Un teatro di fiori e profumi alla Mortella

La struttura è stata ricavata in un declivio naturale all’interno della montagna de ‘I Pizzi’, nel contesto lussureggiante del famoso giardino, in posizione molto scenografica e con vista sulla spiaggia di San Francesco e sul bianco paese di Forio ad Ischia.
Promotrice dell’intervento architettonico e paesaggistico, durato quasi due anni, è stata la creatrice stessa de La Mortella, l’infaticabile Lady Susana Walton che lo volle fortemente con l’idea di “regalare” un Teatro al suo Giardino ma anche al pubblico internazionale che lo visita e alle giovani promesse della Musica, un luogo dove l’Arte potesse rendere ancor più vitale il giardino. 

Grazie alla fortunata predisposizione del luogo e alla presenza di vecchi terrazzamenti, si è potuta creare un’ampia cavea da destinare a spettacoli all’aperto, funzionale e al tempo stesso integrata nel giardino, in quanto “giardino” essa stessa.
L’intento infatti è stato quello di creare un teatro-giardino di profumi, gradevole alla vista, all’olfatto e utile nelle torride estati a tenere lontani gli insetti molesti.
Le gradinate sono state ricoperte di molte varietà di profumatissimo timo strisciante, lo stesso usato nella cucina locale e qui nobilitato a pianta da giardino; insieme al rosmarino strisciante, che borda terrazze, orla aiuole, profila il palcoscenico, regalando l’allegria dei suoi discreti fiorellini blu e l’aroma pungente.
I terrazzamenti sono diventati cosi profumate balconate fiorite, grazie anche ai grandi cespugli di rose cinesi, ai cisti, lentischi, euforbie e agli immancabili mirti, per saturare l’aria di oli balsamici nelle calde notte d’estate.

Le balaustre sono state ingentilite con le Ipomee notturne (Ipomoea alba) dal grande fiore bianco e profumo inebriante, insieme con i candidi gelsomini.
La terrazza
in cima, battuta dal sole e dal vento, si è prestata ad ospitare piante esotiche: varietà rare di Agavi con foglia screziata o decorata da filamenti di fibra; spinosi Dasylirion, scultoree Yucche del Messico, dalle delicate spighe di fiori bianchi a campana.

Tutto intorno alla cavea “in fiore”, è stato creato un’ombroso anello di lecci, la quercia sempreverde tipica di Ischia, un’occasione per rimboschire la collina dei Pizzi, con l’impianto di quasi 100 esemplari.
Il sottobosco venutosi a creare è stato tappezzato da colorati Pelargoni, di una varietà sudafricana dalle inusuali fragranze, dal limone alla menta, dal cocco al mandarino.
Un grande arco rustico
in pietra, sormontato dalla doppia W di William Walton, immette in questo mondo di profumi e colori, che di notte un sofisticato impianto di illuminazione, disegnato dall’arch. Marco Bisenzi, rende ancor più magico.

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Piantare pioppi per incrementare la sicurezza alimentare

Le condizioni di vita di circa un milione di persone in Cina, nella Contea di Siyang, sono migliorate grazie alla capacità delle foreste di pioppi di risanare aree soggette ad allagamenti e di stabilizzare gli argini del fiume Giallo, dell’Huai e dello Yangtze. In questa regione le foreste di pioppi sono riuscite a proteggere campi prima devastati dalle inondazioni, dal vento, dalle tempeste di sabbia e dall’erosione, dando così un decisivo impulso all’attività agricola.
Sono molti i servizi che questi alberi poliedrici forniscono: materiale da costruzione, ombra e riparo, foraggio animale oltre a proteggere le coltivazioni ed offrire valide fonti di bio-energia.
I pioppi sono una delle specie che cresce più velocemente, con un ciclo produttivo compreso tra i 5 ed i 15 anni. Hanno inoltre una gamma di utilizzazione molto ampia. Sempre più spesso oggi vengono coltivati per la produzione di energia da legno.
Il coinvolgimento dei contadini locali in nuove attività generatrici di reddito, lo sviluppo dell’industria del legno e la creazione di migliaia di posti di lavoro hanno contribuito ad un generale miglioramento della situazione economica della regione e ad un aumento del reddito pro-capite delle popolazioni urbane e rurali.
Siyang viene da tempo citata come esempio positivo del trasferimento internazionale di germoplasma, di conoscenze scientifiche e di tecnologia.

La storia della partnership di cooperazione per la coltivazione del pioppo risale agli anni ’70, quando la Contea di Siyang per la prima volta ha importato 32 cloni di pioppi dall’Italia, paese che ospita centri d’eccellenza per la ricerca e lo sviluppo del pioppo. Queste attività sono state condotte nell’ambito della Commissione Internazionale del pioppo della Fao (Ipc).

