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Camellia reticulata: ibridi e cultivar

C. r. 'Forty Niner'

C. r. ‘Forty Niner’

Tra le 267 specie di camelia sino a oggi scoperte e classificate spontanee – in un vastissimo areale asiatico compreso fra l’India e il Giappone e poi ancora fino alle Filippine e all’Indonesia – solo una manciata può vantare il privilegio di aver dato vita a centinaia o migliaia di forme coltivate. In pratica, pur con l’aiuto di alcune specie ‘minori’ come Camellia saluenensis o C. cuspidata, tutto l’interesse colturale ruota attorno a tre regine di questo importantissimo genere: C. japonica, C. sasanqua e C. reticulata.

Tra queste, l’ultima è la meno nota e non è escluso che tale nostra distrazione sia in parte dovuta all’atto di nascita di tale pianta, meno accattivante di quello della più ‘nobile’ C. sinensis, o pianta del tè, le cui origini affondano nella notte dei tempi, se è vero che essa veniva già coltivata nel 28° secolo avanti Cristo sotto l’imperatore cinese Shen Lung.
Va subito detto che su C. reticulata, pur trattandosi di una specie relativamente ‘moderna’ dal punto di vista della conoscenza scientifica, non si hanno notizie del tutto sicure, almeno per quanto attiene alla cronologia. Diversi libri, anche specialistici, citano il 1820 come anno della sua introduzione in Europa, ma spesso si dimenticano di aggiungere che a quel tempo si trattava solo di forme coltivate in Oriente, non già della specie-tipo.

Le cose devono essere andate più o meno nei seguenti termini, pur con qualche beneficio d’inventario. Nei giardini cinesi – sappiamo che la civiltà di questo popolo precedette di molti secoli le culture mediterranee e occidentali, non solo nell’arte dei giardini – si coltivavano da lunghissimo tempo, senz’altro da centinaia d’anni, forme diverse di C. reticulata, soprattutto a fiore semidoppio o doppio. Il primo europeo a rendersi conto della bellezza di queste piante fu il capitano Rawes, comandante della nave Warren Hastings appartenente alla celeberrima Compagnia delle Indie Orientali: fu lui, nel 1820, a portare in Gran Bretagna da Canton un esemplare di C. reticulata.

Si trattava però di una forma coltivata, a corolla semidoppia con grandi petali di colore rosa brillante, che il marinaio volle donare a un certo Thomas Carey Palmer, il quale riuscì a farla fiorire (1826) nel suo giardino del Kent, una delle contee climaticamente più felici di tutta l’Inghilterra.
Nel frattempo, per mano di tale John Damper Parks, era arrivato un altro esemplare, che fiorì nel 1827 e che venne descritto e raffigurato nel Botanical Register dall’autorevolissimo professore John Lindley, il quale ufficializzò in tal modo la nascita della specie C. reticulata. Successivamente però apparve chiaro che le due camelie erano diverse fra loro e che la prima – giustamente denominata ‘Captain Rawes’ – doveva essere sterile, mentre la seconda era fertile, anche se quella osservata e studiata dal Lindley non era ancora propriamente la specie spontanea.

C. r. 'Captain Rawes'

C. r. ‘Captain Rawes’

Quest’ultima – spesso chiamata nei testi con il nome di C. r. ‘Wild Form’- dovette attendere l’arrivo di un grande cacciatore di piante del nostro secolo, l’inglese George Forrest, che la rinvenne nella provincia dello Yunnan, durante la sua seconda e ultima spedizione in Cina. Il Forrest infatti morì proprio in quell’anno (1932) e i suoi collaboratori, catalogando le piante da poco raccolte dal loro maestro, trovarono arbusti di C. reticulata che si affrettarono a inviare agli “sponsor” inglesi del Forrest, tra cui l’appassionato J.C. Williams: questi li mise a dimora nel suo castello di Caerhays in Cornovaglia, dove essi hanno raggiunto l’altezza di 9 metri.

C. r.

C. r. ‘Wild Form’

Allo stato spontaneo, C. reticulata arriva all’altezza di ben 15 metri e si presenta con fiori singoli a corolla semplice, formata da 5-7 petali di colore rosa intenso: il diametro non supera gli 11 cm, mentre nelle forme coltivate come ‘Captain Rawes’ si toccano i 17 e più centimetri.

Le cose non sono però così semplici, perché una certa difficoltà deriva dal fatto che questa specie assume aspetti diversi anche in natura, soprattutto al di fuori del suo stretto areale originario, lo Yunnan (dove spesso vive in boschi misti e soprattutto insieme a conifere), così che un botanico dei nostri giorni, Joseph R. Sealy, ha precisato dettagliatamente i caratteri della pianta yunnanense, chiamandola C. r. forma simplex. Di frequente la variabilità delle piante spontanee si manifesta più a livello delle lamine che non dei fiori, con foglie che possono essere di colore verde scuro o verde brillante, ma in quest’ultimo caso sono assai più strette, pur mantenendo la comune forma ellittica.

Sembra invece lecito dubitare circa l’origine spontanea di talune varietà descritte da botanici giapponesi, come il Makino e il Kitamura, che hanno individuato una C. r. var. ‘Rosea’, una ‘Alborosea’, una ‘Campanulata’ e una ‘Wabiske’: in realtà tutte queste forme costuirebbero un gruppo di ibridi coltivati, chiamato appunto ‘Wabiske Camellia’, di origini oscure e incerte, caratterizzate da piccoli fiori a forma di ditale che raramente trovano posto nei vivai occidentali.

Malgrado tutto, la patria delle cultivar originali di C. reticulata resta ancora la Cina, dove tuttora vengono coltivate ben 105 forme diverse, di cui 44 hanno preso la via dell’America e dell’Oceania, ma non sempre dell’Europa perché pare che non tutte si adattino bene ai nostri giardini.
Tra le poche camelie yunnanensi che troviamo da noi, citiamo ‘Crimson Robe’ (più esattamente dovremmo dire, in cinese, ‘Dataohong’), ‘Shot Silk’ ( ‘Dayinhong’ ) e ‘Zipao’.

C. r.  'Crimson Robe'

C. r. ‘Crimson Robe’

C. r. 'Shot Silk'

C. r. ‘Shot Silk’

Anche la storia di ibridi e cultivar conosce tappe ed episodi di grande interesse, ovviamente nell’ottica della continua ricerca di esemplari sempre più belli ma anche di facile coltivazione, dal momento che la specie – tipo è una delle più delicate di tutto il genere. Appunto allo scopo di conferire a C. reticulata un certo grado di rusticità, George Forrest inviò al suo sponsor J.C. Williams alcuni semi di C. saluenensis – pure dello Yunnan – che in sé non è neppure molto rustica, ma sembra in grado di aumentare il grado di rusticità negli ibridi di cui è parente da seme.
La dimostrazione di questa scoperta viene da due ibridi ormai ben affermati, ma anche di grande bellezza. Il primo è ‘lnspiration‘, una produzione del 1954 degli Exbury Gardens (Inghilterra), ottenuta incrociando C. saluenensis con C. r. ‘Wild Form’: il risultato è una corolla di 8,5 cm di diametro, con una ventina di petali di color rosa carico.

