Geranium

Geranium x magnificum

Geranium x magnificum

Anche se sembra inutile indagare sui motivi di una passione, molti mi hanno chiesto perché coltivo Geranium e ciò mi ha spinto a tentare delle ipotesi. Un piccolo ruolo deve averlo giocato il fatto che il mio piccolo giardino sul retro, quasi seminterrato, gode di poche ore di sole mattutino ed è costituito da terra di riporto molto calcarea e anche argillosa. La presenza di un paio di alberi aumenta le zone d’ombra, ma serve a fornire un po’ di privacy visto che il giardino è circondato da abitazioni. Le piante perenni dovevano perciò gradire l’ombra o la mezz’ombra ed essere tolleranti rispetto alle qualità del terreno, proprio come sono Geranium.

Gradevolissimi sono poi i colori dei fiori. Comprendono, oltre al bianco, svariatissime tonalità di rosa, di lilla, di mauve, di cremisi, di porpora e di violetto fino al blu, anche se un Geranium davvero blu, senza traccia di rosso, per ora non esiste. Inoltre i fiori sono spesso graziosamente venati o sfumati verso il centro e hanno le forme più svariate: alcuni di coppa, altri piatti, altri addirittura ripiegano i petali all’indietro come un ciclamino o reclinano la corolla verso il basso.

Il fogliame è molto vario e decorativo, si potrebbe immaginare che ad una classe di studenti d’Arte sia stato assegnato il compito di disegnare il maggior numero possibile di modelli di foglia entro i confini di un cerchio scrive efficacemente Melvyn Crann in un suo opuscolo su Geranium. Per alcune specie le fioriture sono brevi nel nostro clima ma lasciano sempre un bel cespo di foglie incise dentate, lobate, maculate, pelose e sovente profumate che, in molte specie, assumono brillanti colorazioni autunnali.

Inoltre la stragrande maggioranza non necessita di alcuna protezione invernale.

Quello che preferisco, però, è la deliziosa attitudine tipica di molte specie ad allungare gli steli sottili, col progredire della fioritura, nei cespi di altre piante vicine, ricevendone sostegno in cambio della graziosa fioritura offerta. Questa inclinazione deriva dall’ambiente naturale d’origine: molte specie in natura vivono in prati costituiti da erbe alte o in radure boschive insieme a bassi arbusti, e ‘arrampicarsi’ sulle piante vicine serve a portare foglie e fiori alla luce. Un tale comportamento può essere sfruttato molto bene in giardino dove Geranium può far fiorire un piccolo arbusto fuori stagione, una bassa siepe sempreverde o altre perenni strategicamente disposte fra loro, con un effetto molto naturale e al tempo stesso originale e sofisticato.

In sintesi consiglierei Geranium a coloro che possiedono uno spazio in mezz’ombra con terreno neutro-calcareo, a chi ama le tinte dal rosa al violetto, ma soprattutto a chi preferisce un giardino dal look spontaneo e vorrebbe ricreare vicino a casa un’aria confortevole e fresca di radura nel bosco.

Geranium e Digitalis

Aiuola con Geranium e Digitalis

Altro requisito del coltivatore di Geranium è la pazienza: sovente infatti dovrà spiegare a vicini e passanti curiosi che non è follia sistemare gerani in piena terra e lasciarli lì anche nel freddo e umido inverno della Pianura Padana. Sarebbe così se si trattasse delle piante che praticamente tutti chiamano ‘gerani’, cioè Pelargonium! Ci si può consolare pensando che il responsabile di tale confusione è nientemeno che Linneo il quale, nel suo Species Plantarum (1753), pietra miliare per la nomenclatura delle piante, incluse nel genere Geranium anche gli attuali Pelargonium. Quando, nel 1789, L’Heritier distinse meglio i generi dalla famiglia delle Geraniaceae, i pelargoni provenienti dall’Africa avevano avuto un tale successo col nome di gerani, che non fu più possibile correggere la nomenclatura a livello di opinione pubblica. La confusione sui nomi è ben radicata in tutto il mondo.

Come si coltivano
La prima difficoltà sta nel reperire le piante. Non sono molti i vivai italiani che hanno Geranium in catalogo, ma le specie e ibridi più facili da reperire sono anche i più facili da coltivare, tra questi G. endressii, G. macrorrhizum, G. x magnificum, G. ‘Johnson’s Blue’ e alcuni G. x oxonianum, nome, quest’ultimo, che identifica tutti gli ibridi tra le specie G. endressii e G. versicolor.
In generale la coltivazione non è difficile purché non si dimentichino alcune caratteristiche determinate dall’ambiente naturale da cui ogni specie proviene. Per semplificare al massimo consideriamo che le specie più alte, utilizzate nei bordi misti, in natura crescono nelle zone fresche e temperate del nostro emisfero, spesso nei pascoli umidi di erbe alte e nelle radure dei boschi montani europei e asiatici, mentre quelle di taglia bassa vivono tra le fessure delle rocce o tra i detriti, e saranno adatte al giardino roccioso e ai contenitori.

Geranium orientalitibeticum

Geranium orientalitibeticum

Osservare la pianta, e in particolare le foglie, ci aiuterà nella scelta della posizione. Se le foglie sono ampie, con divisioni poco profonde tra i lobi, una trama evidente, rugosa e un colore verde chiaro, il nostro Geranium amerà l’ombra e l’umidità, se, al contrario, sono piccole, scure e incise fin quasi all’attaccatura del picciolo, divise in segmenti nastriformi, daremo alla pianta un posto luminoso e un terreno ben drenato. Naturalmente le cose non sono così semplici e schematiche, ma gli errori più comuni si possono evitare anche solo con queste osservazioni.

Terreno
Si dice che Geranium non sia esigente in fatto di terreno che deve essere normale e ben drenato; io aggiungerei che poche specie richiedono terreni acidi mentre sono diverse quelle che amano il calcare. Quanto al drenaggio certo è necessario, ma a me pare si trovino meglio, in particolare le specie più alte, da bordo misto, in un terreno che trattenga un po’ l’umidità, un pochino argilloso, come quello che piace alle rose, che, anche per questo, sono tra le più classiche socie di Geranium nei giardini inglesi. Le specie da roccia vanno invece trattate come tali, lasciando loro a disposizione poco terreno ben drenato perché non perdano la compattezza e non marciscano durante gli umidi inverni padani.

Acqua
Anche qui occorre distinguere tra specie alte e basse. Le prime, con grandi foglie a lobi piuttosto ampi, hanno bisogno di irrigazioni frequenti in relazione anche all’esposizione al sole; in certi casi può essere utile una pacciamatura di corteccia o ciottoli. Le specie basse hanno spesso foglie più piccole e molto più divise, segno di una minore necessità d’acqua.

geranium dalmaticum bressingham pink

Geranium dalmaticum ‘Bressingham Pink’

Concimazione
In generale non conviene esagerare col letame nella preparazione del terreno destinato a Geranium; una concimazione troppo organica produrrebbe un grande sviluppo del fogliame accompagnato da una fioritura scarsa, non all’altezza. Questo per le specie da border, mentre per quelle da roccia la dieta sarà ovviamente ancora più magra. Sono ottimi in entrambi i casi i fertilizzanti per piante fiorite a cessione lenta, interrati leggermente durante la sarchiatura primaverile.

Esposizione
La maggior parte è adatta all’ombra leggera, ma nella calura estiva padana anche l’ombra di un bel muro sarà apprezzata come quella di un grande albero. Capita di leggere che al sole fioriscano di più, ma per esperienza diretta direi che hanno più l’aria di sopravvivere piuttosto che vivere al sole. Le dimensioni delle foglie e della pianta stessa si riducono molto e con le ore più calde foglie e fiori si afflosciano assumendo l’aspetto miserando di verdura cotta. L’ideale è il sole delle prime ore del mattino, a meno che non si viva in una zona sub-montana o montana a clima estivo fresco, ovviamente. A conferma di ciò c’è il fatto che, delle quasi 30 specie presenti nella flora spontanea italiana, pochissime e non certo le più interessanti vivono in Pianura Padana.
Il fatto che i Geranium siano adatti all’ombra fa di molti di loro ottime piante tappezzanti sotto rose o altri arbusti, o perfino grandi alberi, ma qualche specie per fiorire necessita di una posizione luminosa con qualche ora di sole.
Fra queste alcune sono specie spontanee in Italia, come G. sanguineum e G. asphodeloides, ma anche G. himalayense predilige le posizioni luminose purché non venga a mancare l’acqua. A quest’ultima specie appartengono i fiori più grandi del genere, grandi coppe blu-viola con centro sfumato in rosso-porpora e belle foglie incise, molto belli in compagnia di rose gialle e albicocca.

Geranium himalayense

Geranium himalayense

Stupendo in pieno sole, anche perché in ombra si rifiuterà di fiorire, il Geranium forse più disponibile e conosciuto, G. x magnificum, ibrido primario di due specie originarie della Turchia nord-orientale e del Caucaso (G. ibericum x G. platypetalum). In maggio produce masse di vistosi fiori blu-viola che sbocciano da pelosissimi boccioli, ben eretti al di sopra di cespi di grandi foglie verdissime, morbide, formate da grandi lobi dentati che si sovrappongono gli uni agli altri. Per queste sue caratteristiche si associa molto bene ai piccoli arbusti o perenni dal fogliame grigio, che saranno disposti opportunamente a ombreggiare il terreno alla base del Geranium.
Altrettanto adatto a questo tipo di associazione e perfino più vistoso è un’ altra specie turco-caucasica, G. psilostemon, dagli affascinanti fiori magenta con venature nere che conducono verso un largo centro nero.

geranium psilostemon

Geranium psilostemon

Sono associazioni senz’altro d’effetto e raffinate, basta trovare il giusto equilibrio specie nell’irrigazione, che dovrà essere frequente per i Geranium visto che necessitano di terreno ben drenato. La fioritura di G. x magnificum dura solo un mese come massimo, mentre quella di G. psilostemon può durare anche più di due mesi se la pianta è ben accestita.

