Genius loci

Per la prima volta negli ultimi anni le città di tutto il mondo hanno raggiunto la più alta densità abitativa rispetto a quella dei territori circostanti, con la conseguenza di nuove e difficili problematiche. Per affrontare questa situazione non basterà più, dunque, come per il passato, allargare le città ma sarà necessario individuare nuovi percorsi alla ricerca di una migliore identificazione del luogo . Sembra dunque che per poter capire meglio le problematiche relative a questo fenomeno si debba ritrovare nello studio delle città la sua formazione, la sua appartenenza, la sua anima : il suo genius loci. Tale termine, usato in modo trasversale per le caratteristiche proprie di un ambiente dove l'uomo vive, ne indica le sue caratteristiche socio-culturali, architettoniche, di linguaggio e di abitudini: il carattere di un luogo.

Giovanni Li Volti, segretario nazionale PromoVerde

logo2Per la prima volta negli ultimi anni le città di tutto il mondo hanno raggiunto la più alta densità abitativa rispetto a quella dei territori circostanti, con la conseguenza di nuove e difficili problematiche. Per affrontare questa situazione non basterà più dunque, come per il passato, allargare le città, pronte ad accettare la nuova popolazione di pendolari e migranti, ma sarà necessario individuare nuovi percorsi alla ricerca di una migliore identificazione del “luogo” .
Sembra dunque che per poter capire meglio le problematiche relative a questo fenomeno si debba ritrovare nello studio delle città la sua formazione, la sua appartenenza, la sua anima : il suo genius loci. Tale termine, usato in modo trasversale per le caratteristiche proprie di un ambiente dove l’uomo vive, ne indica le sue caratteristiche socio-culturali, architettoniche, di linguaggio e di abitudini, cioè il carattere  di un luogo. L’urbanistica, nata in Italia dall’architettura, si è divisa nel tempo tra le posizioni di Leon Krier, con la sua tutela rigida delle città antiche, attraverso anche l’uso di materiali d’epoca, e le posizioni degli architetti moderni che vedono la città identificata con le sue nuove grandi opere. Ci sono poi delle posizioni intermedie che, con un intreccio tra antico e moderno, mantengono aperto un dibattito molto acceso in molte capitali europee. Ricordiamo a proposito le piramidi di vetro e acciaio a Louvre di Parigi o l’involucro dell’Ara Pacis di Richard Meier.
Una prima lezione per una città nuova viene addirittura da Leon Battista Alberti, che riprendendo il più grande architetto dell’antica Roma, Vitruvio, spiega le differenze tra le grandi città, con le sue dritte e ampie strade che l’attraversano, e le città minori che possono invece essere più morbide nella loro viabilità e arredo urbano.
Nella storia dell’urbanizzazione quasi sempre è stato presente il fattore negativo della speculazione edilizia che ha deformato l’equilibrio e l’assetto delle città. Già nell’antica Roma, quando gli abitanti raggiungevano il milione, esisteva una sorta di sfruttamento intensivo del suolo con la realizzazione di case per i plebei ammassate nelle insulae.
Si edificavano alte costruzioni su diversi piani, suddivise in piccoli appartamenti sovraffollati e con scarse condizioni igieniche.