Camellia reticulata 'Inspiration'

Camellia reticulata ‘Inspiration’

Il secondo si chiama ‘Dr. Louis Polizzi‘ e fiorì per la prima volta in un vivaio della Louisiana nel 1959, dopo che 12 anni prima era stata incrociata C. saluenensis con la storica C. r. ‘Captain Rawes’: l’effetto è stupefacente, poiché i fiori bianco-rosei, larghi circa 10 cm, si presentano in una splendida forma semidoppia o a peonia.

C. r. 'Dr Louis Polizzi'

C. r. ‘Dr. Louis Polizzi’

La stessa coppia di genitori ha saputo generare, in Nuova Zelanda, ‘Barbara Clark‘, con una quindicina di petali rosa.

C. r. 'Barbara Clark'

C. r. ‘Barbara Clark’

Ritroviamo poi C. saluenensis, incrociata con C. reticulata ‘Buddha’, in ‘Valley Knudsen‘, una camelia superpremiata in numerosi concorsi.

C. r. 'Valley Knudsen'

C. r. ‘Valley Knudsen’

Naturalmente non poteva mancare il matrimonio fra C. reticulata e la sorella maggiore C. japonica, o tramite un incrocio diretto fra le due specie, come in ‘Arbutus Gum‘ e in ‘Pink Sparkle’ o, più frequentemente, per mezzo di cultivar, come in ‘Terrel Weaver’ (C. r  ‘Crimson Robe’ x C. j. ‘Ville de Nantes’), in ‘Otto Hopfer’ (C. r. ‘Crimson Robe’ x C. j. ‘Lotus’), in ‘Forty-Niner’ (C. r. ‘Butterfly Wings’ x C. j. ‘lndian Summer’), in ‘Lasca Beauty’ (C. r ‘Cornelian’x C.j. ‘Mrs. D.W. Davis’).

C. r. 'Arbutus Gum'

C. r. ‘Arbutus Gum’

C. r. 'Lasca Beauty'

C. r. ‘Lasca Beauty’

Sempre con il decisivo supporto di ‘Crimson Robe’ – una delle migliori yunnanensi e C. japonica  ‘Tiffany’ si è arrivati a due fra le più famose cultivar di C. reticulata: la bellissima ‘Valentine Day‘ e la vaporosa ‘Milo Rowell‘.

C. r. 'Milo Rowell' e C. r. 'Valentine Day'

C. r. ‘Milo Rowell’ e C. r. ‘Valentine Day’

Sono stati tentati con successo anche incroci con altre specie, come ha fatto il celebre vivaista americano Nuccio accoppiando C. reticulata ‘Buddha’ e Camellia granthamiana, una specie cinese di raro fascino che ha fiori larghi fino a 14 cm, ottenendo ‘China Lady‘, con fiori pure molto grandi che si aprono precocemente.

C. r. 'China Lady'

C. r. ‘China Lady’

Sommando invece le già comprovate virtù di C. r. ‘Buddha’ con una cultivar dell’invernale C. sasanqua ‘Narumi-Gata’, si è riusciti ad avere fiori grandi e delicatissimi come quelli di ‘Dream Girl’ e di ‘Felice Harris‘, con 17-20 petali.

C. r. 'Felice Harris'

C. r. ‘Felice Harris’

Camelie a fiore doppio

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Camellia japonica ‘Mrs. Tingley’

Sulla storia della camelia si è detto e scritto tanto che, con ogni probabilità, ben poco è rimasto da scoprire. Nell’ansia di reperire novità informative con le quali infiorare le pubblicazioni sull’argomento, si è scavato anche nella vita privata di quei personaggi ormai mitici, il cui nome immancabilmente riaffiora tutte le volte che si parla di camelie.
Spesso, ad esempio, viene riferito l’episodio riguardante quel nobile inglese, Lord Petre, a cui nel 1738 erano pervenuti due esemplari della preziosa pianta orientale, portati in Europa dal celebre e misterioso viaggiatore Georg Joseph Kamel. Infatti, pare che il giardiniere di Lord Petre addetto alla manutenzione del parco del castello di Thornden-Hall, ovviamente ignorando la tecnica colturale di quelle piante nuove, le avesse stabilmente collocate in una serra, facendole così morire. Fin qui la cronaca, ma la leggenda aggiunge che il cuore di Lord Petre, alla ferale notizia, non resse, così che il nobil uomo seguì ben presto la sorte delle sue camelie.
In tal modo si comprende che quando un fiore è bello e prezioso, può dare origine a racconti più o meno veritieri e comunque tesi a glorificare la sua importanza e la sua efficacia decorativa. Volendo, chissà quanti altri miti si potrebbero collezionare se solo si indagasse un poco sulla vita di quei valenti coltivatori (soprattutto italiani e, in testa, toscani e lombardi) che nel secolo scorso crearono migliaia e migliaia di cultivar di camelia, cercando di tener dietro alla vera e propria mania che si era diffusa un po’ in tutto il mondo occidentale.

Fiori doppi

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Camellia japonica ‘Perfecta’

L’attenzione e l’abilità dei coltivatori da lungo tempo si dirigono soprattutto sulle grandi possibilità che il fiore di Camellia japonica offre in relazione all’aspetto e al numero dei petali. Questi ultimi, in numerosissime cultivar, si possono presentare in più file, differenziandosi quindi dalla specie tipo che, in natura, ne conta solo cinque. Un calcolo approssimativo afferma che, in duecento anni di storia di coltivazione della camelia, abbiano visto la luce quasi 15.000 cultivar, buona parte delle quali appartenenti alla categoria a fiore doppio (o formal double, come recitano i testi ufficiali redatti dalla Camellia Society).
Del resto, già nel 1858 il botanico fiorentino Ottaviano Targioni Tozzetti descriveva la Camellia japonica come “un frutice sempre verde con foglie lustre e fiori rossi, dei quali si danno molte varietà, bianche, rosse, doppie a fiore grande e piccolo…”.
Con il passare del tempo e con l’ampliarsi del patrimonio di camelie, la descrizione dei fiori con tanti petali è stata ulteriormente arricchita mediante l’adozione di nuovi termini, quali molto doppio o stradoppio, che però non solo hanno stravolto la grammatica, ma anche il buon senso, complicando inutilmente la situazione. Oggi, infatti, dietro consiglio dei migliori esperti e delle Società della Camelia, si è ritornati all’antica e più semplice definizione, dal momento che il termine doppio dice tutto ciò che è necessario.
Per essere più precisi, per fiore doppio si intende quello che ha almeno cinque file di petali embricati (cioè ricoprentisi fra loro come le tegole sui tetti), in modo tale che al centro non sia praticamente possibile scorgere gli stami. Detto così, sembrerebbe quasi che tutte le camelie a fiore doppio debbano rassomigliarsi fra loro, mentre la realtà vede un’enorme differenziazione tra le varie forme, grazie non solo alla ricca gamma di colori e screziature, ma anche allo stesso numero di petali nonché alla loro conformazione e disposizione.