Con una copertura di oltre 100.000 ettari, i poppi sono oggi la principale specie arborea della Contea, con una estensione che negli ultimi 30 anni è enormemente aumentata, passando dal sette al 47 per cento del territorio.
La Cina è oggi il paese con la maggiore estensione di foreste di pioppi, seguito dalla Francia. In Cina l’area dedicata alla pioppicoltura ed a sistemi agroforestali che uniscono la coltivazione arborea a quella agricola o alla zootecnia, è di circa 8 milioni di ettari, 30 volte più grande di quella francese.
L’attività agroforestale basata sui pioppi e gestita dai piccoli contadini ha trasformato il paesaggio della Contea di Siyang. Le aree soggette ad allagamenti hanno fatto spazio ad un mosaico di appezzamenti verdi. Inoltre la veloce decomposizione del fogliame e la trasformazione in biomassa ha reso fertile quello che una volta era terreno sabbioso, non sempre adatto ad essere coltivato.
“La gente può adesso diversificare le proprie attività”, dice Alberto Del Lungo, esperto forestale della Commissione internazionale del pioppo della Fao. “In virtù della compatibilità del pioppo con molte produzioni alimentari, i contadini adesso coltivano con successo grano e granturco oltre che vari tipi di prodotti ortofrutticoli”. ” I piccoli contadini, per esempio, usano anche i rami tagliati dei pioppi per coltivare funghi nelle serre”.
I pioppi forniscono anche legname, fibra e legna da ardere. Il legno di pioppo è incolore, inodore ed insapore, qualità che lo rendono particolarmente adatto per costruire cassette di frutta, strumenti medici, bacchette per mangiare, mobili, parquet, e per fabbricare pasta di cellulosa e carta.
L’industria di trasformazione del legno di Siyang oggi sforna circa 100 tipi di prodotti tra cui cartoni di fibra, multistrati, compensati, impiallacciature e naturalmente mobili. Attualmente sono oltre 1.200 le ditte che lavorano il legno attive nella regione, con una manodopera di oltre 50.000 persone. La capacità complessiva di Siyang ha superato i 2 milioni di metri cubi l’anno, ed i suoi prodotti vengono esportati in Europa, Africa e Sudest asiatico.
L’attività agroforestale basata sui pioppi risulta proficua anche per un’altra importante ragione. La funzione di serbatoio del carbonio è infatti un altro fondamentale servizio ambientale che i pioppi forniscono, decisivo per mitigare gli effetti del cambiamento climatico.

Shi Guangyin, un contadino di 67 anni che per tutta la vita ha dovuto combattere contro le tempeste di sabbia, ha avuto un ruolo di guida in questo cambiamento. E proprio in riconoscimento dei risultati raggiunti nel 2002 ha ricevuto un premio dalla Fao. Nel 1984 Shi si è consorziato con altre sette famiglie rurali ed ha fondato una compagnia per combattere l’avanzamento della sabbia in questa regione piantando alberi su 200 ettari di terra. Adesso la sua compagnia è riuscita a mobilitare l’equivalente di oltre 1,47 milioni di dollari per piantare ed ampliare 13.000 ettari di foreste nella Contea di Dingbian, nella Provincia di Shaanxi.
In riconoscimento del ruolo dei pioppi nello sviluppo rurale, e per sottolineare il ruolo di catalizzatore della Fao, della Commissione del pioppo e della Cooperazione italiana, la Contea di Siyang ha creato – unico al mondo – il Museo storico del pioppo. È stato costruito esattamente nello stesso posto dove sono stati piantati i primi due cloni italiani.
A partire dal trasferimento di tecnologia agevolato dai membri della Ipc, specificatamente dall’Italia, nel corso di 30 anni e con ulteriori investimenti, la Cina è diventata un leader mondiale nella genomica e nella biotecnologia per aumentare la resistenza agli agenti biotici, migliorare la qualità del legname, incrementare la produttività ed il contributo dei pioppi allo sviluppo rurale.

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Il Biviere, giardino del Mito

La leggenda infatti narra che Ercole, figlio di Giove, qui portò in dono a Cerere, dea delle messi, la pelle del leone Nemeo da lui ucciso che, stesa a terra, divenne prodigiosamente un ampio lago con il suo nome: Lacuus Erculeus.
Lo specchio d’acqua
, preziosa risorsa in un entroterra spesso siccitoso, nei secoli cambiò nome e sotto gli arabi fu conosciuto come “Beverè”, abbeveratoio di greggi e vivaio di pesci.
L'archivio di Stato di Palermo conserva il documento originale dell'editto di re Martino che nel 1392 concedeva 'Il Biviere di Lentini' in feudo a un antenato per parte materna di Don Scipione Borghese.
Nel XVII e nel XVIII secolo sorse a ridosso del lago un agglomerato di case di pescatori di semplice ma dignitosa architettura, con una chiesetta dedicata a Sant’Andrea e un piccolo molo.
Quello che era un ambiente ricco di fauna e di flora lacustri fu stravolto a partire dagli anni Trenta del Novecento fino al secondo dopoguerra per allontanare lo spettro della malaria. La zona venne convertita ad agrumeti per la fertilità dei terreni che per secoli avevano trattenuto le acque.

