Il mondo micro del terreno (parte I)

Continuando il nostro viaggio nell’incantevole micromondo sotterraneo, troviamo le micorrize.

Micorrize. La maggior parte delle piante sulla terra, stringono relazioni simbiotiche con funghi micorrizogeni. Questa particolare colonizzazione radicale è possibile sia all’esterno delle radici assorbenti (Ectomicorrize), sia al loro interno (Endomicorrize). Le ectomicorrize sono presenti su circa il 10% della flora terrestre. Nel Nord America ci sono più di 2100 specie di funghi che formano le ectomicorrize. Nel mondo, ne sono presenti più di 5000 specie. La maggior parte delle ectomicorrize possono essere riconosciute ad occhio nudo, poiché sono di differenti forme, misure e colori. Le endomicorrize sono le più diffuse tra tutti i tipi di micorrize e comprendono tre gruppi. Le micorrize Ericaceae che sono presenti in quattro o cinque famiglie delle Ericales. Le endomicorrize Orchidaceae, che appartengono solo alla famiglia delle Orchidaceae. Le endomicorrize Vescicolari-Arbuscolari (VAM) che rappresentano il terzo gruppo. Le vescicole e/o gli arbuscoli, sono strutture prodotti da questi funghi all’interno delle radici da loro colonizzate. Le VAM sono state osservate in radici di più di 1000 generi di piante costituite da circa 200 famiglie. Più dell’85% delle 300.000 specie di piante vascolari sulla terra presentano delle VAM.

Queste includono piante agricole (eccetto le Brassicaceae), la maggior parte delle foraggere coltivate e spontanee, alberi da legno, viti, piante desertiche, fiori e la maggior parte delle piante ornamentali (eccetto le Ericaceae).

Sino ad oggi sono state identificate circa 200 specie di VAM. Le radici colonizzate da VAM non hanno forma e colore diverso rispetto a quelle non colonizzate. Le VAM sono visibili solo al microscopio e quindi non possono essere identificate ad occhio nudo. A causa della loro posizione nelle radici e a causa della loro grossa dimensione, le spore delle VAM sono disseminate in nuove aree attraverso animali ed insetti terricoli molto lentamente. Gli alberi micorrizati hanno una capacità adsorbente molto più elevata: è stato dimostrato che pini con presenza di ectomicorrize, hanno una superficie adsorbente 700 volte più ampia di alberi senza rapporti simbiotici.

I funghi micorrizogeni possono ottenere il carbonio necessario per la loro nutrizione solo dalle piante ospiti in grado di fotosintetizzare. Questo significa, molto semplicemente, che i funghi micorrizogeni non possono crescere e svilupparsi fino a che non entrano in associazione con le loro piante ospiti. In cambio espandono il micelio nel suolo, aumentando la superficie attiva delle radici, permettendo così alla pianta ospite di assorbire una maggiore quantità di acqua, azoto e di minerali essenziali. Si stima che una pianta dovrebbe avere approssimativamente a disposizione, una quantità cento volte superiore di zuccheri ed energia, per riuscire a formare radici assorbenti sufficienti a coprire una superficie uguale a quella presente in radici micorrizate. Le radici con micorrize persistono di più rispetto alle radici assorbenti non colonizzate, incrementano la tolleranza delle piante ospiti alla siccità, al compattamento del suolo, alle alte temperature del terreno, ai metalli pesanti, alla salinità, alle tossine organiche ed inorganiche e agli estremi di pH del suolo. Difendono inoltre da alcune malattie radicali causate da funghi patogeni e nematodi e proteggono la pianta dagli attacchi di alcuni insetti. In foreste naturali e praterie, alcune specie di funghi micorrizogeni, colonizzano piante ospiti e formano con le radici una continua ed interconnessa rete di miceli. 

Recentemente, si è scoperto che i funghi VAM producono un essudato glicoproteico mentre sono in associazione con le radici. Questo composto organico, chiamato glomalina, gioca un ruolo importante nella stabilità degli aggregati del suolo e può rappresentare il 4-5% di tutto il carbonio e azoto del terreno.