Colore bianco

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Camellia japonica ‘Nuccio’s Gem’

Tra le cultivar di colore bianco puro, una delle più vecchie è sicuramente ‘Alba Plena’, di origine cinese, risalente almeno al 1792 e non più abbandonata dagli estimatori fino ai nostri giorni: il suo sviluppo è arbustivo e la crescita risulta piuttosto lenta, mentre le foglie sono strettamente acuminate e finemente seghettate ai margini. I fiori, di media grandezza, si aprono precocemente e presentano numerose file di petali disposti in modo regolare.
Molto vecchia è anche ‘Candidissima’, portata in Inghilterra nel 1830 da Chandler, che l’aveva trovata in Giappone; il fiore è abbastanza simile a quello di ‘Alba Plena’, ma la fioritura avviene alcune settimane dopo.
Di pochi anni più giovane è ‘Montironi Alba’ (1851) portata dall’Italia in Belgio ad opera di Verschaffelt; la sua vegetazione è vigorosa ed il portamento è eretto, mentre i fiori, di medie dimensioni, sono di un bianco puro solo raramente striato di rosa e si aprono sul finire della stagione primaverile.
Assai più recente è ‘Nuccio’s Gem’, creata dall’omonimo e celebre coltivatore americano nel 1970; il fiore, da medio a grande, si apre piuttosto precocemente, mentre l’intera pianta si presenta vigorosa, compatta ed eretta.

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Camelllia japonica ‘Alba Plena’

Colore rosa

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Camellia japonica ‘Desire’

Il colore rosa offre una vastissima gamma di variazioni tonali, ad iniziare dal tenuissimo bianco rosato di ‘Desire’, una creazione americana del 1977, con portamento eretto e vigoroso.
Si può quindi passare al delicatissimo rosa di ‘Mrs. H. Boyce’, australiana del 1900, che è uno sport derivato dalla famosa ‘Paolina Maggi’, bresciana, del 1850. Un po’ più intenso, soprattutto nella parte basale dei petali, è il colore di ‘Souvenir de Bahuaud-Litou’, francese (1908), il cui fiore, di grandi dimensioni anche nella larghezza dei petali, è uno sport di ‘Mathotiana Alba’.
Di un rosa con sfumature argentee è invece il fiore di ‘Mrs. Tingley’, creato in California nel 1949: esso si apre verso la metà della stagione su arbusti compatti ed eretti. Il colore di ‘Perfecta’, americana di recente costituzione, è uno splendido miscuglio di rosa, viola e carminio, mentre i petali, in numerose file, si alzano un po’ a coppa verso l’alto.
Ammirevole, invece, è la disposizione dei petali in ‘Sacco Nova’, perfettamente sovrapponentisi fra loro e di piccole dimensioni al centro, assai più ampi all’esterno, con venature piuttosto marcate in rosa scuro e salmone.
Molto intenso, con venature cremisi, è infine il rosa di ‘Rubescens Major’, ottenuta in Francia nel 1895; la vegetazione di questa pianta è decisamente compatta, prestandosi quindi anche a un impiego per siepi.

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Camellia japonica ‘Mrs. Tingley’

La gamma dei rossi

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Camellia japonica ‘Francesco Ferruccio’

Non minori possibilità offre la gamma del rosso, anche se nelle seguenti cultivar è forse più apprezzabile la varietà delle forme e della disposizione dei petali.

Ancora tendente al rosa intenso è ‘Imperator‘, dal fiore piuttosto grande che da noi si apre fra marzo e aprile; interessante anche il verde scuro delle sue foglie, ellittico-arrotondate e bruscamente appuntite all’apice.
Pure grandi, ma di colore cremisi, sono i fiori di ‘Francesco Ferruccio‘, una delle più gloriose cuitivar italiane del secolo scorso, ottenuta per la prima volta a Nervi nel 1856.

Sofficemente ricurvi sono i petali di ‘Alice Wood‘, di un attraente rosso vivo, nata in America nel 1960 e raccomandata per il suo portamento eretto: la sua fioritura è piuttosto precoce. ‘Black Lace‘, invece, si fa preferire soprattutto per il colore rosso cardinale assai intenso dei fiori, con petali in numerose file disposte con rigoroso schema geometrico.

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Camellia japonica ‘Black Lace’

Variegati e, screziati…

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Camellia japonica ‘Contessa Lavinia Maggi’

Chi poi prova simpatia per le forme variegate o screziate non ha che da scegliere, poiché la categoria delle camelie a fiore doppio è forse la più riccamente dotata.
Parliamo subito della celeberrima ‘Contessa Lavinia Maggi‘, creata nel 1850 a Brescia: i suoi fiori medio-grandi, con un fondo bianco-rosato e stupende pennellate di rosa intenso o carminio, in aggiunta al fogliame e alle dimensioni dell’arbusto (fino a 3,5 metri in altezza e larghezza) ne fanno una delle camelie più ricercate ancora oggi.
Un’altra gloria italiana è ‘Vittorio Emanuele II‘, pure bresciana (1867), caratterizzata da fiori con poche file di petali colorati di bianco, con strisce e macchie rosa intenso; le foglie sono arrotondate e lunghe fino a 10 cm, mentre l’altezza dell’arbusto supera la larghezza.
Più o meno coetanea (1855) e con denominazione di tono risorgimentale è ‘Roma Risorta‘, a fiore grande, di un rosa carico e con punteggiature rosso pallido.
Invece ‘Iride‘, dotata di molte file di petali, si distingue non solo per il colore rosa brillante con qualche pennellata di bianco, ma anche per la fioritura assai precoce che però si prolunga per diverse settimane.
Ottenuta anch’essa in pieno Risorgimento è ‘Prof. Giovanni Santarelli‘ (1860), con fiori regolarmente doppi di medie dimensioni, dal fondo di colore bianco e ampie macchie e strisce di un bel rosso scuro.

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Camellia japonica ‘Roma Risorta’

… e sfumati

Rimane poi un altro gruppo di fiori caratterizzati da una colorazione che si sfuma passando dai bordi al centro.
Citiamo ‘Sawada’s Dream‘ (1958), americana, i cui petali appaiono quasi bianchi per due terzi, mentre per il restante terzo sono di un bel rosa carne, oppure ‘Nuccio’s Pearl‘ (America, 1977), dal fondo pure bianco, al centro, e bordi rosati. La migliore, tuttavia, sembra essere ‘Commander Mulroy‘, americana del 1961, le cui tonalità bianco-rosee, in fiori larghi 8 centimetri, non sono l’unica attrattiva: infatti, tutta la pianta presenta il vantaggio di avere una larghezza di soli 1.20 metri, a fronte di un’altezza di 2.40, così che pare essere nata apposta per creare siepi fiorite o per essere allevata in un grosso vaso da patio.

