Rafano, il tartufo dei poveri

In Basilicata lo chiamano il tartufo dei poveri per il sapore forte, piccante e aromatico della radice: è il rafano (cren nel Veneto e territori confinanti), pianta erbacea delle Cruciferae (Armoracia rusticana), che prima di essere valorizzata in cucina come salsa, era considerata una miracolosa erba medicinale, impiegata per curare tantissimi malanni, soprattutto per lenire i dolori da contusioni, strappi, reumatismi, sciatica. Il rafano era ritenuto, inoltre, efficace per prevenire e contrastare raffreddori e influenze stagionali.
La tradizione popolare, in Germania, ma anche in Italia vuole che il rafano sia una pianta che rende belli. Grattugiandolo e spezzettandolo fa lacrimare, tanto è piccante, quindi purificherebbe e renderebbe brillanti gli occhi. Ma soprattutto picca, dà sapore e piacere.

Lo troviamo nell’Esodo, Antico Testamento, presente nelle cene rituali pasquali come erba simbolo della durezza della schiavitù in Egitto.
Nel lontano passato la radice è stata usata più per le sue proprietà curative che in cucina, dove viene valorizzata a partire dalla fine del XVI secolo. Il nome cren, non è parola veneta o tedesca, come spesso si sente dire, ma viene fatto derivare dal russo Kren-cren-crenson, termine con il quale in Russia si chiama la pianta. Stando alle tradizioni popolari, testimoniate da filosofi greci come Demostene (quarto secolo prima di Cristo) e riprese nei secoli successivi, sarebbe anche un energico afrodisiaco in quanto, mangiandolo, come si legge in testi storici ,“stimola” gli “appetiti venerei”.

Originaria della Russia, la pianta di Armoracia rusticana si è ampiamente diffusa un po’ ovunque, dove ha trovato condizioni favorevoli; cresce spontanea su terreni drenati, lungo corsi d’acqua, in luoghi freschi e ombrosi. Per la facilità con cui si propaga, è considerata anche un’erba infestante.
Con l’eclisse della civiltà rurale tradizionale, il rafano è caduto nell’oblio ma è stato riscoperto proprio per sue marcate virtù in cucina e in erboristeria, così, mentre  fino a poco tempo fa si raccoglievano le radici del cren, che si lasciava crescere spontaneo nei broli e negli orti, lungo corsi d’acqua, spesso all’ombra delle vecchie case rurali, accanto ai pollai, adesso è coltivato in piccole aziende orticole che lo collocano con soddisfazione nei mercati.

Un campo con Armoracia rusticana (rafano) in coltivazione

Si mangia la radice fresca, che viene grattugiata o tagliuzzata e impiegata per aromatizzare le vivande. La salsa, che si ottiene, è piccantissima e molto appetitosa.
La radice, piuttosto rugosa, di colore brunastro, che diventa bianco – crema dopo la pulitura, può arrivare a 50 centimetri; il diametro può essere dai due ai sette centimetri. La raccolta avviene in autunno e durante l’inverno, a partire dal secondo anno di vita della pianta.
Ne escono piatti forti, che sanno soprattutto di tradizione, di vecchie cucine contadine dove con poco si facevano miracoli, soprattutto nei giorni festivi. Spesso il cren era, d’inverno, la sola salsa possibile. Anche le foglie sono commestibili: in primavera, freschissime, si prestano nelle insalate. Danno sapore e tono.
Si tratta ancora di un prodotto di nicchia rivolto alla ristorazione e alle aziende di trasformazione (confezioni di salsa di cren sotto’aceto). La richiesta è crescente. Va forte nella cucina tradizionale che lo usa per accompagnare soprattutto carni bollite, pesce affumicato, uova e altre pietanze. In Basilicata si può gustare la rafanata, un piatto al forno gustosissimo, dominato dal sapore del cren.
In una storica trattoria di Torreglia, ai piedi dei colli euganei, in provincia di Padova, si possono assaggiare degli ottimi spaghetti al cren, una radice che si adatta sia alla cucina tradizionale sia a quella innovativa. Vengono preparati stuzzichini sorprendenti, soprattutto da giovani chef ai quali piace mescolare il nuovo con il tradizionale. Un pizzico di cren dà anima e forza ai piatti forti e leggeri.

Il pomodoro nero, elisir di giovinezza

Ufficialmente si chiama ‘Sun Black’ (nome della varietà orticola), ma il nome con cui si sta facendo conoscere è pomodoro nero.
Messo a punto grazie a tecniche di incrocio tradizionali da un gruppo di esperti coordinati dal professor Pierdomenico Perata della scuola superiore Sant’Anna di Pisa, questo frutto promette di migliorare la salute grazie a due tipi di antiossidanti: da un lato il licopene, il carotenoide responsabile del colore rosso dei pomodori; dall’altro gli antociani, molecole tipiche di altri vegetali, come l’uva nera e i mirtilli, che conferiscono alla buccia del ‘Sun Black’ le tonalità violacee che gli valgono appunto l’originale appellativo.

Sia il licopene, sia gli antociani rallentano i processi di invecchiamento, i tumori e altre malattie contrastando la formazione di radicali liberi. Rispetto agli altri pomodori, quindi, i Sun Black offrono una protezione doppia, mantenendo, però lo stesso sapore e la medesima polpa rossa. Date queste premesse, la tentazione di comprarlo è molta, ma purtroppo, il Sun Black non è ancora commercializzato, nonostante sia già arrivato al secondo anno di raccolta nei campi dell’Università della Tuscia di Viterbo, perchè nessuna azienda è a oggi disponibile a metterlo sul mercato.
«Le industrie sementiere italiane hanno compreso il valore di questa ricerca», ha spiegato Perata , «ma trattandosi di aziende molto piccole non hanno le risorse per investire. All’estero, invece, sono già disponibili varietà ottenute con le stesse tecniche di incrocio utilizzate dai ricercatori italiani. Negli Stati Uniti, ad esempio, è già possibile coltivare l’’OSU Blue’ messo a punto dagli esperti dell’Oregon State University, mentre il ‘Black Galaxy’ è pronto per essere lanciato sul mercato israeliano».