Gli alberi possono essere già presenti in una determinata area sia prima dell’intervento umano, che dopo, quando le eventuali piante sono state trapiantate. Le radici di alberi già presenti sono spesso danneggiate da mezzi meccanici di scavo, da fossi di drenaggio, dal livellamento e compattamento del terreno, dalle pavimentazioni di strade e marciapiedi. Le piante trapiantate, sono messe a dimora nel nuovo ambiente con un apparato radicale ridotto, anche meno del 10% di quello originario presente in vivaio. Spesso sono necessari anche dieci anni per ripristinare l’originario apparato radicale funzionale ed assorbente, tenendo conto che circa il 75% della capacità di sopravvivenza di un albero è riposto nel suo sistema radicale. Le nuove radici non solo necessitano di spazio e di terra in abbondanza per svilupparsi in modo appropriato, ma devono trovare anche condizioni ottimali del suolo (ossigeno, temperatura adeguata, acqua disponibile, azoto solubile e minerali essenziali). Solitamente però il terreno, nella maggior parte dei siti costruiti dall’uomo, ha un bassissimo contenuto di sostanza organica disponibile; spesso il suolo è compattato, con valori di pH estremi, vi sono bassi livelli di fertilità, sono stati effettuati scavi profondi con affioramento di terreno asfittico, vi sono competizioni con essenze graminacee. Pertanto, gli alberi devono avere le capacità di produrre nuove radici assorbenti funzionali. Le micorrize possono quindi aiutare la pianta nel suo sviluppo dopo un trapianto o in terreni sottoposti a intervento dell'uomo

Il suolo deve contenere una certa quantità di inoculi di micorrize, necessarie per formare un’abbondante micorrizazione sulle nuove radici; deve inoltre avere un adeguato contenuto di sostanza organica con un’elevata carica microbica, utile per favorire i naturali rapporti tra radice e suolo.

Vedi articolo: Il mondo micro del terreno (parte II)

Il mondo micro del terreno (parte II)

Continuando il nostro viaggio nell’incantevole micromondo sotterraneo, si individuano saprofiti e fissatori dell’azoto.

Saprofiti. Sono il gruppo più cospicuo di microrganismi; si procurano il carbonio direttamente dalla decomposizione delle lunghe catene di sostanza organica morta. Tipici esempi di saprofiti sono i funghi nel legno deperito, i batteri ed i funghi presenti nel compost e nel primo strato di terreno delle foreste, alcuni azotofissatori, i lieviti del pane e molti altri ancora. Batteri benefici e funghi vivono sulla superficie delle radici capillari (rizosfera), solubilizzando alcuni elementi minerali, come il fosforo, da fonti minerali insolubili e rendendoli disponibili alle radici delle piante. Essi decompongono la materia organica, producono promotori di crescita per le radici, aumentano la struttura del suolo e a volte competono con patogeni agenti di malattie radicali. I microrganismi della rizosfera si riproducono in abbondanza perché le quantità di carbonio organico sono presenti nel suolo in quantità abbondante.

Fissatori biologici dell’azoto. L’aria è composta per l’80% da azoto. Nessun uomo, animale o pianta è in grado di usare direttamente l’azoto elementare. Per essere assimilato da qualsiasi forma vivente, dev’essere prima fissato, legandosi con altri elementi come l’idrogeno, l’ossigeno e il carbonio e poi venire utilizzato nella sintesi degli amminoacidi, peptidi, proteine ecc. L’azoto fissato, finisce nella catena alimentare di qualsiasi essere vivente. La fissazione dell’azoto è seconda per importanza solo alla fotosintesi. Solo alcuni microrganismi del suolo e gli actinomiceti possono fissare l’azoto atmosferico. Fondamentalmente sono tre i sistemi microbiologici coinvolti nella fissazione. L’azoto atmosferico può essere legato simbioticamente da noduli batterici radicali (principalmente Rhizobium spp.), presenti in più di 100 specie di leguminose erbacee e su alcune leguminose arboree (acacia, mimosa, glicine, robinia, ecc.).

Specifici actinomiceti (principalmente Frankia spp.) formano associazioni simbiotiche, con le radici di piante non leguminose come casuarine, eleagnus e ontani, anche attraverso alcuni batteri presenti nella rizosfera delle piante e alcuni batteri liberi nel suolo.