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Camellia japonica ‘Commander Mulroy’

Camelie invernali

Se le vicende relative all’introduzione in Europa e alla coltivazione delle camelie sono assai complesse, non meno intricata risulta la storia della loro classificazione e, di conseguenza, delle molteplici denominazioni proposte dai varibotanici. Per avere notizie precise su date e nomi, è meglio affidarsi a monografie specializzate, se solo si pensa che, ancor oggi, non si è sicuri se il loro arrivo nel Vecchio Continente fosse avvenuto nel 1544 o addirittura due secoli dopo. E’ certo, invece, che le camelie conobbero da noi una certa fortuna, in un primo tempo come fornitrici di materia prima per la produzione di tè, e solo successivamente (a metà’700) come piante ornamentali.

La tassonomia
Per quanto riguarda tassonomia e denominazioni, sappiamo che fino al1859 fu ritenuta valida e ragionevole una separazione fra il genere Thea (cioè, in pratica, la pianta del tè, oggi Camellia sinensis) e il genere Camellia, a cui appartenevano invece le specie da olio e da fiore. Tra queste ultime, non è ben chiaro quando si iniziò ad operare una precisa distinzione fra la specie japonica equella che oggi è chiamata sasanqua, anche se le differenze morfologiche e soprattutto fenologiche sono talmente evidenti da non poter passare inosservate anche prima di Linneo. E se la prima delle due specie è dotata di fiori cosi attraenti evistosi da aver addirittura influenzato, in una certa misura, il modo di atteggiarsi o divivere di una parte della società nel secolo scorso, la seconda è stata parimenti apprezzata soprattutto a motivo della sua straordinaria virtù di fiorire nel tardo autunno e in inverno.

La Camellia sasanqua
Anche se certamente era già conosciuta da diversi anni come specie bendistinta dalle altre questa Camellia venne però descritta e classificata in modo rigoroso solo nel 1784 dal botanico Cari Pehr Thunberg, professore ad Uppsala, celebre per il suoi viaggi e le sue erborizzazioni in tutto il mondo, soprattutto in Giappone. Proprio da questo Paese proviene Camellia sasanqua, che cresce spontanea nelle boscaglie delle isole più meridionali e nelle Ryu Kyu. Allo stato spontaneo, questo arbusto raggiunge i 4-5 metri di altezza e si differenzia abbastanza facilmente dalla più comune C.japonica per avere foglie più piccole, ovali od oblungo-ellittiche, sottilmente cuoiose e appena crenato-dentate ai margini. Sempre in natura, i fiori sono piuttosto piccoli, con 5-8 petali di color bianco-roseo, leggermente profumati, solitari e terminali: inoltre, la loro prerogativa di sbocciare in autunno-inverno li rende particolarmente ricercati e preziosi.

Preferita dai giapponesi
I Giapponesi danno la propria preferenza alle camelie dai fiori semplici – a differenza dei Cinesi, che amano quelli doppi – e per questo motivo (oltretutto in perfetta concordanza con i precetti del buddismo Zen) rivolgono speciale attenzione alle forme più semplici di Camellia sasanqua. Anche la storia colturale di questa specie non è semplice, ma pare sicuro che il nostro Paese sia stato una delle prime culle del settore: lo proverebbero le denominazioni italiane di alcune fra le più antiche cultivar. li primato, ovviamente, rimane comunque ai Giapponesi, che per almeno quattro o cinque secoli hanno sfruttato questa loro pianta, ricavando olio dai suoi semi e aromatizzando il tè con i suoi petali profumati. Contemporaneamente essi si sono sbizzarriti a costituire una serie incredibile di cultivar, tanto che oggi la nomenclatura ufficiale delle camelie registra la presenza di ben 309 forme, in massima parte di origine orientale. Tuttavia, la tradizione continua anche da noi e, soprattutto attorno al lago Maggiore, è facile trovare vivaisti e costitutori di altissimo livello: la produzione è in aumento, anche perché nei nostri giardini si è riscoperta la gioia di una fioritura dolce e vivace nel periodo meno invitante dell’anno.

Le cultivar di sasanqua
Tra le sasanqua, quindi, non c’è che da scegliere.
Camellia sasanqua ‘Azuma-Nishiki’, costituita nel 1952, è una delle più belle forme a fiore semplice, con cinque delicati petali di colore rosa, appena intaccati sul margine.

Assai più vistosa, invece, è Camellia sasanqua  ‘Bonanza’ (1977): il fiore è semi-doppio, del tipo a peonia, di color rosso intenso; la crescita di questo arbusto è piuttosto eretta.
Molto diffusa in Italia è Camellia sasanqua ‘Beatrice Emily’ , a forma di anemone, con petali esterni violacei e petaloidi bianchi al centro.

In novembre, solitamente, si aprono i fiori semplici di Camellia sasanqua  ‘Hinode-Gumo’, con petali bianco-rosei, crespati e piuttosto grandi: tuttavia non è raro il caso che la sua fioritura prosegua per tutto l’inverno.
Veramente singolari sono i rami di Camellia sasanqua  ‘Dazzler’ , aperti come dei ventagli, con fiori semplici o semi-doppi di colorrosa vinoso, simili a quelli di una primula.

La cultivar Camellia sasanqua  ‘Hiodoshi’ (1977) è dotata di fiori semplici, all’inizio piegati a coppa, esternamente rosei einternamente bianchi: ogni arbusto ne porta una grande quantità.
Anche Camellia sasanqua ‘Jean May’ è popolare da noi, per i suoi grandi fiori doppi di color rosa tenue.
Camellia sasanqua
‘Minima’ risulta invece particolarmente attraente sia per l’abbondanza dei suoi fiori semplici a petali increspati, sia per il loro colore rosa carico.

Con una fioritura più decisamente invernale (novembre-febbraio) si distingue Camellia sasanqua ‘Narumi-Gata’, con fiori semidoppi bianchi, appena spruzzati di rosa ai margini.
La vigorosa Camellia sasanqua ‘Plantation Pink’, in fioritura negli stessi mesi, ha fiori semplici di color rosa vivo, spesso assai grandi, ed è adatta per le località a clima più mite.

Molto più virato verso il rosa rubino è il colore dei fiori di Camellia sasanqua ‘Sparkling Burgundy’, di media grandezza e semidoppi. Più piccoli, ma molto vistosi per il loro colore rosso-arancio sono infine i fiori semplici di ‘Yuletide’.