In Italiasi possono acquistare pomodori dall’aspetto molto simile al ‘Sun Black’ che, però, non sono equivalenti dal punto di vista

pomodoro-nero-di-crimea

Pomodoro varietà ‘Nero di Crimea’

nutrizionale. Ne è un esempio il ‘Nero di Crimea‘, un pomodoro dal colore marrone scuro che, però, non è dovuto all’accumulo di antociani, ma alle elevate concentrazioni di licopene, in cui rosso si combina al verde della clorofilla. Lo stesso vale per molte altre varietà, fatta eccezione per il ciliegino nero, o ‘Black Cherry‘, che produce durante tutta l’estate moltissimi frutti ricchi di antociani.

Essendo più ricco di licopene rispetto ad altri pomodori, il ‘Nero di Crimea’ è una fonte migliore di antiossidanti. Gli appassionati dell’orto possono acquistarne i semi a un prezzo accettabile.

Tempo di topinambur, i figliolini del sole

Il poeta Andrea Zanzotto chiamava i topinambur figliolini del sole. Ne amava la spontaneità, la bellezza, il fiore che dipinge di oro giallo i giorni autunnali.
Bisogna distinguere i topinambur spontanei, una pianta considerata infestante, da quelli coltivati, che non si fanno ammirare per i fiori, che sembrano non avere, ma per le radici tuberose, che fanno molto bene e sono riscoperte dalla cucina, dopo che erano state quasi dimenticate, soppiantate dalla patata.
Sono ortaggi attualissimi al mangiare del nostro tempo, attento a diete e a calorie. Sono adatti e funzionali per chi vuole restare in forma e combattere il sovrappeso, o per chi ha problemi di digestione, di diabete, di glicemia, di gotta e di colesterolo.
La raccolta inizia in ottobre. Le radici bitorzolute, che si distinguono per la buccia gialla e la polpa bianca, quest’anno si presentano ricche, sane e compatte. Un po’ magre, rispetto allo standard ottimale a causa della siccità, ma questo non ne ha toccato la qualità e i valori nutritivi, dove si è potuto irrigare, si è salvata la produzione, e tutto fa pensare a una produzione stabile e conforme alle attese.

I topinambur si avvicinano per sapore al carciofo, tanto che in Inghilterra li chiamano Jerusalem artichoke, carciofi di Gerusalemme. Ma Jerusalem non c’entra niente con la città santa di Israele, sarebbe la storpiatura di girasole, parola con la quale i coloni italiani in America chiamavano i topinambur, conosciuti anche con altri nomi volgari: pera di terra, patata del Canadà, girasole tuberoso, tartufo di canna, tartufolo, fior di sole, ciapinambù, topinabò, picciriddi.

Fiore di Helianthus tuberosus

La pianta è originaria del Canada o comunque delle pianure americane. Prende il nome da una tribù di nativi cannibali del Brasile (tupinambàs), chiamati dai francesi topinambaux, nome con il quale, pur con tante variazioni, è generalmente conosciuta la pianta. Il nome scientifico è Helianthus tuberosus, fiore del sole (dal greco helios, sole, e anthos, fiore).

La Casa di Pannocchie

casa-di-pannocchieIl Festival dell’Architettura sostenibile (che si tiene ogni anno in Alsazia) è stato vinto quest’anno dal team St Andrè-Lang Architectes con il progetto intitolato Autour du Ried, ispirato al metodo tipicamente alsaziano di essiccare il mais.
I partecipanti erano invitati a presentare un progetto di edilizia sostenibile di venti metri quadrati.
I vincitori, due giovani architetti francesi, hanno proposto una struttura realizzata con materiali di recupero (come legno e cartone non trattato) delimitata da un’originale parete composta da migliaia di pannocchie, tenute insieme da semplici reti da pollaio. La struttura si sviluppa in tondo (permettendo una visione a 360° dell’ambiente circostante), attorno a un lucernario che si apre su un piccolo patio dove sono state collocate alcune piante scelte tra le specie autoctone.

La Casa di Pannocchie: materiale da costruzione

L’organizzazione spaziale interna è stata fatta in base alla posizione del sole nel corso di una giornata.
Ogni particolare di questo progetto contribuisce a render il risultato finale particolarmente suggestivo e scenografico, ma pare essere stato studiato anche per ricordarci che lo sviluppo, per essere veramente sostenibile, deve basarsi sull’incontro tra natura e cultura locale.

La Casa di Pannocchie: il patio

La Casa di Pannocchie: particolare degli interni

.

Quando il paesaggio guida il progetto

Il progetto complessivo vuole rappresentare un’autentica novità progettuale nel panorama Veneto per qualità e integrazione ambientale.
Il residence è infatti interamente realizzato tra prati e percorsi pedonali che si inseriscono quasi direttamente all’interno delle abitazioni creando scorci e angoli visivi suggestivi e aperti.
La proprietà ha scelto un progetto innovativo ma, al tempo stesso, fortemente radicato nell’immaginario di chi ama natura e modernità, senza rinunciare alla vicinanza dei servizi e del centro storico (posto a soli cinque minuti di auto).
L’architetto Alberto Apostoli ha cercato soluzioni formali semplici ma al tempo stesso in grado di alleggerire il volume e forare le chiusure visive: “ho voluto che i residenti desiderassero girovagare tra muri e alberi come in un paesaggio aperto e ricco di sorprese visive; ho cercato di pensare un luogo in cui una comunità sia legata dall’amore per l’ambiente e il vivere all’esterno”, che occupa circa 1 ettaro.
Gli stessi materiali usati all’esterno delle abitazioni sono stati utilizzati anche per l’interno in un unicum stilistico che teoricamente unisce le funzioni private con l’ambiente.
L’utilizzo delle migliori tecnologie per il risparmio energetico e di materiali di alta qualità contribuiscono a creare un ambiente esclusivo anche se non necessariamente di lusso.
Il residence è interamente recintato all’esterno ma privo di statiche barriere interne e la manutenzione del verde viene regolata a livello collettivo attraverso un custode/manutentore a tempo pieno residente nel complesso.

