Giardino Giusti a Verona

A differenza della maggior parte dei giardini dell’epoca, nei quali il movimento architettonico delle terrazze e delle scalinate si distende dalla sommità verso il basso, nel giardino Giusti il movimento è al contrario, parte dal basso dell’erto colle di S. Pietro, dove sorge il grande palazzo, che si affaccia sull’omonima Via Giusti nel centro di Verona.

Ingresso a villa Giusti Il giardino all’italiana a villa Giusti

L’antica e nobile famiglia Giusti, di origine toscana, venne profuga in Verona verso il 1300 per contrasti politici e già all’inizio del 1400 era ormai affermata nella città di Verona nell’arte della tessitura con il nome di Giusti del Giardino. Ciò probabilmente per la rinomanza del giardino, così bello nel suo disegno rinascimentale ricordando i giardini toscani per la sequenza delle terrazze, per la maestosità dei cipressi che fiancheggiano il viale che conduce alla sua parte più alta e per la ricchezza delle piante in esso raccolte.

Charles de Brosses, visitando Verona in occasione del suo viaggio in Italia nel 1739, così descriveva il giardino: «Quanto alle case private, quelle dei Pompei e dei Maffei mi sono sembrate le più belle all’esterno; ma stimo superiori i giardini del palazzo Giusti, che la natura ha voluto servire dandogli belle e fatte alcune rocce, grazie alle quali ci sono interminabili grotte e terrazze, sormontate da piccole rotonde, aperte da tutti i lati sulla città e sulla campagna tagliata dal corso dell’Adige. A sinistra la vista si perde all’infinito, mentre a destra si arresta ai monti del Tirolo. Oltre a ciò, un gran numero di cipressi incredibilmente alti e aguzzi, piantati in tutto il giardino, formano un insieme curioso e danno a tutto il luogo l’aspetto di uno di quei posti, dove i maghi tengono il Sabba. C’è un labirinto dove io, che resto sempre indietro rispetto agli altri a baloccarmi, andai incautamente a cacciarmi. Ci restai per un’ora sotto il sole, a sbraitare senza potermi raccapezzare, finché quelli della casa vennero a tirarmi fuori».

La costruzione del palazzo Giusti, perfettamente inserita nella splendida cornice del giardino e nella fitta vegetazione boschiva collinare, risale al 1580 con la collaborazione di insigni artisti che contribuirono ad esaltare la bellezza armoniosa del palazzo dal cui porticato si accede al celebre giardino. Numerosi sono gli affreschi di Paolo Farinati, pittore, architetto e incisore veronese; ampia è la raccolta di opere d’arte.

L’ampiezza del palazzo sembra progettata in funzione del giardino posteriore, la cui realizzazione fu iniziata contemporaneamente.
Iniziando la passeggiata nel suo interno, è da ammirare lo stupendo giardino all’italiana che si estende nella parte più bassa, costituito da simmetriche aiuole con siepi di bosso perfettamente potate secondo una abilissima arte topiaria, a cui fanno cornice i maestosi cipressi e la fittissima vegetazione del bosco.

Statue nella geometria del giardino Veduta del giardino e dei cipressi

Nel geometrico verde del parterre spiccano i vivaci colori delle fioriture stagionali di Salvia splendens, di Canna indica, di begonie.
Lungo i viali ricoperti di ghiaia numerose sono le statue che raffigurano immagini di donna, le colonne, i bassorilievi e i pregevoli oggetti di scavo e le fontane con gli allegri zampilli d’acqua. Completano il giardino all’italiana i caratteristici grandi vasi con una ampia collezione di piante d’agrumi, la peschiera con la splendida statua di Alessandro Vittoria, il labirinto, citato da De Brosses, disegnato nel 1786 dall’architetto Luigi Trezza.
Maestoso è il lungo doppio filare di cipressi che attraversa il giardino dal cancello principale e conduce ad una scalinata verso la collina. Salendo su per mezzo di una graduale sequenza di terrazze pensili si arriva sul sommo a un chiostrino dalla forma elegante, sulle cui pareti sono raccolte antiche ed interessanti iscrizioni. Quassù, affacciandosi dal caratteristico belvedere, il giardino appare nella sua rigorosa compostezza rinascimentale, in cui risaltano le bianche figure delle statue distribuite lungo il percorso, spesso illuminate dal sole che attraversando la fitta vegetazione accentua le diverse tonalità del verde e fa risplendere le vivaci aiuole fiorite.
In questa cornice spiccano le linee architettoniche di palazzo Giusti e insieme si ammira un suggestivo panorama di Verona con i tetti rossi delle case, le torri merlate, i campanili delle chiese, che contribuiscono a rendere ancora più piacevole la romantica atmosfera che si vive in questa città, guardandola dall’alto del giardino Giusti.

 

Francia: l’orto-giardino di Villandry

Villandry non è certamente uno dei più famosi castelli della Loira. Non lo ha mai abitato un re, né una delle favorite”di corte, ma è semplicemente stato la residenza di Jean Le Breton, poliedrico costruttore del XVI secolo e ministro di Francesco Primo.

Il castello che oggi si vede è stato edificato sulle fondamenta di una fortezza feudale, che lo stesso Breton fece demolire, con l’eccezione del torrione sud-ovest. Ma nonostante gli interessanti spunti architettonici della costruzione, Villandry resta celebre maggiormente per i suoi giardini terrazzati, situati su tre diversi piani, e che occupano un’area di quasi 5 ettari. Partendo dal livello superiore si incontrano per primi i giardini d’amore, per scendere poi all’orto ornamentale, vera peculiarità di Viliandry.

L’insieme del parco: in primo piano il giardino dell’amore, sullo sfondo l’orto ornamentale

Il giardino d’amore
Disegnato in forme geometriche, associate all’idea dell’amore, è detto anche Primo salone. È formato da quattro unità quadrate, separate l’una dall’altra da vialetti.
Ogni parte è dedicata ad un diverso tipo di sentimento, e si passa dall’amore tragico, all’amore adultero (tinta dominante di questa porzione è il giallo, il colore del tradimento), per continuare con l’amore tenero e l’amore appassionato.

Particolare di uno del riquadri del giardino dell’amore


Il giardino delle erbe

La semina primaverile comprende non ti scordar di me, viole del pensiero e tulipani di vario colore, per un totale di circa 40.000 piante, che in estate vengono cambiate con dalie nane ed altri fiori.
All’estremità destra del giardino d’amore c’è il giardino della musica; questo prende il nome dal disegno tracciato dalle siepi, che ha la forma di strumento musicale. All’interno lavanda, rosmarino e

Forme geometriche e fantasia sono le caratteristiche fondamentali di questo giardino

iris.