Due specie particolari
A queste cultivar si sommano altre, derivate dalla coltivazione di camelie a fioritura invernale, che secondo diversi autori sono distinte da C. sasanqua, come specie autonome. Si tratta di Camellia hiemalis e Camellia vernalis (quest’ultima, è ritenuta un ibrido naturale fra C. japonica e C. sasanqua). La prima ha dato vita a C. h. ‘Kanjiro’, con fiore grande, semi-doppio, di colore rosso: è una pianta vigorosa utilizzata anche come porta-innesti. ‘Shishi-Gashira’, anch’essa hiemalis, hafiori doppi o semi-doppi di colore rosso, mentre ‘Showa-No-Sake’, accanto ad un’abbondante fioritura, sfoggia uno sgargiante colore rosa-lilla.

Tra le vernalis, invece, spicca ‘Hiryu’, a fiore semplice, daipetali di color rosso-cremisi. Tutte queste piante amano il pieno sole, tollerano anche un terreno moderatamente alcalino ed hanno fiori profumati, quale più quale meno: tuttavia, i petali sono molto più delicati di quelli di C. japonica e spesso cadono un giorno o due dopo la fioritura.

La popolarità della Camelia

La “Camelia” prende il nome da George Kamel, un gesuita missionario che importò la pianta in Europa di ritorno dai suoi viaggi in Cina, Giappone e India, nel 1740; ed è nota, simbolicamente, anche come la rosa del Giappone. Delle innumerevoli varietà coltivate in Giappone, solo alcune hanno un profumo distinto, ma delicato e sottile che può essere rilevato solo annusando il fiore molto da vicino.

La popolarità di questo fiore è intimamente legata alla letteratura dell’800, in particolare al romanzo di Alexandre Dumas (figlio), “La signora delle camelie”, dove si racconta come un’elegante donna mondana avesse l’abitudine di portare una camelia sul vestito per indicare ai suoi amanti la disponibilità ad amare: se il fiore era bianco, ciò significava che era disponibile, se era rosso, significava che era indisposta. Da allora, si diffuse la moda di portare una camelia per ornare scollature ed orli degli abiti o i cappelli e rimase in auge fino agli anni ’30 del Novecento.

Con l’andare del tempo e il mutare dei costumi l’interesse per questo fiore si spegne e per almeno altri 40 anni l’unico utilizzo che ne viene fatto è quello legato alla produzione di una delle bevande più bevute nel mondo, il tè. Questo si ottiene, infatti, dalle foglie di alcune varietà di Camellia sinensis. L’uso di bere tè è molto antico in Cina e nasce nell’800 a.C.. La raccolta delle foglie per la produzione del tè avviene quando la pianta ha raggiunto il terzo anno di vita, il ciclo produttivo prosegue poi sino a 50 anni. Vengono raccolti solo i teneri germogli terminali e tutte le forme di tè derivano dalle foglie della stessa pianta, ma è diverso il procedimento per ottenerle. Oggi il tè continua ad essere la bevanda più apprezzata dai cinesi, che lo bevono senza zucchero, né latte o limone, a qualsiasi ora del giorno e in qualunque luogo.

Nell’antichità la camelia aveva un ruolo molto importante nella vita quotidiana. L’olio di semi di camelia, estratto dai frutti carnosi, difficilmente si essicca e ha una straordinaria capacità di trattenere l’idratazione, perciò era largamente usato sia nei prodotti per i capelli che per il trattamento per la pelle, per proteggere dall’aridità e dalle screpolature. E ancora oggi viene utilizzato nella cucina cinese e ritenuto tradizionalmente superiore all’olio extra-vergine di oliva.
La camelia è simbolo di perseveranza in amore e di grazia, di bellezza.

Storicamente, pare che il primo esemplare arrivato in Italia risalga al 1760, ancora in vita, nel parco della Reggia di Caserta.

La camelia è un arbusto sempreverde che può vivere fino a 500 anni, coltivabile in terra o in vaso, con fusto durissimo e compatto e foglie graziose e lucenti. La pianta cresce bene in climi temperati, in posizioni riparate dal gelo e dai venti del nord.

Nome scientifico: Camellia ssp.
Nome comune: Camelia
Famiglia: Theaceae
Diffusione
: Molte delle specie di camelie sono state ottenute per ibridazione, ma i capostipiti sono originali della Cina e del Giappone e in alcuni casi anche nella penisola indiana.
Dimensioni: La pianta ha portamento arbustivo, può raggiungere 5-6 metri di altezza; molto più contenute le dimensioni delle piante coltivate in vaso.
Fiori: La tipologia dei fiori varia moltissimo a seconda delle diverse specie; possono essere di grandi dimensioni, larghi, semplici, doppi e di varie colorazioni, dal bianco al rosa, al rosso, etc; solitari (singoli) o riuniti in piccoli gruppi (2 o 3). La fioritura avviene all’estremità dei getti, meno frequentemente in posizioni intermedie, tra la fine dell’inverno e la primavera (da febbraio a fine aprile – maggio).
Foglie: Persistenti, lamina ovoidale con apice acuminato di consistenza curiosa, di colore verde brillante intenso e lucida soprattutto nella pagina superiore; i margini fogliari sono finemente dentati o debolmente seghettati.

Le camelie invernali

Tra le numerose varietà invernali primeggiano quelle appartenenti alla Camellia sasanqua e quelle che fanno capo alla Camellia hiemalis e Camellia vernalis, secondo alcuni botanici sistematici, sottospecie della precedente. Le camelie a fioritura invernale offrono un’attraente fioritura che nei nostri climi si protrae da settembre/ottobre sino a febbraio, presentando una eccezionale scalarità che mantiene gli arbusti vestiti di colori particolarmente brillanti per diverse settimane o addirittura mesi interi. Attraverso una sapiente scelta di varietà da coltivare si potrà avere una fioritura continua da settembre sino a febbraio.
Le camelie non sono generalmente profumate; fanno eccezione le Camellia lutchuensis, C. fraterna, C. transnokoensis, C. vietnamensis, C. sinensis e C. sasanqua. Ibridi tra queste ed altre specie sono stati creati per aumentare la fragranza dei fiori.
La C. lutchuensis è ritenuta dalla maggior parte degli esperti la più profumata ed è stata diffusamente usata nei programmi di miglioramento genetico. Insieme alle altre camelie citate in precedenza ha un fiore piccolo, bianco e semplice e non è di facile coltivazione.
L’unica camelia ad avere una vasta gamma di varietà che emanino profumi differenti è la C. sasanqua. Il profumo della sasanqua è abbastanza lieve ma intenso e avvolgente soprattutto in giornate calde con alta umidità, che creano le condizioni migliori per l’estrazione degli olii. Camminando tra gruppi di sasanqua, in giornate invernali particolarmente limpide, sembra di essere catapultati in primavera.
Il genere camelia appartiene alla famiglia delle Theaceae e raggruppa specie originarie di un’area che comprende il Giappone sfiora la Corea e si estende nellla cina sud-orientale e nelle zone limitrofe dell’Indocina.

La camelia in Italia

Secondo l’abate Lorenzo Berlese, botanico e padre della Cameliografia, la prima camelia a giungere in Italia fu piantata intorno al 1760 nel giardino della Reggia di Caserta grazie all’amicizia di Lord Nelson con l’ambasciatore inglese Sir Hamilton. In Francia venne coltivata nel giardino di Malmaison su richiesta di Giuseppina, moglie di Napoleone I.