Nella nostra flora spontanea
Perché non cominciare a conoscere e coltivare Geranium della nostra flora spontanea, che, diserbanti permettendo, non sono affatto pochi? In Italia infatti dovrebbe essere possibile trovare oltre 20 specie, tra cui alcune molto adatte al giardino.
Fra i più resistenti rispetto al sole c’è il bellissimo G. sanguineum, che abbellisce in maggio e giugno i bordi delle strade di collina e mezza montagna e che davvero non vuoi fiorire se l’ombra è completa. Forma densi cuscini composti di steli molto ramificati che portano belle foglioline finemente divise e fiori splendenti, che nella specie tipica sono cremisi con stami blu-porpora e numerosissimi. Per l’uso in giardino sono disponibili tante belle varietà, dal prostratissimo G. sanguineum ‘Striatum’ con fiori rosa venati di porpora, originario dell’isola di Walney (Cumbria) in Inghilterra, al più alto del gruppo, l’elegante G. sanguineum ‘Album’, che produce masse di grandi fiori bianco puro su cuscini di foglie verde intenso. Se alla fine di giugno dopo la fioritura si riduce drasticamente la vegetazione, possibilmente prima che maturino i semi, si ottiene più tardi una seconda fioritura più scarsa, ma molto dipende dall’andamento climatico dell’estate. Brillanti i colori autunnali del fogliame.

geranium sanguineum album

Geranium sanguineum ‘Album’

G. tuberosum, da noi ormai raro, ma piuttosto comune in Turchia dove i suoi tuberi vengono addirittura mangiati, affronta il caldo e la siccità andando in una specie di ‘letargo’ estivo. Possiede belle foglie profondamente incise che si sviluppano nel tardo autunno o alla fine dell’inverno e accompagnano all’inizio della primavera bei fiori tra il rosa e il lilla con petali a forma di cuore. Questi fiori si associano bene alle fioritura dei bulbi primaverili e già alla fine di maggio le foglie ingialliscono e spariscono per tutta l’estate, lasciando il posto ad altre fioriture.

Tulipa-Geranium-tuberosum

Geranium tuberosum e tulipani

Tra le specie che tollerano meglio il sole c’è G. asphodeloides, diffuso in Europa e in Asia occidentale e segnalato in Italia nell’Appennino centro-meridionale. Produce molti fiori dal bianco al rosa intenso, spesso con venature più scure, con petali molto separati tra loro, piuttosto stretti, che conferiscono al fiore un aspetto ‘stellato’. Dopo la prima copiosa fioritura in tarda primavera, se ne può ottenere un’altra estiva potando drasticamente il cespo e i lunghissimi steli un po’ disordinati.
Molti Geranium, come ho già detto, hanno la caratteristica di produrre steli sottili e ramificati col procedere della fioritura che molti giardinieri trovano disordinati, ma spesso si tratta solo di trovare loro la giusta collocazione; in questo caso ad esempio si potranno lasciar cadere da un basso muretto o dall’alto di un piccolo masso in un largo rock-garden.

Geranium asphodeloides

Geranium asphodeloides

Abbiamo poi due belle specie tipiche dei prati umidi, che gradiranno una posizione luminosa ma dovranno essere scrupolosamente irrigate. Il primo è  G. pratense, alto e, in maggio, molto ricco di fiori blu-violetto nella specie tipica; molto belle la forma ‘Albiflorum’ e la varietà ‘Striatum’ in cui ogni fiore, a fondo bianco screziato e macchiato di blu, è diverso dagli altri. Il secondo è G. sylvaticum, anch’esso con fiori variabili dal mauve al violetto su steli eretti, frequente ai margini dei boschi e nei pascoli di montagna.

Geranium pratense

Geranium pratense

Molto più tollerante sotto ogni aspetto, compresa la scarsa disponibilità d’acqua, è G. macrorrhizum, ottimo tappezzante anche sotto gli alberi; le sue foglie profumatissime non sembrano avere nemici o malattie e fiorisce due volte, in aprile e poi in giugno con un po’ meno vigore. È utile, anche se non indispensabile, dividere le piante almeno ogni 3/4 anni, per mantenere compatta la copertura del terreno, e si tratta di un lavoro davvero facile visto che la pianta produce rizomi piuttosto superficiali già dotati di radici e che si staccano facilmente. Tra le più apprezzate ci sono la varietà ‘Album’, con fiori a petali bianchi e calice rigonfio rosso, e ‘Ingwersen’s Variety’, di uno stupendo rosa-lilla che Walter Ingwersen, uno dei primi a scrivere su Geranium, trovò in Montenegro nel lontano 1929. La specie tipica possiede invece fiori rosa violaceo.

Geranium macrorrhizum

Geranium macrorrhizum

G. nodosum, abitante dei nostri boschi, figurerà molto bene in ombra tra gli alberi; ha belle foglie verdi con cinque lobi appuntiti e steli esili che portano fiori lilla (ma ne esiste anche una varietà a fiori rosa scuro) ininterrottamente da maggio a settembre.

Dove la luce filtra appena (sto sempre riferendomi ad un giardino padano), G. phaeum cresce rigogliosamente e produce presto in primavera enormi foglie sovente macchiate di marrone scuro nel punto in cui i lobi si dividono. Gli Inglesi chiamano questa specie ‘Mourning Widow’, cioè ‘vedova in lutto’ a causa del colore dei fiori, un rosso purpureo scurissimo tendente al marrone, molto attraente quando un raggio di sole lo illumina dal retro. La prima fioritura avviene in aprile e, asportando gli steli sfioriti, si ripete in giugno. Potremo coltivare insieme alla specie tipica sia la bella varietà ‘Lividum’ dai petali violetto chiaro elegantemente sfumati, che la varietà ‘Album’, a fiore completamente bianco e fogliame verde chiaro.

Geranium_phaeum

Geranium phaeum

Un discorso a parte merita G. versicolor, che A.T. Johnson, un gallese appassionato di piante vissuto a cavallo tra l’800 e il ‘900, definiva ‘l’italiano’, deliziosa pianta della nostra flora spontanea centro-meridionale, noto soprattutto come genitore di una numerosa schiera di ibridi in continua crescita. Si ibrida infatti molto facilmente con G. endressii, originario dei Pirenei ma molto comune ormai nei giardini di tutta Europa, dando origine a ibridi fertili che si incrociano a loro volta tra loro e di ritorno con le specie ‘genitori’, con un effetto cascata di variazioni sul tema che sembra davvero inesauribile. Molti fra questi ibridi hanno da tempo ricevuto un bel nome perché molto adatti al giardino, qualcuno però sostiene che sono troppi e non sempre davvero validi.

Geranium versicolor

Geranium versicolor

Tra i membri di questa numerosa famiglia (la specie G. x oxonianum che raccoglie tutti gli ibridi tra G. versicolor e G. endressii) alcuni sono ormai dei classici e sono G. x oxonianum ‘Claridge Druce’, ‘A.T. Johnson’ e ‘Wargrave Pink’. Altri sono più strani che belli, G. x oxonianum ‘Thurstonianum’ e ‘Sherwood’. Entrambi hanno petali nastriformi e ritorti su se stessi, il primo color porpora venato di scuro, il secondo rosa pallido con venature rosa intenso. All’inizio della fioritura (qui in Pianura Padana intorno alla metà di maggio) producono fiori in cui parte degli stami sono ‘petaloidi’, cioè simili a petali, dando così l’impressione di un fiore doppio. G. x oxonianum ‘Sherwood’ presenta foglie molto più frastagliate al bordo rispetto ai suoi ‘familiari’, quasi volesse richiamare in esse l’effetto lacerato dei fiori.

Geranium x oxonianum 'Thurstonianum'

Geranium x oxonianum ‘Thurstonianum’

Un’aiuola di soli Geranium? 

 

1) Geranium ‘Claridge Druce’
2) Geranium pratense
3) Geranium psilostemon
4) Geranium ‘Hollywood’
5) Geranium ‘Johnson’s Blue’
6) Geranium psilostemon ‘Bressingham Flair’
7) Geranium x magnificum
8) Geranium ‘Wargrave Pink’
9) Geranium himalayense
10) Geranium palustre
11) Geranium macrorrhizum

Se non siete maniaci dell’ordine e della formalità in giardino potete provare lo schema indicato da utilizzarsi in mezz’ombra.
Geranium macrorrhizum si presta bene a delimitare l’aiuola perché alto 30 cm e con vegetazione compatta e ordinata. Abbiate però cura di sistemare le piante in una fila ad almeno 20 cm dal passaggio che intendete mantenere sgombro perché i polloni laterali si allungano velocemente durante la stagione vegetativa. Alle spalle di Geranium macrorrhizum possono essere sistemati Geranium di taglia non molto superiore ma con steli fiorali che si allungano durante la fioritura e potranno quindi adagiarsi sulle grandi foglie pelose e profumate dei macrorrhizum. Ancora più all’interno sistemeremo specie con le stesse caratteristiche, ma più alti di taglia, e contro il muro o recinzione o in centro all’aiuola i più alti della famiglia, i cui steli potranno allungarsi anche più di un metro durante la fioritura, lasciandosi cadere sugli altri, se non sostenuti artificialmente.
Tutto ciò porterà durante il periodo delle fioritura a un intersecarsi di steli sempre più sottili, con foglie sempre più piccole, tutte diverse tra loro e con fiori di fogge e tinte diverse allegramente mescolati.
Nella mia esperienza le fioriture iniziano coi Geranium macrorrhizum in aprile e finiscono con i Geranium x oxonianum alla fine di luglio. A quell’epoca l’aiuola apparirà troppo disordinata e i fiori scarseggeranno, quindi sarà necessario potare i cespi sfioriti, sarchiare e conciliare leggermente il terreno, e attendere la formazione, in verità piuttosto rapida, di nuovi cespi di foglie.
Nei libri di giardinaggio inglesi si parla sempre della produzione di una nuova fioritura dopo questa operazione, ad esempio per i G. x oxonianum, ma a me è capitato solo sporadicamente. Comunque una fioritura complessivamente lunga due mesi e mezzo non è trascurabile. Esistono anche Geranium a fioritura tardiva o comunque che continua fino a ottobre, ma sono specie e ibridi più adatti come tappezzanti che ad un bordo come quelli proposti (es. G. procurrens, G. x riversleianum, G. ‘Ann Folkard’, G. wallichianum ‘Buxton Blue’).

