Rosa foetida bicolor

Le montagne del Caucaso, che incardinano l’una con l’altra Europa e Asia, costituiscono una regione ricca di specie endemiche, animali e vegetali; di altre sono l’areale d’origine, come si definisce il luogo in cui una specie, come noi la conosciamo, ha preso fisionomia per poi diffondersi nei territori vicini. O lontani, se interviene l’uomo. Abbiamo già visto il caso di Paeonia mlokosewitschii e col tempo ne vedremo altri. Oggi si parla di Rosa foetida bicolor.

In Europa è conosciuta almeno dal XVI secolo – Carolus Clusius durante il soggiorno alla Corte Imperiale di Vienna ne registra la presenza in Austria – e oggi, Oltralpe e ancor più Oltremanica, sono numerosi i nomi comuni con cui è chiamata, tra i quali i più usati, ricordando il Clusius, sono “Austrian Briar” e “Austrian Copper”. Da noi, senza sorprese, non ne ha proprio, di nomi comuni…

Ha meriti? Storici, senza dubbio: la forma spontanea (Rosa foetida) ha fiori gialli e semplici, ma si coltiva ancora la varietà a fiori doppi detta R. f. persiana, che ornava appunto i giardini di Persia, molto prima dei nostri; proprio grazie a essa il giallo fu introdotto nella gamma dei colori delle rose da giardino, attraverso ‘Soleil d’Or’, ibrido ottenuto da Pernet-Ducher nel 1898. E, con l’aggiunta del giallo, i rossi porpora cominciarono a virare verso i rossi geranio, fino alle contemporanee rose da autostrada, rosso assoluto… forse questo non va annoverato tra i meriti però…

Allora, perché coltivarla? La pianta ha portamento un po’ rigido, con spine aghiformi e fogliame minuto, verde chiaro: passa inosservata per la maggior parte dell’anno – ma è incomparabile durante la fioritura. Se vi piace l’arancione!

Perché il colore dei fiori è più vivido di qualunque melograno, bignonia o azalea mollis abbiate visto. È vibrante, grazie all’accostamento di più toni, che vanno dal giallo degli stami e della pagina inferiore dei petali (da cui l’appellativo bicolor) all’ambra dei pistilli, mentre lo stesso arancione, soprattutto nei fiori sbocciati in giornata, appare cangiante in sfumature assurdamente violette, grazie all’effetto di rifrazione della luce sulla lieve rugosità dei petali.

E, proprio perché l’insieme è così vivo, gli accostamenti con gli altri colori riescono più armoniosi rispetto a quanto accade per i rossi o rossi-arancio più moderni e comuni – piatti e artificiali perché puri. Con ‘Austrian Copper’ invece legano tanto i rosa-lilla quanto i lavanda e persino i porpora. I fiori dell’Iris pallida offrono un validissimo accordo di complementari.

Bene, si dirà – ma perché foetida, puzzolente?
Perché, essendo una rosa, ci si aspetta che di rosa odori o almeno che ricordi il caprifoglio o la violetta o la melissa o il tè o le spezie o la mirra o qualunque altra fragranza a cui, di volta in volta, quelle delle rose sono accostate; ma non la rosa del Caucaso. Le sue foglie e ancor più i germogli emanano un profumo resinoso, simile a quello di Rosa primula, parente prossima. L’odore dei fiori invece è stato paragonato a quello delle cimici (nego fermamente) o a quello della volpe (ammetto di non averne esperienza): comunque sgradevole. Ma non è così: tralasciati il nome Rosa e i pregiudizi e le etichette, sperimentato “a occhi chiusi”, si può scoprire un profumo certo insolito, ma affascinante, capace di attirare e respingere insieme. Forse della stessa categoria del profumo delle peonie. O di certi tulipani. Direi un odore di sūq: complesso, un po’ animale, un po’ vegetale – molto umano…

Rosa ‘Honorine de Brabant’

Rosa-Honorine-de-Brabant

Rosa ‘Honorine de Brabant’