… e sul Lago Maggiore

La zona di produzione del Distretto Floricolo del Lago Maggiore (province di Verbania, Novara e Biella) è caratterizzata da un terreno acido e un clima mite, non troppo secco, particolarmente favorevole alla crescita delle acidofile: camelie, azalee e rododendri, skimmie e pieris.
Nell’area del Lago Maggiore si trova una tra le più grandi collezioni al mondo di camelie a fioritura invernale con petali dalle tonalità che vanno dal bianco al rosa, al rosso e con le più diverse forme e sfumature.
La coltivazione di camelie affonda le sue origini nella storia degli ultimi 150 anni con la presenza di innumerevoli varietà nei vivai e giardini storici di Ville e Dimore private e aperte al pubblico, come i parchi dell’Isola Madre e Bella, Villa Taranto a Verbania, Villa Anellli….

Curiosità

Molte sono le curiosità sulle camelie invernali: dalla Camellia sinensis, la pianta del tè dai caratteristici fiorellini bianchi rivolti verso il basso, alla Camellia oleifera dalla fioritura bianca in profusione e dai cui semi si estrae un olio diffuso in Oriente a scopo alimentare e cosmetico (per rendere i capelli più mossi e lucenti), alla Camellia sasanqua (Sazankwa= fiore del tè della montagna originario dell’isola giapponese di Okinawa. Questo fiore è un motivo ricorrente degli Obi, le fasce dei kimono legate con un nodo a farfalla sulla schiena)

Leggende

Altrettanto bella la storia, risalente al 2737 a.C., che vide protagonista l’allora imperatore della Cina, Shen Nung. Costui, essendo molto attento all’igiene, aveva dato ordine alla servitù di far bollire l’acqua da bere. Per meglio sorvegliare il lavoro si sedette sotto un albero nei pressi delle caldaie. Una folata di vento fece cadere delle foglie nel recipiente dell’acqua calda destinata a dissetare gli uomini: fu così che il sovrano, senza saperlo, bevve il primo tè della storia.
Sempre nell’antichità le piante di camelia erano considerate piante che non morivano mai: in quanto simbolo di immortalità venivano quindi piantate sulle tombe dei samurai.
Forse più veritiero è l’aneddoto riguardante la sostituzione da parte dei Cinesi, a danno degli Inglesi, di piante del thè (Camellia sinensis) con esemplari di Camellia japonica per evitare che le prime si diffondessero in Occidente.

Le ‘sorelle’ da giardino delle Camelie

stewartia sinensis

Stewartia sinensis, originaria della Cina

Attorno alla famiglia delle camelie si è sviluppata nel recente passato una delle più clamorose dispute terminologico-scientifiche, se non altro per il fatto che l’importante genere Camellia ha fatto fatica ad imporsi.

La prima storica diatriba sulla classificazione delle camelie iniziò quando Linneo, che già conosceva le camelie ornamentali, pensò di fondare un genere distinto, chiamandolo Thea, per inserirvi la pianta del tè (Thea bohea) che presentava molte rassomiglianze con le prime, ma che non sembrava proprio uguale.

I botanici successivi, e fra questi soprattutto Otto Kuntze, non accettarono tale separazione e reinserirono la pianta del tè nel più vasto genere Camellia, chiamandola C. sinensis. A quel punto, però, il genere Thea, dal quale vennero ‘espulse’ tutte le camelie che nel frattempo vi erano state incluse, non aveva più ragione di esistere pur avendo dato la propria radice al nome stesso della famiglia.

In realtà, le piante che appartengono alle Theaceae presentano sì caratteristiche comuni che le apparentano sul piano scientifico, ma l’appassionato può rimanere perplesso nell’apprendere, ad esempio, che un alberello dal nome difficile, Ternstroemia gymnanthera, è stretto parente delle camelie e addirittura ha rischiato di sostituire la famosa Thea nella denominazione della famiglia (chiamata da alcuni Ternstroemiaceae).

Thernstroemia gymnanthera

Thernstroemia gymnanthera fiorita in giugno-luglio

Questo grande arbusto è originario dell’Estremo Oriente (Malesia, Giappone e anche India) ed è fornito di foglie sempreverdi, alterne, coriacee e a margine intero; i fiori sono molto piccoli, portati da lunghi peduncoli incurvati verso il basso, così che la già piccola corolla non è facilmente osservabile, con i suoi petali bianco-giallastri che si aprono in giugno-luglio, seguiti da frutti globosi e rossi. È una pianta abbastanza rustica (tollera temperature non inferiori ai -10°) e viene frequentemente utilizzata nei patio o anche per formare siepi o ripari. Particolarmente apprezzato è il suo fogliame, che si trova anche in forma variegata, con un margine giallastro che si trasforma in rosa quando fa molto freddo. La potatura di modellamento va effettuata in primavera, prima dell’emissione delle gemme. È attraente anche per la quantità di piccoli frutti che la ricoprono in autunno.

Una sorella variegata

Cleyera japonica

Cleyera japonica ‘Tricolor’ può rappresentare una valida sostituta, limitatamente ai climi miti, agli arbusti più comuni per la costituzione di siepi sempreverdi

Un’altra insolita teacea che si fa preferire per il suo splendido fogliame è Cleyera japonica, che appartiene a un genere che annovera una quindicina di specie viventi tra il Giappone e la catena dell’Himalaya o tra il Messico e Panama. Questa pianta, chiamata in Giappone Sakaki, è sempreverde e possiede lunghe foglie strettamente ovato-oblunghe, a margine intero, di color verde scuro sopra e assai più pallido sotto; nella cultivar ‘Tricolor’ le foglie son variegate di un bel giallo intenso ai margini, con sfumature grigie, mentre i fiori, spesso nascosti sotto il fogliame perché sono ascellari, rassomigliano un poco a quelli di Camellia sinensis e hanno petali bianco-giallastri. Questi fiori sono ermafroditi, caratteristica che li distingue da quelli del genere Eurya (dioica) che frequentemente viene confuso con Cleyera per le forti analogie. Anch’essa non ama il freddo intenso e può essere impiegata per la formazione di siepi, un’insolita alternativa all’aucuba e al lauroceraso, almeno nelle zone più miti.

Una sorella orientale…

Gordonia axillaris

L’appariscente fioritura della Gordonia axillaris

Un felicissimo accoppiamento tra fogliame splendidamente ornamentale e fioritura appariscente è offerto da un’altra ‘sorella’ delle camelie, Gordonia axillaris, che taluni testi oggi includono nel genere Franklinia. Originaria del sud-est asiatico (Cina e Formosa) la pianta nel suo ambiente naturale può raggiungere i 12 metri d’altezza, mentre da noi ha un portamento arbustivo decisamente più contenuto. Le foglie, del tutto glabre, coriacee e ben distese, sono oblungo-lanceolate e possono arrivare ad una lunghezza di 15 cm, con una pagina superiore di un verde brillantissimo e molto attraente. I fiori, solitari ma molto grandi, hanno petali bianco-crema e sono profondamente smarginati, la loro comparsa è molto variabile, a seconda delle fasce climatiche, tanto che li si può vedere in novembre oppure in primavera.