I batteri liberi nel terreno, sfruttano il carbonio della sostanza organica del suolo. Senza tutte queste fonti di carbonio i microrganismi non potrebbero fissare l’azoto. L’azoto fissato, dopo alcune trasformazioni biochimiche, è finalmente rilasciato nel suolo sottoforma di azoto ammoniacale o ione nitrato, per essere utilizzato dalle piante. I microrganismi detti “simbionti”, ottengono il carbonio di cui hanno bisogno, direttamente dall’associazione con l’ospite vivente. In questa unione, l’ospite non è danneggiato, ma cresce grazie ad un mutuo beneficio. Esempi di simbionti sono i batteri azoto fissatori (come visto in precedenza), i funghi micorrizogeni, vari microbi e alghe formanti i licheni.

 

Nei terreni urbani è quindi necessario ricorrere all’apporto artificiale di sostanza organica, di spore di funghi micorrizogeni e di altri microrganismi utili. L’uomo crea per gli alberi situazioni così artificiali e di difficile sopravvivenza che risulta di vitale importanza fornire aiuti biologici esterni e mirati. Un’alta intensità luminosa ed una buona fertilità del terreno accelerano la colonizzazione delle radici. Concimazioni ed annaffiature abbondanti, stimolando la crescita veloce delle radici con un basso contenuto di zuccheri, deprimono lo sviluppo di micorrize. E’ importante ricordare che l’introduzione artificiale di funghi micorrizogeni e batteri non stimola la crescita dell’albero, ma elimina gli inibitori di crescita. Questi partners benefici sono quindi, strumenti insostituibili per migliorare la sopravvivenza delle piante nei nostri suoli urbani difficili. Oggi è possibile disporre commercialmente di funghi micorrizanti, batteri benefici e sostanze biostimolanti; si può, quindi avere un aiuto artificiale, ma naturale, per ridurre le morìe da trapianto ed aumentare la vigoria di alberi maturi.

 




Ma quanti capitolati d’appalto prevedono l’impiego di tali sostanze e quanti operatori ne tengono davvero conto quando mettono a dimora un nuovo albero?


Vedi articolo: Il mondo micro del terreno (parte I)

Villa Peyron il Bosco di Fontelucente

 

Il sogno di un appassionato

Il Giardino di Villa Peyron, nato esclusivamente per il diletto del proprietario, è la creazione della fantasia e dell’amore di Paolo Peyron, che nel 1919 ereditò la proprietà e dal 1934 vi si stabilì, iniziando i lavori di sviluppo con una passione ed una sensibilità rare, al pari di un vero e proprio connoisseur ottocentesco continuando una tradizione che in Toscana nel passato ha dato origine ad importanti giardini creati da ‘amatori’.
Un giardino di modeste dimensioni, circoscritto alle parti più vicine alla casa, esisteva già al momento dell’inizio dell’avventura di Paolo Peyron. Dal 1934 è cresciuto senza un progetto completo ed un disegno d’insieme ma comunque in maniera organica, secondo un'idea che lo stesso Peyron ha continuamente perseguito senza avvalersi dell’aiuto di professionisti od esperti, ma creando il giardino nel tempo, per parti successive come un vero e proprio work in progress.
A proposito dell’inizio della costruzione del giardino, Paolo Peyron raccontava: “La prima cosa che ho pensato è stata quella di realizzare uno squarcio nel bosco, per aprire la vista verso il paesaggio”.
Forte è l’influenza della professoressa Ines Julia Zanaga (1873-1958), tanto cara a Paolo Peyron da chiamarla affettuosamente ‘Zaghina’, che pone le basi per questa creazione – come raccontava Peyron: '… e Zaghina mi ripeteva quanto mio padre amasse questo luogo e aggiungeva: ‘Se anche un giorno sarai costretto a mangiare solo pane e cipolla, in un posto come questo sarai sempre un gran Signore”. Con questo pensiero ‘plasma’ la proprietà lasciatagli dal padre, caratterizzata da un più forte indirizzo agricolo – da questa campagna traevano frutti diversi utili alla famiglia: olio, vino, grano, frutta, bovini, polli e conigli, patate e ortaggi vari, ecc. – trasformandola in abitazione signorile dotata di ampio giardino.
Come in tutti i luoghi artificiali c’è un momento iniziale in cui il posto inizia a modificarsi ed è affascinante quindi provare ad immaginare come fosse “Villa Peyron il Bosco di Fontelucente” prima della sua trasformazione: davanti alla Villa il bosco chiuso che oscurava la visuale, sul retro il giardino come uno squarcio, un’apertura. Ancora oggi questa “veduta” è forse il suo carattere dominante, insieme alla sensazione di essere un luogo ritagliato quasi a fatica in una massa vegetale densa e compatta.
A seguito della donazione nel dicembre 1998 la Fondazione Parchi Monumentali Bardini e Peyron si attivò per il riconoscimento e notificazione della Villa Peyron e la Soprintendenza ai Beni Architettonici e Monumenti di Firenze ritenne il complesso della Villa e del Giardino-Parco esempio valido di “Giardino del Novecento” (atto del 22 luglio 2000 ai sensi del Decreto legislativo 29 ottobre 1999, n. 490 ”Testo unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali e ambientali” – Titolo I e II).
Tale accezione di “Giardino del Novecento”, inteso quale complesso interagente fra edificio signorile (villa), giardino formale, parco naturaliforme e campagna, si configura non solo nella semplice creazione del giardino piuttosto invece nella trasformazione completa del paesaggio operata negli anni da Paolo Peyron che, nel periodo successivo al 1950, riconduce anche la coltivazione agraria a fini estetici e paesaggistici.
Dall’anno 2002 la Fondazione ha iniziato la valorizzazione, la musealizzazione e la gestione totale sulla proprietà seguendo le linee guida della “Carta di Firenze” (1981), relativa alla salvaguardia dei giardini storici, secondo la quale un giardino storico è “… una composizione di architettura il cui materiale è principalmente vegetale, dunque vivente e come tale deteriorabile e rinnovabile” ed esso è da considerarsi un monumento vivente che necessita di salvaguardia.