Di rose, di potature e forse di spine si parla oggi. Ma soprattutto di Rosa ‘Honorine de Brabant’. Che appartiene al gruppo delle Bourbon, nato nella prima metà dell’800, gruppo di cui ogni appassionato di rose antiche conosce la storia, riportata più o meno con gli stessi particolari su molte pagine web o cartacee (naturalmente senza che mai si facciano riferimenti almeno alle fonti, se non ai documenti originali, tanto che il resoconto tende a sfumare in leggenda); e allora, per non mettermi nelle fila dei “traduttori dei traduttor d’Omero” preferisco riportare la bella favola raccontata da Vita Sackville West:
“Se avete una natura romantica, tutte le rose vi devono sembrare piene di poesia, e se una rosa ha avuto origine su di un’isola, la poesia deve essere doppia, dato che un’isola è di per se stessa romantica.
L’isola a cui mi riferisco è al largo della costa africana sud-orientale, vicino alle Mauritius. Era chiamata un tempo isola Bourbon, oggi la chiamano Reunion. Gli abitanti di questa piccola isola avevano l’abitudine di usare le rose come siepi; ma solo di due tipi, la Rosa damascena e la Rosa cinese. Le due rose si sposarono in segreto; e un giorno, nel 1817, il direttore del giardino botanico dell’isola di Bourbon notò una piantina che trapiantò e fece crescere, un solitario piccolo bastardo che ha fatto da padre o da madre all’intera razza chiamata ora rose Bourbon.”1

Il racconto della S. W. dà evidenza all’origine spuria di un casato – glorioso! – i cui discendenti mostrano in effetti una notevole disomogeneità, dal momento che alcune Bourbon somigliano più alla rosa cinese, altre più alla rosa damascena, due specie che tra loro differiscono di molti gradi nel portamento come nell’aspetto di foglie e fiori – e spine! Disomogeneità che successivi incroci contribuiscono ad aumentare.

Acquistai il mio esemplare di Rosa ‘Honorine de Brabant’ nel 1999, al Mini-Arboretum, attratto dalla descrizione letta sul catalogo del vivaio (catalogo che conservo religiosamente): “Fiore rosa lilla con strisce e macchie mauve e cremisi, doppio, profumato di fragola“. Fragola! Già coltivavo rose dai sentori di tè, mirra, spezie… ma ancora nessuna ricordava qualche frutto in modo specifico; inoltre lo stile asciutto adottato da Guido Piacenza nel raccontare le “figlie predilette” faceva risaltare ancora di più il paragone con la fragola, sì spesso rappresentata come frutto del Paradiso, ma pure portatrice di sensualità – almeno da Hyeronimus Bosch in poi.

Pochi anni dopo l’acquisto cambiai casa, portando con me una parte del giardino; tolta dal terreno, ‘Honorine de Brabant’ rimase in vaso per un paio di stagioni prima di trovare una collocazione definitiva; forse per l’esaurimento dovuto ai trapianti, forse per la competizione con i cespugli vicini nel nuovo giardino sovraffollato, non ha ancora ripreso a crescere con la vitalità che aveva mostrato all’inizio. Tuttavia è sana e fiorifera come assicurano i sacri testi; non a fioritura continua ma rifiorente, più generosa in maggio, più colorata in settembre.

Honorine de Brabant’ è una varietà dai caratteri cinesi, più che damasceni; i fiori, non grandi, in boccio sono globosi, aperti formano una coppa; i petali sono sottili quasi come in ‘Souvenir de la Malmaison’ e quasi altrettanto soffrono il caldo o le piogge in eccesso; le foglie sono lucide, un poco allungate, acute, belle a vedersi; la pianta ha portamento eretto, con branche che in alto tendono a moltiplicare le ramificazioni, quasi senza lasciare gemme dormienti; se gli esemplari più robusti producono rami di media lunghezza che tendono a curvarsi sotto il peso dei fiori, tutti hanno la capacità di portare fiori fin sui rami più sottili – anche questo un carattere “cinese”. Una piacevolissima sorpresa sulla pianta adulta – poiché non descritti in alcuno dei cataloghi o testi che finora ho consultato – sono stati i cinorrodi: rosso geranio, numerosi, resistono per tutto l’inverno nonostante il gelo e il vento secco.

 

A differenza della gallica ‘Rosa Mundi’, i cui fiori sono frammentati in bianco avorio e magenta senza indecisoni, i petali di ‘H. de B.’ mostrano picchiettature e pennellate in vari toni intensi su uno sfondo soffuso di lilla, che, sulla pagina inferiore, ben in vista per la forma raccolta del fiore, si smorzano in un eco cromatico. In giardino allora, come capita talvolta anche altrove per i “bastardi”, possiede la capacità di legare i colori accesi e contrastanti di altre rose o delle peonie a cui si accompagna, temperandone l’effetto.


La poto appena, spuntando i rami fioriti l’anno prima o eliminando alla base quelli più vecchi; le spine sono poche, ma robuste e ricurve; le si dimentica mentre si governa la pianta – almeno finché non si ritira distrattamente la mano con un gesto troppo brusco…

Note: la data di introduzione di “H. de B.” è sconosciuta, così come la parentela (figlia di N.N.!).
Graham Stuart Thomas in The Old Shrub Roses (1955) la mette in relazione con ‘Commandant Beaurepaire’ (= ‘Panachée d’Angres’), del 1874.