Sono oltre 30 le specie di piante aromatiche, officinali e alimentari presenti a Viliandry in questa parte del giardino. Con agilità si passa da finocchio a macchie di dragoncello, in una armonia di colori ed odori che è difficile ritrovare altrove.
Continuando in questa zona si incontrano piante di camomilla, origano, timo, santoreggia, cerfoglio, disposte con maestria dai giardinieri di Viliandry, una équipe che un tempo era di 12 professionisti e che oggi è stata ridotta a 6 persone a causa di problemi economici.

I colori del fiori e delle foglie sono sapientemente miscelati per creare particolari effetti cromatici

L’orto ornamentale
Di grande interesse per la sua particolare organizzazione, l’orto ornamentale si presenta strutturato in 9 riquadri di ugual misura, ma disegnati con fogge diverse l’uno dall’altro. E il giardino delle piante commestibili, un vero e proprio lussureggiare di basilico, cavoletti di Bruxelles, zucchini, cicoria, carote e decine di altre specie.
Ogni anno, tra novembre e dicembre viene deciso lo schema da seguire nell’allestimento del giardino l’anno seguente.
Per la configurazione primaverile si scelgono di solito lenticchie, lattuga, fragole, carciofi e santoreggia, allietate da file di viole del pensiero, margherite e non ti scordar di me. In estate cambiano le piante prescelte, e prevalgono pomodori, pimento, melanzane, sedani, oltre ai già citati zucchini.

Erbe aromatiche, ortaggi e bossi sono inframezzati da aree a fiore

Erbe aromatiche, ortaggi e bossi sono inframezzati da aree a fiore

Uno dei problemi principali che i giardinieri di Villandry si trovano a dover risolvere ogni anno è quello della rotazione delle colture, per evitare stanchezza del terreno.

Uno scoglio che l’esperienza del capo giardiniere e tanta manodopera consente di superare ogniqualvolta si ripropone.
È interessante osservare con quanta cura vengano sistemate piante con tonalità di verde simili, l’una vicina all’altra.
Una attenzione che viene premiata quando l’orto ornamentale è in fiore; una fioritura fatta di leggere sfumature di colore e di qualche aroma fuggiasco.
Nell’arco dei dodici mesi che compongono l’anno il lavoro, Viliandry non ha un attimo di sosta. In gennaio la potatura degli alberi da frutta che sono presenti nell’orto ornamentale, impegna gli addetti al giardino costantemente, mentre all’inizio della primavera tutte le forze sono impegnate nella semina delle oltre 60.000 piante che compongono i disegni e le simmetrie del giardino.
I vivai e le serre vengono continuamente rinnovati, pronti ad ospitare per la stagione seguente le piante che altrimenti non potrebbero sopravvivere all’aperto, e a fornirne di nuove per rimpiazzare gli spazi lasciati vuoti. A fine stagione, quando gli ortaggi vengono rimossi dalle aiuole, per i proprietari del castello, per i giardinieri e le loro famiglie inizia un periodo di minestre di verdura, poiché tutti i prodotti dell’orto vengono destinati all’autoconsumo.

Dodici giardinieri erano impiegati per la manutenzione, ma attualmente il personale è ridotto a sei persone a causa del costi di gestione

La visita
Vista la particolare esposizione al sole del giardino, l’ora migliore per visitarlo è verso il tramonto, quando la luce sempre più radente consente di cogliere in pieno le sfumature e la tessitura delle aiuole e delle siepi di bosso.

Le piante da orto e le piante da fiore convivono con gusto e fantasia in questo giardino

Anche l’interno del castello merita una visita, subordinata al tempo che si ha a disposizione

Nel corso del breve giro che viene effettuato con una guida (un’ala del palazzo è tuttora abitata, e come tale non è visitabile), dalle ampie finestre che si affacciano sui giardini, si ha la possibilità di ammirare i disegni delle diverse aiuole, visti nel loro insieme.

Uno spettacolo diverso da quello che viene offerto generalmente da altri e più celebri castelli della Loira, e che si può assaporare in un paio d’ore di immersione totale tra zucchini, carote e tulipani.

Rosa foetida bicolor

Le montagne del Caucaso, che incardinano l’una con l’altra Europa e Asia, costituiscono una regione ricca di specie endemiche, animali e vegetali; di altre sono l’areale d’origine, come si definisce il luogo in cui una specie, come noi la conosciamo, ha preso fisionomia per poi diffondersi nei territori vicini. O lontani, se interviene l’uomo. Abbiamo già visto il caso di Paeonia mlokosewitschii e col tempo ne vedremo altri. Oggi si parla di Rosa foetida bicolor.

In Europa è conosciuta almeno dal XVI secolo – Carolus Clusius durante il soggiorno alla Corte Imperiale di Vienna ne registra la presenza in Austria – e oggi, Oltralpe e ancor più Oltremanica, sono numerosi i nomi comuni con cui è chiamata, tra i quali i più usati, ricordando il Clusius, sono “Austrian Briar” e “Austrian Copper”. Da noi, senza sorprese, non ne ha proprio, di nomi comuni…

Ha meriti? Storici, senza dubbio: la forma spontanea (Rosa foetida) ha fiori gialli e semplici, ma si coltiva ancora la varietà a fiori doppi detta R. f. persiana, che ornava appunto i giardini di Persia, molto prima dei nostri; proprio grazie a essa il giallo fu introdotto nella gamma dei colori delle rose da giardino, attraverso ‘Soleil d’Or’, ibrido ottenuto da Pernet-Ducher nel 1898. E, con l’aggiunta del giallo, i rossi porpora cominciarono a virare verso i rossi geranio, fino alle contemporanee rose da autostrada, rosso assoluto… forse questo non va annoverato tra i meriti però…

Allora, perché coltivarla? La pianta ha portamento un po’ rigido, con spine aghiformi e fogliame minuto, verde chiaro: passa inosservata per la maggior parte dell’anno – ma è incomparabile durante la fioritura. Se vi piace l’arancione!

Perché il colore dei fiori è più vivido di qualunque melograno, bignonia o azalea mollis abbiate visto. È vibrante, grazie all’accostamento di più toni, che vanno dal giallo degli stami e della pagina inferiore dei petali (da cui l’appellativo bicolor) all’ambra dei pistilli, mentre lo stesso arancione, soprattutto nei fiori sbocciati in giornata, appare cangiante in sfumature assurdamente violette, grazie all’effetto di rifrazione della luce sulla lieve rugosità dei petali.

E, proprio perché l’insieme è così vivo, gli accostamenti con gli altri colori riescono più armoniosi rispetto a quanto accade per i rossi o rossi-arancio più moderni e comuni – piatti e artificiali perché puri. Con ‘Austrian Copper’ invece legano tanto i rosa-lilla quanto i lavanda e persino i porpora. I fiori dell’Iris pallida offrono un validissimo accordo di complementari.