… e una americana

Franklinia alatamaha

Grazie all’attenzione di pochi appassionati, possiamo ancora ammirare la fioritura della Franklinia alatamaha

Le analogie morfologiche di Gordonia con Franklinia sono tante, ma in quest’ultimo genere il margine delle foglie è marcatamente seghettato, mentre in Gordonia il carattere è più discontinuo. Franklinia alatamaha, nativa del sud-est americano (Georgia), viene spesso presentata nei giardini botanici come un esempio classico di ciò che l’uomo riesce a fare nel male e nel bene, perché la pianta è scomparsa in natura fin dal 1790, ma continua a sopravvivere grazie alle amorevoli cure degli orticoltori e dei botanici.

Alto fino a 10 metri, questo grande arbusto ha foglie decidue e rami decisamente eretti, mentre i grossi ed appariscenti fiori sono bianchi ed a forma di coppa, con un diametro di circa 8 cm. Sono piante tolleranti del freddo, ma se vengono messe in pieno sole danno risultati assai migliori, inserite soprattutto nei border di arbusti o negli spazi aperti su prato.

Un gruppo ricco, profumato e numeroso

li genere che, per ricchezza di specie coltivabili nei giardini, può parzialmente competere con le camelie è invece Stewartia (o anche Stuartia) con esemplari quasi tutti decidui che in natura allignano nel Nord America e nell’Asia Orientale.

La più famosa è S. sinensis, cinese, un alberello alto fino a 10 metri, che porta foglie ovate con apice acuto e fiori profumati di 5 cm con petali bianchi. Una forte attrattiva di questa specie è costituita dalla corteccia giallastra del fusto, che si sfalda in modo evidente durante la stagione autunnale.

Stewartia-sinensis-corteccia

La sfaldatura della corteccia spicca sul fusto della Stewartia sinensis

S. monadelpha, giapponese, presenta la stessa caratteristica, ma con squame più sottili, mentre la foglie sono più lanceolate e i fiori sono portati da brattee verdi molto evidenti.

S. malacodendron, americana, è chiamata anche ‘camelia setosa’, poiché molte sue parti sono ricoperte di breve peluria; i suoi fiori bianco-giallastri possono raggiungere i 10 cm di diametro, con begli stami colorati di porpora.

S. pteropetiolata, cinese, ha fiori più piccoli e più tendenti al giallo, mentre le foglie sono sempreverdi e segnatamente dentate.

Infine, S. pseudocamellia – che, almeno nel nome specifico, riconduce al genere principe delle Theaceae – tenta di gareggiare con le più famose sorelle con bellissimi fiori a coppa. Non meno seducenti, in questa specie, sono le tonalità rosso scure della corteccia e soprattutto delle foglie, brillantissime in autunno.

Stewartia vanno piantate in zone semi-ombreggiate, sia ai bordi di un prato che in mezzo ad altri arbusti.

Camellia japonica a fiori semplici

Higo CamelliaAssisteva a tutte le prime rappresentazioni e trascorreva le sue serate al teatro o ai balli… si era sicuri di vederla con tre cose che non l’abbandonavano mai… Il binocolo, il sacchetto di dolci e il mazzo di camelie”

Con queste parole, Alessandro Dumas figlio, creando il personaggio di Margherita Gautier (1847), dava un suo contributo alla mania della camelie ormai dilagante nell’Europa di quel tempo.
Introdotta nel nostro Continente fin dalla metà del ‘500, Camellia japonica stentò notevolmente ad affermarsi come pianta ornamentale, in parte perché le faceva concorrenza Camellia sinensis, coltivata per il tè, e in parte per le difficoltà d’accilmatazione che sembrava presentare nei climi più rigidi. In Inghilterra, la camelia incominciò ad avere successo solo dopo il 1739, sempre in coltura protetta, mentre in Italia si ebbe un certo interesse solo a partire dalla fine del XVIII secolo, anche se la prima fioritura nel nostro Paese era avvenuta a Caserta nel 1760.

Mrs. D.W. Davis camellia

‘Mrs. D.W. Davis’

Nelle serre di Luigi Sacco

In realtà, furono poi le serre del conte Leopoldo Galli, a Firenze, e soprattutto quelle del medico Luigi Sacco (grande propugnatore e divulgatore della vaccinazione antivaiolosa), a Milano, a produrre camelie su larga scala. Nel giardino del Sacco, in corso Monforte, fiorì la prima camelia lombarda nel 1793-94, seguita poi da numerosissime altre, tanto che a un certo momento egli potè vantare il possesso di ben 12.000 esemplari, in rappresentanza di 400 varietà. Infatti, se l’Italia era arrivata con un certo ritardo all’appuntamento iniziale con le camelie, il recupero fu poi clamoroso nella loro coltivazione e soprattutto nella costituzione di nuove cultivar, con i Mariani, Neri, Calciati e Sacco a Milano, e i Franchetti, Santarelli, Nencini e Torrigioni a Firenze, per non citarne che alcuni.
Sorprendente, infatti, constatare come da un fiore tutto sommato non molto appariscente, come quello di Camellia japonica allo stato spontaneo, si sia riusciti a ricavare un numero enorme di varietà, dalle più disparate forme e dai più sgargianti colori.
In natura, il fiore è largo non più di 4 centimetri, con petali rossi in numero di cinque, dal momento che il genere Camellia è geneticamente pentamero, cioè caratterizzato da cinque elementi nelle parti fiorali. L’abilità dei coltivatori consiste soprattutto nella capacità di stimolare la pianta a trasformare alcuni stami in petali, ottenendo cosi le splendide cultivar a più file di petali, che maggiormente ottengono i favori del mercato.

Drama Girl camellia

‘Drama Girl’


Codici di classificazione

Per introdurre criteri più chiari nella classificazione e nella descrizione delle migliaia di forme inventate dall’uomo, le varie Società della Camelia esistenti al mondo hanno redatto dei veri e propri codici di comportamento che dovrebbero regolare la costituzione di nuove cultivar. Innanzi tutto si è pensato a dare un ordine alla proposta dei nuovi nomi, poi sono state precisate le caratteristiche morfologiche in base alle quali suddividere tutto il mondo delle camelie in categorie, più o meno esattamente distinte fra loro.
A questo scopo vengono presi in considerazione il colore (che però spesso è il dato meno oggettivo), le dimensioni, il periodo di fioritura, ma soprattutto la forma del fiore.
Per quest’ultimo carattere sono state individuate sei classi fondamentali, anche se la fantasia di produttori e commercianti ha inflazionato il mercato con nomi pletorici e con nuove categorie che spesso creano solo confusione. I gruppi più affidabili sono perciò quelli stabiliti dalle normative internazionali e cioè: camelie a fiore semplice, semidoppio, doppio, a forma di anemone, di peonia e di rosa.