Geranium 'Johnson's Blue'

Geranium ‘Johnson’s Blue’

Questa potatura proprio nel cuore dell’estate rende un’aiuola di soli Geranium perlomeno triste, ma in agosto potremo interrare bulbi di colchici tra i cespi, i quali coloreranno l’autunno insieme alle foglie nuove dei Geranium. Infatti prima di scomparire nell’inverno le foglie di molti Geranium si colorano vivacemente di giallo, rosso e bruno. In primavera spunteranno le foglie dei colchici, larghe e robuste, ma soprattutto lente ad appassire; questo accadrà quando la vegetazione dei Geranium sarà così rigogliosa da farle passare quasi inosservate, almeno così sostiene Trevor Bath, un Inglese esperto non solo in Geranium, ma anche nel consigliare buone associazioni di piante per i giardini.
Durante l’inverno queste aiuole saranno prive o quasi di vegetazione, fatta eccezione per i G. macrorrhizum che conservano buona parte del fogliame (altro motivo valido per usarli a delimitare l’aiuola), ma prestissimo a fine inverno spunteranno i piccoli bulbi primaverili, che avremo scelti tra quelli adatti al giardino naturale, crochi, scille, chionodoxa, ecc.

Geranium come piante da vaso

Molti Geranium sono adatti ad essere coltivati in vaso, tutti quelli di taglia bassa e compatti, gli stessi che ben figurerebbero in un giardino roccioso. Tra questi io preferisco G. dalmaticum e G. renardii. Il primo forma bei cespi di foglioline lucide che si ingrandiscono rapidamente tramite l’emissione di polloni laterali. Le foglie sono davvero ben disegnate e la fioritura è di un rosa luminoso e molto abbondante, ma unica tra fine maggio e giugno. Il G. renardii ha foglie più grandi, grigie e tondeggianti con trama molto evidente (tipo quella delle foglie di salvia). La sua fioritura è precoce, unica e raffinatissima; ai primi di maggio sbocciano grandi fiori dai petali bianchi graziosamente venati in violetto, portati a gruppetti su steli pelosi. Durante l’estate e l’autunno e, se il vaso è riparato, anche in inverno, ci saranno solo le foglie, solo si fa per dire perché sono davvero un bellissimo sfondo per piccole piante a fioritura estiva che potremo coltivare nello stesso contenitore, ad esempio Lobelia erinus o Lobularia maritima.

Geranium renardii

Geranium renardii

G. renardii non soffre la costrizione del vaso, anzi, sembra mantenersi più bello e compatto se non ha troppo terreno a disposizione. Lo stesso vale per un altro bel gruppo di piante, G. cinereum, che, come dice il nome, hanno foglie color cenere in quanto coperte di piccoli peli; essi formano piccoli cespi compatti dai quali si sollevano steli con fiori dei colori più vivi, magenta, cremisi, rosa con venature porpora, spesso con un attraente centro nero. La fioritura avviene tra maggio e giugno e, a volte, si ripete nell’estate.

geranium cinereum 'Laurence_Flatman'

Geranium cinereum ‘Laurence_Flatman’

Il contenitore dovrà avere pareti spesse e lente a riscaldarsi, un drenaggio ben curato e dovrà essere sistemato in posizione aperta e luminosa. Sono utilizzabili in contenitori, non troppo piccoli, diverse varietà di G. sanguineum e G. macrorrhizum, o i deliziosi ibridi di quest’ultimo con il G. dalmaticum, cioè G. x cantabrigiensis, sia ‘Biokovo’, bianco rosato, che ‘Cambridge’ rosa violaceo. Tutte le fioritura finora citate sono più o meno lunghe ma uniche, il che potrebbe essere un handicap soprattutto nei vasi.

Per fioriture decisamente più lunghe bisogna rivolgersi a ibridi interspecifici. Tra questi G. x riuersleianum, nome che indica tutti gli ibridi tra G. endressii e G. traversii, il primo originario dei Pirenei e il secondo dell’isola di Catham, al largo della Nuova Zelanda. Fra questi mi sento di consigliare G. ‘Mavis Simpson’, bellissima pianta a fogliame grigio-verde con fiori di un rosa lattiginoso che in maggio si annidano tra le foglie; poi, durante l’estate, gli steli si allungano fino anche a 60-70 cm ramificandosi con generosità e formando ampi tappeti fioriti adatti come copertura del terreno, ma anche, in un contenitore sospeso, a creare una deliziosa cascata di fiori accompagnati da foglie sempre più piccole fino a ottobre inoltrato. D’inverno la pianta scompare completamente ma, nella ciotola all’ingresso di casa mia, rispunta ogni primavera in gran forma.

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Geranium riuersleianum ‘Mavis Simpson’

Altrettanto bello è G. x riversleianum ‘Russel Prichard’ che si distingue dal precedente per il colore rosa scuro brillante dei fiori e per una minore rusticità, che però non ho ancora avuto l’opportunità di verificare.

La popolazione dei Geranium con la spiccata attitudine a produrre lunghi steli dalla fioritura ricca (‘trailing’, per gli inglesi), ottimi come tappezzanti, ma belli anche quando ricadono dai bordi di un contenitore, sta fortunatamente aumentando. Infatti la popolarità dei Geranium in Inghilterra è in crescita dai primi anni Ottanta e ciò ha stimolato la ricerca nel settore della ibridazione. Le novità più interessanti per il giardino ci arrivano dalle isole Orcadi, dove vive Alan Bremner che si dedica con successo da alcuni anni all’ibridazione di Geranium. Alcuni degli ibridi da lui ottenuti e introdotti in commercio sono risultati molto adatti al giardino. In alcuni casi si è ottenuta una rifiorenza davvero eccellente, in altri si è migliorata la rusticità , in altri si è ottenuto un colore speciale. Tra i pochi che sono riuscita a conoscere ‘personalmente’, vedrei bene ai bordi di un grande contenitore G. ‘Sea Spray’, ibrido tra due basse specie neozelandesi di origine, che produce belle foglie color bronzo opaco e fiori non grandi ma numerosissimi per tutta la stagione, color latte appena rosato. I suoi steli fioriferi si allungano pare anche fino a un metro.
Le associazioni possibili sono molte, ad esempio l’edera a foglie piccole variegata in bianco o, meglio, Glechoma hederacea variegata. Il contenitore andrà poi sistemato o appeso in posizione luminosa, ma in ombra nelle ore più calde del pomeriggio.

Altro interessante Geranium adatto soprattutto a tappezzare il suolo alla base di un arbusto coltivato in contenitore è G. orientalitibeticum. Non supera i 20 cm di altezza e fiorisce una sola volta tra maggio e giugno con grandi fiori rosa con centro bianco. Possiede belle foglie verdi, incise e maculate in due toni di verde, che assumono interessanti colorazioni autunnali, prima di sparire completamente per tutto l’inverno. Si diffonde rapidamente nel terreno con le sue radici formate da catenelle di piccoli tuberi collegati tra loro e tende ad essere infestante rispetto ad altre piante delle sue dimensioni. È facilmente riproducibile dividendo le catenelle di tuberi al primo accenno di risveglio vegetativo a fine inverno.

 

Ceanothus thyrsiflorus repens

Ceanothus thyrsiflorus repens

Ceanothus thyrsiflorus repens

La particolare conformazione dei giardini mediterranei ha dato un’impronta particolare ai giardini popolari del centro-sud della penisola, dai quali possiamo ricavare idee interessanti. Ma alla sommità dei muretti e sui lati delle scale e scalette che collegano le zone pavimentate, c’è bisogno di piante dal portamento insolito che con i loro rami decombenti coprano alla vista gli spigoli e si protendano al di fuori come da un grande vaso.

Sono le piante prostrate o ricadenti, il cui impiego in questi casi è davvero indispensabile. Occorre conoscere però l’andamento che assumono da adulte per decidere dove collocarle: se il muretto è troppo basso rispetto alla lunghezza dei rami, questi ultimi si adageranno sul pavimento continuando a crescere in orizzontale con effetto spiacevole, mentre nel caso inverso la sproporzione fra pietrame e pianta produrrebbe una disarmonia fra le forme.
Ceanothus thyrsiflorus repens ad esempio, di crescita molto rapida, può allungare i suoi rami fino a m 1,5 e dato che non sopporta bene le potature, come tutti i Ceanothus a foglia sempreverde, conviene tenerne conto quando lo si utilizza.
Ha foglie piccole, ovali, lucidissime e verde scuro sopra e rami molto fitti che si intersecano fra di loro fino a formare un intreccio di vegetazione compatto alto anche 50-60 centimetri. Nella tarda primavera e nuovamente in autunno appaiono fiorellini azzurri riuniti in spighe all’apice dei rami.
È originario della California e quindi nel nostro clima si ambienta molto bene, accettando la vicinanza del mare, ma sopportando pure le temperature più rigide dell’interno. Vuole però terreni permeabili, non sassosi e poco calcarei, sebbene abbia una buona resistenza alla siccità. Il pieno sole è una sua prerogativa, eppure nonostante la presenza di tutte queste condizioni prima o poi perderete la vostra pianta, perché tutti i Ceanothus sono poco longevi e nella vostra vita vi potrà capitare di doverli sostituire più volte. Se non volete provare questo dispiacere non coltivateli, ma chi vi darà per due volte l’anno lo stesso splendido azzurro?

