I boschi italiani attraverso le immagini del Corpo forestale dello Stato

Articolata in sei sezioni, una mostra allestita per tutto il mese di marzo al Palazzo delle Nazioni Unite di Ginevra, nella Hall des Pas Perdus, illustra l'azione svolta dal Corpo forestale dello Stato, a partire dall'Unità d'Italia, per migliorare le condizioni ambientali ed incrementare il patrimonio boschivo nazionale. Le http://www.verdeepaesaggio.it/immagini, per la gran parte in bianco e nero, coprono un arco temporale che va dagli inizi del Novecento fino ai nostri giorni e sono la testimonianza delle difficili condizioni in cui hanno operato gli uomini del Corpo forestale dello Stato nella gestione del territorio.
Ricca di bellezze naturali, l'Italia si è dotata già nell'Ottocento di strumenti giuridici per difendere il proprio patrimonio naturale da uno sfruttamento incontrollato da parte dell'uomo. I vari regni, in cui era diviso il Paese alla fine delle guerre napoleoniche, avevano una propria legislazione forestale: esempio tra i più noti, quello del Regno di Sardegna, dove nel 1822 Re Carlo Felice istituì un'amministrazione forestale ben strutturata, i cui ispettori erano non solo responsabili della protezione dei boschi ma sopraintendevano alle operazioni di registrazione e commercio dei prodotti in legno.
Le "Regie Patenti", così furono battezzate, sono considerate ancora oggi l'atto di fondazione del Corpo forestale dello Stato.
Con l'Unità d'Italia
nel 1861, uno dei primi atti del nuovo regno fu quello di armonizzare, in una struttura coerente ed efficace, le legislazioni ed amministrazioni forestali dei vari stati preunitari, arrivando solo nel 1948, terminata la seconda Guerra mondiale, a quella che è la denominazione attuale del Corpo.

Il 2011 ha allora un significato speciale per la Forestale, con la celebrazione di due eventi: l'Anno Internazionale delle foreste e il 150° anniversario dell'Unità d'Italia (1861), per l'appunto. Ricorrenze legate fortemente tra loro e che saranno ricordate con questa mostra, organizzata con la collaborazione della Rappresentanza permanente dell'Italia presso l'Onu e la Fao.

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Villa Patti

Il Museo delle Ville Storiche Caltagironesi e Siciliane è ospitato nelle sale di Villa Patti, riaperta al pubblico dopo i recenti restauri a testimonianza di quella vita romantica e raffinata che si conduceva in tutto il sistema di ville e parchi della contrada Santa Maria di Gesù già dal Seicento.
L’antico edificio di Villa Patti fu rinnovato dall’architetto Gian Battista Nicastro nella seconda metà dell’Ottocento con unafacciata in stile neogotico veneziano, dallo straordinario effetto scenografico.
L’eclettismo della struttura ben rappresenta la società nobiliare del tempo, animata da una cultura aperta e cosmopolita, grazie ai continui rapporti con le capitali d’Europa, delle quali condivideva mode e sfarzi, ma profondamente “siciliana” in quel legame con la natura e in quel continuo rapportarsi con il paesaggio che trova la sua massima espressione nella cura e nella spettacolarità del giardino e dei parchi.
Il Parco di Villa Patti, si lega al paesaggio agrario circostante utilizzando soluzioni originali, proprie del giardino all’inglese, con alcune componenti vegetali originarie, mediterranee e esotiche, tipiche del giardino siciliano che possono riportarsi al precedente periodo settecentesco.
Il Museo espone dipinti, disegni progettuali, incisioni, foto d’epoca, libri, maioliche e terrecotte per raccontare la vita di villeggiatura delle famiglie aristocratiche siciliane e in particolare caltagironesi. Il Museo si propone anche come polo espositivo, centro di raccolta e documentazione elaboratorio, attraverso un’attività di corsi, seminari e aggiornamenti relativi alla salvaguardia e alla fruizione del vasto patrimonio di ambienti e giardini storici della Sicilia.