Tale situazione venne ad attenuarsi durante il Medioevo, in quanto prevalentemente un’epoca di spopolamento delle città, ripresa poi in Inghilterra con l’industrializzazione nel XVIII secolo . Allora una nuova speculazione urbana, legata ancora alla sviluppo caotico delle città intorno alle fabbriche e quindi al mondo operaio, dette origine a costruzioni di abitazioni di bassissimo livello abitabile e sanitario nei quartieri cosiddetti slums .
Il fenomeno si espanderà velocemente alle altre nazioni europee e il suo superamento diventerà uno dei temi principali dell’architettura moderna. Il suo fine sarà proprio combattere, attraverso regole razionali ed ideali, l’urbanizzazione caotica e devastante delle città e soprattutto la speculazione edilizia, principale causa.
Queste tematiche sono emerse anche in relazione alle vicende delle banlieue in Francia. Esse, apparentemente periferie delle città, sono composte da comuni a se stanti e del tutto indipendenti dalla metropoli limitrofe: si tratta di un universo complesso e molto differenziato al suo interno. Banlieue infatti, viene tradotto come sinonimo di quartiere degradato e con disagi estremi, ma non è sempre così. A ovest di Parigi per esempio, fa parte della banlieue il quartiere modernissimo della Défense, importante centro di affari e commercio situato nel comune di Neuilly sur Seine. Tutto ciò era nato a partire dalla fine degli anni Sessanta quando la Francia, conosciuti i grandi flussi migratori stanziatisi nella banlieue, dette il via ad un fortissimo sviluppo urbano dall’alta concentrazione di costruzioni per l’edilizia popolare e di progetti residenziali a basso costo per immigrati stranieri.
Queste case popolari, nate come situazioni di transito e quindi con tutte le caratteristiche di una dimora provvisoria si trasformarono presto in alloggi definitivi con tutti i problemi connessi : ristrettezza di spazi e contemporaneamente famiglie numerose, mancanza di servizi e forte degrado. Di conseguenza, con il passare degli anni, è stato facile aprire la strada alla criminalità, alla violenza ed al traffico di droga. Occorre anche sottolineare come la popolazione della banlieue ha avuto un atteggiamento duro e di rifiuto nei confronti dell’integrazione. È come se da entrambe le parti ci fosse una tale diffidenza da sfociare spesso in una forma velata di razzismo . In questa difficile situazione si è preferito per molto tempo muoversi su un apparente risanamento e solidarietà che sembra mettere la coscienza a posto ma lascia insoluti tutti i problemi e sempre più ampia apertura ai speculatori.
I recenti fatti di Londra pur con le dovute differenze, evidenzia alcune difficoltà legate alla mancanza di un’identità e dall’altra con l’aggravante che non esiste un futuro da costruire, di fatto la gioventù attuale cresciuta con molti più mezzi nel passato, si trova oggi ad essere considerata una società “di mezzo” caratterizzata dalla provvisorietà e sopravvivenza.

Si tratta pur nelle difficoltà di una crisi mondiale di destinare un maggiore impegno nella costruzione di un futuro diverso. Da tale quadro si deduce dunque che tutti gli spazi legati al passaggio e alla provvisorietà, dai quali non si possono decifrare relazioni sociali, storie condivise né segni di appartenenza collettiva rimangono non luoghi, come li definisce Marc Augè.

Proprio per questo alcuni studiosi, nell’ipotizzare il territorio per il nostro futuro, hanno cercato di ripercorrere la storia di luoghi lontani fatta di cronache e di paesaggi nei quali si sono sedimentati quell’identità e quel genius loci che li hanno resi riconoscibili e unici.

Nullus locus sine genio: questa frase di Servio, vissuto tra il Ive il V secolo d.C. tratta dal commento dell’Eneide, diceva ai suoi contemporanei che nessun luogo è senza genio, dove per genio s’intende lo spirito, il nume tutelare del luogo stesso.
Il genius loci nella storia ha rappresentato l’espressione di un luogo o di un gruppo attraverso una divinità o un simbolo materiale che continua con la sua presenza di mantenere un equilibrio tra gli elementi naturali e le culture rappresentate.
I Greci e i Romani legavano ciascun luogo a un particolare nume: ogni fonte, ogni valle, ogni montagna aveva la propria divinità tutelare. Il Genius Loci era un dio minore e locale: non risiedeva sull’Olimpo, ma in una certa città, collina o campagna. Alcuni esempi si possono ricordare con i corvi che rappresentavano il Genius Loci della Torre di Londra oppure le oche collegate a quello del Campidoglio.
La classicità suggerisce, dunque, che i luoghi possono avere un’anima e diventare sede di uno spirito del luogo, di un Genius Loci.
I luoghi si guadagnano l’anima attraverso un processo di contenimento di affetti, che viene operato dalle diverse generazioni di persone che li hanno abitati.Le culture tradizionali spesso erano animate da un’interpretazione sacrale del territorio. Ogni angolo di terra presenta una propria rappresentazione simbolica e ogni luogo in cui gli uomini abbiano lasciato i segni della loro presenza, con una propria identità contemporaneamente irripetibile e universale.
I sacerdoti greci e gli àuguri romani, piuttosto che i druidi celti, erano determinanti nella scelta della fondazione di una città – cosa di per sé sacra, perché sacro era ritenuto l’abitare – che prevedeva primariamente l’individuazione del luogo idoneo per stabilire un nucleo urbano, in base a conoscenze di tipo cosmologico e divinatorio, ancorché geologiche e naturali. L’insediamento, in tal modo, diveniva il luogo in cui poteva esercitarsi la sacralità dell’abitare. Lo scopo della fondazione rituale di un luogo consisteva però anche nel ‘dovere scendere a patti’ con il Genius Loci del luogo in cui si costruiva. L’energia propria al luogo naturale veniva richiamata e invitata a collaborare con gli abitanti di quell’insediamento. L’oikos greco, quale senso della dimora della manifestazione dell’essere, poneva il senso del limite comunitario del vivere associato, in assoluta simbiosi con le risorse naturali del luogo, sia in merito alla cultura materiale che a quella spirituale e, quindi, culturale.
In tale contesto, il concetto stesso di economico si poneva in termini di sussistenza della comunità: una lettura involontariamente ecologica delle forme di civiltà.
Il paesaggio è sempre stato oggetto di riflessioni e interessi a volte contrapposti e chi ha pianificato ha tentato spesso di coordinarli, fallendo l’obiettivo. La Corte Costituzionale per rispettare i contenuti della Carta ha sancito l’equivalenza fra ambiente, paesaggio e territorio, il paesaggio come forma del territorio e aspetto visivo dell’ambiente, inoltre è considerato sotto diversi aspetti, tra i quali, quello dell’antropologia dell’estetica.
In molti casi il territorio devastato e la terra bruciata degradnoa l’ambiente e uccidnoe il paesaggio e nonostante leggi e decreti il paesaggio in alcune zone non esiste più e quello che ancora più grave e che non si riesce a riconoscerlo.