Convolvulus sabatius

Convolvulus sabatius

Convolvulus sabatius (sin. C. mauritanicus)

Del Convolvulus sabatius, chiamato comunemente C. mauritanicus, si parla troppo poco. È vero lo vediamo sui bancali dei vivaisti ogni anno in primavera, eppure bisognerebbe mostrare che cosa è capace di fare da adulto quando è piantato in piena terra; ma purtroppo l’idea di costruire minigiardini nei luoghi di vendita delle piante non è ancora molto diffusa. Peccato, perché il C. sabatius potrebbe apparire quasi dovunque: certo, tenendo conto dei suoi limiti naturali di pianta erbacea perenne.

Il portamento prostrato in effetti gli consente notevoli possibilità. I rami sono esili, ma fitti e ricoperti di graziose foglioline rotonde sempreverdi, di colore verde-cenerino, caratterizzate da una corta pelosità sericea.
Incapaci di sostenersi da soli si adagiano sul terreno ricoprendo rapidamente un’area di oltre m 1,5 di diametro, ma se opportunamente guidati e fissati ad una parete possono raddoppiare questa lunghezza e quindi non è azzardato pensare a una loro funzione rampicante o ricadente.
La fioritura farà impazzire coloro, e sono tanti, che stravedono per il colore azzurro-violaceo.
La forma è tipica dei convolvoli, ma il fatto più entusiasmante è rappresentato dal periodo in cui appaiono i fiori, da maggio a novembre, in continuazione. Si chiudono la sera e ogni volta che il cielo si annuvola, quindi conviene coltivare la pianta in pieno sole senza alcun timore perché è originaria dell’Algeria e del Marocco, perciò abituata al forte calore estivo.
In Italia si è ormai naturalizzata in Liguria e in Sicilia in quanto, pur resistendo a temperature minime sporadiche di poco inferiori a -5°C che comunque danneggiano le foglie, è amante del clima mite litoraneo.
Viene bene anche su terreni pesanti e aridi dove si sviluppa solo un po’ meno e accetta di buon grado la mancanza di ogni apporto idrico dopo il primo anno dall’impianto.
La riproduzione non presenta alcuna difficoltà: talee estive di rametti privi di fiori danno un ottimo rendimento e così pure le propaggini effettuate in primavera o in autunno; la semina è meglio farla a dimora in primavera.
C. sabatius è veramente stupendo se coltivato in vasi appesi o grandi ciotole su colonne dove i rami possono ricadere a volontà, ma non va disdegnato nemmeno il loro adagiarsi sul pavimento dove, in assenza di piogge, creano una piacevolissima intrusione fiorita.
Molto interessante l’utilizzazione di questa pianta nei tetti verdi in clima mediterraneo per l’effetto combinato tappezzante-debordante di solito molto apprezzato in sistemazioni di questo tipo. Va invece valutato caso per caso il suo impiego nei giardini rocciosi, considerata l’esuberanza della sua vegetazione che rischia di coprire tutto, rocce comprese.
Si potrebbe tenere sotto controllo con le forbici, perché dimostra di reagire bene alle potature, ma se si può evitare questa schiavitù è senz’altro meglio.

Acaena

Acaena anserinifolia

Acaena anserinifolia

Uno dei segreti più facili da proporre per la realizzazione di un giardino in vero stile anglosassone – un segreto però che è tra i più difficili da mettere in pratica, condizionati come siamo dalla nostra tradizione giardiniera all’italiana – è quello, come scriveva Vita Sackville-West, di “infoltire, infoltire, infoltire ogni recesso o fessura”, ricoprendo ogni più piccola area di terreno con un tappeto appropriato. A tale scopo, esperti e manuali hanno messo a punto una lunghissima lista di piante cosiddette tappezzanti – dalle comunissime edere e viole fino alle meno conosciute Arenaria o Mazus – che si prestano a svolgere questa funzione in modo egregio.

Una tappezzante, che da noi è ancora sottoutilizzata, ma che alcuni avveduti vivaisti stanno incentivando mediante la produzione di diverse specie, è Acaena, una rosacea davvero graziosa e dalle prestazioni sorprendenti.
Il genere Acaena comprende attualmente un centinaio di specie originarie in particolare dell’emisfero meridionale della Terra, con netta prevalenza di quelle provenienti dalla Nuova Zelanda e dall’America del Sud. Per quanto riguarda l’emisfero nord, invece, Acaena vivono in America centrale, Messico, California e Hawaii.

Introdotte in Europa fin dagli anni Venti del secolo passato, esse si sono anche naturalizzate, come Acaena anserinifolia, che non è difficile trovare qua e là in Inghilterra e in Irlanda. Sono piante che possiedono fusti a base legnosa pressoché striscianti, anche se per un tratto non lungo, quasi prostrati, rizomatosi e dotati di una grande facilità a ramificarsi. Le foglie, spesso sempreverdi, sono alterne e imparipennate, formate da foglioline a margine dentato dal colore verde, che però in più di un caso vira verso l’azzurro o l’argento, a causa di una folta pelosità.

Frutto di Acaena anserinifolia

Frutto di Acaena anserinifolia

I fiori sono molto piccoli, quasi insignificanti a motivo dell’assenza assoluta di corolla, raccolti in capolini o in spighe ascellari; molto più interessanti sono invece i frutti e in modo particolare quegli ‘aculei’ barbati, che in molti casi avvolgono gli acheni e che possono vagamente ricordare, in formato ridotto le infruttescenze degli anemoni di montagna o dei Geum.
Da un punto di vista botanico, il genere Acaena può essere suddiviso in due categorie, distinguendo appunto fra le specie dotate di capolini globosi o, al contrario, di spighe cilindriche interrotte, anche se sotto un profilo strettamente pratico è forse più semplice operare una ripartizione fondata sul colore e sulle dimensioni delle foglie.

Fra le specie caratterizzate dal colore azzurrastro o grigiastro, la più nota è Acaena anserinifolia, neozelandese e australiana, che in natura vive mescolata tra fasci di erbe alte, dalla pianura alla montagna. Il fusto principale è robusto e legnoso a maturità, alto sino a 1 metro, con rami lunghi una decina di cm e foglie con 9-13 segmenti. Il colore di queste ultime è solo apparentemente argenteo – grazie ai lunghi peli che le ricoprono – mentre in realtà è di uno strano verde-marrone. I capolini, portati da peduncoli della lunghezza di 10 cm, sono sferici e larghi 135 cm, compresi i famosi aculeii, di colore marrone o giallastro con alcune sfumature rosse.

Un tono ancor più accentuatamente metallico possiedono le foglioline di Acaena adscendens (chiamata anche A. affinis o A. decumbens), che vive nell’area della regione di Magellano e nelle Isole Falkland.
Provvista di un fusto principale pressoché legnoso e piuttosto robusto, la pianta forma tappeti larghi anche più di mezzo metro, con foglie di 6-12 cm colorate di grigio-azzurro sopra e più biancastre sotto.

Acaena adscendens

Acaena adscendens

Non meno attraente è Acaena magellanica, spontanea nei vasti territori meridionali di Cile e Argentina (Patagonia e Tierra del Fuego). I suoi fusti principali, spessi fino a 7 mm, sono pressoché legnosi e decombenti, solo raramente radicanti. Le foglie sono lunghe fino a 5 cm, di un chiaro grigio-verde, composte di 11-15 foglioline o anche più, con margini dentati profondamente e regolarmente.

acaena-magellanica

Acaena magellanica

Dotata di un fusto strisciante anche sotto terra e radicante, lungo circa mezzo metro, è Acaena buchananii, originaria della Nuova Zelanda dove cresce sulle montagne tra grossi ciuffi d’erba o anche sulle ghiaie dei fiumi. Le sue foglie, lunghe 2-5 cm e con 11-13 segmenti, hanno un colore grigio-verde non troppo intenso ma luminoso: ogni fogliolina, di forma oblungo-obovata, è pelosa sotto e ha un margine fortemente inciso. I capolini, quasi sessili e larghi fino a 2,5 cm, presentano setole che dapprima sono di un verde giallastro, poi diventano giallo-marrone alla fine dell’estate.

Acaena buchananii

Acaena buchananii

Un’ultima pianta contraddistinta dalle variazioni cromatiche delle foglie sui toni dell’argento e del grigio-azzurro è Acaena ‘Blue Haze’, i cui fusti principali sono robusti, decombenti, solo raramente radicanti, pronti a formare tappeti larghi fino a 1 metro. Le foglie, lunghe 3-10 cm e con 9-15 segmenti, presentano margini profondamente incisi e orlati da un’ombra sottile di rosso-violetto o bronzo. I capolini sono globosi e, al momento della fruttificazione, hanno un diametro di circa 2 cm, con aculei corti e rossastri. L’origine di questa pianta non è nota, anche se spesso è stata inserita nel gruppo di A. adscendens, oppure vista come un ibrido di origine pressoché ignota, ma con il quasi certo coinvolgimento di A. glabra. Alcuni avanzano anche l’ipotesi che essa non sia affatto un ibrido, ma una delle numerose forme sotto cui si presenta A. magellanica, a cui è davvero molto affine.

Acaena 'Blue-Haze'

Acaena ‘Blue-Haze’

Fra le specie provviste di foglie più risolutamente verdi primeggia, senza dubbio, Acaena novae-zealandiae, che nella sua terra d’origine è solita vivere tanto nelle praterie di montagna quanto negli spazi aperti di pianura. I suoi fusti principali sono forti e sempre più legnosi con il procedere degli anni, striscianti e radicanti sino a una lunghezza massima di circa 1 m. Le foglie sono lunghe 5 -10 cm e hanno 11-15 segmenti di forma arrotondata, con margini dentati in modo regolare, il cui colore varia fra il verde brillante della pagina superiore e quello più pallido della pagina inferiore. I capolini delle infruttescenze sono decisamente vistosi sia per il colore (gli aculei sono di un bel viola scuro) sia per le dimensioni (sino a 3,5 cm di diametro), anche perché sorretti da fusti alti una decina di cm.