Un giardino mediterraneo

Non più frequentata dai pescatori e dai cacciatori la zona cadde in abbandono, divenendo in breve un vero e proprio deserto di pietra e polvere. Quando Maria Carla e il marito Scipione Borghese arrivarono negli anni Sessanta sul posto lo spettacolo era quasi surreale. Le case del Biviere erano ancora in piedi come l’antico molo ma con le ancore arrugginite che affondavano nella terra brulla. Grazie all’amore e passione dei proprietari, l’antico complesso è divenuto la loro dimora circondata da un giardino mediterraneo, unico e particolare, visitato e ammirato da illustri ospiti come la regina madre d’Inghilterra o i reali d’Olanda.
Maria Carla Borghese si documentò su testi specializzati, sulle specie botaniche adatte alle zone desertificate e incominciò fiduciosa a farsi spedire da tutto il mondo piccoli esemplari da piantare.
L'antico porto, chiuso da grossi massi, si è così trasformato in un verde e ridente ingresso alla proprietà mentre sui moli si dispiega una variegata collezione di succulente, quasi a formare una passerella di verzura.

Collezioni di succulente, palme, …

Dappertutto è un tripudio di palme lussureggianti, azzurre Jacaranda, Parkinsonia, rose antiche a smorzare la rigidità di portamento delle Yucche, enormi agavi, aloe, solari bouganville, profumati pompelmi, scultorei pachypodium, eleganti euphorbie. Un esemplare raro di Xanthorrea arborea accoglie chi entra nella deliziosa cappella di Sant'Andrea.
La principessa Borghese fin dagli inizi ha optato per un approccio biologico sia per la produzione di agrumi, di cui si occupa oggi il figlio, sia per il suo giardino, convinta che la natura sappia difendersi da sola. Si è in effetti creato un equilibrio naturale, un ecosistema nel quale ai parassiti si contrappongono subito i relativi predatori..
Le piante, tipiche del clima mediterraneo, in genere riescono a sopportare le forti escursioni termiche dell’inverno sebbene verso l’alba la temperatura talvolta scenda sotto zero, per poi risalire bruscamente nelle ore centrali. La zona inoltre è esposta ai venti e ciò causa la rottura di rami in esemplari anche di pregio.

Visite in ogni stagione

Grazie al clima e alla varietà delle piante una visita al Biviere è consigliata in ogni periodo dell’anno. In settembre e ottobre quando a prevalere è il verde in mille sfumature, le yucche sono in piena fioritura, ondeggiano al vento le piume di gymnerium e sono ancora in fiore bouganvillee e gelsomini.
In estate nonostante le temperature elevate il giardino è piacevole per la fioritura di Jacarande e Parkinsonia, dell’incredibile Chorisia o dei Cereus e non ultima per la frescura all’ombra di altissime palme.

Il Giardino delle Case del Biviere
località il Biviere, 96100 Lentini (SR)
www.grandigiardini.it

 

 

 

 

La Pittura Botanica ieri e oggi in Italia

Il mondo naturale costituisce da sempre una fonte privilegiata di ispirazione per gli artisti, ciascuno dei quali lo ha interpretato secondo la propria epoca, cultura, sensibilità.
Alcuni tra i più grandi, basti citare Bellini, Pisanello, Schongauer, Durer o Leonardo, ci hanno lasciato dei veri e propri “studi di natura” dai quali traspare l’osservazione attenta e amorevole dedicata a piante, fiori o a una semplice zolla d’erba.

Radici antichissime

La Pittura Botanica, ossia quella disciplina artistica caratterizzata da una realistica rappresentazione dal vero del Regno Vegetale, in un armonico equilibrio tra ricerca estetica e rigore scientifico, ha radici antichissime. La raffigurazione di piante, fiori e frutti appare infatti largamente diffusa presso le civiltà mediterranee, come testimoniano gli affreschi visibili in molte tombe egizie, in alcune dimore pompeiane, e soprattutto quelli che ornavano la villa di Livia a Prima Porta, ora conservati a Palazzo Massimo delle Terme a Roma.