La struttura e gli elementi

Il Giardino è formato da una serie di terrazze in notevole pendenza che si distendono verso Firenze. Seguono un ideale asse centrale, da Nord a Sud, che diventa così l'elemento compositivo principale del Parco.
Lateralmente sono stati disegnati altri spazi di una certa complessità: la Cappella con il suo giardino e l’altro giardino sottostante; quindi le scalinate, che portano allo spazio dedicato alla musica e al Lago che aveva un volume d’acqua originario di 8.729 metri cubi per una profondità massima di 6 metri ed una superficie d’invaso di 3.615 metri quadri.
Anche il bosco gioca un ruolo molto importante, sia costituendo la quinta vegetale che racchiude la composizione, sia per una serie di percorsi, di architetture e di decorazioni realizzate al suo interno.
Dalla prima terrazza, delimitata da un parapetto in muratura che circonda la Villa, scende un percorso in quota, un vialetto sopraelevato che consente di ammirare dall’alto il secondo terrazzamento: una geniale intuizione, che caratterizza fortemente lo spazio anche grazie alla siepe di bosso potata ad archi rovesci e sfere.
La serie di terrazze si distende in successione ritmata da balaustre scenografiche, da statue, da vasi collocati strategicamente e da una nutrita serie di fontane. Se ne contano ben 29, alimentate da oltre 100 zampilli d’acqua: Paolo Peyron le ritenne infatti essenziali per la realizzazione del suo giardino. Anche se diceva di non aver mai studiato la storia dei giardini, è tuttavia evidente che il lavoro amatoriale di Peyron si basò su una serie di modelli che gli erano ben presenti e che fecero parte del suo bagaglio conoscitivo.
Sicuramente doveva avere visitato alcuni dei giardini presenti sulle colline di Fiesole e realizzati nei decenni precedenti agli anni trenta.
Se non come schema progettuale ma almeno come idea di un riferimento appassionato, il prototipo presente alla sua ideazione è stato comunque il giardino all’italiana con le siepi di bosso, le forme topiarie, le statue e le fontane.

Via di Vincigliata, 2 – CAP 50014 Fiesole (FI)
Fondazione Parchi Monumentali Bardini e Peyron promossa da Ente Cassa di Risparmio di Firenze
info@bardinipeyron.it

 

Il Giardino Bardini

La scalinata barocca

La Scalinata Barocca, posta nella parte centrale del Giardino, conduce all’elemento più scenografico dell’intero complesso: lo splendido Belvedere sulla città di Firenze.
Il giardino della Scalinata è costituito da un'ampia zona che, dal prato antistante il Belvedere, scende verso la parte bassa della proprietà, articolandosi in terrazzamenti tagliati ortogonalmente da una lunga e ripida scalinata.
Il prato è separato per mezzo di piante officinali ed ornamentali, un tempo più numerose ma ancora oggi presenti: rosmarino (Rosmarinus officinalis L.), lavanda (Lavandula angustifolia Mill.), rosa del Bengala (Rosa bengalensis Persoon), maonia (Mahonia aquifolium Nutt.).