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Le donne reggono il mondo

Le donne reggono il mondo. Lavorano più degli uomini, si fanno carico del “welfare domestico” quotidiano, gestiscono l’economia e il denaro con più lungimiranza, in situazioni di crisi, in casa o nella propria azienda. Eppure in tutto il mondo guadagnano meno e sono meno rappresentate nelle istituzioni, nei Parlamenti e nei consigli d’amministrazione delle imprese. Queste pagine sono un punto di vista, diverso e plurale, per comprendere i motivi di tali diseguaglianze e “cucinare” un futuro diverso. 12 conversazioni per dare voce alle intuizioni di esperte e studiose le cui opinioni spesso si perdono tra quelle gridate degli uomini e che raccontano un’altra economia, fatta non solo di profitti, ma di relazioni, di cura delle intuizioni, di attenzione alle prossime generazioni.
L’economia, il welfare, il lavoro, le leggi e la tutela dei diritti, l’accesso al cibo, i cambiamenti climatici, l’urbanistica in una prospettiva di genere e nelle parole di Simona Beretta, Marina Terragni, Ann Pettifor, Monica D’Ascenzo, Manuela Naldini, Francesca Bettio, Paola Villa, Beatrice Costa, Liana Ricci, Silvia Macchi e Stefania Scarponi.
Elena Sisti si occupa di ricerca economica, è esperta in particolare di sviluppo e sostenibilità. Beatrice Costa si occupa di ricerca su diritti delle donne e politiche di genere per ActionAid. Il libro è edito da Altraeconomia.
 

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Lombardia: florovivaismo, un distretto con grandi sfide

La filiera florovivaistica ora ha un suo distretto. L’assessore all’Agricoltura della Regione Lombardia Giulio De Capitani ha partecipato all’Assemblea costitutiva del distretto florovivaistico ‘Alto Lombardo’, che ha come capofila il Consorzio dei florovivaisti lombardi e coinvolge le province di Como, Lecco, Monza e Brianza, Milano, Varese e Sondrio. “Il distretto della filiera florovivaistica, ha detto l’assessore De Capitani, rappresenta una risposta concreta di aggregazione per superare, insieme, le difficoltà di un settore messo in crisi anche dall’aumento dei costi dei carburanti che comportano oneri maggiori per il riscaldamento delle serre aggiungendo spese ulteriori in un momento già delicato”. Il distretto ‘Alto Lombardo’ conta oggi su 44 imprese partner aderenti di cui 29 vivaisti e altri 15 sono soggetti diversi (come servizi di consulenza, per mostre, una casa editrice, e produttori di serre) correlati al comparto. “Una realtà aggregativa di spessore, ha osservato De Capitani, che gode dei significativi appoggi della Camera di commercio e dell’amministrazione provinciale di Como e può vantare partner scientifici di primo livello come la Fondazione Minoprio e l’Università di Milano Bicocca“. “Il distretto che parte oggi ufficialmente, ha continuato l’assessore, ha come punti di forza la presenza di una filiera ‘completa’ e una tradizione storica di legame con il territorio nonché la disponibilità di un’offerta produttiva articolata e adatta a diverse esigenze di consumo cui si aggiungono la collaborazione con istituti specializzati di formazione e ricerca e di personale qualificato di elevato livello”. “Altri elementi di forza del distretto, ha aggiunto De Capitani, sono certamente la presenza di un consorzio e di altre associazioni di produttori e la crescita e diversificazione del settore florovivaistico con la capacità delle aziende del territorio di rispondere agli stimoli di innovazione anche in vista delle esigenze ambientali e delle tematiche di Expo 2015”. “Per Regione Lombardia, ha spiegato De Capitani, i distretti sono lo strumento chiave per garantire competitività alle filiere e vincere le sfide del mercato“. “La nuova entità del distretto, ha affermato, potrà essere un interlocutore ‘privilegiato’ nella comunicazione con soggetti pubblici e privati e offrirà alle aziende nuove possibilità sui mercati valorizzando le produzioni locali”. “La ricerca e lo sviluppo, che rappresentano la chiave per il rilancio del settore, ha ricordato De Capitani, sono spesso processi costosi per le piccole e medie imprese, tanto più in momenti di difficoltà economica come quello che interessa la filiera del florovivaismo”. “Il distretto, ha concluso De Capitani, permetterà di accogliere informazioni e dati per un’analisi più precisa e produttiva del mercato e garantirà una maggiore sinergia tra le imprese del settore, valorizzando le risorse umane e territoriali e la qualità delle produzioni, assicurando capacità competitiva a tutto il settore”.
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Iris vuvuzela