Bene, si dirà – ma perché foetida, puzzolente?
Perché, essendo una rosa, ci si aspetta che di rosa odori o almeno che ricordi il caprifoglio o la violetta o la melissa o il tè o le spezie o la mirra o qualunque altra fragranza a cui, di volta in volta, quelle delle rose sono accostate; ma non la rosa del Caucaso. Le sue foglie e ancor più i germogli emanano un profumo resinoso, simile a quello di Rosa primula, parente prossima. L’odore dei fiori invece è stato paragonato a quello delle cimici (nego fermamente) o a quello della volpe (ammetto di non averne esperienza): comunque sgradevole. Ma non è così: tralasciati il nome Rosa e i pregiudizi e le etichette, sperimentato “a occhi chiusi”, si può scoprire un profumo certo insolito, ma affascinante, capace di attirare e respingere insieme. Forse della stessa categoria del profumo delle peonie. O di certi tulipani. Direi un odore di sūq: complesso, un po’ animale, un po’ vegetale – molto umano…

Rosa ‘Honorine de Brabant’

Rosa-Honorine-de-Brabant

Rosa ‘Honorine de Brabant’

Di rose, di potature e forse di spine si parla oggi. Ma soprattutto di Rosa ‘Honorine de Brabant’. Che appartiene al gruppo delle Bourbon, nato nella prima metà dell’800, gruppo di cui ogni appassionato di rose antiche conosce la storia, riportata più o meno con gli stessi particolari su molte pagine web o cartacee (naturalmente senza che mai si facciano riferimenti almeno alle fonti, se non ai documenti originali, tanto che il resoconto tende a sfumare in leggenda); e allora, per non mettermi nelle fila dei “traduttori dei traduttor d’Omero” preferisco riportare la bella favola raccontata da Vita Sackville West:
“Se avete una natura romantica, tutte le rose vi devono sembrare piene di poesia, e se una rosa ha avuto origine su di un’isola, la poesia deve essere doppia, dato che un’isola è di per se stessa romantica.
L’isola a cui mi riferisco è al largo della costa africana sud-orientale, vicino alle Mauritius. Era chiamata un tempo isola Bourbon, oggi la chiamano Reunion. Gli abitanti di questa piccola isola avevano l’abitudine di usare le rose come siepi; ma solo di due tipi, la Rosa damascena e la Rosa cinese. Le due rose si sposarono in segreto; e un giorno, nel 1817, il direttore del giardino botanico dell’isola di Bourbon notò una piantina che trapiantò e fece crescere, un solitario piccolo bastardo che ha fatto da padre o da madre all’intera razza chiamata ora rose Bourbon.”1

Il racconto della S. W. dà evidenza all’origine spuria di un casato – glorioso! – i cui discendenti mostrano in effetti una notevole disomogeneità, dal momento che alcune Bourbon somigliano più alla rosa cinese, altre più alla rosa damascena, due specie che tra loro differiscono di molti gradi nel portamento come nell’aspetto di foglie e fiori – e spine! Disomogeneità che successivi incroci contribuiscono ad aumentare.

Acquistai il mio esemplare di Rosa ‘Honorine de Brabant’ nel 1999, al Mini-Arboretum, attratto dalla descrizione letta sul catalogo del vivaio (catalogo che conservo religiosamente): “Fiore rosa lilla con strisce e macchie mauve e cremisi, doppio, profumato di fragola“. Fragola! Già coltivavo rose dai sentori di tè, mirra, spezie… ma ancora nessuna ricordava qualche frutto in modo specifico; inoltre lo stile asciutto adottato da Guido Piacenza nel raccontare le “figlie predilette” faceva risaltare ancora di più il paragone con la fragola, sì spesso rappresentata come frutto del Paradiso, ma pure portatrice di sensualità – almeno da Hyeronimus Bosch in poi.

Pochi anni dopo l’acquisto cambiai casa, portando con me una parte del giardino; tolta dal terreno, ‘Honorine de Brabant’ rimase in vaso per un paio di stagioni prima di trovare una collocazione definitiva; forse per l’esaurimento dovuto ai trapianti, forse per la competizione con i cespugli vicini nel nuovo giardino sovraffollato, non ha ancora ripreso a crescere con la vitalità che aveva mostrato all’inizio. Tuttavia è sana e fiorifera come assicurano i sacri testi; non a fioritura continua ma rifiorente, più generosa in maggio, più colorata in settembre.

Honorine de Brabant’ è una varietà dai caratteri cinesi, più che damasceni; i fiori, non grandi, in boccio sono globosi, aperti formano una coppa; i petali sono sottili quasi come in ‘Souvenir de la Malmaison’ e quasi altrettanto soffrono il caldo o le piogge in eccesso; le foglie sono lucide, un poco allungate, acute, belle a vedersi; la pianta ha portamento eretto, con branche che in alto tendono a moltiplicare le ramificazioni, quasi senza lasciare gemme dormienti; se gli esemplari più robusti producono rami di media lunghezza che tendono a curvarsi sotto il peso dei fiori, tutti hanno la capacità di portare fiori fin sui rami più sottili – anche questo un carattere “cinese”. Una piacevolissima sorpresa sulla pianta adulta – poiché non descritti in alcuno dei cataloghi o testi che finora ho consultato – sono stati i cinorrodi: rosso geranio, numerosi, resistono per tutto l’inverno nonostante il gelo e il vento secco.

 

A differenza della gallica ‘Rosa Mundi’, i cui fiori sono frammentati in bianco avorio e magenta senza indecisoni, i petali di ‘H. de B.’ mostrano picchiettature e pennellate in vari toni intensi su uno sfondo soffuso di lilla, che, sulla pagina inferiore, ben in vista per la forma raccolta del fiore, si smorzano in un eco cromatico. In giardino allora, come capita talvolta anche altrove per i “bastardi”, possiede la capacità di legare i colori accesi e contrastanti di altre rose o delle peonie a cui si accompagna, temperandone l’effetto.


La poto appena, spuntando i rami fioriti l’anno prima o eliminando alla base quelli più vecchi; le spine sono poche, ma robuste e ricurve; le si dimentica mentre si governa la pianta – almeno finché non si ritira distrattamente la mano con un gesto troppo brusco…

Note: la data di introduzione di “H. de B.” è sconosciuta, così come la parentela (figlia di N.N.!).
Graham Stuart Thomas in The Old Shrub Roses (1955) la mette in relazione con ‘Commandant Beaurepaire’ (= ‘Panachée d’Angres’), del 1874.

