e di un edificio a più piani, che insieme diano l’impressione di una struttura a forma di fungo gradualmente crescente, con le radici estese verso la Senna. Su una superficie di circa 20.000㎡ si costruirà un complesso di uffici, scuole e appartamenti. Verranno coltivate piante in diverse zone dell’edificio, e un eco-sistema energetico ecologico sarà adottato a tutti i livelli – vento, acqua e luce.

Ubicazione: Issy-les-Moulineaux
Architetti: IHA – Itsuko Hasegawa + LOCI ANIMA, Françoise Raynaud
Superfice del lotto: 20.750㎡
Superficie interna totale: 200.000㎡
Torri: 140.000㎡
Unità abitativa: 38.000㎡
Unità commerciale e scuole: 12.000㎡
Capacità del parcheggio: 1900

Un balcone in città

La crescita smisurata di grigi contesti urbani, di cui troppo spesso protagonista rimane il cemento, ci ha allontanato sempre di più dal senso del luogo come appartenenza, rischiando di farci sentire come quei vecchi che non riescono più a vedere né a raccontare la loro storia. È dunque il momento di chiederci se, oltre ad ammirare i grandi progetti del mondo del verde riusciremo, nel nostro piccolo, a restituire colore e gioia alle nostre città. Se si ha la fortuna di avere a disposizione un balcone si può pensare di trasformare questo anonimo spazio in un ambiente con una sua precisa fisionomia. Infatti se per definizione è una struttura architettonica sporgente da un edificio, la sua vera identificazione dipenderà unicamente dal soggettivo significato che gli vogliamo attribuire. Insieme ad una giusta valutazione delle reali possibilità degli spazi e di tutte le variabili  ci sarà anche il piacere di creare un angolo, espressione  del proprio gusto e creatività. In questo modo sarà  possibile recuperare un rapporto sia con il nostro spazio interno, ovvero con il nostro modo di essere e di pensare che con quello esterno, offrendo un ornato affaccio allo sguardo curioso del passante. In ogni caso, proprio perchè spesso di piccole dimensioni, la sua cura dovrà essere finalizzata ad una decorazione precisa : creare piccoli angoli di colore sia a gradazione che a contrasto; arricchire le pareti di piante rampicanti quasi a voler dare un effetto avvolgente; riunire varie piante aromatiche dove il senso di spontaneità e profumi di altri tempi possano toccare le nostre corde più nostalgiche. Se vogliamo poi creare una nuvola sospesa si possono far scendere dalle ringhiere piccole cascate di gerani o petunie, oppure giocare a  far fare capolino ai ciclamini che, con le loro delicate tonalità, fanno avvertire dolcemente il sopraggiungere dei mesi invernali.
Dovrà essere dunque un gioco di equilibri fra spazi e colore, luci ed ombre con quella nota di giusta armonia cha nasce dalle personali interpretazioni fatte di conoscenza, fantasia ed anima.
Con la creazione di un balcone fiorito ed ancora di più con la sua cura possiamo quindi entrare in contatto con la natura e le sue regole, osservando da vicino  l’avvicendarsi delle stagioni , le sue diverse esigenze ed il continuo bisogno di attenzione e amore.
Nello stesso tempo  tra zappette, forbici ed annaffiatoi potremo  ritagliarci  momenti sereni tra i ritmi incalzanti della vita di oggi  trovando un po’ di pace e benessere e, in alcune occasioni, anche un luogo dove  saperci ascoltare. Infatti è proprio tra le cose semplici e naturali, come veder nascere un fiore o cadere una foglia che possiamo riflettere, rifugiarci ed anche ritrovarci. Il balcone dunque può diventare un mezzo per poterci confrontare con  il nostro pollice verde ma anche un angolo dove far riaffiorare  stati d’animo spesso dimenticati. Così, attraverso questo linguaggio in continua trasformazione, un balcone fiorito può diventare un’espressione del nostro modo di essere ed un vestito a colori per una realtà  che troppo spesso ci appare in bianco e nero.  Sarà bello dunque poter dare un colpo di pennello variopinto alle nostre  città, troppo spesso opacizzate per la mancanza di una politica più sensibile all’importanza del verde e riuscire tutti insieme a ritrovarci in un progetto comune che ci possa far superare questa epoca che, come è stata definita da M. Weber , “ vive nel disincanto”.