Acaena novae-zealandiae

Acaena novae-zealandiae

Anche Acaena caesiiglauca, pure neozelandese, ha foglie di 3-5 cm, di un verde chiaro sopra e più grigio sotto, a causa della presenza di un fitto strato di peli setosi. Nel complesso, questa specie ha caratteri un po’ simili a quelli di A. novae-zealandiae, ma quasi sempre con dimensioni inferiori, tranne che nel peduncoli delle infruttescenze, alti una quindicina di cm. A questo proposito, va senz’altro citata un’altra specie, Acaena splendens, i cui fusti fioriferi possono alzarsi dal suolo anche per 25 cm, apparendo cosi come lunghe antenne emergenti da un basso tappeto di foglie; queste ultime possiedono segmenti con margini crenato-dentati, mentre il fusto principale tocca i 100 cm di lunghezza e il capolino ha un aspetto più cilindrico che non globoso.

Acaena splendes

Acaena splendens

Non rimane ora che accennare alle specie che mettono in mostra foglie di altro colore, perlopiù bronzeo o marrone: la più importante fra loro è certamente Acaena microphylla, che vive in Nuova Zelanda, nelle praterie e nei campi erbosi, ma anche fra le ghiaie dei fiumi di montagna. I fusticini sono abbastanza sottili, striscianti e radicanti fino a una sessantina di cm; le foglie sono piuttosto piccole – non più di 3 cm – composte di 7-13 segmenti rotondi a margine dentato. I capolini delle infiorescenze hanno un aspetto globoso, con antere bianche, mentre le infruttescenze sono provviste di aculei di un bel rosso vivo, su peduncoli di appena 1-2 cm.

Acaena-microphylla

Acaena microphylla

Questa pianta, inoltre, dispone di un corredo di numerose sottospecie di origine naturale, fra le quali è stata a lungo inserita una forma che invece oggi viene riconosciuta come specie a sé, Acaena inermis: essa è molto simile ad A. microphylla soprattutto nel fogliame, anche se la lunghezza della singola foglia può toccare i 5 cm. Il colore bronzeo-marrone che caratterizza questo gruppo di piante risulta particolarmente evidente in una bella cultivar, A. m. ‘Kupferteppich’ che, soprattutto al termine dell’inverno, si esprime con una tinta rosso-mattone particolarmente accentuata.

Acaena-Kupferteppich

Acaena microphylla ‘Kupferteppich’

Come già si è accennato, le Acaena sono coltivate e apprezzate in virtù delle loro qualità di formidabili tappezzanti, dal momento che, se le si lascia libere di espandersi, sono in grado di coprire vaste porzioni di terreno. Per lo stesso motivo, al contrario, è bene non utilizzarle nei giardini rocciosi di dimensioni troppo modeste, così come è necessario ricordare che non tutte le specie raggiungono i risultati voluti: tuttavia, sul mercato italiano sono poste in vendita solo le piante più belle e più efficaci come tappezzanti. Tutte le Acaena raggiungono il massimo della loro bellezza se poste in pieno sole o anche in mezz’ombra, mentre una maggiore tolleranza mostrano per la qualità del suolo, che tuttavia non dovrebbe essere troppo pesante, compatto e umido. Anche nei confronti delle temperature invernali non ci sono problemi, dal momento che le specie più comuni sopravvivono fino a -15°C, sia pur perdendo le foglie, che a temperature più elevate rimangono sempreverdi.

La moltiplicazione avviene per divisione dei fusti radicati o anche tramite semina autunnale o primaverile. Non va scordato che le Acaena, oltre che come tappezzanti, possono essere impiegate utilmente anche come rampicanti, facendole correre su fili, magari addossati a pareti, oppure per riempire gli spazi interposti fra le lastre delle pavimentazioni da giardino. Nella loro funzione primaria, esse sono adatte anche per ospitare tra il loro fogliame gruppi di bulbose; un altro bel modo di valorizzarle le vede accompagnate da esemplari di Hebe, come H. armostrongii o H. pinguifolia.

 

Acaena inermis purpurea

Acaena inermis ‘Purpurea’

Propagazione di Acaena (a cur DI Barbara Descovich)

Il genere Acaena comprende numerose specie di erbacee perenni anche se alcune si possono considerare piccoli arbusti. Molte hanno un portamento strisciante: i fusti si sviluppano sulla superficie del terreno (alcuni sono rizomatosi) e da questi si dipartono numerose radici e nuovi germogli tanto da coprire ampie superfici in breve tempo. Grazie alla facilità e alla spontanea capacità di formazione di radici avventizie, da molte delle specie di Acaena si possono ottenere nuovi esemplari mediante la moltiplicazione vegetativa, sia con la divisione dei cespi sia mediante il taleaggio dei fusti. Tale metodo permette di ottenere nuovi esemplari identici alle piante madri, in tempi ristretti e con mezzi limitati.
Questo genere si può propagare con ottimi successi anche con la semina senza che i semi subiscano particolari trattamenti per facilitare la germinazione. La semina si esegue in letto freddo, alla fine dell’estate (inizio settembre) o a fine inverno (inizio di marzo) con terriccio neutro, facendo particolare attenzione al drenaggio. La temperatura non dovrà superare i 20-25 °C e dopo circa due settimane si saranno sviluppate le prime foglioline. Non appena le giovani piante avranno generato almeno 3 o 4 nodi ed un apparato radicale sufficiente potranno essere ripichettate e messe a dimora in primavera (maggio). Non subiscono di solito danni da trapianto.
La divisione dei cespi si esegue prima della ripresa vegetativa, preferibilmente alla fine di febbraio oppure alla fine di agosto, prelevando dalla pianta madre – quei fusti più giovani o parti di essi in cui siano ben visibili le radici avventizie. Possono essere ripiantati direttamente a dimora senza particolari accorgimenti.

Amelanchier

Quando i primi colonizzatori europei sbarcarono sulle fertili coste atlantiche nell’America del Nord, trovarono molte piante spontanee dai frutti eduli coi quali cibarsi, ma le cose diventarono molto più difficili quando, lasciati i loro insediamenti costieri, si mossero verso I’Ovest attraverso le praterie immense e le inesplorate montagne. Ed in quel frangente fu loro di provvido aiuto una pianta arbustiva che cresceva ovunque ai margini delle praterie, lungo i fiumi, nei terreni rocciosi della montagna, una pianta resistente al vento ed al freddo, alla siccità ed al sole estivo, l’Amelanchier. I suoi piccoli frutti dolci e succosi fornirono spesso loro il cibo e la bevanda insieme. Del resto gli abitatori del paese conoscevano già molto bene il frutto di questa pianta, chiamato mis-sask-qua-too, (e per brevità saskatoon – Esiste anche una città chiamata Sasktown perché sorta in una zona molto ricca di Amelanchier) e usavano anche mescolarlo alla carne di bufalo e a grasso per farne una pasta chiamata “pennican”, il cibo che tutti i viaggiatori e cacciatori si portavano appresso nelle immense praterie. Anche gli europei adottarono il pennican e tutti ricordiamo di averne letto sui libri di avventure divorati nella nostra infanzia.
Amelanchier alnifolia spontaneo è stato oggi sostituito nelle coltivazioni da varietà a frutto più grande e di migliore qualità, e la sua coltura in America è stata largamente diffusa ovunque.
L’antica raccolta a mano è stata sostituita da quella meccanica e i frutti sono impiegati per fare bevande alcoliche, gelatine, marmellate e dolci vari.

Un po’ di botanica

A. alnifolia, la specie americana più diffusa, fa parte di un genere che ne comprende almeno una ventina. Si tratta di arbusti o di piccoli alberi della famiglia delle Rosaceae per lo più americani (bartamiana, canadensis, florida, laevis, oblongifolia, prunifolia, sanguinea, sera, stolonifera, utahensis) delle regioni che vanno dal Canada sino all’Utah e al Nuovo Messico, dall’Ontario alle Montagne Rocciose dove vivono all’altitudine di 1500-1800 metri, sino alle coste dell’Oceano Pacifico. Non mancano tuttavia le specie asiatiche ed europee, come A. asiatica diffusa dalla Cina alla Corea sino al Giappone e A. ovalis (sin. interfolia, vulgaris) che si ritrova in Dalmazia e a Creta, ma presente anche in Italia. Il Fiori infatti la cita come diffusa nella zona delle Alpi e nelle maggiori nostre isole.

Le foglie di tutte le specie sono alterne, più o meno ovate, lunghe meno di 10 cm, sempre dentate, che nell’autunno assumono vistosi colori prima di cadere.

Amelanchier-autumn-brilliance

Amelanchier ‘Autumn Brilliance’

I fiori sono grandi, per solito bianchi o raramente rosati; esistono tuttavia anche tipi a fiori rossi, come A. grandiflora ‘Rubescens’. Essi sono riuniti per lo più in racemi terminali di una dozzina, ma qualche volta sono solitari o riuniti a due a due od a quattro. Ogni fiore è pentamero come in tutte le Rosaceae, e di un paio di cm di diametro, spesso assai più bello del fiore di un Malus.
La fioritura è sempre assai precoce ma la durata è spesso molto breve anche se talvolta spettacolare.


Ai fiori succedono piccoli pomi che a maturità, nell’autunno, assumono colori diversi; dal bianco al giallo crema sino al rosa e al rosso-violaceo. Una curiosità: le piante a frutto bianco o crema sono sterili, a meno che non intervenga nella fecondazione una pianta a frutto porpora o violetto.
Lo sviluppo delle piante è quanto mai vario e va da un solo metro di altezza a 7-8 metri a seconda della specie e dell’ambiente in cui vive. In ogni caso si tratta di vegetali quanto mai frugali e resistenti a qualsiasi condizione avversa e adatti per qualsiasi terreno.