1 Vita Sackville West, Del giardino, Milano, 1975. (Antologia postuma di articoli usciti sull’Observer tra il 1947 e il 1961).

 

Paeonia mlokosewitschii

Paeonia mlokosewitschii

Paeonia mlokosewitschii

Mentre vi esercitate nella corretta dizione di Paeonia mlokosewitschii, vi racconto qualcosa di questa pianta.
Nei giardini italiani la si vede assai di rado, tant’è che non ha un nome comune, e la definizione “peonia dorata del Caucaso” proviene semplicemente dalla traduzione e dall’unione di due nomi comuni inglesi. Oltremanica infatti è pianta molto stimata (premiata nel 1955 con l’Award of Merit della R. H. S., riferisce Ippolito Pizzetti*) e si è guadagnata anche il nickname di “Molly the Witch” – un tentativo di aggirare le difficoltà di pronuncia del nome scientifico.

Come ulteriore conferma, l’esemplare che coltivo proviene dal Mini-Arboretum di Guido Piacenza, a Pollone, e credo fosse là giunto attraverso le collezioni della Hillier & Sons di Winchester. Il Mini-Arboretum è chiuso da molto tempo (con grandissimo dispiacere degli appassionati di piante rare, ovviamente compreso chi vi scrive, che partiva in pellegrinaggio ogni primavera per tornare a casa con l’auto traboccante di piante, per di più legate e pacciamate con striscie e cascami di cashmere…) e dunque la mia Molly deve avere più di quindici anni – passati i quali è arrivata a produrre contemporanemente ben sette fiori, tanto per parlare della lentezza con cui cresce.
Le ragioni per ammirarla sono numerose, ma va osservata da vicino. I germogli sono soffusi di un porpora vinoso, colore che poi rimane lungo i piccioli e i bordi delle foglie; queste, dalla bella forma, hanno la pagina suddivisa tipica delle peonie, ma con i lobi arrotondati e con una caratteristica sfumatura glauca; i fiori, meno grandi di quelli delle consorelle, non si aprono mai completamente e formano una coppa giallo primula a racchiudere molli stami giallo oro e sensuali stimmi rosati, in uno strano contrasto.
Il profumo è leggero e gradevole.
L’ultima sorpresa sono i frutti, capsule che ancora verdi si aprono longitudinalmente per mostrare l’interno bianco e lanuginoso, dove sono raccolti i semi: color fuchsia quelli sterili, blu quelli fertili.

Non è pianta su cui costruire un giardino, o almeno mi pare che non abbia forza sufficiente per questo; tuttavia, è una delle piante capaci di richiamare alla mente un intero paesaggio. Portamento, dimensioni, consistenza delle foglie raccontano che si tratta di una pianta adattatasi a crescere in ambienti in cui la luce del sole giunge direttamente al mattino o alla sera e solo macchiata dalle fronde di piante più grandi durante il resto del giorno; anche il colore dei fiori potrebbe essere il risultato di un adattamento, poiché appare più luminoso e visibile di altri nella mezz’ombra.
E allora, scartabellando un po’, scopro che il nome scientifico fu scelto dal botanico russo Alexandr Alexandrovic Lomakin (1863-1930) per onorare il botanico polacco Ludwik Franciszek Mlokosiewicz (1831-1909), che incontrò la nostra strega-peonia esplorando la gola del fiume Lagodekhi, a partire dalla città omonima alle pendici meridionali del Grande Caucaso Orientale, nella regione del Kakheti, in Georgia, non lontano dal confine con l’Azerbaijan. Qui i monti, tagliati da numerose valli strette e lunghe scavate dai fiumi, sono ricoperti da boschi fino al limite altitudinale degli alberi, intorno ai 1800 metri.
Dove i boschi iniziano a diradarsi, nelle schiarite sempre più ampie, cresce la peonia dorata, in gruppi fitti e sparsi.La vallata fa parte oggi delle Aree Protette di Lagodekhi, ovvero la Riserva Statale e il Parco Nazionale, e fu proprio Ludwik Franciszek Mlokosiewicz, nel 1903, a sollecitare per primo presso l’Accademia Imperiale la formazione di una riserva naturale. La bellezza dei fiori, sostiene Michael Pollan**, non è per le api; è per noi: una seduzione che ci spinge a preservarli.

* Enciclopedia dei Fiori e del Giardino, a cura di I. Pizzetti, Milano, 1998

** Michael Pollan, La Botanica del desiderio, Milano, 2005.

Rosa primula

I bei fiori di Rosa primula

Quest’anno è fiorita prima di tutte le altre – perfino prima delle rose banksiae.

Credo che tutte le descrizioni di Rosa primula che si possono leggere, siano in rete siano su carta, derivino da quella pubblicata da Peter Beales in Classic Roses*:  “foglie dall’aspetto di felci, fiori color giallo primula, profumo come d’incenso… Sembra che debba per forza somigliare a qualcosa d’altro.”

Comunque dissento sul paragone con l’incenso; la fragranza che, nelle ore in cui l’aria è umida e ferma, promana dalle foglie e dai giovani germogli è complessa, resinosa, esotica, ma per nostra fortuna manca del tutto della nota acre che accompagna – necessariamente – la combustione dell’incenso. Invece è fresca e si mescola in modo perfetto con il profumo dei fiori, fruttato e pungente insieme.

Il portamento è leggero, ma poco armonioso; anche Rosa hugonis, che appartiene allo stesso gruppo delle pimpinellifoglie, è sgraziata; però è anche più robusta e definita: ne feci una siepe divisoria anni fa, su uno sfondo di piante sempreverdi a foglia scura, con un buon risultato, credo – almeno fino a quando il giardiniere la straziò potando le piante a due spanne da terra… con le rose si è sempre fatto così, no?

I cespugli di Rosa primula forse sono più adatti a colmare i vuoti tra piante di maggiori dimensioni, appoggiandosi a queste con i rami angolosi; anche quando non saranno fioriti il fogliame chiaro e minuto potrebbe assicurare un ottimo effetto, in contrasto con la texture della vegetazione vicina.

Naturalmente non è una specie facile da trovare – ma è molto facile da coltivare, in compenso; è sana, non richiede potature ed è molto valida per i giardini dall’aspetto spontaneo.
* Peter Beales, Le Rose Classiche, Bologna, 1989.

Rosa multiflora

Nata in Cina (ma la si incontra pure in Giappone e in Corea), bandita dagli Stati Uniti d’America, in Europa lascia una variegata progenie e nuove occasioni d’affari. Eppure resta misconosciuta: Rosa multiflora.

Rampicante di circa quattro metri d’altezza, porta numerosi e minuti fiori bianchi, riuniti in dense infiorescenze a pannocchia. La fioritura è effimera, di grande effetto, seguita da una profusione di cinorrodi rosso lacca di appena mezzo centimetro di diametro.