Scopi decorativi e scientifici

Oltre a funzioni decorative, questo genere pittorico ebbe probabilmente fin dagli albori anche scopi scientifici ed in particolare fu al servizio della medicina: già Plinio il Vecchio (I sec. d.C.), nella sua Naturalis Historia, cita alcuni esempi di erbari con illustrazioni a colori, tra cui uno attribuito a Cretevas, botanico greco del II sec. a.C., sottolineando le insidie e le difficoltà insite nella raffigurazione delle piante.
Contemporaneo a Plinio, il medico greco Pedanio Dioscoride scrisse un’opera, conosciuta con il nome latino di De Materia Medica, che divenne un fondamentale testo di riferimento anche nei secoli successivi e di cui vennero eseguite varie copie. Di esse alcune sono giunte fino a noi: la più celebre è il Codex Vindobonensis, eseguito a Costantinopoli nel 512 d.C., oggi custodito nella Biblioteca Nazionale di Vienna e dichiarato “Patrimonio dell’Umanità”. Le oltre quattrocento tavole che lo illustrano possiedono una qualità pittorica ed un realismo alieni dallo stile dell’ arte bizantina contemporanea, con un livello di accuratezza che è rimasto insuperato per molti secoli.
Esiste un’altra importante versione, di poco posteriore, conosciuta come Codex Neapolitanus o Dioscorides Neapolitanus, conservato nella Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, a Napoli. La rilevanza di questa opera, anche con un minor numero di http://www.verdeepaesaggio.it/immagini, si basa su una duplice constatazione: l’innegabile particolarità della rappresentazione delle piante, a due o tre per pagina, e la non diretta discendenza dalla versione viennese, confermandosi un modello ancestrale ad entrambe.

Nel Medioevo e nel Rinascimento

Nel Medioevo l’arte naturalistica scomparve , lasciando il posto a forme stilizzate e simboliche.
Rinacque nei primi secoli del secondo millennio, come possiamo vedere ad esempio nelle miniature dei vari Tacuina Sanitatis, manoscritti con norme igieniche e considerazioni filosofiche di vario tipo legate alla salute.
Nel Rinascimento, come in tutti i campi, iniziò anche per la pittura naturalistica e botanica un periodo di fioritura che in Italia ebbe il suo culmine nel Cinque-Seicento. In quell’epoca, caratterizzata dal desiderio di conoscenza e di catalogazione del creato, principi e scienziati facevano a gara per arricchire le loro collezioni, intessendo una fitta rete di scambi di http://www.verdeepaesaggio.it/immagini che venivano commissionate a stuoli di pittori e disegnatori : per citare un esempio, il grande naturalista Ulisse Aldrovandi (1522-1605) aveva organizzato nella propria casa una vera e propria “bottega artistica”, impegnata nella raffigurazione del maggior numero di piante e animali, nell’intento di costruire visivamente quello che egli denominava “il gran Teatro di Natura”.
Molti sono i pittori botanici italiani di quel periodo che bisognerebbe ricordare : Gherardo Cibo, Pietro Michiel e altri, tra i quali spicca la figura di Jacopo Ligozzi (1547-1626), le cui stupefacenti tavole a tempera raffiguranti piante e animali eseguite per la famiglia de’ Medici (ora conservate presso il Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi) non cessano di stupirci, tanto i soggetti sembrano “vivi” e pronti a balzar fuori dal dipinto.
Splendide sono anche le pergamene con fiori e frutti di Giovanna Garzoni (1600-1670), la quale, pur essendo contesa da pontefici e sovrani, modestamente si autodefiniva “miniatora”.
Di molti altri artisti si sono persi i nomi, ma restano le loro opere a testimoniare il loro valore, non marginale nell’ambito della Storia dell’Arte.

I grandi libri illustrati

Nel XVI secolo, grazie all’acquisizione delle nuove tecniche di stampa e incisione, iniziava in tutta l’Europa la pubblicazione dei grandi libri illustrati dedicati alle piante, la cui realizzazione, oltre a richiedere ingenti risorse finanziarie, impegnava impresari, scienziati, incisori , stampatori e pittori del valore di Georg Dionisius Ehret o di Pierre Joseph Redouté .
In Italia due secoli dopo, apparve il Traité du Citrus (1810-11),del conte Giorgio Gallesio (1772-1839), seguito dalla straordinaria Pomona Italiana, che uscì a dispense e la cui stesura durò ventidue anni.
Si tratta di una raccolta delle varietà di frutti di maggior pregio, trovate nel corso di continui viaggi, descritte da lui stesso e dipinte dai maggiori artisti botanici dell’epoca.
Nel secolo appena trascorso, mentre in Europa, ma anche nel Nord America, in Giappone, Australia e Sudafrica, la pittura botanica andava sempre più affermandosi, come testimoniano le ricche collezioni presenti in vari musei di quei Paesi, da noi veniva progressivamente relegata in posizione secondaria, al pari di altre esperienze artistiche che non privilegiano l’elemento concettuale-astratto.