Rampazzi Laura della Promoverde nazionale

Strumenti per il paesaggio

Un supporto dalla ricerca per gestire la pianificazione paesaggistica e per definire metodologie innovative nel governo del territorio, ponendo particolare attenzione all´applicazione della “Convenzione europea per il paesaggio”. Sono alcune delle finalità del “Centro di ricerca per la pianificazione e governo del territorio e del paesaggio“, con sede a San Giuliano Terme (Pisa), presentato al Sant´Anna il 18 novembre, dai rappresentanti dei soggetti promotori: Maria Chiara Carrozza, Direttore della Scuola Superiore Sant’Anna; Marco Frey, referente della Scuola Superiore Sant’Anna per il Centro; Fulvio Esposito, Rettore dell´Università di Camerino; Massimo Sargolini, referente dell´Università di Camerino per il Centro; Paolo Panattoni, Sindaco di San Giuliano Terme. Il Centro nascerà infatti dalla collaborazione tra la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, l´Università di Camerino e il Comune di San Giuliano Terme.
Il Centro di ricerca promuoverà l´applicazione della “Convenzione Europea del Paesaggio” agli strumenti di pianificazione territoriale, agli atti di governo delterritorio, nonché agli strumenti di programmazione e di gestione delle risorse naturali e culturali, rivolgendo particolare attenzione a quelli che assumono una significativa valenza paesaggistica e ambientale. Il Centro avrà una spiccata vocazione interdisciplinare, grazie alle partecipazione di ricercatori con esperienze che variano dall´urbanistica all´economia all´ingegneria alle scienze agronomiche e vorrà diventare interlocutore per i soggetti, pubblici e privati, interessati a sviluppare metodologie innovative di studio, di analisi e di ricerca nell´ambito dei loro processi di tutela e sviluppo sostenibile del territorio. Il “Centro di Ricerca per la pianificazione e governo del territorio e del paesaggio” affiancherà e integrerà altre linee di ricerca sviluppate nell´ambito del “Sistema universitario pisano”dedicate a tematiche simili, seppure affrontate sotto ottiche diverse.
La prima collaborazione dei due partner scientifici del Centro (Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e Università di Camerino, in collaborazione con l´Istituto Nazionale di Urbanistica) sarà la realizzazione del progetto “Con-ReSPace: regole, strumenti e pratiche per i paesaggi della contemporaneità”, co-finanziato dallaRegione Toscana, e orientato a valutare la conformità di un campione di circa trenta regolamenti urbanistici toscani ai principi ispiratori del “Piano di indirizzo territoriale” e alle regole fissate dalle normative regionali e nazionali in materia di pianificazione territoriale e di “Valutazione ambientale strategica”, per garantire sviluppo sostenibile e adeguata valorizzazione del paesaggio delle zone prese in esame.
Sulla nascita del Centro, Fulvio Esposito, Rettore dell´Università di Camerino, dichiara: “Questa è una prova tangibile di quanto una proficua collaborazione tra Atenei possa essere importante  per lo sviluppo del territorio. Le competenze dell´Università di Camerino e del Sant´Anna si integrano  creando una perfetta  sinergia: da parte nostra siamo lieti di poter mettere a disposizione le professionalità del nostro Ateneo nell´ambito della pianificazione urbanistica, territoriale ed ecologica. Anche con  il Comune di San Giuliano Terme è  da tempo  in atto una collaborazione che ci vede coinvolti in progetti di ricerca e siamo particolarmente grati all´Amministrazione Comunale per essersi resa disponibile collaborando alla creazione di questo centro”. In merito alla nascita del Centro, Paolo Panattoni, Sindaco di San Giuliano Terme, afferma: “Per gli enti locali è oggi fondamentale programmare e pianificare il governo del territorio, e tutte le sue risorse ambientali, monumentali e paesaggistiche, con enti e strumenti di alta qualità. Questo Centro garantirà un alto livello di studio e ricerca. Sarà capace – sottolinea il Sindaco – di orientare meglio l´operato pubblico e privato dando concretezza, saperi e serietà al termine della “sostenibilità” dello sviluppo locale in tutte le sue declinazioni, grazie a due prestigiosi istituti di studio e ricerca”.

Il Giardino

Il libro si presenta con un titolo molto semplice, “Il giardino – Manuale di progettazione”, in realtà nelle sue 640 pagine espone tutte le conoscenze necessarie per progettare un’area verde, pubblica o privata che sia.

Come nell’intento dell’autore, Davide Giorgi, un paesaggista toscano, il libro è destinato a diverse categorie di lettori: ai professionisti, che cercano qualche spunto per progettare un giardino, agli studenti, che possono ritrovare un riepilogo di molti argomenti oggetto di studio, ma anche all’hobbista che desidera sistemare il proprio giardino.

Ne risulta un manuale completo, e ricco di immagini, per chi si occupa di progettazione di aree verdi, in cui vengono analizzate le componenti che compongono il giardino, i metodi di progettazione, la realizzazione e la manutenzione.

La prima parte del libro prende in considerazione l’ecosistema giardino (essendo un’area chiusa, un giardino è un ecosistema) analizzandone tutte gli aspetti che lo compongono, da quelli climatici, al suolo fino agli esseri viventi, animali e piante. La conoscenza dello spazio da sistemare è il passo fondamentale prima della progettazione. In questa parte il capitolo dedicato alla vegetazione è molto ricco di informazioni sull’utilizzo possibile delle piante, grazie ad una descrizione accurata delle funzioni delle stesse, arricchita da immagini ed elenchi di essenze.

La seconda parte del manuale affronta il tema della progettazione delle aree verdi e si apre con un capitolo fondamentale per il buon progettista, ma spesso sottovalutato, riguardante le fasi preliminari tra le quali molto importante è la conoscenza del cliente.