Peter Beales ci racconta che:
– arriva in Europa tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo;
– se ne conoscono diverse forme (mutazioni o vecchi ibridi spontanei poi selezionati e diffusi in coltivazione) come R. m. carnea, R. m. cathayensis, R. m. platyphylla o ‘Seven Sisters Rose’, R. m. watsoniana, R. m. wilsonii;
– è all’origine delle Rose Pemberton, che però oggi sono conosciute come Ibride di Moschata (Rosa moschata essendo l’altra progenitrice);
– è all’origine di un gruppo di rose sarmentose che comprende meraviglie come ‘Bleu Magenta’, ‘Francis E. Lester’, ‘Goldfinch’, ‘Veilchenblau’…
– è all’origine del gruppo delle Rose Polyantha (del 1875, ma almeno una è ancora diffusamente coltivata: ‘The Fairy’, 1932), da cui derivano le Rose Floribunda (chi non ha mai visto ‘Queen Elisabeth’, fortunatissima varietà del 1954?) e la maggior parte delle varietà con fiori a mazzetti, fino a mescolare la propria linfa nelle più recenti Rose da Rotonda o Rose da Aiuola Pubblica (denominazioni non ufficiali – ma credo mi comprendiate);
– è ampiamente utilizzata come portainnesto a motivo dell’apparato radicale robusto e della buona compatibilità con la maggior parte degli ibridi.

Proprio per l’uso come portainnesto, Rosa multiflora fu importata dal Giappone alla Costa Occidentale degli Stati Uniti d’America nel 1866; nel 1930 con miope pragmatismo lo U.S. Soil Conservation Service ne promosse l’uso per frenare l’erosione o per costituire recinzioni vive per il bestiame; furono distribuite gratuitamente migliaia di talee e se le dense macchie di Rosa multiflora erano apprezzate per dare riparo a selvaggina pregiata (fagiani, conigli, pernici), solo più tardi ci si accorse che la facilità di riproduzione e l’adattabilità che le sono proprie andavano a discapito della flora locale e – soprattutto! – che l’espansione riduceva le aree a pascolo; ora che è diffusa in tutti gli USA tranne le aree desertiche, montuose o a clima caldo umido, la “specie esotica” viene classificata come noxious weed e se ne tenta l’eliminazione con tutti i mezzi; pure con la lotta biologica – fino a quando gli agenti antagonisti distribuiti su aree così ampie sfuggiranno al controllo e costituiranno un nuovo problema ecologico…

Tuttavia è interessante registrare negli USA l’esistenza di un organismo federale come il NISC (National Invasive Species Council) che si propone di registrare, monitorare e stabilire prassi per combattere specie animali e vegetali alloctone e invasive. Che non mancano certo in Europa o in Italia; mentre credo manchi, in proposito, qualsiasi strategia nazionale o comunitaria. E a dire il vero ormai nel nostro Paese certe specie vengono considerate parte del paesaggio (Robinia pseudoacacia), altre vengono persino vendute come ornamentali (Ailanthus altissima), mentre nei confronti di altre ancora sembra esserci rassegnazione (Myocastor coypus – o nutria). Rosa multiflora ha fatto qualche comparsa anche da noi, ma al momento vi sono poche segnalazioni.

Non credo comunque che si debba escluderla dal giardino: solo una popolazione già inizialmente vasta come quella diffusa capillarmente negli USA in ambienti naturali può dare inizio a una vera invasione; mentre la coltivazione controllata credo che difficilmente porti alla spontaneizzazione di una specie.

rosa-multiflora-cinorrodi

I bei cinorrodi rosso lacca di Rosa multiflora

Vero è che Rosa multiflora si dissemina senza problemi; i tre esemplari che ora prosperano in un angolo fuori mano (e perciò poco curato) del giardino nacquero da seme quattro anni fa e giunsero alla fioritura dopo soli due anni. Fu un esperimento iniziato a partire da alcuni tralci acquistati dal fiorista; da qualche tempo infatti Rosa multiflora è coltivata per la raccolta dei cinorrodi, molto ornamentali, commercializzati da un produttore sanremese col nome di “Frutti dell’Amore” insieme ad altre varietà – ma senza che ne sia indicata la specie…

Raccolti appena maturi durano a lungo e anche seccandosi mantengono il colore rosso brillante. Un bene di riserva per il prossimo inverno.

rosa multiflora cinorrodi

Dimenticavo: nel frattempo, in Cina, c’è pure chi si è interessato alle potenzialità terapeutiche della pianta. Sai mai che, considerata un’erbaccia in un luogo, diventi una risorsa in un altro?

A caccia di rose canine

Pochi anni fa, girando in auto nell’area di Courmayer (Valle d’Aosta), notai dappertutto rose cariche di falsi frutti (cynorrhodon) brillanti. Presi nota mentalmente e scrissi appunti sulle loro località. Soltanto due anni dopo ebbi occasione di trovarmi nella stessa zona, proprio nella stagione più propizia per cogliere Rosa canina in piena fioritura. È incredibile quanto siano invisibili queste bellezze, malgrado si trovino spesso lungo le strade, siano piuttosto alte e piene di fiori alla fine di giugno, e in seguito cariche di allegri falsi frutti.
“Dove posso trovare le rose selvatiche in questa area?” avevo spesso domandato a molta gente. Ricevevo solo scrollate di spalle e l’ammissione che rose ci dovevano essere ma non ne ricordavano le località. In seguito, quando mostrai le mie foto alle stesse persone, nessuna le aveva viste, anche se conoscevano le località dove avevo scattato le foto. Quanta bellezza si perde solo perché non si guarda. E quanto ero soddisfatta per aver fatto una caccia fortunata. Ora, è mio piacere dividere con voi la bellezza squisita di queste rose selvatiche.

L’umile rosa canina è un’antica eredità, una sopravvissuta di 10 milioni di anni della famiglia delle Rosaceae. Oltre ad essere una pianta molto attraente, è utile all’umanità.
Originaria dell’Europa, Rosa canina è stata usata per secoli dall’uomo come una medicina preventiva. I frutti contengono tra 0,5 e 1,7% di vitamina C, oltre all’11% di pectina e una larga varietà di altri componenti. Appartiene alla sub-famiglia delle Rosoidi, come il lampone, la mora e la fragola. Ama i suoli alcalini e prospera sia in terreni bassi che in altitudini fino a 1.600 metri, il livello in cui io ne trovai le piante, nelle zone montane estive sopora Morgex e La Salle, sotto Courmayeur.