Floraviva

E’ solo in quest’ultimo ventennio che, accanto ad un aumento del grado di coscienza circa le problematiche ambientali, vi è stata una “riscoperta” di tutte le forme d’arte legate alla natura e, in particolare, un risveglio di interesse per la Pittura Botanica da parte di pittori, sensibili a questi temi .
Nel marzo 2004 un gruppo di essi, dopo una serie di esperienze espositive comuni, incoraggiato dagli apprezzamenti suscitati, ha dato vita a FLORAVIVA, un’associazione avente come obiettivo la promozione e la diffusione della Pittura Botanica.
Questi artisti sono accomunati da una prassi pittorica che privilegia le tecniche dell’acquerello e della gouache su carta di cotone e pergamena (“cartapecora”). La stesura del film pittorico si realizza in una successione di sottili velature di colore; per i particolari più minuti si lavora con la lente d‘ingrandimento.
Tra le doti richieste al pittore botanico, oltre a solide basi tecniche e scientifiche, ci sono la capacità di osservazione, di concentrazione e l’assenza di fretta: ritrarre una fogliolina può richiedere un giorno di lavoro.
Ogni opera è quindi il frutto di una studiata preparazione e di un’esecuzione lenta e meditata,
alla cui base c’è sempre un’attenta e appassionata osservazione delle piante, viste in tutti i loro atteggiamenti e dettagli, anche quelli minimi che spesso sfuggono ad uno sguardo distratto: una traccia di ingiallimento, una macchia di ruggine su un lembo fogliare, una corteccia corrugata, ecc. ; elementi apparentemente marginali che, al contrario, rendono gli esemplari da ritrarre estremamente interessanti nella loro unicità.
Con i suoi “ ritratti di piante “, l’ Associazione si propone in primo luogo di veicolare, attraverso il diletto dell’ arte, l’ interesse e l’ amore per la natura, oggi sempre più esposta ai pericoli di uno sfruttamento incosciente, che ne vanifica le recondite potenzialità comunicative.

Per informazioni:

FLORAVIVA – associazione italiana pittori botanici dell’Associazione

www.floraviva.org

Una cosa bella è una gioia per sempre: Lady Suzana Walton

In ricordo di Lady Walton, la straordinaria creatrice dei giardini La Mortella, meraviglioso giardino esotico sull’Isola d’Ischia.

Penso spesso alla bellezza, la bellezza che vedo nella natura, nelle persone, nelle cose.
È la bellezza che tutti riconosciamo facilmente, che si manifesta fra i petali di un fiore e si rivela nell’energia luminosa di un sorriso. A volte mi interrogo su come coltivarla, diffonderla, condividerla.
Ho conosciuto persone capaci di compiere il miracolo e di dare vita alla bellezza.
In questi giorni di caldo, in cui dalle città infuocate sogniamo paesaggi marittimi, mi invade il ricordo di una di queste persone: Lady Walton, la straordinaria creatrice de La Mortella, meraviglioso giardino esotico sull’Isola d’Ischia.
Per alcuni anni ho avuto la fortuna e l’onore di essere suo ospite e di dipingere gli incredibili fiori sbocciati dalle sue mani. Di quelle giornate, di quelle fioriture, delle lunghe ore passate in compagnia della Lady e dei suoi ospiti ho un ricordo indelebile.
Il 21 marzo scorso, primo giorno di primavera, Lady Walton ci ha lasciato, per il suo ultimo viaggio. Ma la sua impronta terrena, la bellezza della sua creazione è ancora viva: affidato alle cure preziose di Alessandra Vinciguerra, il giardino ospita una stupefacente collezione di piante rare e nella bella stazione continuano a fiorire concerti per giovani musicisti.
Spesso mi dico che dovrei visitare nuovamente La Mortella e, in attesa di trovare il tempo e il coraggio per farlo, a volte ci torno col pensiero o con gli occhi, approfittando di internet (www.lamortella.org).
In questa calda sera dell’estate romana, dedico a voi e a Lady Walton uno degli acquerelli che ho dipinto sull’isola, con l’augurio che sia per noi tutti il simbolo di una bellezza che ci fa stare bene e che non sfiorisce.


Giorgio Merlonghi
www.giorgiomerlonghi.com

Labirinti

Anche rifacendosi agli infiniti significati del mito, il labirinto rimane un concetto complesso e oscuro, così come la sua stessa origine. Il labirinto è da sempre un disegno, un luogo, un simbolo.
Se di labirinto si parla per la prima volta nelle fonti classiche, in riferimento al mito cretese, l’idea è più antica e fonda le proprie radici nell’essenza stessa dell’uomo. La vastissima iconografia, che inizia sin dalla preistoria, raggiunge il mondo contemporaneo sovraccarica di temi religiosi, culturali ed esistenziali.
Le origini sono antichissime: solo il titolo del testo fondamentale di Hermann Kern, Labirinti – Forme e interpretazioni – 5000 anni di presenza di un archetipo ce ne dà la misura: la vastissima iconografia, che inizia sin dalla preistoria, raggiunge il mondo contemporaneo sovraccarica di temi religiosi, culturali e ludici.
In Inghilterra i primi labirinti tracciati nel prato in epoche antichissime simboleggiavano la rinascita con l’equinozio di primavera; in epoca cavalleresca erano la prova da superare, nella ricerca continua, vagheggiata e reale, dell’avventura e della prova spirituale. Nel Medio Evo il labirinto trasla nel giardino, nell’ hortus conclusus, come memoria del mito classico, reminiscenza dei riti pagani, al tempo stesso gioco trasgressivo e redenzione cristiana. Col tempo al significato religioso si sostituisce quello laico e si impone l’uso profano: nel labirinto gli amanti si perdono, si inseguono e si raggiungono in una danza rituale e amorosa. E’ così che il labirinto si lega indissolubilmente al giardino, entrambi metafore della vita, entrambi percorsi iniziatici, luogo dell’esperire, e occasione d’amore.