L’illuminazione è un altro elemento fondamentale per l’integrazione tra esterno e interno e prevede l’utilizzo di corpi illuminanti simili per le due funzioni. Il progetto illuminotecnico esterno è basato sostanzialmente sull’idea che elementi architettonici e alberi siano da considerarsi simili per l’impatto estetico generale e, pertanto, gestiti con i medesimi criteri.

Tecnologie e impianti
Sono stati realizzati impianti fortemente innovativi, sia sotto l’aspetto tecnologico che energetico: un misto di geotermia aperta (tre pozzi che mantengono controllata la temperatura della riserva idrica antincendio, peraltro scarsamente in azione) e di anello d’acqua chiuso a servizio delle singole pompe di calore acqua/acqua interne alle abitazioni.
Tutte le unità abitative sono gestite internamente agli ambienti con sistemi di domotica semplice e molto affidabile e dotate di impianti a pavimento di riscaldamento e raffrescamento autonomi e di tipo radiante. Ogni abitazione è attrezzata con sistemi di ventilazione meccanica controllata in versione pompa di calore aria/aria che consentono alle abitazioni di godere di apprezzato ed elevato confort interno.

Ogni abitazione è stata certificata in Classe A ed è dotata di un impianto per la produzione di energia elettrica (almeno 1kW per ogni unità immobiliare) mediante pannelli fotovoltaici posti in copertura (circa 8 mq di sviluppo). Per la produzione di acqua calda sono stati istallati pannelli solari termici (4 mq di sviluppo) con un serbatoio da 200 litri.
Nelle parti comuni, l’impianto di illuminazione a basso consumo è dotato di accensione tramite sensore crepuscolare. Le corsie di manovra sono illuminate da apparecchi con sensore di presenza e con impianto fotovoltaico dedicato.

Giardini
Tutta l’area verde del Residence vuole essere uno spazio che dialoga con l’Adige attraverso la presenza di specie arboree autoctone che creano un corridoio faunistico, un percorso verde che permette alla flora e alla fauna di migrare, senza barriere, dall’Adige verso la campagna circostante, passando per il parco del residence.
Il progetto del verde prevede la realizzazione di alcuni giardini pensili. Ogni specie è stata selezionata solo tra quelle tipiche del territorio senza rinunciare all’apparente naturalezza di un verde casuale e simmetrico.
Fioriture, foglie colorate si alternano in successione. Caducifoglie e sempreverdi originano paesaggi spontanei. Ciliegi selvatici, Carpini ed Ontani si mixano a rose selvatiche e arbusti fioriti senza soluzioni di continuità con l’ambiente circostante.
Una particolare attenzione è stata dedicata ai colori autunnali, i gialli e gli arancio di Faggi, Aceri e Liriodendron sapranno dare suggestioni cromatiche di grande effetto. I Pyracantha, le rose rugose, i melograni e i prugnoli sapranno deliziare con i loro frutti selvatici e le loro bacche.

La cura dei giardini storici: teoria e prassi

La cura dei giardini storici rappresenta una delle sfide più complesse per la scienza del restauro, in cui problemi di rispetto della redazione originale e delle fasi storiche del progetto si combinano a questioni di fruibilità degli spazi e innovazione delle tecniche giardinistiche.
Alla cura dell’architetto Massimo De Vico Fallani si deve l’edizione italiana del manuale di Michael Rohde, massimo specialista tedesco in materia, che offre una risposta concreta agli interrogativi teorici e pratici posti dalla manutenzione di queste opere d’arte.
La prima parte contiene un excursus sulla storia delle tecniche costruttive antiche, mentre la seconda è dedicata all’analisi dettagliata di trenta casi reali. Le schede proposte nella seconda sezione riguardante la prassi descrivono i problemi incontrati dai conservatori dei maggiori parchi storici tedeschi e le soluzioni, spesso innovative, di volta in volta adottate, seguendo una struttura che consente un agile reperimento delle informazioni. Le prassi descritte fanno riferimento a quattro elementi compositivi (piante legnose, fiori, viali, opere idrauliche).
Scritto in collaborazione con storici e architetti attivi sul campo e corredato da numerosi schemi grafici e illustrazioni a colori, il volume di Michael Rohde propone a studiosi e operatori del settore un patrimonio di conoscenze efficacemente applicabili anche al contesto italiano, che potrà dare slancio a una disciplina ancora trascurata nel nostro Paese.

Casi di studio:
Barockgarten di Großsedlitz – Bürgerpark di Brema – Burggarten e Schlossgarten di Schwerin – Großer Garten di Dresda – Großer Garten e Maschpark di Hannover – Großer Tiergarten di Berlino – Hofgarten di Würzburg – Neuer Garten, Parco di Babelsberg e Parco Sanssouci di Potsdam – Parco di Branitz – Parco di Klein-Glienicke – Parco di Muskau – Parco di Remplin – Parco Schönbusch ad Aschaffenburg – Parco sull’Ilm e Schlosspark Belvedere di Weimar – Schlossgarten di Celle – Schlossgarten di Weikersheim – Schlosspark di Ludwigslust – Schlosspark di Nymphenburg e Englischer Garten di Monaco – Schlosspark di Pillnitz – Schlosspark di Schwetzingen – Veitshöchheim

Il libro appartiene alla collana Giardini e Paesaggio della Casa editrice Leo S. Olschki, che vuole offrire  testimonianze concrete su temi di grande interesse e ai quali si presta sempre più attenzione, quali quelli del giardino e del paesaggio, con contributi rigorosamente interdisciplinari e di dimensione internazionale. I temi sono sempre affrontati con spirito aperto e sperimentale per promuovere un dibattito di idee, di metodi di indagine e di approcci.