Ville de Nantes

‘Ville de Nantes’


Fiori semplici e semidoppi

Occupiamoci, questa volta, di quelle cultivar che maggiormente si avvicinano alla specie spontanea, cioè quelle a fiori semplici o semidoppi. Nel primo caso sono compresi fiori che presentano da 5 a 8 petali in una sola fila, connati alla base, ma poco riuniti fra loro; gli stami, a loro volta, devono essere ben visibili al centro della corolla.
I semidoppi, invece, hanno da due a quattro file di petali, che pure contornano stami in chiara evidenza. Noteremo, innanzi tutto, che a questa tipologia si avvicinano i fiori di quelle camelie, che abbiamo ottenuto da seme, cosa che è possibile fare con le opportune precauzioni.

Higo Camellia

Fra le cultivar, hanno fiore semplice quasi tutte le piante che sono note sotto il nome di ‘Higo Camellia’, cioè quelle forme da giardino di Camellia japonica che furono sviluppate in Giappone, in un distretto che un tempo si chiamava, appunto, Higo.

‘Mikuni-no-homare’

Le camelie ‘Mikuni-no-homare’ e ‘Showa-no-hikari’ sono due tipiche rappresentanti di questa sezione. La prima ha petali di color rosa con venature evidenti e bordi bianchi, mentre la seconda li presenta soffusi di un rosa più tenue, con variegature bianche più ampie. In entrambe, gli stami sono numerosissimi, gialli nella prima e rosa nella seconda.

Anche ‘Momiji Gari’, è una Higo, ma si differenzia dalle due precedenti sia per la corona più ampia, sia per il colore dei petali, quasi scarlatto, e quello degli stami, bianco.

Delle altre forme a fiore semplice, particolarmente attraente è ‘Terlinga’, costituita in Australia negli anni Cinquanta, dalla corona cremisi assai larga: oltretutto, una pianta vigorosa ed eretta.

Fra le più belle a fiore semidoppio

Magnoliaeflora

‘Magnoliaeflora’

Nel vasto campo delle camelie a fiore semidoppio, troviamo alcune fra le più belle e celebri cultivar, magari ottenute nell’800, ma tuttora valide e ricercate. Una di queste è certamente ‘Magnoliaeflora’, chiamata anche ‘Hagoromo’ in Giappone, dove nacque nel 1886: i suoi fiori sono soffusi di un leggerissimo rosa, anche se appaiono a prima vista completamente bianchi; inoltre, essi sono stretti e allungati come quelli, appunto, di una magnolia.
Di crescita lenta, ma con splendidi fiori rossi variegati di bianco è ‘Donckelarii’, una delle più vecchie, perché venne introdotta dalla Cina in Belgio nel 1834, ad opera del famoso botanico Siebold.
Molto simile è ‘Ville de Nantes’, (1910), che infatti è uno ‘sport’ della precedente e si differenzia soprattutto per i suoi petali fimbriati.

Sempre al secolo scorso appartiene ‘Herme’, con petali rossi irregolarmente bordati di bianco. ‘Hana-Fuki’, invece, è del 1930 e si contraddistingue soprattutto per la forma a coppa della sua corolla rosa.
Dello stesso anno è una delle camelie più belle, la giapponese ‘Oki-no-nami’, con petali rosa bordati di bianco e percorsi da lunghe pennellate di rosso.

grand prix camellia

‘Grand Prix’

Snowman camellia

‘Snowman’

Le varietà più recenti

Molto intenso, per la produzione di questo tipo di camelie, fu nel secolo scorso il periodo degli anni Cinquanta.
Tra le migliori: ‘Dr. Tinsley’, la cui corolla è, al centro, di un rosa pallidissimo, che si accentua però ai bordi; ‘Drama Giri’, caratteristica per i suoi larghi fiori di un colore rosa-salmone intenso; ‘Spring Sonnett’, stretta parente di ‘Herme’, con attraenti modulazioni tonali del rosa; ‘Mrs. D.W. Davis’, di un delicatissimo rosa, con stami ben eretti al centro; ‘Laurie Bray’,australiana, dai petali rosa increspati all’apice.
Camellia-Giulio-Nuccio

‘Giulio Nuccio’

Nel 1956 nasce ‘Giulio Nuccio’, ad opera dell’americano Nuccio, uno dei più famosi coltivatori dei nostri tempi, costitutore, poi, nel 1968, della brillantissima ‘Grand Prix’, con corolla assai ampia e petali rossi irregolari.
Pure degli anni Sessanta è ‘Snowman’, dai fiori bianchi e grandi, con petali interni arricciati e incurvati e petali esterni leggermente incisi al margine.
Una delle più recenti, ‘San Dimas’ (1971), si presenta con petali irregolari e colore rosso intenso.

 

L’ONU dichiara il 2013 l’Anno Internazionale della Cooperazione Idrica.

2013 - United Nations International Year of Water CooperationFin dal 2010 l’ONU evidenzia come nello scenario di una crisi del clima sia significativo porre enfasi sull’importanza della cooperazione in ambito idrico e a questo scopo ha stabilito che a questo tema sia dedicato il 2013; alla cooperazione idrica verrà inoltre dedicata una giornata precisa, fissata per il 22 marzo 2013.

L’ONU, attraverso UN-Water (sito web dedicato), ha deciso di rivolgersi all’UNESCO in modo che nel 2013 il tema della cooperazione idrica possa essere posto al centro dell’attenzione e trattato secondo un approccio multidisciplinare che coinvolga le scienze naturali e sociali, il campo dell’istruzione, la cultura e la comunicazione.

Data per certa la natura intrinseca dell’acqua come un elemento trasversale e universale, l’anno dedicato alla cooperazione idrica sarà focalizzato su alcuni aspetti ritenuti fondamentali, con l’obiettivo principale di incrementare la consapevolezza relativa alle possibilità di cooperazione e alle sfide riguardanti la gestione dell’acqua di fronte a una crescente domanda di accesso ad essa e ai servizi correlati.

Nel corso dell’anno si cercherà di evidenziare gli episodi di successo relativi a iniziative di cooperazione idrica, identificando allo stesso modo le questioni principali riguardanti istruzione e tematiche diplomatiche legate all’acqua, cooperazione finanziaria e legislazioni internazionali; si cercherà inoltre di supportare la formulazione di nuovi obiettivi che potranno contribuire allo sviluppo di risorse idriche che siano realmente sostenibili.

Per il 2013 è prevista l’organizzazione di eventi presso la sede UNESCO di Parigi e di iniziative per la promozione di azioni relative alla cooperazione idrica che possano coinvolgere ad ogni livello istruzione, cultura, scienza, questioni di genere, prevenzione e risoluzione dei conflitti e etica.