Come si può utilizzare e coltivare 

In America Amelanchier è conosciuto più che altro come pianta da frutto e per questo largamente coltivato.
Da noi, oltre che per tale impiego, può servire molto bene in giardino per formare gruppi sul prato, per esemplari isolati, per siepi ornamentali. Un alberello in piena fioritura è veramente molto attraente, tanto più che i fiori sbocciano sempre prima della nascita delle foglie.
Ma anche i frutti sono altamente decorativi, specialmente quelli colorati, mentre le foglie assumono in autunno eleganti toni del giallo, del rosso e del porpora, dando al giardino colori quasi violenti.
Esistono diverse forme orticole indicate particolarmente per i giardini, soprattutto di A. grandiflora, oppure anche di A. alnifolia. Una di queste è A. ‘Altaglow’ a portamento colonnare e che può raggiungere i 5-7 metri, con frutti color crema.
I tipi compresi nella specie A. laevis invece danno piante più raccolte, dalle foglie e dai frutti policromi molto interessanti.
Si può dire che Amelanchier si adatti a qualsiasi terreno ma è evidente che il suo sviluppo sarà in relazione alla fertilità del suolo al quale sarà affidato. Le più belle piante, molto fiorifere (e fruttifere) saranno quelle poste in un suolo ricco, di medio impasto, sufficientemente fresco nell’estate ed in pieno sole.
La moltiplicazione dell’Amelanchier è molto facile perché la pianta si riproduce agevolmente per talea, margotta, propaggine, polloni radicali e anche per seme. Le talee di legno maturo e le margotte vanno fatte d’autunno, epoca nella quale si devono affidare al terreno anche i semi di fresco raccolto. Se infatti si lascia passare l’inverno, i semi impiegheranno due anni per nascere.
Le forme ibride e selezionate vanno invece riprodotte per innesto. Si sconsigliano il biancospino e il nespolo, mentre sono da preferire Amelanchier da seme e il cotogno. Con questa sintetica nota io spero di aver invogliato qualche lettore a introdurre nel suo giardino Amelanchier, questa pianta benemerita dei pionieri del West e così poco conosciuta da noi.
E se egli non ha posto in giardino, la metta almeno nell’orto, dove insieme al ribes, ai lamponi ed ai mirtilli americani gli darà molti piccoli frutti, sul finire dell’anno, per le consuete marmellate.

A caccia di insalate

Quando non c’erano patate e fagioli e pomodori, si badava di più a ciò che cresceva dietro casa, e l’acetosa era una delle verdure preferite. Da noi è pressoché scomparsa dai mercati. Pochi mazzetti di fresche foglie in primavera sul banco di qualche erbivendolo appassionato richiamano antiche abitudini. Ma in Francia l’oseille è ancora, e come!, onorata sulle tavole umili e su quelle raffinate. Così come in Inghilterra, ove il sorrel entra in molti piatti. Chiamata erba brusca in antico e ancora oggi in molte parti dell’Italia del nord, in varie regioni ha nomi che si rifanno al sapore acidulo. Quindi ecco “erba agretta” in Liguria, “arzivola” in Piemonte, “zanzora” in Lombardia, “pan e vin” in Veneto e Friuli, “erba salada” in Emilia, “testa di bue” a Napoli e “aria-e-duci” in Sicilia. Importanti quasi come essa sono l’acetosa romana, detta anche acetosa tonda, e l’erba pazienza, o romice, o lapazzo (in Sicilia). Le acetose danno tutte un sapore agro, seppure variano in intensità e per una componente amara da specie a specie. Sono originarie dell’Europa e dell’Asia, anche se adesso crescono selvatiche pure nell’America del Nord. Preferiscono i terreni leggermente acidi, ricchi di torba.

Le specie

Rumex acetosa è frequente in ogni regione d’Italia nei luoghi erbosi e leggermente umidi. Le piante si presentano con un gruppo di foglie basali picciolate, ovato-oblunghe, dalle quali si levano steli alti fino a un metro ove sono inserite foglie di forma marcatamente astata e senza picciolo. I fiori, insignificanti, raccolti in pannocchie appaiono tra giugno e agosto.

Rumex scutatus si trova da noi nei terreni montani di natura silicea oltre che nei dirupi erbosi e aridi, riconoscibile per le foglie largamente triangolari-saettiformi, lobate alla base, un po’ grassette di sapore molto acido. Ha il vantaggio di crescere bene in terreni poveri e aridi, per cui lo si trova un po’ ovunque in Europa e in Asia.

Rumex acetosella si rinviene nel luoghi sterili e incolti della zona mediterranea dove fiorisce tra maggio e luglio. Si tratta di pianta perenne, con fusto sul mezzo metro con foglie picciolate di forma lanceolata e astato-tripartita.
Rumex patientia si rinviene coltivato o inselvatichito nelle zone centro-settentrionali, dove si presenta come pianta perenne dal fusto alto fino ad un metro e mezzo. Le foglie basali hanno forma ovata o ellittica, con margine ondulato e possono essere lunghe fino a 25 cm mentre le foglie del fusto, piuttosto lanceolate, hanno la base arrotondata. I fiori sono riuniti in grandi e lunghe inflorescenze.
Rumex crispus, infine, è comune nei prati umidi, ha fusto di circa un metro, con foglie lanceolate e arrotondate alla base. Anche qui le inflorescenze sono lunghe e appaiono tra maggio e luglio a seconda della latitudine. La radice è utilizzata per l’estrazione di vari principio attivi e sostanze tanniche.

Le proprietà

L’acetosa è una delle prime verdure a mettersi a vegetare in primavera, e non è infrequente trovare tenere foglioline nuove già in febbraio, a parte Sicilia e Calabria ove il raccolto va addirittura fatto tra novembre e gennaio.
Il sapore è deliziosamente rinfrescante, d’un acidulo che ricorda la buccia delle prugne. Una volta ragazzini e pastori rinfrescavano con i suoi steli la lingua secca per il troppo camminare, quando li trovavano in mezzo a un bel prato. E si sa che l’acetosa era il cibo comune presso Egizi, Greci e Romani. Oggi, ancora, in Egitto, in Francia l’acetosa è coltivata e appare spesso sulle tavole. In Inghilterra sono lontani i tempi medievali quando era di rigore nell’orto, e l’epoca dei Tudor quando erano tante le ricette per cucinarla bollita o ridotta in salsa per carni e pesci.
Andiamo a cercarle, allora, queste acetose nei prati e negli incolti umidi. Prendiamo le foglie centrali, verdine e tenerelle, magari dopo averne assaggiata una per scoprire se abbiamo indovinato o se è troppo acida o amarognola o insipida. Portiamole a casa e mischiamole alle verdure del solito minestrone, magari assieme a ortica e malva. Avremo il vantaggio di un insieme ricco in ferro e altri sali minerali e in vitamina C, ove l’acetosa attenua il sapore pesante del lardo e facilita la digestione delle altre verdure.

Rumex sanguineus

Rumex sanguineus

Essendo leggermente lassativa e depurativa può essere consumata da sola sia cotta ma meglio ancora aggiunta ad insalate per una più efficace azione eupeptica e diuretica, e per sfruttare e il prezioso contenuto in clorofilla e vitamina C. Per la ricchezza in ferro torna utile nella cura dell’anemia e dell’emofilia. Il decotto che se ne ricava è un depurativo del sangue, da utilizzarsi in caso di foruncolosi e avvelenamenti del sangue. Lo stesso si potrà usare per uso esterno in impacchi sulle dermatosi, mentre con le foglie si fanno cataplasmi per portare a maturazione foruncoli e ascessi. Ricordiamo, però, che reumatici e gottosi se ne devono astenere, dato che l’acido ossalico è controindicato per loro, e che comunque l’abuso risulta nocivo per tutti, in quanto troppo ossalato di calcio può causare lesioni renali.
Ma torniamo alla cucina. Una volta in mancanza di pentole in acciaio inossidabile, smaltate e in vetro, si raccomandava di non cuocere l’acetosa e di non tagliarla con utensili di ferro per non farle prendere sgradevole sapore metallico. Oggi il problema è di più facile soluzione ma occorre ricordarsene.


In cucina: le ricette

Le foglie giovani in insalata, spezzate a mano, unite a lattuga, malva, cicoria, tarassaco, dolcetta (o valerianella) e dadini di pane raffermo strofinati d’aglio, e condite con molto olio e poco sale danno uno di quei mangiari da re che ristora i nostri palati cittadini, disabituati ai sapori primigeni. Ma anche da sola non è male, come ben sanno i pastori delle nostre Alpi che la chiamano pan-e-vin e ne fanno il companatico di molte colazioni in alpeggio.

Altro modo di prepararla consiste nello sbianchire le foglie in acqua bollente e poi ripassarle con burro in padella, facendo però attenzione al fatto che sono ancora più inconsistenti degli spinaci e quindi ci vuole un niente per ritrovarle in purea.