Questi fiori di R. canina fioriscono
profusamente su un solo arbusto

In italiano è chiamata ‘Rosa di macchia’, in francese ‘Eglantier sauvage‘, in tedesco ‘Hundrose‘, e in inglese con entrambi i nomi ‘Dog Rose‘ e ‘Dogbriar’. Gli antichi greci la chiamavano ‘Kuno-rodon‘.
Thomas Christopher, nel suo libro In Search of Lost Roses  (Alla ricerca delle rose scomparse), cita La storia delle piante del filosofo greco Teofrasto: il testo inizia la sua argomentazione sul genere con una descrizione del ‘rovo canino’, una… R. canina… Questo piccolo fiore a cinque petali di colore rosa pallido ancora viene chiamato ‘Dog Rose’ (rosa canina) nell’Inghilterra rurale. Questa pianta era un tempo ritenuta da tutti come un’efficace medicina contro l’idrofobia e perciò fu chiamata canina. È anche una delle 12 rose delle quale scrisse Plinio, lo storico dell’Antica Roma “A morsu vero unicum remedium oraculo quodam nuper repertum, radix sylvestris rosae. Quae cynorrhodos appellatur” (Naturalis Historiae).

Rosa alba, coltivata sia dagli Antichi Romani che dai Greci, era forse un incrocio tra R. damascena, o R. gallica, R. canina.
Usata ampiamente come pianta da innesto, spesso R. canina produce succhioni, provocando la fioritura di rose selvatiche in un’aiuola di ibridi! Nel mio giardino una R. canina rosa e una bianca si dividono lo spazio con un vecchio pero, un albicocco e una ‘Blairi n 2’ e una vecchia e legnosa ‘Gioia sarmentosa’. Gli ibridi di rose che erano stati originariamente incrociate con queste due Rosa canina sono morte da tempo, ma io ho lasciato i vigorosi succhioni delle due diverse R. canina. Senza essere irrorate, e potate solo quando tentano di invadere troppo, ogni anno queste due piante fioriscono profusamente e poi producono una splendida messe di falsi frutti ovali rossi, con i quali si possono fare dei bei bouquet invernali, tisane, e marmellate che William Paul descrive come ‘una molto gradita conserva con lo zucchero‘. La contessa Mary Senni, nel suo giardino di Grottaferrata (vedi: Il Giardino Fiorito, Anno LXI – n. 9 – 1955, p. 18-22), fece crescere una R. canina sopra una pergola e in autunno centinaia di frutti di questa rosa ancora oggi spiccano vividi contro il cielo. Modern Roses 10 afferma che questa rosa è stata coltivata sin da prima del 1737.

Cinorrodi di Rosa canina

Cinorrodi (falsi frutti) di Rosa canina

Forse molti ricorderanno di aver letto le parole di William Robinson in The English Flower Garden: “…Un altro modo per vincere la monotonia e l’aridità dei roseti, realizzati secondo i dettami dei libri, è mettere a dimora molte rose selvatiche, dalle quali derivano tutte le rose da giardino, canine e rose da campo… il miglior modo non è piantarle in aiuole, piuttosto a fianco di sentieri erbosi o su scarpate ruvide, oppure a formare siepi“. Anche oggi questa non è una cattiva idea. La semplice rosa veniva piantata nei giardini medioevali in onore della Vergine Maria, come un simbolo dell’amore di Maria per Dio. È questa probabilmente anche la rosa coltivata da San Francesco d’Assisi. In Inghilterra, la “Dog Rose è una delle più graziose fra le nostre piante native da siepi…” così descrive Peter Beales R. canina nel suo libro Roses.

Graham Stuart Thomas, nel suo Rose Book, descrive così efficacemente questa rosa: “La nostra amata nativa rosa selvatica, Rosa canina, la ‘Dog Briar’, un bel cespuglio resistente e di grande dolcezza e bellezza…”. Aggiunge quindi: “Poche persone vogliono coltivare questa specie nel loro giardino; perché non è molto vistosa…”. È uno dei sintomi dei nostri tempi affannosi, che non sono per forza sinonimi di progresso.
L’emozionante scena della mia caccia sulle pendici montane è molto simile a quanto descrive David Austin nel suo The Heritage of Roses (L’eredità delle rose). Così egli scrive R. canina: ‘Me la ricordo bene nella fattoria dei miei genitori vicino Shrewsbury, nei boschi che erano stati tagliati venti anni prima e dove la si poteva vedere crescere in grandi masse fino a un’altezza di oltre sei metri, esplodendo d’estate in una quasi schiacciante profusione di fiori. Poche altre volte ho avuto l’occasione di vedere un simile scenario di rose‘.

Sono tornata alle Alpi l’estate successiva e mi sono subito recata in auto sopra La Salle per vedere una delle migliori zone delle ‘mie’ rose. Le rose erano scomparse. Una ruspa stava livellando il terreno, magari per prepararlo alle fondamenta di un nuovo elegante condominio di montagna. Guardando attentamente con occhi umidi sono riuscita a vedere tre o quattro R. canina che ancora crescevano oltre al limite dell’area livellata. Queste rose sono comunque delle sopravvissute, e io spero che continuino a crescere tenacemente in altri luoghi, dando a coloro che passano, e che ne sono consapevoli e ansiosi di vederle davvero, l’intenso piacere che hanno dato a me.

Salvia leucantha

Si dice che le piante facili a riprodursi, quelle per intenderci le cui talee attecchiscono sempre in ogni terreno e in ogni periodo dell’anno, non vengono offerte dal mercato vivaistico proprio per questa ragione. Difficile affermare con sicurezza che si tratti di un’illazione, possiamo solo constatare che per una di queste, Salvia leucantha, la sua scarsa disponibilità nei vivai è altrimenti inspiegabile. Non convince l’ipotesi fatta da più parti che il tam-tam del passa-pianta tenderebbe a ridurre le richieste al minimo, perché se ci guardiamo attorno questa salvia la vediamo in pochissimi giardini mediterranei di amatori e di collezionisti.

A volte quello che sembrerebbe un espediente ingegnoso per favorire le vendite provoca invece un’immediata messa al bando di quella determinata pianta che si ritorce contro il buon funzionamento del mercato stesso. Perché nel caso di S. leucantha i motivi della sua scarsa diffusione nei giardini non sono certo dovuti a una carenza d’ornamentalità, tutt’altro, fa parte di quelle piante preziosissime che fioriscono dall’autunno fino a inverno inoltrato se non vengono turbate prima da una gelata precoce.

Forma all’apice dei rami delle lunghe spighe di fiorellini violetto cupo dai petali vellutati che prima di cadere emettono dal centro dei piccoli stendardi bianco puro. L’effetto è davvero superbo considerate le dimensioni e il portamento del suffrutice fin dal primo anno: supera il metro in altezza e altrettanto in larghezza.