Michael Rohde
La cura dei giardini storici
Teoria e Prassi
Edizione italiana a cura di Massimo De Vico Fallani
Casa Editrice Olschki

Giardini e Paesaggio, vol. 31
XVIII-592 pagine, 625 figure di cui 418 a colori
Euro 58,00

In promozione fino al 7 gennaio 2013 al prezzo speciale di Euro 49,00 per ordini diretti alla casa editrice, citando il codice
Rohde2012

Per ordini o informazioni:
Casa Editrice Olschki
Viuzzo del Pozzetto 8 * 50126 Firenze (Italy)
Tel. (+ 39) 055.65.30.684 * Fax (+ 39) 055.65.30.214
Liliana Grassi l.grassi@olschki.it
Barbara Pinzani orders@olschki.it

La necessità della Rosa – Rosa longicuspis / Rosa mulliganii

Si racconta che, per tradizione familiare, i discendenti della straordinaria unione tra Harold Nicolson e Vita Sackville-West attendessero la seconda settimana di luglio per celebrare le nozze, affinché la cerimonia si svolgesse sotto la cupola della grande rosa rampicante, proprio in quei giorni in fiore, posta al centro del White Garden di Sissinghurst, così da godere appieno della benedizione di tanta bellezza.
Volendo replicare l’esperienza nel nostro giardino, quale varietà dovremmo cercare?
Si legge in Rete che l’attuale struttura metallica che sostiene la grande rosa rampicante risale al 1969: prima la scena era diversa. Scrive Vita: “Lungo il sentiero centrale [del White Garden] corre un viale di rose bianche rampicanti che si sparpagliano su vecchi alberi di mandorlo.” Come ben si vede in una fotografia dell’edizione italiana del Garden Book, la cui didascalia così recita: “Il giardino bianco.Tutti i fiori di questo giardino sono bianchi o grigi. I mandorli al centro avevano una doppia fioritura poiché quando il loro fiore appassiva, veniva sostituito lo stesso anno dai festoni bianchi, simili a pizzi, della Rosa filipes e della “Garland Rose”, che venivano fatti crescere sui rami. Il vaso smaltato di terracotta è cinese, ed è stato acquistato da Harold Nicolson al Cairo, nel 1937.”*

Immagine attuale del White Garden a Sissinghurst (© National Trust Images)

Oggi mandorli sono scomparsi, le piante di Rosa filipes e di “Garland Rose” sono state sostituite con un’altra specie. Quale? Una metà degli appassionati a cui chiederete vi risponderà Rosa mulliganii, l’altra Rosa longicuspis. Una confusione che arriva da lontano; andiamo per gradi.

Graham Stuart Thomas (1909-2003), grande conoscitore di rose, afferma di aver a lungo distribuito Rosa mulliganii con il nome di Rosa longicuspis.** Trattandosi di una specie rara in coltivazione, è lecito supporre che molte rose oggi in commercio in Europa siano segnate da quell’errore – compresa la rosa di Sissinghurst. Ma come fu che un esperto come Graham Stuart Thomas vi incorse?

Altro passo indietro; Brian Mulligan (1907-1996, botanico irlandese), allora Assistente del Direttore di Wisley, giardino di acclimatazione della Royal Horticultural Society, nota, tra quelle nate dai semi inviati dallo Yunnan da George Forrest (1873–1932, botanico scozzese, formidabile cacciatore di piante), una piantina di rosa dalle caratteristiche non corrispondenti ad alcuna delle specie a lui note; invia quindi campioni dell’esemplare a George Albert Boulenger (1858-1937), naturalista belga, che, dopo molti anni di lavoro al British Museum, si occupa anche di rose. Questi attribuisce la pianta a una nuova specie che classifica come Rosa mulliganii.

Prima ancora, nel 1861, il botanico bolognese Antonio Bertoloni (1775-1869) pubblica sulle Memorie della Reale Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna la descrizione di una nuova specie di rosa, proveniente dalla Cina, che nomina Rosa longicuspis. Bertoloni non compie viaggi, ma classifica molti campioni ricevuti da botanici stranieri; probabilmente si tratta di soli exiccata.

All’origine di tutto, dunque, vi sono due classificazioni che si basano ognuna sulla descrizione di un solo esemplare (o su pochi provenienti ogni volta da un solo sito).
In attesa di trovare nuovi argomenti scientifici, azzardo l’ipotesi che la popolazione di questa rosa dello Yunnan, essendo distribuita su un areale vasto, possieda una elevata variabilità e che il caso abbia voluto che gli individui giunti in Europa provenissero da località sufficientemente lontane da mostrare, nei caratteri presi in considerazione, differenze tali da ingannare i nostri botanici (d’altra parte essi erano ancora estranei ai concetti di popolazione, variabilità eccetera). Per fare un paragone con il genere Homo, sarebbe come classificare come specie distinte uno scandinavo e un ganese.

In effetti la recente Flora of China***, tra le 95 specie presenti sul territorio (65 le endemiche, molte quelle note anche ai giardinanti), riconosce Rosa longicuspis – probabilmente per precedenza nella data di pubblicazione del nome – ma non Rosa mulliganii.

Ciò non significa che da un punto di vista giardinistico le differenze non siano apprezzabili; la scienza indaga caratteri che alla floricoltura non interessano – e viceversa; che un esemplare abbia le foglie porpora anziché verdi è trascurabile per il botanico ma notevole per il giardiniere (motivo per cui in questo articolo non riporto il nome dell’autore dopo il nome della specie, come invece sarei tenuto a fare da botanico – mentre sarebbe utile indicare il coltivatore da cui la pianta proviene, per poter così risalire, attraverso la catena dei distributori, alla vera identità in caso di dubbi). Si potrebbe dire allora che se per i botanici Rosa mulliganii non esiste, esiste invece nel mondo dei giardinieri.