Oggi il nostro territorio non solo non tiene conto di questi elementi del passato ma anche con la pianificazione ha tentato spesso di coordinarli, fallendo l’obiettivo.
Il paesaggio nel passato era considerato un bene comune, in quanto bene immateriale, inestimabile come la bellezza e come era interpretato correttamente nell’art. 9 della Costituzione , oggi invece lo si pianifica ed è ancorato a leggi, decreti e convenzioni come quella europea del paesaggio, dove si indicano le modalità di tutela per salvaguardare il paesaggio e contestualmente di valorizzarlo.
In questo contesto bisogna saper conservare l’agricoltura in armonia con gli innesti di modernità così da favorire una migliore qualità della vita e uno sviluppo più aperto e sostenibile. Spesso con il risanamento sociale e con le finte bonifiche sulle aree industriali non si è voluto affrontare seriamente il problema.
Iniziamo con il riconoscere dunque che il futuro delle città è indubbiamente legato alle soluzioni delle realtà suburbane come l’alienazione sociale, il conformismo diffuso, il consumismo e addirittura il riscaldamento globale. Alcuni pensano che il suburbio sia addirittura falso, fuori della realtà in quanto privo di autenticità, senso di comunità, semplice luogo di vita vera. Ma va tenuto in mente che, per quanto diffuse, queste radicali critiche al suburbio in fondo sono solo teorie, che accorpano due percorsi assai schierati di critica sociale ed economica. Tra queste quella del giornalista e scrittore James Howard Kunstler, che da tempo sostiene come il grande problema del suburbio sia “il sacrificio del senso del luogo”: Afferma infatti come sia sparito il senso di un rapporto organico con il mondo senza comunità, luoghi sacri, spazi di incontro pubblico informale, luoghi di sosta. È  proprio il genere di cose che può pensare qualcuno che in un suburbio non c’ è mai stato , oppure è talmente trincerato nei suoi pregiudizi da scambiare il bianco col nero, l’alto con il basso e a cui un vivace quartiere appare nulla più di una landa desolata.