Si prosegue con l’illustrazione dei metodi di progettazione; molte pagine ed http://www.verdeepaesaggio.it/immagini sono dedicate ai materiali inerti utilizzati per la realizzazione di aree verdi, come pavimentazioni, muretti e arredi in genere.

Una terza parte del manuale tratta della realizzazione del progetto che passa attraverso la scelta degli esemplari e le buone pratiche di impianto; mentre l’ultima parte è dedicata alla manutenzione del giardino, soprattutto della potatura di alberi e arbusti che garantisce il mantenimento della struttura iniziale data all’area verde.

Titolo: Il giardino

Autore: Davide Giorgi

Editore: Dario Flaccovio

Prezzo: 68,00 euro

Pagine: 640

Verde nel centro di Milano

Chi si batte come noi giornalmente affinché il verde delle città sia un elemento importante oggi trova un alleato in Renzo Piano. Anch’egli infatti, nei suoi qualificati progetti, da tempo sostiene quest’obbiettivo. Ma, leggere del suo interesse per il verde in un articolo sulla prima pagina del Corriere della Sera è comunque un evento, da sottolineare non come una provocazione intellettuale, ma come un’indicazione progettuale.

Si spera quindi che possa essere raccolta dalle centinaia di Amministratori di Enti Locali del nostro paese, perché riescano a vedere come il verde possa essere un elemento di sviluppo e sostenibilità ambientale oltre che un contributo di bellezza per l’arredo delle nostre città. Perché vedano come, se ben gestito, possa essere un modo per valorizzare il loro patrimonio e non debba essere un ulteriore aggravio dei loro vincoli economici.

L’arredo di piante in piazza Duomo e nelle vie circostanti è un esempio di questo approccio, che dà il senso di una coscienza ambientale vera e non solo parolaia ed è sicuramente estendibile a molte altre vie e piazze delle nostre città.

Tra i Comuni che hanno già fatto queste scelte c’è quello di Padova. La sensibilità dell’Amministrazione e la professionalità dei suoi tecnici hanno portato alla costruzione di rotonde fiorite nel centro storico ed in periferia, sviluppate con richiami al mondo rurale, quali i muri a secco e l’utilizzo di piante medicinali ed aromatiche.
Questi spazi sono diventati un’attrazione per i  turisti che li fotografano per ricordare il viaggio e mostrarne le tappe agli amici nel loro paese.
E’ quindi evidente come non siano solo un elemento di qualità della vita per i cittadini che li vivono, ma anche un bene patrimoniale per l’economia della città, una risorsa da difendere e da divulgare.

Dato quanto detto, è quindi giunto il momento di fare giustizia anche nell’impostazione della viabilità, dando spazio e manutenzione adeguati alle piante e non solo a macchine e motorini.

Coerentemente, nell’articolo è contenuta una rilevante novità: vi si evidenzia infatti come per una realizzazione appropriata del verde, l’interdiscipliarietà e la  condivisione delle responsabilità progettuali tra Enti e professionalità diverse siano fondamentali.

Altro elemento importante nell’articolo riguarda l’utilizzo di alcune specie di alberi. L’autore suggerisce infatti di aumentare l’impiego degli Aceri rispetto ai Platani, specie che, seppur con caratteristiche di arredo bellissime, è afflitta da malattie gravi come il cancro del Platano.

Questa sollecitazione è tanto più importante se si pensa come il controllo di questa patologia implichi la rimozione degli elementi malati ed anche di quelli adiacenti che possono essere stati contaminati attraverso l’apparato radicale e come questi abbattimenti suscitino, frequentemente, le proteste dei cittadini, purtroppo ignoranti rispetto ai rischi legati alle patologie fungine degli alberi.

Le affermazioni di Renzo Piano fanno inoltre giustizia rispetto alla presunta supremazia di alcune professioni, siano esse di architetti o ingegneri, rispetto ad altre del mondo vegetale, dal botanico all’agronomo, che invece si rivelano necessarie per progettare il verde in modo adeguato ai luoghi prescelti, alle funzioni da svolgere, alla sicurezza dei fruitori ed alle necessità di cura manutenzione del verde stesso.

Oggi quindi la scelta delle specie e delle singole piante per un arredo verde, non può più essere demandata agli amici vivaisti compiacenti. Anzi, questi stessi debbono cooperare con i professionisti, per garantire che il materiale fornito sia esente da malattie e sia idoneo alle esigenze ed agli ambienti per cui è stato scelto, anche al fine di contenere i costi di impianto e manutenzione.

Questo discorso nuovo sull’arredo verde in città, assume importanza ancor maggiore se recepito anche dai privati, nei loro spazi condominiali. Al contributo per la vivibilità si aggiunge infatti il vantaggio dell’incremento di valore immobiliare che l’arredo verde produce.

In sintesi, va ribadito come gli arredi verdi non siano solo fattori di abbellimento di questa o quella via, ma come, insieme ai parchi ed agli spazi d’acqua della città,  partecipino alla realizzazione di un ambiente più vivibile.

Si evidenzia quindi come, nel rispetto reciproco, l’armonia tra il verde e l’urbano sia raggiungibile, con vantaggi sia per la vivibilità della città che per il suo ambiente.

Li Volti Giovanni Promoverde