Insomma, l’appassionato di rose che afferma che Rosa longicuspis si distingue da Rosa mulliganii per il colore rossastro dei rami giovani (carattere botanicamente secondario) avrebbe dalla sua parte molte ragioni.
Nei primi due anni l’esemplare che coltivo in giardino è cresciuto di solo un paio di metri, con pochi fiori; poi si è irrobustito e al quinto anno i rami continuano a crescere per tutta la buona stagione arrivando ovunque; vorrei allevarlo come ricadente, ma gli piace esplorare e si è infilato in mezzo a tutti i cespugli vicini.
Le foglie non sono meno belle dei fiori: lucide, consistenti, verde bosco – e molto sane. Nel momento di gloria si vedono insieme i fiori bianchi, le foglie scure e i giovani getti rosso mogano in concordia discors.
Il profumo dei fiori – anzi, degli stami – è dolce e si espande bene nell’aria; è l’ultima delle mie rose a fiorire (prima metà giugno) ed è divenuta l’indicatore del passaggio dalla primavera all’estate. I frutti, scarsi rispetto alla fioritura abbondante, per ora sono l’unica parte non soddisfacente – ma forse dovrò attendere che la pianta maturi perché ne produca in abbondanza.

*Vita Sackville-West, Del Giardino, Milano, 1975.
Dalla Prefazione di Ippolito Pizzetti: “[…] il Garden Book […] è un’antologia, postuma, di altre quattro antologie […], compilata da Philippa Nicolson. Queste quattro antologie sono costituite da una scelta degli articoli che V. Sackville West scrisse negli anni in cui tenne la sua rubrica settimanale sull’Observer, tra il 1947 e il 1961, cioè quindici anni, fino a poco prima di morire.”

**Graham Stuart Thomas è il primo a paragonare il profumo di R. mulliganii all’aroma della banana.

***Wu Zheng-yi, P. H. Raven et al., Flora of China, 1994.

In tutte le immagini, un esemplare di Rosa longicuspis acquistato in Italia e piantato da tre anni.
Fotografie dell’autore dove non diversamente specificato.

Atletica e Agricoltura per il Territorio

Grande successo al workshop organizzato, venerdì 9 novembre, a MiA  (Salone della Multifunzionalità in Agricoltura all’interno di Eima International 2012) presso il BolognaFiere, da Fidal e Promoverde nell’ambito del percorso AAA+Atletica, il contenitore green in cui sta prendendo sempre più importanza il ruolo dell’atletica italiana che Fidal rappresenta.
Il presidente di Promoverde, Gianluca Cristoni aprendo i lavori, ha espresso grande soddisfazione per l’avvicinamento dell’atletica al mondo dell’agricoltura che, ha ricordato, ha bisogno di canali nuovi per tornare a far parlare di sé. “Nessuno avrebbe mai pensato – ha detto – che la tecnologia usata per la rilevazione dei tempi in atletica potesse oggi essere utilizzata in questa fiera per trasferire i dati delle macchine agricole presenti al MIA. Questo deve farci riflettere e continuare in questo percorso che da qualche tempo abbiamo intrapreso insieme a FIDAL”.
L’atletica può dare molto soprattutto se riesce ad allargare la sua utenza rivolgendosi ad un pubblico attento al proprio benessere psico-fisico. Questa è la volontà espressa dalla Federazione che ha scelto di aprirsi ad un mondo nuovo che ha molto in comune con l’agricoltura per i valori e le emozioni che da sempre trasmette”. Così Stefano Andreatta, consigliere Fidal, ha voluto salutare gli ospiti del workshop introducendo con soddisfazione le iniziative federali IoCorro e Fattorie Sportive che hanno l’obiettivo di portare l’atletica fuori dai campi di atletica, nelle aree verdi cittadine, in campagna e nei parchi naturali.
La medaglia d’oro dell’Olimpiade di Los Angeles 1984, Gabriella Dorio, ha riscaldato i cuori di tutti palando di passione ed emozioni ma

Gabriella Dorio

 soprattutto professionalità ed esperienza che con orgoglio ha messo a servizio di tutti gli appassionati attraverso la sua partecipazione al progetto IoCorro, di cui insieme a Stefano Baldini è testimonial. “È nostra intenzione, mia e di Stefano, stare vicino a ciascuno voglia iniziare a correre e seguire ciascun runner nella sua corsa quotidiana dando specifici consigli sull’allenamento e alimentazione, anche perché – ha detto – fare attività fisica all’aperto vuole dire riscoprire i territori, i nostri bellissimi territori italiani”.