Andate in qualunque zona suburbana oggi e ci troverete in ogni via una vivace socialità. A dire il vero sono invece le città che negli ultimi decenni appaiano più simili a lande desolate dal punto di vista psicologico- sociale : una moltitudine di appartamenti dove ci si riconosce a malapena in ascensore e strade in cui abitanti non hanno interesse neppure a conoscere i vicini. L’architetto Witold Rybeczynski ha affermato che il suburbio non è “vero” ma solo se lo si paragona alla grandezza delle piazze e delle cattedrali, cioè a tutto ciò che è di magnifico e di altissimo profilo. La realtà quindi è che il quartiere suburbano va visto anche per la sua possibilità di vivacità e socialità e soprattutto che sappia esprimere un senso del luogo.
L’opportunità della legge 204 del 2004 sui beni culturali e del paesaggio e nelle strategie e le linee guida per il paesaggio e il territorio rurale, elaborate per i Piani Territoriali Regionali (Ptr), è anche un modo per salvaguardare e valorizzare un paesaggio non soltanto bello, ma troppo spesso poco conosciuto o addirittura ignorato da politiche e presunte strategie di sviluppo. Un paesaggio le cui trasformazioni possono sembrare impreviste, così come la campagna perde peso nella struttura territoriale (-16%) e, a prendere il suo posto, non sono soltanto il tessuto urbano o parte di città diffusa, ma anche ampie aree di formazioni boschive o di cosiddetto “terzo paesaggio” (in crescita del 43%), e cioè arbusteti, aree di frangia e di risulta o di dismissione di attività dell’uomo, in cui la risacca della natura ricostruisce lentamente la biodiversità.
Sul paesaggio alcune politiche regionali spesso evocano uno sviluppo cosiddetto locale, dove tutto è stato sviluppo e dove ogni luogo è diventato locale. In tal modo hanno messo in campo strumenti politico-amministrativi dove il finanziamento a pioggia è stata la regola e le valutazioni finali di quello che si è speso e di come lo si è fatto, sono stati e sono l’eccezione, mettendo in luce un ruolo ancora troppo ambiguo delle stesse Regioni. Infatti se da un lato con il Ptr, si è fornito un quadro unitario di riferimento per le amministrazioni pubbliche, fatto di indirizzi per la tutela paesaggistico-ambientale e per la creazione di una rete ecologica regionale, dall’altro si sono moltiplicati interventi legislativi derogatori e prepotenti verso il territorio con spesso miopi ritardi nell’attuazione di specifiche normative di tutela.
Si spera che l’attuazione del Codice del Paesaggio possa al più presto porre qualche riparo. Quando si parla di ricostruzione di città o di territori si deve dunque, prima ancora di farsi trascinare dalle esigenze della modernità, tener conto della storia della popolazione locale e delle sue tradizioni o meglio conciliarle per saper rispondere alle diverse aspettative sociali ed economiche in modo equilibrato. Alcune calamità naturali nel mondo come gli uragani hanno distrutto, tutto o in parte, alcune città importanti del pianeta come New Orleans che ha come risorsa principale la sua tradizione e la sua storia. La gente di fuori conosce invece solo una città profondamente influenzata dal colonialismo francese, spagnolo e dalla cultura afroamericana che nel loro intreccio hanno formato il tessuto sociale e la psicologia collettiva di New Orleans.
Si teme anche che Manhattan si stia trasformando in una specie di attrazione di parco a tema urbano buono solo per i turisti. Ai veri newyorkesi non piace quest’idea e questo in gran parte succede perché ignorano su cos’è e come funziona un sobborgo.

Bisogna rendersi conto per capire che il futuro della città è indubitabilmente e sostanzialmente suburbano. Se prendiamo in considerazione due casi di città postindustriali come Goteborg e Rotterdam possiamo analizzarne le differenze. Infatti sia la Svezia che l’Olanda hanno costruito negli ultimi decenni molte più abitazioni di noi ( più grandi e soprattutto migliori) . Come noi, hanno fissato obiettivi di massima (in Svezia un milione di nuove case, in Olanda l’incremento della quantità esistente dell’8% circa su un arco di 10 anni). Ad ogni modo, è stato lasciato alle amministrazioni locali il compito di determinare come raggiungere gli obiettivi cercando, in questo processo, di sfruttare al massimo le città esistenti, unico modo sostenibile ed equo di agire.
Basta visitare un sobborgo di Goteborg (seconda città del paese) o di Stoccolma, e fare il facile paragone con uno di Birmingham o Bradford. Ci sono tram frequenti e rapidi da e per le periferie, ed è semplice passare a un autobus nelle stazioni che, oltre tutto, sono ben tenute. Gli spazi pubblici sono ben curati ed appaiono sicuri. É stata usata molta attenzione nell’evitare la concentrazione di troppi rappresentanti di una sola nazionalità in un solo isolato o complesso residenziale. Gli edifici che avevano iniziato la propria esistenza come blocchi di cemento disumani, sono ora in corso di trasformazione tramite progetti di quartiere orientati verso l’utilizzo del verde. Si lavora sempre di più sul coinvolgimento per far sì che tutti capiscano e rispettino lo stile di vita svedese.