Battesimo il 31 marzo prossimo, a Città del Capo, per la nuova specie della Famiglia degli Iris scoperta in un campo di margherite in Sudafrica: il piccolo fiore che sboccia per due sole settimane nel mese di settembre si chiamerà Moraea vuvuzela, in onore del primo campionato mondiale di calcio ospitato dal continente africano, durante lo scorso 2010.
L’asta online indetta per decidere il nome della nuova specie è stata vinta dal Deutsche Gesellschaft für Technische Zusammenarbeit (GTZ) attraverso una sostanziosa donazione alll’associazione BIOPAT, impegnata da anni nella tutela della biodiversità attraverso lo sviluppo delle descrizioni tassonomiche.
Gli Iris sono fra i primi bulbi portati in Europa dal Sud Africa nel corso del Seicento per arricchire le collezioni botaniche delle famiglie reali. Dopo tanti secoli, la scoperta di una nuova specie desta ancora grande emozione, soprattutto quando si tratta di una pianta tanto endemica da essere, per questo, costantemente a rischio di estinzione.

Il Western Cape è stato definito dall’Unesco come uno dei sei “regni floreali” al mondo, in cui circa 6.200 delle sue 9.000 specie presenti non crescono da nessun'altra parte.

L’augurio è che il nome scelto, ispirato alle vivacissime trombe, colonna sonora dei Mondiali 2010, contribuisca a tener desta l’attenzione sulla biodiversità.
www.suedafrika.org 

Mandevilla a fiore giallo

La New Plants Motril SA, Salobreña (Granada), in Spagna, è uno dei principali propagatori di Mandevilla/Dipladenia in Europa. L’introduzione di una Mandevilla gialla (Mandevilla x Diamantina® ‘Citrine’ 403) a IPM 2011, le ha fruttato il premio per l’innovazione nella categoria delle piante da fioriera (contenitori da balcone).
La vera novità è la combinazione di un colore del fiore giallo vivo con una crescita vigorosa e con una natura notevolmente fiorifera, caratteristica in comune con la serie Diamantina®.
‘Citrine’ 403, porta a oltre 12 il numero delle varietà nella serie Diamantina®, che si distinguono in termini di colore del fiore e di portamento, fatti su misura per particolari utilizzi e mercati. La ditta lavora in stretta collaborazione con l’azienda specialistica e di ibridazione SAS Lannes, di Malause, in Francia.

C’è una notevole confusione nell’uso dei nomi Mandevilla, Dipladenia e Sundaville; quest’ultimo è un nome commerciale di una serie di varietà dalla Suntory. Pare che il nome Mandevilla sia un sinonimo di Dipladenia, con il primo che deriva dal nome di un giardiniere inglese, Henry Mandeville.
Ciò nonostante, c’è una differenza genetica tra ‘tipi’ che sono molto vigorosi e rampicanti con foglie ellittiche più sottili e fiori grandi e quelli che hanno foglie più piccole, arrotondate, cuoiose e lucide. Le prime sono chiamate tipo Mandevilla, le seconde tipo Dipladenia.
La differenza principale sorge con le specie utilizzate, che sono soprattutto: boliviensis, sanderi, splendens e amabylis. In elenco, ci sono circa 56 specie, sottospecie e varietà di Mandevilla/Dipladenia. Le piante sono originarie di Brasile e dell’America centrale e meridionale tropicale.

www.lannes-sa.com

Un campo tutto per sé, il sogno delle agricoltrici

L’ Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura ha dedicato due giorni alle donne ed al loro ruolo in agricoltura. Ben il 43% della forza lavoro in ambito agricolo nei paesi in via di sviluppo è rappresentato da donne, si legge nel rapporto Fao “Lo stato dell'alimentazione e dell'agricoltura” (Sofa 2010-11). Spingere i Governi ad attuare politiche che incentivino il lavoro di queste donne diventa quindi una necessità non per motivi prettamente di uguaglianza tra sessi ma perché aiutando le donne si aiuta il futuro dei Paesi.
Il rapporto analizza lo stato dell’agricoltura in vari Paesi e sottolinea quanto le problematiche che le donne agricoltrici debbono affrontare siano, in linea di massima, uguali nella maggior parte delle nazioni.
Una delle prime difficoltà che le donne devono affrontare è che di fatto esse non hanno le stesse opportunità che la loro controparte maschile ha, di conseguenza la loro produttività agricola è minore. Esse infatti hanno difficoltà di accesso a mezzi economici che permetterebbe loro di acquistare sementi migliori, fertilizzanti e macchinari adeguati.