I terrazzamenti sono occupati da piante di olivo (Olea europaea L.) – alcune forse secolari – ed alberi da frutto (Prunus domestica L.), mentre la scala è bordata da arbusti di rosa del Bengala (Rosa bengalensis Persoon) e da giaggioli (Iris germanica L.).
Questa sistemazione ripropone l'antica tradizione toscana della coltivazione del giaggiolo (da cui si estraevano essenze usate in profumeria) associata all'olivo, ma denota anche un'accurata scelta dei colori del giardino: il viola pallido del giaggiolo, il colore rosato dei fiori della rosa del Bengala costituiscono, insieme al grigio-verde delle foglie dell'olivo, un'insieme di grande eleganza e sobrietà.

Il bosco all’inglese

La zona, con funzione di passeggio ombroso, è attraversata da un viale con ampi tornanti, ai lati del quale boschetti d'altofusto si alternano a radure prative; la vegetazione è costituita quasi esclusivamente da specie autoctone quali il leccio (Quercus ilex L.), il cipresso (Cupressus sempervirens L.), l'alloro (Laurus nobilis L.), il bosso (Buxus sempervirens L.), la fillirea (Phillyrea latifolia L.), il pungitopo (Ruscus aculeatus L.) associate ad altre specie forse di origine spontanea (l'acero campestre – Acer campestre L., l'orniello – Fraxinus ornus L., il maggiociondolo – Laburnum anagyroides Med.).
La Villa è circondata da un vasto prato, disseminato di piante isolate fra le quali alcuni esemplari di Kolreuteria paniculata Laxm., mentre addossata alla villa, e sostenuta da un elegante 'berceau' in ghisa e vetro, cresce una secolare pianta di rosa banksiana (Rosa banksiae R.Br.), che all'inizio della primavera si copre di migliaia di minuscoli fiori gialli; uniche concessioni, insieme a qualche arbusto di lillà (Syringa vulgaris L.), al gusto ottocentesco per le piante esotiche.

Il parco agricolo

La vocazione prettamente utilitaristica e rurale di quest'area si è mantenuta quasi inalterata nel tempo dal Medioevo al XX secolo. Ancora nel 1935, come dimostrano le foto aeree dell'epoca, la zona presentava la caratteristica sistemazione collinare a terrazze coltivate ad olivi (Olea europaea L.), mentre la copertura di altofusto era quasi esclusivamente limitata all'area sommitale pochi esemplari di leccio (Quercus ilex L.) ed una rovere (Quercus petrea Liebl) sono tuttora esistenti.
Il parco agricolo è percorso da un viale di collegamento che un tempo era impreziosito da una ricca collezione di azalee (Rhododendron sp. cv.) in vaso. Il recente restauro ha creato un frutteto “nano” secondo una tradizione di origine cinquecentesca e ha recuperato anche il tunnel di glicini (Wisteria sinensis) e ortensie (Hydrangea). 

 

L'ingresso al Giardino Bardini è da Via dei Bardi 1 rosso e da Costa San Giorgio 2, Firenze.

Fondazione Parchi Monumentali Bardini e Peyron promossa da Ente Cassa di Risparmio di Firenze 

info@bardinipeyron.it

 