In Italia invece il paesaggio, che ancora possiamo ammirare nei quadri dal Cinquecento in poi, esiste solo in pochi luoghi perché ogni giorno, con la continua nascita di costruzioni di cemento grigio ed anonimo, c’è una vera violenza al nostro territorio .

Appaiono dunque realtà che, al di là del soggetto, sembrano tutte uguali mentre sempre di più i centri commerciali spazzano via le antiche botteghe e si moltiplicano le tetre villette a schiera disegnate spesso da geometri “di partito”. Se l’ideale che abbiamo desiderato dovesse essere giudicato per l’architettura e per il rispetto del territorio, gli ultimi 60 anni sono stati forse i peggiori, nonostante l’ambientalismo di quel periodo sosteneva che costruire doveva essere “necessario e bene”. Purtroppo è risultata vincente la poca creatività e la misera ricerca di bellezza e la cosa peggiore è che noi ci stiamo abituando a questo degrado. D’altra parte i detentori del potere sono anche i detentori della ricchezza e purtroppo oggi non si vede apparire all’orizzonte nessun Lorenzo il Magnifico ma solo burocrati e politici incompetenti. Troppo spesso l’ espressioni paesaggistiche della natura rischiano di sparire e se il governo e gli enti locali non metteranno un freno all’urbanizzazione e alla cementificazione selvaggia, non si potrà scongiurare questa vera catastrofe. E non si può continuare a considerare il nostro paesaggio agrario come una risorsa illimitata o a vedere sul banco degli imputati piani regolatori e urbanistici troppo consenzienti a uno sviluppo dell’edilizia mancante di rispetto delle caratteristiche delle città e dei comuni agricoli.

Un altro problema poi è rappresentato dal moltiplicarsi degli spazi strutturali di servizi diffusi : aeroporti minori, porti, strade, svincoli e parcheggi, grandi centri commerciali, presenti ormai in ogni piccolo centro. Sembra mancare un disegno preciso e studiato attentamente nel quale si tenga conto della storia e delle esigenze delle popolazione che vive sul territorio creando così soltanto un posto anonimo, uno come tanti altri, impossibile da far nascere un qualsiasi legame o un luogo dove sapersi riconoscere. Sono responsabilità gravi che vengono spesso addebitate dagli ambientalisti alla globalizzazione mentre dovrebbero essere dirette sugli effettivi responsabili.

In tale scenario negativo va analizzato il percorso dell’edilizia durante il boom economico degli anni cinquanta-sessanta : accresciute attività economiche e grande spostamento di popolazione. Le città si espandono a macchia d’olio senza che le amministrazioni né gli architetti ed urbanisti del razionalismo italiano riescano a governare il fenomeno. In tale situazione i terreni inizialmente agricoli divengono in poco tempo, a seguito delle opere di urbanizzazione eseguite dai Comuni, aree edificabili. Lo speculatore non deve far altro che acquistare il terreno a prezzo agricolo e aspettare strade, fognature, energia elettrica, ecc. facendo così salire a dismisura il valore del terreno. Poi, una volta urbanizzato e divenuto per questo idoneo all’edificazione, può essere venduto lucrando la differenza divenuta cospicua tra prezzo d’acquisto e prezzo di vendita. Dunque il problema viene visto e valutato solo per l’aspetto economico – produttivo così che quando si parla delle città e del verde si tende quasi a contrapporle . Questo perché fino ad oggi si è teso più ad egemonizzare, da parte del costruito, qualsiasi spazio disponibile per renderlo economicamente produttivo, invece di renderlo compatibile con l’ambiente e nello stesso tempo avere una validità economica.

Ogni città va vista come all’incrocio di tre strade : il sogno, il desiderio e la memoria. Non ce n’ è una che non ripercorra continuamente questi cammini per ritrovare se stessa, costruire il suo passato e vivere il suo presente. In altri termini per fondarsi e rifondarsi. Ieri come oggi la città non è che la forma spaziale di un’ identità collettiva. Nulla di più concreto e al tempo stesso nulla di più astratto. La materializzazione di un mito. Sono proprio i miti che raccontano l’ origine delle principali città italiane.


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Fonte: Promoverde

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