Se oggi il labirinto torna ad affascinare, è soprattutto nel suo disegno più complesso, il disegno a rete, che richiama l’intrico metropolitano, le difficoltà di scelta, la nevrosi e l’alienazione: non più luogo di smarrimento fisico, ma piuttosto psicologico ed emotivo, al labirinto si avvicinano soprattutto progettisti, artisti e filosofi. E inevitabilmente, accanto ai significati più complessi, si intrecciano il gioco, la ricerca, il piacere.

Ed ecco che nei giardini tornano i labirinti.
E accanto a quelli storici che si vanno a visitare ne sorgono di nuovi: se a Hampton Court, la sontuosa dimora che fu di Enrico VIII, alle porte di Londra, si trova il più antico labirinto di Gran Bretagna, nel parco di uno delle dimore inglesi più famose, dimora natale di Winston Churchill, Blenheim Palace residenza da secoli dei Duchi di Marlbourough, nel 1992 è stato realizzato The Marlborough Maze un enorme labirinto di tasso, come grande attrattiva per le folle di turisti che ogni anno visitano il palazzo e i giardini. Ispirazione del disegno, realizzato da Adrian Fisher and Randoll Coate di Minotaur Designs, sono state le sculture della Panoplia delle Vittoria, realizzate da Grinling Gibbons per un soffitto del Palazzo. Il labirinto ha due entrate laterali e un uscita centrale; all’interno due ponti in legno danno tridimensionalità alla creazione e permettono suggestive vedute attraverso il labirinto di siepi più grande del mondo.

In Italia, due bellissimi labirinti si trovano in Veneto, entrambi molto antichi e visitabili: a Villa Pisani a Stra e nel Giardino Barbarigo a Valsanzibio.

Al centro del celebre labirinto circolare di Villa Pisani, decantato da Gabriele D'annunzio ne' Il Fuoco, si erge una torretta centrale, servita da una doppia elica che conduce alla statua di Minerva, dall’alto della quale si “legge” il percorso da seguire per raggiungere l’uscita senza smarrirsi. Il labirinto settecentesco fu realizzato su progetto dell'architetto padovano Girolamo Frigimelica de' Roberti.

Il labirinto di bosso del Giardino Barbarigo, il più antico ed esteso oggi esistente, è simbolo dell'incerto cammino di ogni vita umana: un chilometro e mezzo di percorso tra pareti verdissime alte fino a due metri, in cui sembra di perdersi e di non trovare una fine. Venne realizzato nella seconda metà del Seicento, dal nobile veneziano Zuane Francesco Barbarigo, aiutato dal figlio Antonio. Il primogenito Gregorio, Cardinale e futuro Santo, ispirò l'alta simbologia del progetto dovuto all'architetto Pontificio Luigi Bernini.

Anche i paesaggisti finalmente tornano a proporre labirinti nei giardini che progettano, come quelli disegnati da Fernando Caruncho, paesaggista spagnolo che dagli studi di filosofia si è accostato con passione al giardino tanto da raggiungere fama internazionale. Ogni volta Caruncho sa rivisitare il modello classico del labirinto: talvolta proponendolo come semplice disegno decorativo, altre volte creando veri e propri percorsi nel verde oppure realizzando spazi dal forte impatto estetico e simbolico, come nel caso del labirinto della Universidad de Deusto a Bilbao.
Questo ritorno dei labirinti coinvolge sempre più appassionati: dal 1996 sono più di due milioni le persone che hanno visitato le stravaganti creazioni di Labyrinthus, una avventura che Isabelle de Beaufort e Bernard Ramus hanno intrapreso creando incredibili labirinti di mais, di sorgo, di fiori, in diversi parchi di Francia, ispirandosi a temi di fiaba come Alice nel Paese delle Meraviglie, l’antico Egitto, il Mago di Oz, gli eroi di Jules Verne, Victor Hugo, Alexandre Dumas.

Il fascino del labirinto ha contagiato anche numerosi artisti: Daniel Spoerri, una delle figure più eclettiche nel mondo dell’arte contemporanea, ha realizzato un particolare labirinto antropomorfo nel suo giardino di Seggiano, alle pendici del monte Amiata, dove gli appassionati d'arte contemporanea possono ammirare installazioni e sculture, perfettamente integrate con l'ambiente, di Spoerri e di numerosi altri artisti internazionali.