1 Vita Sackville West, Del giardino, Milano, 1975. (Antologia postuma di articoli usciti sull’Observer tra il 1947 e il 1961).

 

Paeonia mlokosewitschii

Paeonia mlokosewitschii

Paeonia mlokosewitschii

Mentre vi esercitate nella corretta dizione di Paeonia mlokosewitschii, vi racconto qualcosa di questa pianta.
Nei giardini italiani la si vede assai di rado, tant’è che non ha un nome comune, e la definizione “peonia dorata del Caucaso” proviene semplicemente dalla traduzione e dall’unione di due nomi comuni inglesi. Oltremanica infatti è pianta molto stimata (premiata nel 1955 con l’Award of Merit della R. H. S., riferisce Ippolito Pizzetti*) e si è guadagnata anche il nickname di “Molly the Witch” – un tentativo di aggirare le difficoltà di pronuncia del nome scientifico.

Come ulteriore conferma, l’esemplare che coltivo proviene dal Mini-Arboretum di Guido Piacenza, a Pollone, e credo fosse là giunto attraverso le collezioni della Hillier & Sons di Winchester. Il Mini-Arboretum è chiuso da molto tempo (con grandissimo dispiacere degli appassionati di piante rare, ovviamente compreso chi vi scrive, che partiva in pellegrinaggio ogni primavera per tornare a casa con l’auto traboccante di piante, per di più legate e pacciamate con striscie e cascami di cashmere…) e dunque la mia Molly deve avere più di quindici anni – passati i quali è arrivata a produrre contemporanemente ben sette fiori, tanto per parlare della lentezza con cui cresce.
Le ragioni per ammirarla sono numerose, ma va osservata da vicino. I germogli sono soffusi di un porpora vinoso, colore che poi rimane lungo i piccioli e i bordi delle foglie; queste, dalla bella forma, hanno la pagina suddivisa tipica delle peonie, ma con i lobi arrotondati e con una caratteristica sfumatura glauca; i fiori, meno grandi di quelli delle consorelle, non si aprono mai completamente e formano una coppa giallo primula a racchiudere molli stami giallo oro e sensuali stimmi rosati, in uno strano contrasto.
Il profumo è leggero e gradevole.
L’ultima sorpresa sono i frutti, capsule che ancora verdi si aprono longitudinalmente per mostrare l’interno bianco e lanuginoso, dove sono raccolti i semi: color fuchsia quelli sterili, blu quelli fertili.

Non è pianta su cui costruire un giardino, o almeno mi pare che non abbia forza sufficiente per questo; tuttavia, è una delle piante capaci di richiamare alla mente un intero paesaggio. Portamento, dimensioni, consistenza delle foglie raccontano che si tratta di una pianta adattatasi a crescere in ambienti in cui la luce del sole giunge direttamente al mattino o alla sera e solo macchiata dalle fronde di piante più grandi durante il resto del giorno; anche il colore dei fiori potrebbe essere il risultato di un adattamento, poiché appare più luminoso e visibile di altri nella mezz’ombra.
E allora, scartabellando un po’, scopro che il nome scientifico fu scelto dal botanico russo Alexandr Alexandrovic Lomakin (1863-1930) per onorare il botanico polacco Ludwik Franciszek Mlokosiewicz (1831-1909), che incontrò la nostra strega-peonia esplorando la gola del fiume Lagodekhi, a partire dalla città omonima alle pendici meridionali del Grande Caucaso Orientale, nella regione del Kakheti, in Georgia, non lontano dal confine con l’Azerbaijan. Qui i monti, tagliati da numerose valli strette e lunghe scavate dai fiumi, sono ricoperti da boschi fino al limite altitudinale degli alberi, intorno ai 1800 metri.
Dove i boschi iniziano a diradarsi, nelle schiarite sempre più ampie, cresce la peonia dorata, in gruppi fitti e sparsi.La vallata fa parte oggi delle Aree Protette di Lagodekhi, ovvero la Riserva Statale e il Parco Nazionale, e fu proprio Ludwik Franciszek Mlokosiewicz, nel 1903, a sollecitare per primo presso l’Accademia Imperiale la formazione di una riserva naturale. La bellezza dei fiori, sostiene Michael Pollan**, non è per le api; è per noi: una seduzione che ci spinge a preservarli.