Il nostro mondo – come ha detto Giuliano Grandi, direttore di Fidal Servizi – è il mondo della natura e lì dobbiamo tornare. D’altra parte la corsa campestre è ancora oggi una disciplina che non può prescindere dal rapporto col territorio, dall’ambiente naturale in cui si applica il movimento.”
“Sono contento oggi più che mai di far parte del progetto IoCorro – ha dichiarato Michele Biagi, Sindaco del comune di San Vincenzo (LI), perché si tratta di un progetto “sostenibile davvero” e “serio davvero” perché certificato dalla Federazione che è una realtà importante e di spessore come i parchi che IoCorro vuole mappare e omologare, a partire dal Parco di Rimigliano nella zona della Val di Cornia, nel nostro comune”.
“Abbiamo deciso di sostenere IoCorro soprattutto perché in un momento storico così difficile progetti del genere hanno la capacità di rimettere quota al senso civico del nostro paese. Riportare le persone a vivere il verde praticando attività sportiva e una corretta alimentazione e allo stesso tempi andare in giro per l’Italia a salvaguardare i territori certificandoli a uso dei privati cittadini vuol dire rispondere a esigenze, istituzionali, sociali ed economiche, perché anche le strutture ricettive che ospiteranno il progetto come la nostra struttura sulla Riva degli Etruschi, a San Vincenzo, possono dare al nostro paese quella spinta economica di cui tanto ha bisogno”.
La firma del protocollo d’intesa con Fidal– ha dichiarato Pino Cornacchia, in rappresentanza di CIA, partner Fidal dallo scorso anno – è stata una delle cose migliore che la nostra confederazione ha fatto da quando esiste. Perché risponde ad un’esigenza nuova in agricoltura: la riscoperta del valore del paesaggio dal punto di vista umano perché offre la possibilità a chiunque di viverlo. E in tal senso mi sembra che sia IoCorro che Fattorie Sportive  abbiamo la capacità e la forza di rendere vivo il territorio che abbiamo il dovere civico di salvaguardare e conservare.” Antonio Lattanzi, responsabile di CIA per le Fattorie Didattiche è intervenuto in veste di agricoltore per portare la testimonianza di chi ogni giorno è a contatto con la propria terra e che ha visto nel format delle Fattorie Sportive una risposta interessante e originale così tanto che recentemente ha voluto fare da pioniere applicando la formula al proprio agriturismo, a Spoleto. “Con le Fattorie Sportive saremo in grado di rispondere a tutti quei giovani che desiderano trovare in un solo luogo sana alimentazione, spazi aperti, sport e quel silenzio che solo la vita in campagna sa regalare e che la vita cittadina ci ha tolto come risulta troppo spesso dai test che facciamo fare ai ragazzi nei vari percorsi delle fattorie didattiche”.
Nell’occasione del workshop, infine, due giovani architetti del Politecnico di Milano, Andrea Cupani e Christian Gervasoni, hanno presentato il progetto di tesi sulla riqualificazione della cascina di Sarnazzano a sud-est di Milano, nel quale hanno voluto includere il Concept Fidal delle Fattorie Sportive immaginando un’unità mobile in legno prefabbricato a disposizione dell’utente, in grado di accogliere spogliatoio, bagni, docce, presidio medico, punto informativo sui prodotti del territorio ed ovviamente all’esterno il percorso naturale misurato dalla federazione o il percorso intelligente ad alta tecnologia in grado di rilevare i vari tempi del runner.
Una proposta accattivante e originale a basso impatto economico ed ecologico che ha saputo nell’ambito di Eima MIA, la mostra internazionale sulla multifunzionalità in agricoltura, catturare la curiosità di molti visitatori e imprenditori agricoli che oggi sanno di avere un’opportunità in più per rendere più multifunzionale la propria terra e la propria impresa.

Agri Business Club: un portale integrato per la creazione di una rete di imprese multifunzionali

La multifunzionalità in agricoltura è uno dei temi forti della 40ma edizione di EIMA International e a questo argomento è dedicato M.I.A., il salone per le attività legate alla gestione del territorio, alle manutenzioni, alla gestione del verde urbano e periurbano: uno spazio altamente scenografico per far incontrare agricoltori, operatori e progettisti del verde e le pubbliche amministrazioni.
EIMA M.I.A. presenta tecnologie per la multifunzionalità e servizi, occasioni d’incontro e di analisi con tecnici e operatori, confermandosi la vetrina di un comparto in espansione, che si prevede possa negli anni prossimi arrivare a rappresentare una quota cospicua dell’economia agricola del nostro Paese. Un settore che può contare su un preciso inquadramento legislativo in forza della nuova formulazione dell’art. 2135 del codice civile che riconosce al settore primario la capacità di generare redditi aggiuntivi e di creare nuove opportunità.
Nell’ambito del salone è stata annunciata la creazione di Agri Business Club (ABC), un network d’imprese che costituisce una vera e propria filiera produttiva integrata senza il vincolo della territorialità, che consente alle imprese agricole (che vogliono entrare nel mercato dei servizi verdi pubblici e privati) di ampliarsi, abbattendo i propri limiti di filiera e rendendosi visibili, mettendo in rete le proprie maestranze e le proprie macchine/conoscenze.

Le imprese, oggi, devono essere orientate verso forme di integrazione multisettoriale, per aumentare la competitività e aggredire segmenti di mercato non debitamente serviti.

Attraverso il portale http://www.mia-agricoltura.it/abc.php, infatti, da un lato le Aziende Agricole possono registrarsi (a titolo completamente gratuito) per promuovere la loro attività e dall’altro le Amministrazioni Pubbliche (sempre a titolo gratuito) possono trovare l’Azienda Agricola Multifunzionale a loro più vicina. Già oltre 70 Enti territoriali (tra Regioni e Province) hanno dato la loro adesione a questo progetto.

Nel salone MIA sono presenti postazioni dedicate per gli operatori che da subito vogliono aderire al progetto direttamente in Fiera.

La creazione della rete è affinacata anche da un’opportunità diu formazione del tutto innovativa nel campo dell’agricoltura: le aziende che aderiscono al progetto di ABC hanno la possibilità di accedere a corsi formativi appositamente studiati, frequentabili in azienda o in sedi dedicate oppure tramite una piattaforma di e – learning senza il vincolo di presenza in aula (quando la tipologia della lezione non lo richiede), senza rinunciare all’assistenza tecnica e al supporto del docente.

Grazie a questa piattaforma esclusiva, gli utenti possono accedere a veri e propri corsi virtuali completi di audio e slides animate che riproducono la medesima atmosfera della lezione frontale.