In Francia è d’uso comune adagiare su un sottile letto di purea di queste foglie le sogliole con salsa olandese. Ma voglio ricordare che il rombo al vino bianco con burro verde è uno di quei piatti che difficilmente possono essere eguagliati. E siccome si può preparare anche con le più comuni (nel senso di reperibili) sogliole non voglio privarvi del piacere di prepararvelo. Dunque per un rombo di un chilo  e mezzo tagliato in tre pezzi, approntate una pirofila con tanto vino bianco e acqua in parti eguali quanto necessario per coprire il pesce.
Aggiungete una cipolla finemente affettata, due carote a fettine e un mazzetto di erbe composto da timo, alloro prezzemolo, sedano e rosmarino. Salate pepate e mettete a cuocere a fuoco medio finché non si alza il bollore, dopo di che abbassate la fiamma e lasciate a sobbollire per trenta minuti.
Adagiate il pesce su un piatto da portata ben caldo e irroratelo con la salsa che intanto avrete preparato così. Per 200 g di burro ammorbidito prendete due uova sode e passatele al setaccio, due spicchi d’aglio ben schiacciati e due cucchiai d’olio sopraffino e mischiate il tutto frullando finché la miscela non sarà diventata cremosa. Ad essa incorporate poi sei foglie di acetosa, sei di lattuga e sei di crescione oltre ad alcuni rametti di prezzemolo e due scalogni (o cipolline in mancanza) fatti bollire in acqua salata per tre minuti, e poi passati al setaccio. Nonché due cucchiai di capperi dissalati, mezzo cucchiaino d i senape e il succo di mezzo limone. Tornate a frullare il tutto per qualche secondo, aggiungendo se il composto fosse troppo denso una o due cucchiaiate del brodo di cottura, e aggiustando di sale e pepe.

L’acetosa, assieme a cerfoglio ed erba cipollina costituisce uno squisito ripieno per quelle omelette per cui i francesi vanno tanto rinomati, mentre assieme al misto di erbe mediterranee dà un tocco diverso ai bouilloms ove far sobbollire quei pesci di acqua dolce o dei mari del Nord sempre un po’ sciapi. Aggiunta al brodo di. pollo ne migliora il sapore attenuando il sentore di pollaio. Inoltre lega benissimo con le zuppe di lenticchie o di patate, oltre che con i pomodori e i cetrioli.
In Inghilterra, sul finire del ‘600 una salsa classica per accompagnare il maiale era composta da pane e mele cotte con zucchero e aceto fino a disfarsi, passati poi in purea e mischiati a una purea di acetosa. Il gusto pungente e dolce era capace di far digerire qualsiasi grassume.
In Francia una salsa di acetosa si prepara facendo cuocere un pugno di foglie con un tocco di burro, aggiungendovi un bicchiere di panna prebollita per evitare che si raggrumi a contatto con l’acido dell’erba, e quindi portata alla liquidità voluta con qualche cucchiaiata del brodo di cottura della pietanza che si vuol guarnire, sia esso pollo, vitello o pesce.

Chiudiamo con la ricetta della minestra ghiacciata all’acetosella, meno nota del potage invernale, con la quale rinfrescare i vostri ospiti in una calda giornata estiva.
Dunque, si fanno bollire 250 g di acetosa tagliata a striscioline in un litro d’acqua per dieci minuti. Si aggiunge sale, poco pepe e un peperoncino rosso. Si lascia raffreddare aggiungendovi qualche fettina sottilissima di cetriolo, d’uovo sodo un po’ di succo di limone, due spicchi d’aglio e del prezzemolo tritatissimo, si mette in frigorifero per tre ore e si serve.

Amo uno snaturato? – Prunus campanulata

Leggere favole è un’attività dagli effetti perniciosissimi, non diversamente dall’essere contagiati da una malattia a lunga incubazione. Basta che nella prima età, la più recettiva, si venga a contatto con poche pagine e subito una selva di simboli si insinua e trova dimora negli spazi tra i desideri e le azioni, dove matura e si accresce legando figura a figura, emblema a emblema fino a manifestarsi concretamente in un nostro preciso atto che invece noi crediamo con arroganza frutto di una decisone ben ponderata o addirittura, al contrario, chiamiamo ingenuamente “moto spontaneo”.

Accade allora che certe precise parole (“color cremisi rubino intenso”) e non altre si stacchino per noi dense e luminose sulle righe scritte da Ippolito Pizzetti* nel descrivere le qualità del Prunus campanulata e ce lo facciano desiderare così intensamente da non sapervi rinunciare, solo perché molti anni prima cercavamo pure noi di figurarci le meraviglie viste da Aladino mentre, sceso nel sotterraneo alla ricerca della lampada magica, sosta nel giardino dagli alberi che hanno pietre preziose per frutti…

(Istoria di Aladdin, o la Lucerna maravigliosa, in Le Mille e una Notte. Novelle Arabe, tradotte in francese da Antonio Galland, versione italiana nuovamente emendata e corredata di note, Francesco Rossi Editore, Napoli, 1852, p. 461)

La follia, una volta dichiaratasi, non dà requie. Si sfogliano cataloghi, si visitano mostre, si frequentano vivai, si logorano vivaisti alla ricerca del nostro ideale fatto pianta, metodici e inesorabili. Con Prunus campanulata ho fortuna; introvabile sul mercato, scopro che ne crescono alcuni esemplari nel parco di Villa Taranto grazie a un articolo di Stelvio Coggiatti, che ne racconta la storia e ne spiega la rarità.

“È impossibile contare il numero di fiori di Prunus campanulata che tra metà gennaio e metà febbraio (nel mio giardino romano) formano una fitta, ampia nuvola rosa intenso. È il dono che anni fa ebbi a conclusione di un soggiorno a Villa Taranto dal nobile scozzese Neil McEacharn, capitano dei lancieri della regina; un suo antenato fu duca di Taranto, da cui il nome della Villa Taranto di Pallanza sul lago Maggiore. Di questa, negli anni Trenta, McEacharn è stato ideatore e progettista, coordinando finché visse (1964) l’acquisizione e l’impianto di quel selezionatissimo patrimonio botanico.
Meglio non si potrebbe descrivere Prunus campanulata se non con le parole adoperate da McEacharn nel suo volume “The Villa Taranto – A Scotsman’s Garden in Italy” Country Life Ltd., London 1954.
“È senza dubbio il più spettacolare ciliegio da fiore di villa Taranto; benché consigliato per climi più miti, a Pallanza, in un susseguirsi di inverni freddi, ha superato senza danno temperature che si alternavano tra -5 e -10 °C. In marzo, all’apparire dei fiori, l’albero dà spettacolo con una fitta nuvola rosa carminio che vince ogni altro ciliegio. Nel 1936, otto giovani esemplari alti mezzo metro mi vennero offerti dai Giardini Botanici di Kew; hanno fiorito fin dall’anno successivo, ma la fruttificazione che portò i primi semi avvenne soltanto nel 1951”.[…].
Nel clima di Roma, negli ultimi vent’anni la fioritura è avvenuta tra la seconda metà di gennaio ed inizio febbraio.”
(Stelvio Coggiatti, Con i suoi fiori luminosi annuncia la primavera, Gardenia, giugno 1994, n. 122, anno XI, pp. 126-127)

Immagine dal sito http://www.onlineplantguide.com/

Durante uno dei pellegrinaggi al Mini-Arboretum chiedo aiuto a Guido Piacenza, che, con grande disponibilità, fa in modo di ottenere alcune marze da Villa Taranto. Così che la primavera successiva – è il 1997 – entro finalmente in possesso di due giovani esemplari del ciliegio dai fiori color rubino. Che, per mettere alla prova la mia devozione, muoiono dopo pochissimi anni – forse per il portainnesto inadatto al terreno della Valpolicella, forse per un attacco di cancro rameale. Non potendo più affidarmi ai generosi uffici del Mini-Arboretum, che nel frattempo ha chiuso l’attività, mi rivolgo direttamente a Villa Taranto. Vengo a sapere che nei primi giorni d’apertura del parco sono messi in vendita gli esuberi delle piante moltiplicate dai giardinieri, comprese le varietà più rare. La settimana dopo parto, visito, acquisto e torno – soddisfatto e insieme apprensivo pensando che presto traslocherò portandomi dietro quanto possibile del vecchio giardino – Prunus campanulata compreso. Ma gli dei questa volta si mostrano benevoli e (gesti apotropaici) la nuova pianta cresce velocemente e fiorisce generosa. Anche sotto l’ultima neve.

E tutti vissero felici e contenti?
Direi di sì – tuttavia manca ancora la morale della favola: quel che a sinistra è raro, esotico e misterioso, a destra…

Un po’ di enciclopedia

Prunus campanulata cresce spontaneo sulle colline di Taiwan – da cui il nome inglese di Taiwan Cherry. La specie è diffusa anche nelle provincie costiere della Cina e nell’arcipelago delle Ryūkyū, ma non è sicuro se le popolazioni giapponesi siano spontanee o se invece derivino da esemplari introdotti in tempi lontani. In ogni caso, nella città di Nago, nella prefettura di Okinawa, il Kanhizakura (カンヒザクラ Ciliegio Scarlatto del Freddo), ha un posto preminente nella Festa dei Ciliegi: Nago è la località in cui la fioritura dei ciliegi inizia per poi spostarsi verso le regioni più fredde, seguita con passione dai giapponesi grazie ai bollettini quotidiani, e Prunus campanulata è il primo a fiorire tra tutti, e per questo molto amato, tanto che ne sono state selezionate oltre quindici varietà, alcune con fiori doppi, altre con petali rosa chiarissimo, queste derivate dall’incrocio con Prunus lannesiana, tutte con nomi dalla capacità evocativa tipicamente giapponese: Ciliegio del Giorno Più Freddo, Ciliegio del Primo Regno, Ciliegio del Primo Giorno di Primavera… Altre ancora – o forse le stesse, ma con diversi nomi, sono collezionate in Cina.
Più spesso a portamento arbustivo, può essere allevato come piccolo albero alto tra i cinque e i sette metri.
Le foglie assumono toni giallo aranciati negli autunni più miti – tuttavia, se le temperature cadono improvvisamente, virano subito al bronzo.
Analogamente, in primavera i fiori sviluppano petali più ampi quando le temperature e l’umidità dell’aria sono elevate, relativamente alla stagione precoce. È ospite specifico dei bruchi di una farfalla licenide endemica di Taiwan.
I frutti sono rossi, ogivali, di un paio di centimetri di lunghezza. Dalla California ci assicurano che the plums are either eaten fresh or used to make a delicious jelly. In Europa, per mancanza di impollinatori specifici, i frutti compaiono raramente. Oltre che da insetti, i fiori sono visitati da uccelli appartenenti al genere Zosterops (Z. japonicusZ. palpebrosus), attratti dal colore acceso dei fiori e soprattutto dal nettare abbondante disponibile già alla fine dell’inverno. Anche le cinciarelle che frequentano il mio giardino apprezzano molto il nettare del P. c., ma, non disponendo di un becco abbastanza lungo e sottile, per raggiungerlo strappano e stracciano i fiori. Ingrati uccelletti.