I più affascinanti e in assoluto i più effimeri sono però i labirinti creati da Chris Parsons, artista inglese per il quale il giardino è una forma d’arte: le sue opere si possono ammirare solo all’alba e per la prima colazione sono già scomparse. Parsons è un maestro di “dew painting”: una forma d’arte che usa la rugiada e trae ispirazione tanto dai famosi “cerchi nel grano” dall’ipotetica origine extraterrestre quanto dalle normali cure manutentive del prato. Trentaduenne dello Shropshire, Parsons, lavorando come giardiniere nei bowling green, ha scoperto i meravigliosi disegni che scaturivano dai prati all’alba ‘spazzolando’ la rugiada per evitare formazioni fungine: il contrasto tra le parti scure già spazzolate e quelle ancora brillanti di rugiada crea “disegni bellissimi e luminescenti_ ¬afferma Parsons_ e in pochissimo tempo puoi ammirare l’intero ciclo della loro creazione e della loro scomparsa. Appena ho finito, salgo su un albero e lo fotografo”.
 

 

Filippo Pizzoni

Stemona sessilifolia

Sono poche le piante in commercio ad avere un aspetto così singolare come quello della Stemona sessilifolia, particolarmente indicata per tutti gli amanti delle piante esotiche e mistiche.
La pianta appartiene ad una specie di circa 20 varietà, presente in natura nelle zone tropicali di Asia ed Australia. In Cina e Giappone, la pianta è nota per i suoi effetti medicinali.

Il suo valore decorativo è sicuramente particolare. La combinazione di radici aeree color terra e dei fiori esotici è veramente singolare. Le radici aeree sembrano stranamente muoversi. Durante la crescita, alla base compaiono continuamente dei rametti privi di foglie con fiorellini viola-verdi a grappoletto. Sulla pianta si formano talvolta dei rametti provvisti di foglie.
La Stemona sessilifolia richiede poca attenzione. La pianta cresce in natura in un clima con due stagioni. Se gli steli vengono tagliati, ne compaiono dei nuovi. La pianta viene commercializzata con uno o due rametti in fiore, in vasi da 13 centimetri. L’altezza, come l’aspetto, è variabile e si aggira in media intorno ai quaranta centimetri.

Famiglia: Stemonaceae
Etimologia: Il nome stemona deriva dal greco “stemon” (stemonos), che significa stame. La Stemona è una pianta provvista di stami dalla forma molto particolare.
Specie: Esistono circa venti diverse specie come la Stemona japonica, la Stemona tuberosa, la Stemona philippensis e la Stemona angusta. La sessilifolia è originaria dell’Asia. La pianta è diffusa in alcune aree della Birmania, della Cambogia, della Cina e dell’Australia.
Consigli per la cura
La stemona richiede poca attenzione, anche se essendo tropicale è buona norma non esporla alle correnti ne alle annaffiature con acqua fredda. La pianta ha bisogno di una posizione luminosa. Bagnare una volta alla settimana, la pianta a differenza delle altre piante può essere collocata sull’acqua.

Altre informazioni
La Stemona sessilifolia può essere invasata in un contenitore senza terriccio grazie alle sue radici di tipo aereo. Si consiglia di sciacquare per bene le radici prima di invasare la pianta.
Secondo una vecchia credenza popolare cinese, le radici hanno un effetto benefico sui polmoni e sono ottime contro la tosse.

Le spezie possono ridurre del 40% le emissioni di metano

Le spezie infatti, possono ridurre del 40% le emissioni di metano prodotto dagli animali d’allevamento come, per esempio, vacche e pecore e questo secondo uno studio condotto dai ricercatori dell’Università di Newcastle (UK).
Dai dati raccolti dal dottor Abdul Shakoor Chaudhry e colleghi, le spezie agiscono come degli antibiotici in grado di uccidere i batteri dannosi presenti nell’intestino, lasciando però intatti i batteri buoni.
Come molti esperti ambientali ricordano il gas metano prodotto in grandi quantità dagli animali da allevamento è uno dei grandi contributori alla diffusione dei gas serra.

Questo nuovo studio, oltre a ribadire l’efficacia delle spezie come antisettici naturali, suggerisce come il loro utilizzo possa contribuire alla riduzione della produzione di gas metano andando a migliorare il processo digestivo degli animali.
Delle cinque spezie testate, il coriandolo è risultato essere il più efficace, riducendo la produzione di metano da 14ml/g per alimento a 8ml/g, ottenendo un calo della produzione di gas del 40%.
Seguono la curcuma con una riduzione pari la 30% e il cumino con il 22%.
La riduzione del 40% della produzione di gas è stata attribuita agli elevati livelli di acidi grassi insaturi presenti nei semi di coriandolo.
Il test è stato eseguito su un modello di stomaco di pecora, tuttavia i ricercatori ritengono che lo stesso effetto potrebbe aversi anche in altri animali ruminanti come, per esempio, le vacche poiché «il fluido ruminale di mucche e pecore è molto simile», ha spiegato il dottor Chaudhry.
Se poi si conta che l’utilizzo di antibiotici è stato vietato, sottolinea ancora il dottor Chaudhry, trovare dei metodi alternativi naturali e privi di effetti collaterali è un modo non solo sano ma anche economico per ridurre la produzione di metano da animali.