Il verde per il consolidamento delle scarpate

Gli interventi di ripristino ambientale in aree declive vengono spesso effettuati non tenendo conto delle essenze vegetali tipiche dei luoghi. Di frequente risulta necessario intervenire consolidando i pendii sottoposti a rimaneggiamento con interventi di ingegneria naturalistica quando l’uso di specie adatte potrebbe consentire risparmi in termini di costi e materiali.
L’impiego di specie arbustive in grado di attuare un efficace contenimento del terreno è relativamente nuovo. Le aziende florovivaistiche sono molto interessate a questo utilizzo in quanto vi è una notevole richiesta di essenze per opere infrastrutturali anche di rilevanza nazionale.
Al fine di diffondere la conoscenza tra gli addetti ai lavori delle specie più idonee per il rinverdimento delle scarpate, fornendo inoltre indicazioni necessarie per la gestione del suolo, la Fondazione Minoprio organizza presso la propria sede un convegno dal titolo “Il verde per il consolidamento delle scarpate lungo le infrastrutture stradali e ferroviarie”.
Il convegno presenterà i risultati del progetto di ricerca “Arboverde”, finanziato dalla D.G. Agricoltura della Regione Lombardia e promosso dalla Fondazione Minoprio con la partecipazione dell’Università degli Studi di Firenze e il cofinanziamento di AssoFloro Lombardia. In tale progetto si è studiato l’adattamento di un gran numero di specie alle condizioni dei terreni in pendenza, attraverso la realizzazione di un campo sperimentale di 1800 m2 nel quale sono state poste a dimora 7200 piante appartenenti a 25 specie arbustive allevate in condizioni di bassa manutenzione.
E’ prevista inoltre la partecipazione di esperti del settore, che descriveranno aspetti di progettazione delle infrastrutture, tecniche di ingegneria naturalistica, risultati di prove su essenze erbacee autoctone per i ripristini ambientali, elementi di integrazione della copertura vegetale.
Il convegno, della durata di una giornata, sarà organizzato in due sessioni, di cui la prima dedicata alle relazioni di esperti del settore e alle esperienze realizzate, mentre la seconda, più tecnica, prevede la visita in campo agli impianti realizzati, guidata dai ricercatori che hanno gestito le prove.

Per informazioni:

Dott. Gabriele Amoroso
Fondazione Minoprio
Tel. 031-900.224 (int. 237)
e-mail: g.amoroso@fondazioneminoprio.it

I cipressi contro gli incendi boschivi

Per limitare gli effetti degli incendi boschivi l’Istituto per la protezione delle piante (Ipp-Cnr) ha proposto in sede europea un progetto per la costituzione di barriere verdi di cipresso. L’innovativa proposta di contrastare gli incendi (fino a quelli di media intensità) con una specie arborea ha già dato prova di efficacia in occasione di alcuni eventi in Turchia.

“È un approccio paesaggisticamente molto valido, economico (per la produzione di legno che ne deriva) ed ecologico, perché il Cupressus sempervirens è una specie autoctona del bacino mediterraneo“, aggiunge Paolo Raddi, ricercatore associato dell’Ipp-Cnr, che spiega i dettagli dell’idea: “Prevediamo la realizzazione di fasce verdi costituite con 50 cloni di cipresso della varietà a chioma espansa, resistenti al cancro, disposti su 17 file con un sesto d’impianto di 3mx3m. Il cipresso ha una bassa infiammabilità rispetto ad altre specie mediterranee e l’aspetto largo della varietà horizontalis, insieme all’elevata acidità della lettiera (le sostanze organiche morte che si raccolgono alla base) ostacolano la germinazione dei semi e quindi lo sviluppo delle piante di sottobosco. La stessa lettiera si mantiene umida e compatta grazie alla sua capacità di ritenzione idrica e il tronco liscio ostacola la progressione dell’incendio. Il cipresso, poi, si ‘autopota’ negli anni, allontanando da terra la massa infiammabile”.

Un albero ideale, insomma, per impedire il propagarsi di una delle maggiori problematiche ambientali del bacino mediterraneo. L’idea dell’Ipp-Cnr è stata presentata al ‘Programme Operationnel Med’ con partner portoghesi, spagnoli, francesi, maltesi, greci, turchi, tunisini ed israeliani, superando con merito la prima selezione.

L’Ipp-Cnr ha una lunga esperienza scientifica sul cipresso. Spiega Raddi: “L’attività sul miglioramento genetico è iniziata nel 1975 e nel tempo ha ottenuto dalla Comunità europea il finanziamento di sette progetti quadriennali. I risultati ottenuti hanno riguardato l’incremento delle conoscenze scientifiche sulla biologia e sulle principali avversità, oltre all’ottenimento di una larga base genetica di selezioni resistenti al cancro, da utilizzare per realizzare impianti di tipo ornamentale, protettivo e per frangivento”.

Fonte: Paolo Raddi , Istituto per la protezione delle piante, Sesto Fiorentino, tel. 0039-055-5225582, email p.raddi@ipp.cnr.it