Le qualità ornamentali e la capacità di attirare gli uccelli hanno fatto conoscere a Prunus campanulata i giardini della costa occidentale degli Stati Uniti (per i colibrì), così come quelli d’Australia e ancor più quelli della Nuova Zelanda, dove sono selezionate le varietà ‘Felix Juri’ e ‘Superba’ e dove prende il nome di Tui-Tree, poiché è frequentato dal Tui (Prosthemadera novaeseelandiae), uccello popolare per l’intelligenza e la capacità di imitare i suoni – compresa la voce umana.
Proprio in Nuova Zelanda, tuttavia, il nobilissimo ciliegio diviene rapidamente una pianta infestante; il clima favorevole, la mancanza di competitori, la presenza di uccelli che favoriscono l’impollinazione e la dispersione dei semi fanno sì che P. c. invada macchie e margini dei boschi impedendo lo sviluppo delle piante locali e causando tali disordini che le autorità decidono di bandirlo dal regno estirpandolo o avvelenandolo di diserbante ovunque osi comparire.
A occhi spietati, il più bello degli alberi che crescono nel giardino della Lampada Meravigliosa  appare solo come un invasore. Di certo non avranno letto favole.
*”Pianta di notevole bellezza, è diverso da ogni altro Prunus le foglie sono obovate, i fiori, penduli, di squisita forma a campanula […], a gruppi di 2-6; hanno petali color cremisi rubino intenso a margine profondamente intagliato. Al centro spiccano gli stami con le antere giallo brillante; il calice ha colore più scuro dei petali. […]. Questa specie fu introdotta in Europa nel 1899, ma dopo alcuni anni andò perduta, e fu reintrodotta dal Giappone nel 1915. In Italia, a Villa Taranto, fu coltivata nel 1938.”
Enciclopedia dei fiori e delle piante, Garzanti – a cura di Ippolito Pizzetti.

Torna il 20 e 21 aprile Ninfeamus, la manifestazione botanica nel parco storico di Villa Litta a Lainate

Lo avevamo detto lo scorso anno in occasione della prima edizione: i numeri ci sono! Il parco storico della villa, il favoloso e rinomato Ninfeo, l’atmosfera tranquilla ma contemporaneamente raffinata riescono a fare da corollario a una manifestazione del verde che si arricchisce di anno in anno con nuovi appuntamenti, nuovi espositori, nuove mostre d’arte organizzate nei saloni della villa. Ecco infatti, puntuale la seconda edizione di Nifeamus che quest’anno ha l’obiettivo dichiarato di fare avvicinare grandi e piccoli ai temi della natura, dell’ecologia e dei comportamenti sostenibili.

Tema portante della manifestazione sarà ‘Erbacee&rbacce’, un viaggio alla scoperta del mondo delle piante erbacee, spesso nell’immaginario collettivo considerate piante meno nobili o confuse con le infestanti ma altamente decorative, alcune utili in cucina e dalle innumerevoli proprietà curative.
Vivaisti d’eccellenza provenienti da tutta Italia presenteranno una selezione delle novità sul mondo del giardino e le sue numerose declinazioni: erbacee perenni e stagionali, piante officinali, edibili e profumate, cactacee e succulente, arbusti, lavande, olii essenziali, e altro ancora.

Due saranno invece gli incontri di respiro europeo, promossi dal circuito EGHN – European Garden Heritage Network, ospite d’onore e sostenitore di Ninfeamus. Nei due convegni, Idee Verdi: turismo e giardini, uno per il pubblico e l’altro, più tecnico, dedicato agli operatori turistici, si parlerà di nuove e alternative forme di turismo legate alle visite guidate nei giardini di ville e palazzi storici, sull’esempio di quanto proposto nel land della Renania Settentrionale-Vestfalia. EGHN è infatti un circuito – nel quale è inserito anche il parco di Villa Litta – che coinvolge nove stati europei e che propone un percorso tra piccoli e grandi parchi e giardini, alla scoperta di natura, design, architettura, storia, cultura e identità dei luoghi visitati.

Il ricco programma di eventi che ruotano intorno a Ninfeamus prevede imperdibili visite guidate al parco storico  e irriverenti giochi d’acqua del Ninfeo, prima dell’apertura ufficiale della stagione di visite guidate in programma il 4 maggio, e non mancheranno laboratori per i più piccoliattività sportive all’aperto per tutti i gusti. Sarà inoltre possibile pranzare nella splendida cornice degli alberi secolari con proposte biologiche e a km zero.

Tutti i proventi della manifestazione saranno devoluti per un progetto di valorizzazione del parco storico. Il ricavato della prima edizione ha permesso di dare un nome e un cartellino di riconoscimento a oltre settanta specie arboree di rilievo.

Programma dettagliato su: www.ninfeamus.it

Giardini e benessere

L’Associazione Gli orti del benessere di Siracusa organizza il convegno Giardini e benessere – Gli spazi verdi nelle città e nei luoghi di cura possono migliorare la qualità della vita, che si terrà il 25 maggio  presso la Villa Reimann di Siracusa, Via Necropoli Grotticelle, 14.

Il convegno è rivolto ai professionisti che si occupano di progettazione di aree verdi, quali agronomi, ingegneri e architetti,  della cura della persona, quali psicologi – psicoterapeuti e psichiatri, e in generale a chiunque sia interessato all’ortoterapia e ai benefici che da essa derivano.

Relazioni:

ore 10.00 Le potenzialità dell’orticoltura terapeutica – Prof.ssa D. Romano – Associato – Dipartimento di Scienze delle Produzioni Agrarie e Alimentari – Università di Catania.

Ore 12.00 – Problematiche relative al verde urbano come elemento sociale e di integrazione – Prof. F. Ferrini – Ordinario di Arboricoltura urbana e di impianto e gestione delle aree verdi -Dipartimento di Scienze delle produzioni Agroalimentari e dell’Ambiente – Sez. Colture arboree – Università di Firenze

Ore 13.00 –Le multi professionalità nella terapia orticolturale: ruoli e funzioni dello psicologo-psicoterapeuta – Dott.ssa A. Elia – Psicologo – psicoterapeuta, Responsabile scientifico Associazione Oltre onlus

Ore 14.30 – Healing garden: perché i giardini ci aiutano a vivere meglioCriteri progettuali dei giardini terapeutici: il giardino per gli anziani, il giardino Alzheimer, il giardino per disabili – Dott.ssa Arch. M. Botta – Specializzata in healing garden, verde terapeutico ed ortoterapia

Ore 16.30 – Le fattorie sociali in Sicilia: buone prassi per la promozione della salute – S. Cacciola – Presidente della Rete Fattorie sociali Sicilia

Ore 17.00 – Il processo riabilitativo attraverso la terapia orticolturale – Dott- G. Sgarlata – Psichiatra – Dipartimento di salute mentale ASP 8 – Siracusa Ore 17.15 – Dibattito

Ore 17.30 – Conclusione lavori e consegna attestati di partecipazione

Il convegno è a numero chiuso.
Per iscriversi è necessario compilare la scheda d’iscrizione e inviarla all’indirizzo:
gliortidelbenessere@gmail.com
Le iscrizioni dovranno pervenire entro e non oltre il 20 maggio 2013.
È stata inoltrata la richiesta per il rilascio dei CFP

Info e prenotazioni: Associazione gli orti del benessere – Siracusa; 3273285457;
gliortidelbenessere@gmail.com

Recupero specie frutticole e orticole: entra nel vivo il progetto della Provincia di Piacenza sulla biodiversità

Due anni fa la Provincia di Piacenza approvava il  progetto sulla Biodiversità Salvaguardia della diversità genetica in agricoltura nel settore delle produzioni vegetali  il recupero, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio genetico locale di specie agrarie frutticole e orticole; quest’anno sono state realizzate le prime piantine di ciliegio, melo e pero, barbatelle di uva da tavola e recuperati i semi delle colture orticole di zucca Berrettina Piacentina e cavolo fiore bianco piacentino.
L’iniziativa nasce da un’idea dell’assessorato provinciale all’Agricoltura e con l’intento ulteriore di ampliare la rete degli Agricoltori Custodi, in un’ottica  di multifunzionalità che consente alle aziende di produrre non solo beni, ma anche servizi per l’intera collettività e di valorizzazione delle attività di manutenzione del territorio svolte dagli imprenditori agricoli, per sostenere gli agricoltori delle zone svantaggiate quali veri e propri custodi del territorio e del paesaggio rurale.

Fino al  26 aprile 2013 si potrà presentare domanda alla Provincia per entrare nella rete degli Agricoltori Custodi e accedere alla distribuzione di barbatelle di uva da tavola Besgano bianco e nero e per la prenotazione di piante frutticole e semi di orticole (zucca Berrettina Piacentina e cavolo fiore bianco piacentino).
Le domande dovranno essere inviate alla Provincia di Piacenza – Settore agricoltura e politiche agroalimentari, Servizio Piccole Filiere e supporto tecnico alle produzioni agricole (in via Colombo 35 a Piacenza) entro le 12 del giorno 26 aprile 2013 utilizzando il modulo reperibile sul sito www.provincia.pc.it alla sezione “Bandi, avvisi ed esiti”.
Le piante disponibili saranno assegnate attraverso una graduatoria alle aziende agricole del territorio piacentino che ne faranno richiesta.