La Fao calcola che se le donne che lavorano la terra avessero lo stesso accesso alle risorse che hanno gli uomini, la loro produzione potrebbe aumentare del 20/30 %. Questo potrebbe far aumentare la produzione agricola totale dei paesi in via di sviluppo del 2,5/4 %, fattore che a sua volta farebbe ridurre il numero delle persone che soffrono la fame nel mondo del 12-17 %, vale a dire un calo di 100-150 milioni di persone.
Ma la problematica maggiore, quella che sembra accumunare una buona parte dei paesi in via di sviluppo nelle loro politiche di genere, è la scarsità di diritti che le donne hanno: spesso esse non possono comprare terra, né possederla. Ciò le rende cittadini estremamente vulnerabili e meno produttive; se si creassero delle leggi, o se si mettessero realmente in atto quelle esistenti, permettendo alle donne di avere diritti legali sulla terra ciò contribuirebbe in maniera significativa a modificare l’assetto dell’agricoltura mondiale.

Un campo tutto per sè rimane un sogno per le donne impiegate in agricoltura nella maggior parte dei Paesi.

Un’altra considerazione che occorre tener presente è che, spesso, le donne sono, a detta di Scandizzo, professore ordinario di Politica economica e finanziaria, Facoltà di economia, Università degli studi di Roma "Tor Vergata", ‘le guardiane della nostra frontiera ecologica’, tenutarie di saperi e conoscenze che permettono risultati senza distruggere l’equilibrio naturale della terra. Studiando le tecniche usate dalle donne, aiutandole ad avere più potere, a contare nelle riunioni di villaggio, nei centri di potere si potrà avere un’agricoltura non solo in grado di sfamare una popolazione mondiale crescente ma anche sostenibile dal punto di vista ambientale.
 

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Associazione Produttori della Patata Turchesa del Parco

L’uomo e la terra del Parco

Il territorio del Parco racchiude un patrimonio ambientale straordinario che rende questo comprensorio una delle aree più interessanti e peculiari in ambito europeo e mediterraneo. Una natura superba, dominata dai gruppi montuosi più imponenti dell’Appennino, plasmata e modellata dalla fatica millenaria e quotidiana dell’uomo.
Il Parco è un eccezionale giacimento di prodotti tipici, per quantità, qualità e diversità, di antiche varietà colturali altrove scomparse, di razze di bestiame autoctono che fecero la ricchezza di questa montagna. Grazie a questa agricoltura radicata nella tradizione, si sono conservati anche paesaggi agrari pieni di fascino e di grande valenza colturale ed ambientale. Sono il frutto della storia umana, una storia silenziosa di gente dedita al lavoro e radicata alla propria terra. Sono contadini, pastori che hanno selezionato nel corso dei secoli varietà agronomiche locali e razze animali. La tipicità, il valore antropologico dei prodotti, la loro elevata qualità, il legame inscindibile con un territorio incontaminato, oggi più che mai, costituiscono un valore aggiunto formidabile che deve trasformarsi in una grande opportunità economica e sociale per le popolazioni dell’area protetta.

Sul finire del Settecento fa la sua comparsa in quest’area la patata, introdotta dal continente americano. Questo tubero ha rappresentato per le popolazioni montane una vera e propria “garanzia alimentare” come dimostra un detto popolare ancora presente nei comuni montani abruzzesi: “ La patane è mezze pane”.
Per la prima volta, i montanari potevano disporre di una eccedenza agricola da commercializzare con le popolazioni della vallata. La coltivazione della patate è stata praticata anche a quote molto elevate, oltre i 1600 m di altitudine, contribuendo a quel fenomeno già avviatosi nella seconda metà dell’Ottocento e connesso alla salita in quota dell’agricoltura. Questo tubero ha anche cambiato l’assetto urbano di alcuni centri montani: grotte ed ambienti ipogei sono stati scavati a ridosso degli agglomerati urbani, specialmente nelle zone con esposizione settentrionale, proprio per conservare il prezioso tubero. In alcune aree, le patate venivano conservate nei luoghi di produzione entro profonde buche scavate nel terreno e ricoperte di paglia e pula.

Tra le varietà di patate coltivate, ve ne sono alcune antiche, probabilmente tra le prime ad essere state introdotte e diffuse. Tra queste quella solitamente chiamata turchesa o viola, per la colorazione della scorza e parte della polpa di colore violaceo. Si sono conservate anche varietà più recenti, come nel caso dalla patata rossa o quella fiocco di neve, ancora in uso a Barisciano, in provincia de L’Aquila.