 

Le foglie, leggermente aromatiche, sono lunghe, appuntite e strette, ma rade al punto da lasciare intravedere all’interno i rami robusti quanto basta per sostenersi da soli. Il comportamento è quello tipico delle erbacee perenni: alla fine della fioritura sono già pronti alla base i nuovi getti che porteranno fiori l’anno successivo.

Per tale motivo, e soprattutto dopo un inverno freddo, sarà necessario ritoccare con le forbici le giovani cacciate. Giova ricordare che S. leucantha è originaria del Messico e quindi poco avvezza alle temperature rigide; dove di solito le gelate superano i -5 °C è , indispensabile proteggere il terreno occupato dalle radici con uno spesso strato di pacciamatura; ciò nonostante piantine messe a dimora nel settembre-ottobre precedenti potrebbero soccombere.

Non sono molte le salvie subtropicali adatte al giardino mediterraneo se ci si basa sulle loro esigenze idriche: S. grahamii è senz’altro la più resistente alla siccità, mentre la bellissima S. rutilans dà inizio alla serie numerosa, delle vere e proprie idrovore in periodo estivo; S. leucantha invece è abbastanza adattabile richiedendo poche annaffiature. Tuttavia si è constatato nei giardini non irrigati che la pianta pur assumendo un’aria sofferente finché perdura la siccità, è capace di riprendersi e fiorire copiosamente dopo le prime piogge di settembre.

Nessuna esigenza nemmeno per quanto riguarda il terreno; certo, se esso è pesante lo sviluppo sarà più contenuto, ma in questo caso la resistenza ai venti, che potrebbero rompere le spighe fiorali, è superiore.
Essendo un suffrutice poco compatto ha bisogno per risaltare di uno sfondo non troppo scuro, un tronco di un olivo ad esempio e davanti arbustini uniformi che facciano da bordura nascondendo i vuoti in primavera dopo la potatura. Píttosporum tobira ‘Nano’ oppure l’Hebe ‘Mrs. Winders’ stanno molto bene soprattutto quando sono accostati a Westringia rosmariniformis che fiorisce in bianco nello stesso periodo.
Semplici indicazioni e non regole di cui in giardino non c’è bisogno; a ognuno il compito di fare meglio.

Piante medicinali moderne

Salix alba

Salix alba

“Il salice è albero volgare. Le cui fronde, seme, corteccia e liquore hanno virtù costrettiva. Le fronde trite, e bevute con un poco di vino e di pepe, vagliono à i dolori dei fianchi: e tolte sole con acqua non lasciar ingravidare le donne. Ristagna il seme, bevuto, lo sputo del sangue. Il che fa parimente la sua corteccia. La cui cenere macerata in aceto guarisce i porri e i calli, che s’impiastrano con essa … “. Così sentenzia – nella traduzione cinquecentesca di Pietro Andrea Mattioli – il celebre medico greco Dioscoride, vissuto nel I secolo dopo Cristo. Anzi, le virtù officinali del salice sono ben note da almeno 2.500 anni, dal momento che già Ippocrate, nel V secolo a.C., l’aveva raccomandato alle partorienti per alleviare i loro dolori.

Solo da pochi secoli, tuttavia, si è passati a uno sfruttamento assai più preciso e sistematico di una pianta tanto bella quanto utile. Sappiamo infatti che frequentemente nell’antichità l’erboristeria ha solo sfiorato la conoscenza delle effettive virtù terapeutiche delle piante, limitandosi a usare in decotti e intrugli vari alcune loro parti (foglie, corteccia, semi, fiori e radici) più o meno così come la natura le presentava, senza cioè arrivare a cogliere l’essenza stessa delle potenzialità medicamentose della pianta, mettendo in luce i suoi principi attivi.

Il vero salto di qualità, in questo senso, si ebbe solo con Paracelso (XVI secolo), il celebre alchimista-filosofo tedesco che per primo andò alla ricerca del principio attivo della pianta, selezionando e separando le sostanze in essa contenute, e aprendo in tal modo la via per la sintesi del principio e quindi per la moderna chimica organica e farmaceutica.

L’esempio del salice (Salix alba) risulta quasi paradigmatico per comprendere il momento della frattura fra l’erboristeria di stampo medievale e la moderna scienza farmacologica.
Fu un religioso inglese, certo Edward Stone, ad annunciare nel 1763 che era riuscito ad abbassare la temperatura corporea di alcuni malati, somministrando loro un estratto di corteccia di salice. Pochi anni dopo, i ricercatori Gúnz, tedesco, e Coste e Villement, francesi, proposero l’impiego della corteccia di salice come succedaneo del chinino, un ritrovato validissimo ma non facile da produrre per la mancanza in Europa di piante del genere Cinchona. Sul finire del Settecento si arrivò quindi alla sintesi dell’acido acetilsalicilico, la cui azione benefica contro le malattie reumatiche e contro i dolori fu tuttavia provata sperimentalmente solo un secolo dopo, tanto che solo nel 1899 venne brevettato dall’industria farmaceutica Bayer il prodotto che tutti conosciamo con il celeberrimo nome di Aspirina. Il farmaco, oggi ritenuto la più vecchia tra tutte le medicine in commercio, pur essendo stato recentemente sconsigliato ai giovani malati di malattie respiratorie provocate da virus, resta una pietra miliare della farmacopea, anche per il suo bassissimo costo, tanto che ogni anno se ne vendono al mondo circa 40 mila tonnellate (cento miliardi di compresse).

Tuttavia, la moderna ricerca farmacologica, nel tentativo di sconfiggere le malattie del secolo, è tornata a guardare con estremo interesse al vastissimo regno vegetale, all’interno del quale si stanno esplorando tutte le potenzialità contenute nelle droghe, intendendo con questo termine tutte le parti della pianta impiegate per l’estrazione e l’isolamento del principio attivo, dopo le opportune riduzioni dimensionali.
Ma ciò che rende interessante il discorso anche per noi amatori di giardini è che molte delle specie in oggetto sono conosciutissime piante ornamentali, le cui virtù forse neppure sospettiamo mentre ne facciamo uso durante la sistemazione di una bordura o di un’aiuola.

Prendiamo il caso forse più clamoroso, quello delle pervinche (Vinca minore e Vinca major), talmente diffuse non solo in tutti i nostri boschi ma anche nei giardini come ottime tappezzanti, che quasi non facciamo neppure caso alla loro presenza. Eppure le foglie di queste tenere pianticelle dal fiore azzurro sono da lungo tempo impiegate contro catarri cronici e altri mali di non eccessiva gravità; in tempi recenti, però, si è scoperto che in Vinca minor sono presenti, sia pure in non grandi quantità, alcune sostanze importantissime per la lotta contro alcune forme di neoplasie.