La piattaforma è resa disponibile dall’accordo tra PromoVerde (Associazione nazioanle per la valorizzazione del paesaggio e dell’ambiente naturale, che riunisce la filiera del Verde in Italia), partner e patrocinatore di ABC, e Iscom ER, la società del gruppo Conceommercio Emilia Romagna specializzata in formazione per i settori del Turismo, del Commercio e dei Servizi, che mette a sistema le proprie competenze nel settore della formazione per la realizzazione di un progetto finalizzato  alla formazione a 360 gradi dei dipendenti delle aziende agrciole che aderiscono al progetto ABC.
La presenza di un partner come PromoVerde garantisce la professionalità nella progettazione del corso e la qualità dei professionisti selezionati per le lezioni..

Iscom ER supporterà PromoVerde e ABC nella progettazione di piani formativi specifici per le aziende, che possono usufruire delle nuove proposte di formazione finanziata (quindi, anche in questo caso, senza spese per l’azienda che decide di aderire al progetto) previste nella nuova programmazione 2013 – 2015 di Fondo For.Te, il più importante tra i fondi interprofessionali per la formazione continua, per numero di aziende che lo hanno scelto, rappresentativo dei diversi settori economici e del tessuto imprenditoriale italiano.

Il corso che è stato presentato e promosso a EIMA MIA, il primo di una lunga serie, è il corso sulle Corrette tecniche di manutenzione e gestione del territorio – a voucher – per il quale le aziende possono chiedere il voucher a totale copertura del costo per i propri dipendenti. La prima edizione del corso sarà erogata dalla Scuola Agraria del Parco di Monza.

Il corso Corrette tecniche di manutenzione e gestione del territorio è la naturale conseguenza del messaggio forte di questa edizione di Eima, ribadito dal convegno Territori rurali a rischio: proposte per un governo integrato degli ambiti fragili, nel quale, tra gli altri temi, i relatori (Paolo de Castro, Giuseppe Blasi, Massimo Gargano, Giovanni Tamburini, Maria Luisa Bargossi, Enrico Borghi, Gianluca Cristoni e Alessandra Furlani) hanno ripreso la proposta avanzata dal Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, secondo cui è necessario sostenere la crescita economica e nazionale sùattraverso un piano straoridnario contro il didùssesto idrogeologico. Durante il convengo è stato sottolineato come l’agricoltura debba tornare a prendersi cura del territorio  (come sottolineato anche da un articolo dello stesso Cristoni, consultabile sul nostro sito ) e che a questo proposito serva una formazione specifica.

Per maggiori informazioni:
http://www.mia-agricoltura.it
info@mia-agricoltura.it 

Il profumo della seduzione

Rosa Gertrude JekyllSarà capitato anche a voi di annusare un odore e sentirvi improvvisamente risucchiati in un lontano ricordo. Un viaggio, un panorama o un volto che appartengono al passato possono essere miracolosamente resuscitati da un evanescente effluvio, spesso inconsciamente assorbito. Così come può capitare che un profumo di passaggio possa indurre i vostri sensi in un’inattesa fibrillazione erotica.

Noi animali umani siamo praticamente schiavi di quello che è il senso più arcaico e al contempo il più sottovalutato. L’olfatto è determinante non solo per un naturale meccanismo di sopravvivenza ma perché dal nostro naso dipendono infinite diramazioni emotive e affettive inconsapevoli che guidano le nostre azioni consapevoli.
Biologicamente questa dipendenza all’olfatto è ovvia. Possiamo chiudere gli occhi e la bocca, tapparci le orecchie, non toccare alcun oggetto e continuare a vivere temporaneamente senza handicap vitali compromettenti. Ma se smettiamo di respirare per più di qualche istante, prima o poi moriamo.

Mediamente un essere umano respira più di 23 mila volte al giorno lasciando transitare circa 13 metri cubi d’aria, compresi profumi, aromi e olezzi. Una volta incanalate nel naso, le molecole odorose affrontano un percorso turbolento, fortemente vascolarizzato, e approdano direttamente al cervello dopo aver impregnato l’epitelio olfattivo di migliaia di timbriche odorose diverse.
L’epitelio è una spugna straordinaria composta di un’infinità di recettori specifici per ogni odore e il suo compito è di convertire i segnali chimici in messaggi elettrici che poi i neuroni saranno in grado di interpretare.
L’intricato universo sinaptico s’infittisce ancor di più quando le molecole odorose si mescolano a quelle saporose: a occhi chiusi e con il naso tappato non sapremmo dire con certezza se stiamo addentando una mela o una patata, o se stiamo leccando del burro o un gianduiotto. Il confine tra olfatto e gusto è dunque davvero effimero e il piacere o il disgusto nascono dal matrimonio dei due sensi.

È a questo punto che entra in gioco l’intricata sfera affettiva legata al senso dell’olfatto, il quale come un subdolo ipnotizzatore guida attrazioni e repulsioni anche nelle relazioni umane. Nonostante la sua preponderanza nella nostra vita quotidiana, è un senso muto, perché non sa esprimersi a parole. L’ignoranza olfattiva di noi esseri umani moderni è, infatti, desolante e pur riuscendo a percepire migliaia di odori siamo spesso tristemente incapaci di descriverli adeguatamente. Probabilmente, questo succede perché le regioni cerebrali che registrano le molecole olfattive sono debolmente connesse alle aree del linguaggio, mentre sono affini a quelle responsabili delle emozioni e dei ricordi. Così, il lessico olfattivo è spesso costretto ad attingere al pozzo delle immagini per esprimersi. Da qui, il fertile humus creativo di alcuni grandi scrittori, come Proust, i quali associano mirabilmente impalpabili fragranze a concrete situazioni emotive.