Il progetto di recupero

Gli ultimi esemplari di patate Turchesa furono recuperati dalle mani di un anziano agricoltore di San Pietro di Isola del Gran Sasso, che ne conservava ancora 33 piccoli preziosi tuberi. Solo dopo una attenta ricerca fu possibile reperirne ancora qualche esemplare della stessa varietà nei pressi di San Giorgio di Crognaleto, sui Monti della Laga.
Il termine turca, turchesa o turchesca viene anticamente attribuito a quelle varietà probabilmente provenienti da altre aree di produzione. Può essere considerato sinonimo di estraneo, forestiero. Comune il riferimento al mais definito “grano-turco”.
Nel 2001, l’Ente Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga ha avviato un importante progetto di recupero e valorizzazione della patata Turchesa
, antica varietà colturale un tempo diffusa nelle aree montane del Gran Sasso e dei Monti della Laga e che, purtroppo, negli ultimi decenni è stata gradualmente sostituita con cultivar più produttive, moderne e più facilmente reperibili sul mercato.
Il progetto, articolato in più fasi, prevedeva la moltiplicazione della patata prima in laboratorio per risanarla e ricostituirne l’integrità sanitaria e poi in campo al fine di valutarne le caratteristiche agronomiche e definirne la tecnica migliore di coltivazione.
Dopo alcuni anni di moltiplicazione in campo ed in diversi ambienti del Parco è tornata finalmente ad essere coltivata in tutta l’area protetta
E’ riconoscibile, oltre che per l’inconfondibile colore esterno, anche per la forma irregolare ed i numerosi occhi profondamente incavati, segno distintivo delle varietà antiche, rustiche e non manipolate geneticamente. Anche il fiore mostra evidenti particolarità quali la sfumatura violacea dei petali e la loro lunga persistenza sulla pianta.
Il tubero si caratterizza principalmente per la buccia di un bel colore viola intenso contenente una interessante quantità di sostanze antiossidanti presenti nella buccia, paragonabili a quelle del cavolo. Al suo interno mostra una pasta bianca ed un basso contenuto in acqua, la consistenza e la granulosità sono medie e tale caratteristica la rende adatta per diversi usi e cotture.

Suggerimenti in cucina

E’ opportuno conservare le patate al buio, in un luogo fresco ed asciutto.
Per apprezzarne tutto il sapore, non cuocetele nell’acqua ma al vapore e con la buccia.
Evitare di consumare le patate quando iniziano a germogliare, quando divengono verdi o quando raggrinziscono.

Associazione dei produttori della Patata Turchesa del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga
L’Associazione, senza finalità di lucro, ha lo scopo di sostenere il mondo rurale all’interno del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga per tutelare e promuovere:
a.
il recupero, la coltivazione, la conservazione, lo scambio e la diffusione di varietà tradizionali di interesse agricolo;
b. la conoscenza, la produzione e la vendita dei prodotti derivati da tali varietà e, più in generale, dei prodotti di agricoltura durevole;
c. il recupero produttivo del territorio e la sua salvaguardia;
d. la cultura locale, l’artigianato manuale, la cucina tradizionale, la conoscenza del territorio e delle sue comunità;
e. i saperi popolari, le pratiche locali, le titolarità collettive, gli usi tramandati, le innovazioni
introdotte con il rispetto dei tempi dettati dalla natura, le consuetudini condivise, la partecipazione nelle scelte e nelle decisioni.