Vinca minor

Vinca minor

Le medesime sostanze vengono con maggior profitto estratte da una parente molto simile alla comune pervinca, cioè da Catharanthus roseus (o pervinca del Madagascar), anch’essa appartenente alla famiglia delle Apocynaceae e coltivata da seme come annuale, sia nelle bordure estive che in vaso. Un tempo rara, in quanto pianta endemica nel Madagascar, essa si è poi largamente naturalizzata nei Tropici, diventando infine negli anni Cinquanta oggetto di grandi attenzioni da parte degli studiosi di nuove terapie antitumorali. Infatti le sue radici sono un autentico laboratorio chimico, inimitabile come tale dall’uomo, essendo in grado – tramite complesse reazioni biochimiche correlate all’attività di numerosi enzimi di produrre ben 75 alcaloidi diversi, tra cui la vinblastina e la vincristina, ormai universalmente riconosciute come sostanze capaci di contrastare vari tipi di tumori infantili, quali la leucemia e il morbo di Hodgkin. Nel solo Texas, le industrie farmaceutiche coltivano estensivamente Catharanthus roseus in quantità tali da fornire una provvista di circa otto tonnellate di fiori all’anno.

Catharanthus roseus

Catharanthus roseus

Sempre nel settore delle piante che riescono a darci una mano nella lotta contro le neoplasie, negli ultimi tempi si sta rivalutando in modo sensibile il tasso, che invece – forse per una strana legge del contrappasso – nell’antichità, e soprattutto presso i Celti, era considerato funebre in virtù della tossicità di tutte le sue parti, ad eccezione della polpa rossa e dolciastra dei frutti. I ricercatori moderni si sono invece avvalsi dell’esperienza delle tribù indigene nordamericane che, per secoli, hanno usato una specie locale di tasso, sia per provocare l’aborto che per curare alcune forme di cancro della pelle. Questa pianta, che risponde al nome scientifico di Taxus brevifolia, possiede il proprio habitat in zone ombreggiate e nelle forre di montagna fra la Columbia Britannica e la California, quindi lungo le coste del Pacifico. Nel 1979 venne trovata nella corteccia e nelle radici di questo tasso la presenza di un principio attivo, il tassolo (poi chiamato paclitaxel), in grado di arrestare la proliferazione delle cellule tumorali in alcuni casi di neoplasie, quali il carcinoma mammario, uterino e ovarico, nonché quello del tratto esofageo. Tuttavia, alcuni problemi hanno rallentato la produzione del farmaco, poiché la quantità di paclitaxel presente negli alberi è risultata troppo modesta (si è calcolato che per curare una sola persona è necessario utilizzare un’intera pianta di almeno 60 anni d’età), in aggiunta al fatto che l’esigenza di impiegare le parti vitali della pianta (le radici) ha suscitato non poche proteste da sparte degli ambientalisti americani. Una buona fonte alternativa è stata trovata nel comune tasso europeo (Taxus baccata), dal momento che la droga è stata individuata nelle foglie e nei rametti, quindi in parti rinnovabili delle piante, senza cioè incidere su un’eventuale estinzione della specie. In questo caso, pero , il principio, che si chiama desacetilbaccatina, è solo un precursore del paclitaxel, il quale viene ottenuto con un metodo semisintetico. Ancor più recentemente, infine, si è scoperto che un terzo tasso, l’ibrido Taxus x media (T. baccata x T. cuspidata), contiene paclitaxel in quantità sufficienti da giustificarne la coltivazione artificiale in appositi vivai.

taxus x media

Taxus x media

Un’altra pianta estremamente importante per la salute dell’uomo, ormai da diversi anni, è la digitale, le cui foglie contengono alcuni glucosidi, che agiscono da regolatori del ritmo cardiaco e che trovano un uso elettivo nell’insufficienza cardiaca. Una corretta dose di digitale – tratta da Digitalis purpurea e da Digitalis lanata – regolarizza il numero di battiti del cuore, facendo sì che la sistole ventricolare sia più sostenuta e più ampia, mentre in caso di insufficienza cardiaca essa stimola l’innalzamento della pressione e favorisce il riassorbimento degli edemi. È curioso osservare che la farmacologia clinica e la ricerca farmaceutica non sono ancora riuscite a individuare principi attivi alternativi ai digitalici, per ottenere i quali è obbligatorio dunque ricorrere alle bellissime perenni da giardino che ben conosciamo.

Digitalis lanata

Digitalis lanata

Numerose altre, naturalmente, sono le piante a cui si fa ricorso per i più disparati impieghi terapeutici. Si pensi al colchico (Colchicum autumnale), nei cui bulbi sono contenuti alcaioidi, anche fortemente tossici, come la colchicina, che però possiede una notevole attività mutagena e che viene soprattutto utilizzata in studi per saggiare l’attività antitumorale di altre sostanze; è curioso osservare che il medesimo alcaloide è contenuto nei semi di una bellissima rampicante tropicale, Gloriosa superba (Liliaceae). Un secondo alcaloide, colchicoside, viene invece impiegato per ottenere un derivato che si usa come miorilassante e contro la gotta.

Colchicum autumnale

Colchicum autumnale

Anche il comunissimo pomodoro (Lycopersicon esculentum) offre non pochi vantaggi con il principio attivo lycopene, capace di bloccare i cosiddetti radicali liberi presenti nell’organismo, ai quali viene imputata un azione degenerativa a carico delle strutture cellulari di diversi organi. Con le piante del genere Cassia (oggi: Senna) si ottengono lassativi e purganti di sicura efficacia, mentre con gli antocianosidi derivati dal mirtillo (Vaccinium myrtillus) si ottengono farmaci vasoprotettori a livello capillare, prevenendo anche le couperose dovute alla rottura dei vasi superficiali della cute del viso.

Senna corymbosa

Senna corymbosa

Inoltre con l’ippocastano (Aesculus hippocastanum) e con il suo principio attivo escina si hanno buoni effetti antiedematosi, con Valeriana officinalis si combattono l’insonnia e gli stati ansiosi di modesta entità, con Artemisia e con Hypericum i virus, con i rizomi di pungitopo (Ruscus aculeatus) le emorroidi, con le foglie di Ginkgo biloba infine si producono ottimi vasodilatatori periferici.
Ma il lavoro di ricerca è ancora ben lontano dall’essere terminato, se è vero che, al momento attuale, l’industria farmaceutica moderna si avvale di meno di cento specie vegetali per ricavare centoventi composti chimici puri da utilizzare nella pratica clinica.

ginko biloba

Fogli di Ginko biloba