Fonte: Mohammad Mehedi Hasan Kha, Abdul Shakoor Chaudhry, “Chemical Composition of Selected Forages and Spices and the Effect of These Spices on In vitro Rumen Degradability of Some Forages”,Asian-Australasian Journal of Animal Sciences 2010”.Vol. 23 No. 7 : 889

Api di città e api di campagna

Le api continuano a non passarsela bene e c’è chi è molto preoccupato. I cittadini britannici per esempio, che nel Regno Unito stanno moltiplicando i progetti per la conservazione di questo tanto amato insetto. Soldi pubblici e privati vengono investiti ogni anno in diversi programmi di monitoraggio. Un’altra interessante iniziativa è stata promossa dalle radio locali della BBC e dal National Trust e si chiama Be Part of It. Fra le azioni promosse da questo progetto c’è il monitoraggio dei pollini raccolti dalle api che vivono in aree urbane e in campagna. I dati preliminari della ricerca sono per certi versi sorprendenti: la biodiversità del cibo disponibile nelle aree urbane è molto maggiore che in quelle campagnole, e questo potrebbe dare indicazioni per una migliore protezione degli insetti.
L’unità di ricerca del National Pollen and Aerobiology dell’Università di Worcester ha infatti raccolto negli alveari di api urbane (in questo caso quelle residenti a Kensington Palace a Londra) pollini provenienti da diverse specie come il cisto, l’eucalipto e il sambuco, mentre le api di campagna (campioni di Nostell Priory nello Yorkshire e di Barrington Court nel Somerset) sembrano visitare principalmente solo fiori di colza.
“È importante conoscere il livello nutritivo che fiori offrono alle api,” ha spiegato John Newbury, capo dell’Institute of Science and the Environment, parte del progetto. “In questo modo possiamo anche osservare se le api si nutrono esclusivamente di fiori provenienti da coltivazioni commerciali, che potrebbe renderle più suscettibili agli effetti nocivi dei pesticidi.”
Il progetto sarà concluso a fine estate. Per ora sono stati raccolti campioni da 10 dei 45 alveari previsti, ma come ha osservato Matthew Oates, consulente in materia di conservazione ambientale per il National Trust, i dati preliminari suggeriscono che “oggi come oggi le api se la passano meglio in ambienti urbani che nella campagna moderna.”
Non mancano le critiche : “Sappiamo che nelle città c’è tantissima biodiversità, grazie a giardini, parchi, aiuole spartitraffico e tutti i pezzetti di terra abbandonata, ma questo non significa necessariamente che la grande biodiversità sia così importante per le api, che hanno bisogno anche di una grande abbondanza di fiori,” ha commentato Francis Ratnieks dell’Università del Sussex, l’unico “bee professor” in tutto il regno Unito.

Frutta ornamentale per composizioni

La frutta ornamentale non è niente di nuovo, sono a tutti familiari le classiche pesanti zucche cresciute in giardino. Lasciate in un piatto o come soprammobile restano li a lungo. Sul mercato tuttavia è possibile trovare altri prodotti, altri frutti che si prestano ad essere utilizzati per creare interessanti decorazioni. Un esempio ci viene dall’Olanda dove già da qualche tempo alcuni produttori offrono frutti ornamentali anche di piccole dimensioni proposti come decorazioni miste in cassetta.
I frutti differenti nella loro forma e attraggono per la vivacità dei colori: verde , rosso, nero, giallo, a righe o ricoperti di protuberanze bizzarre. Hanno un alto valore decorativo e possono essere inseriti in un vaso molto alto, ovviamente senza acqua , o come parte di un bouquet Biedermeier.
Questa frutta ornamentale dura a lungo e può essere conservata per moltissimi mesi, soprattutto in ambienti secchi e caldi. L’unico rischio è che si secchi troppo, e lentamente si scolorisca.
Ricordatevi che non si tratta di frutta commestibile. Tra i prodotti più diffusi sono: Solanum annuum ‘Balloon’ , Solanum nigrum ‘Huckleberry’, Solanum aethiopicum , Cucumis hirsutus, Cucumis dipsaceus, Cucumis africanus e Cucumis mycrocarpus.

Consigli per la cura

Più la frutta è stata fatta maturare più a lungo durerà. La frutta secca ancora di più. Le zucche autunnali ed invernali durano moltissimi mesi. Bisogna comunque avere alcune cure al momento della raccolta e del trasporto, perché ogni piccolo danno la inficia completamente. La durata aumenta se da fine settembre a inizio ottobre, viene tenuta all’esterno a circa 10°C.