www.gransassolagapark.it

Istituto tecnico agrario F. Cucuzza di Caltagirone

In uno scritto dei primni anni del ‘900, Luigi Sturzo auspicava che la cultura generale si indirizzasse verso l’istruzione professionale agricola e artigianale, evitando però di creare solo insegnanti delle stesse scuole e cioè una classe chiusa senza contatti con la realtà.
La riflessione di uno dei grandi personaggi politici della storia d’Italia è utile per illustrare la storia dell’Istituto Tecnico Agrario F. Cucuzza di Caltagirone, città natale di don Sturzo.
Ancora più di oggi, Caltagirone negli anni dopo l’unità d’Italia era un grosso borgo eminentemente agricolo. Con 45.000 abitanti e 28.000 addetti all’agricoltura, rappresentava – alla congiunzione della piana di catania e di quella di Gela – un centro economico di rilevante importanza. Sono noti, infatti, gli avvenimenti che la videro protagonista sia per le prime manifestazioni sindacali agrarie e sia per la diffusione di originali forme di “affittanza collettiva”, grazie alla quale i soci di cooperative di lavoro assumevano collettivamente in affitto la conduzione di terre demaniali.
Le origini della scuola di Caltagirone nascono da un’ epidemia di colera che si sviluppò nel 1867, quando gli ammalati furono ricoverati nel locale convento dei Cappuccini. Cessata l’epidemia, fu necessario provvedere al mantenimento e all’istruzione dei giovanetti in gran parte rimasti orfani, e per tale scopo venne realizzato un “Asilo Agrario”, con annesso orto per le elementari pratiche agricole.
Visto il parziale successo dell’iniziativa, furono presi in affitto nove ettari adiacenti al fabbricato, con stalle e allevamenti di piccoli animali, che contribuirono così alla creazione nel 1877 della “Colonia Agricola”.
Successivamente, si ritenne opportuno dare una struttura stabile ed ordinata a tutta l’attività, istituendo la Regia Scuola Pratica di Agricoltura. Direttore della nuova istituzione venne nominato il professor Tommaso Simonetti. Nel 1883-84 gli allievi erano già 37, in prevalenza figli di contadini e di piccoli proprietari.
Nel 1924 la scuola venne trasformata in “Scuola consorziale Autonoma” e poi nel 1933, a seguito della riforma Gentile, in “Regia Scuola Agraria”. Nel 1948 l’Istituto cambiò ancora nome divenendo “Istituto Tecnico Agrario Regionale” e finalmente a partire dall’anno scolastico 1957/58, fu riconosciuto come “Istituto Tecnico Agrario Statale” con proprio statuto e sotto la direzione del professor F. Cucuzza, a cui l’Istituto oggi è dedicato.
L‘I.T.A.S. di Caltagirone opera attualmente su un’area geografica a sud est della Sicilia, denominata Calatino Sud-Simeto, che comprende 15 comuni: S. Michele, S. Cono, Mirabella Imbaccari, Grammichele, Mineo, Palagonia, Ramacca, Vizzini, Scordia, Militello V. C., Mazzarrone, Licodia Eubea, Raddusa e Castel di Iudica.
E‘ una zona vitale per tutta la Sicilia orientale che fino ad alcune decine d’anni fa è stata a vocazione agricola e ultimamente, grazie ai Patti Territoriali, ha visto il fiorire di attività legate alla salvaguardia dei beni naturali, dei prodotti tipici e del turismo. Sono nate così tante iniziative quali “la via dell’olio”, “la via del vino”, nonché tante aziende agrituristiche.
Il crescente interesse, inoltre, dei consumatori verso un’alimentazione più sana ha dato un forte impulso al biologico, ad un’agricoltura che tende a rispettare le esigenze di produzione e le richieste del consumatore. Puntare su uno sviluppo agricolo in tutti i sensi avanzato, sul biologico è l’obiettivo primario dell’Istituto per la formazione di personale qualificato, capace di tener conto delle richieste del mercato, di valorizzare i prodotti tipici calatini e promuovere lo sviluppo di una cultura agro-turistica.
Oggi, l’ITAS dispone di un’azienda agraria, ad uso didattico sperimentale, estesa circa 16 ettari ad indirizzo polivalente e due serre per le colture protette. L’attività didattica dell’istituto è rivolta in particolare all’introduzione nell’azienda delle nuove tecnologie agrarie: già dall’A.S. 2001/2002 è in funzione presso l’ITAS una serra attrezzata di bancali riscaldati, di nebulizzatore, di impianto di irrigazione computerizzato e di strumentazione atta a ricevere le piantine ottenute con la micropropagazione per la relativa fase di ambientamento.
Grazie a due grandi progetti, l’ Istituto possiede un'area con oltre 7330 essenze di specie autoctone quali sorbi, noci da legno, azeruoli, melicucchi, mentre su un’altra area, grazie alla convenzione con la S.O.A.T. n.24 di Caltagirone e l'Assessorato Agricoltura e Foreste della Regione Sicilia, sarà realizzato un campo di raccolta di germoplasma dell'olivo regionale, unico in tutta la Sicilia orientale, che permetterà la conservazione e produzione di cultivar in via di estinzione.

www.isiscucuzza.it
www.aiol.it