Questo lascia intuire come l’olfatto abbia a che fare anche con i sentimenti e con i meccanismi di attrazione fisica tra gli individui. In effetti, annusare l’evanescenza di qualcuno rappresenta la percezione più intima che possiamo avere di lui o di lei, perché in un solo istante ne incorporiamo la più segreta essenza. Una persona priva di profumo artificiale è essenzialmente nuda ed è per questo pudore che amiamo vestire il nostro corpo di effluvi seducenti al fine di risultare più desiderabili a noi stessi e agli altri, mascherando eventuali odori corporali sgradevoli. Il profumo artificiale diventa così un’impronta del temperamento, dell’umore, un marchio personale e, come diceva Hegel, “l’uomo (e la donna!) è un profumo delicato che impregna l’intero comportamento.” Jean Baptiste Grenouille, il protagonista del romanzo di Süskind Profumo è l’emblema dell’esasperazione di quest’identificazione tra odore e personalità. Il folle individuo, infatti, s’appropria dello spirito delle fanciulle desiderate assassinandole per ricavarne l’essenza del loro essere e farne profumo.

I profumieri conoscono bene la potenza del significato simbolico degli aromi: mistero, magia, purezza, destino, sensualità, seduzione, erotismo sono tutti aggettivi che rivestono i profumi di un linguaggio enfatico irresistibile e indossandoli c’illudiamo d’incorporare tali virtù.
È sempre stato così, sin dall’antichità, da quando cioè l’alchimia giocava a escogitare intrugli aromatici per esercitare effetti amorosi o venefici invincibili sulle persone. Ma anche oggi i profumieri sanno trasformarsi in astuti fattucchieri, elaborando essenze che possono rivelarsi dei veri e propri strumenti di seduzione. Come? Sfruttando i naturali afrodisiaci corporali, ovvero i feromoni, scoperti negli anni ’50 ma già intuiti da Freud il quale, senza saperlo, aveva colto un collegamento tra senso dell’olfatto e attrazione sessuale. Paradossalmente, però, egli era convito che inibendo chirurgicamente il primo si sarebbe potuto dominare la seconda per facilitare quel processo di civilizzazione da lui tanto auspicato.

Oggi i feromoni non sono più un mistero né una minaccia, anzi sono spesso sfruttati commercialmente proprio dai profumieri. Nel 1983 una società americana, la Jovan, aveva lanciato negli Stati Uniti i primi profumi che contenevano dei feromoni sintetizzati. Si trattava delle Acque di Colonia Andron, una femminile l’altra maschile, propinate al pubblico come essenze in grado di veicolare silenti messaggi erotici e di solleticare gli appetiti sessuali. Evidentemente l’effetto era garantito, o forse si trattava di pura suggestione, visto che all’Andron sono seguiti molti altri prodotti analoghi. Nel 1992 è nata la società Erox e i suoi profumi, Realm homme e Realm femme sono commercializzati anche in rete con un cospicuo guadagno da parte della società.
Ora, questi profumi ai feromoni confermano la potenza dell’immaginario olfattivo e il suo straordinario permanere nel tempo, perché queste formule di seduzione ricordano appunto gli antichi filtri d’amore degli alchimisti. Una sola considerazione del tutto personale: si sa per certo che nelle ricette antiche tutti gli ingredienti erano rigorosamente naturali, compresi l’urina, il sudore e altre secrezioni corporali umane e animali, da cui emanano i feromoni. Sarà quindi il caso oggi di indossare i profumi feromonici che, come dicono gli slogan in rete, promettono di “conquistare l’altro sesso senza fare alcuno sforzo”? Forse sarebbe meglio “rassegnarsi” a sedurre col proprio discreto fascino e presentarsi nudi di profumi feromonici agli appuntamenti galanti, perché anche nel caso di successo sarebbe un po’ come barare. Al contrario, molte delle essenze raffinate non truccate esercitano un indiscusso fascino, spesso sufficiente a incoraggiare la seduzione.

Chi desiderasse avventurarsi in un vero e proprio viaggio all’interno della cultura olfattiva del passato e del presente, può farlo andando a

profumi rari conservati nell'osmoteca di Versailles

Profumi rari conservati nell’osmoteca di Versailles

Parigi. Esattamente nella Reggia di Versailles, nel 1990, è stata inaugurata un’osmoteca, cioè un museo dei profumi. Qui, sono archiviati tutti i più famosi profumi della storia, alcuni nella loro formula originaria fortunatamente conservata e tramandata, altri riprodotti sulla base di minuziosi studi storici. In ogni boccetta di vetro sta racchiusa un’essenza che si fa ricordo, come se ognuna di esse fosse un impalpabile fotogramma del passato da evocare ad occhi chiusi.Tra le più preziose c’è l’acqua di colonia Hungarian Queen del 1815, usata da Napoleone durante il suo esilio a Sant’Elena, e molte delle ricette tratte dai libri di Plinio, con le quali si possono ricreare i profumi usati nell’antica Roma. Fra queste ampolle sono conservate, a una temperatura costante di 13 gradi, oltre 1.800 fragranze, di cui circa 400 estinte, considerate autentiche leggende del mondo dei profumi.

Il fondatore di quest’attraente museo dei profumi e dei ricordi è Jean Kérleo, chiamato amichevolmente il naso, senza ovviamente alludere al bel racconto satirico di Gogol. Kérleo è anche l’inventore di molti profumi famosi di grande successo e in un’intervista spiega come “realizzare un profumo sia una vera e propria arte. Vuol dire creare un mix di fragranze naturali e sintetiche, utilizzando diversi tipi di odori. Per prima cosa devi impararli a memoria, in modo che con un po’ di fantasia ed estro artistico è possibile creare un vero profumo.”

Al cospetto di questa corte di preziosi effluvi in grado di sedurre i sensi con la sola malizia dell’eleganza, mi piace ricordare una pratica raccomandazione che Napoleone Bonaparte fece alla sua Giuseppina alla vigilia di un appuntamento amoroso. La missiva dell’ardente condottiero – che evidentemente preferiva i ruspanti feromoni di Josephine al suo delicato Hungarian Queen – diceva esattamente così:
“Arriverò a Parigi domani sera. Mi raccomando: non lavatevi!”