* Enciclopedia dei Fiori e del Giardino, a cura di I. Pizzetti, Milano, 1998

** Michael Pollan, La Botanica del desiderio, Milano, 2005.

Rosa primula

I bei fiori di Rosa primula

Quest’anno è fiorita prima di tutte le altre – perfino prima delle rose banksiae.

Credo che tutte le descrizioni di Rosa primula che si possono leggere, siano in rete siano su carta, derivino da quella pubblicata da Peter Beales in Classic Roses*:  “foglie dall’aspetto di felci, fiori color giallo primula, profumo come d’incenso… Sembra che debba per forza somigliare a qualcosa d’altro.”

Comunque dissento sul paragone con l’incenso; la fragranza che, nelle ore in cui l’aria è umida e ferma, promana dalle foglie e dai giovani germogli è complessa, resinosa, esotica, ma per nostra fortuna manca del tutto della nota acre che accompagna – necessariamente – la combustione dell’incenso. Invece è fresca e si mescola in modo perfetto con il profumo dei fiori, fruttato e pungente insieme.

Il portamento è leggero, ma poco armonioso; anche Rosa hugonis, che appartiene allo stesso gruppo delle pimpinellifoglie, è sgraziata; però è anche più robusta e definita: ne feci una siepe divisoria anni fa, su uno sfondo di piante sempreverdi a foglia scura, con un buon risultato, credo – almeno fino a quando il giardiniere la straziò potando le piante a due spanne da terra… con le rose si è sempre fatto così, no?

I cespugli di Rosa primula forse sono più adatti a colmare i vuoti tra piante di maggiori dimensioni, appoggiandosi a queste con i rami angolosi; anche quando non saranno fioriti il fogliame chiaro e minuto potrebbe assicurare un ottimo effetto, in contrasto con la texture della vegetazione vicina.

Naturalmente non è una specie facile da trovare – ma è molto facile da coltivare, in compenso; è sana, non richiede potature ed è molto valida per i giardini dall’aspetto spontaneo.
* Peter Beales, Le Rose Classiche, Bologna, 1989.

Rosa multiflora

Nata in Cina (ma la si incontra pure in Giappone e in Corea), bandita dagli Stati Uniti d’America, in Europa lascia una variegata progenie e nuove occasioni d’affari. Eppure resta misconosciuta: Rosa multiflora.

Rampicante di circa quattro metri d’altezza, porta numerosi e minuti fiori bianchi, riuniti in dense infiorescenze a pannocchia. La fioritura è effimera, di grande effetto, seguita da una profusione di cinorrodi rosso lacca di appena mezzo centimetro di diametro.

Peter Beales ci racconta che:
– arriva in Europa tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo;
– se ne conoscono diverse forme (mutazioni o vecchi ibridi spontanei poi selezionati e diffusi in coltivazione) come R. m. carnea, R. m. cathayensis, R. m. platyphylla o ‘Seven Sisters Rose’, R. m. watsoniana, R. m. wilsonii;
– è all’origine delle Rose Pemberton, che però oggi sono conosciute come Ibride di Moschata (Rosa moschata essendo l’altra progenitrice);
– è all’origine di un gruppo di rose sarmentose che comprende meraviglie come ‘Bleu Magenta’, ‘Francis E. Lester’, ‘Goldfinch’, ‘Veilchenblau’…
– è all’origine del gruppo delle Rose Polyantha (del 1875, ma almeno una è ancora diffusamente coltivata: ‘The Fairy’, 1932), da cui derivano le Rose Floribunda (chi non ha mai visto ‘Queen Elisabeth’, fortunatissima varietà del 1954?) e la maggior parte delle varietà con fiori a mazzetti, fino a mescolare la propria linfa nelle più recenti Rose da Rotonda o Rose da Aiuola Pubblica (denominazioni non ufficiali – ma credo mi comprendiate);
– è ampiamente utilizzata come portainnesto a motivo dell’apparato radicale robusto e della buona compatibilità con la maggior parte degli ibridi.

Proprio per l’uso come portainnesto, Rosa multiflora fu importata dal Giappone alla Costa Occidentale degli Stati Uniti d’America nel 1866; nel 1930 con miope pragmatismo lo U.S. Soil Conservation Service ne promosse l’uso per frenare l’erosione o per costituire recinzioni vive per il bestiame; furono distribuite gratuitamente migliaia di talee e se le dense macchie di Rosa multiflora erano apprezzate per dare riparo a selvaggina pregiata (fagiani, conigli, pernici), solo più tardi ci si accorse che la facilità di riproduzione e l’adattabilità che le sono proprie andavano a discapito della flora locale e – soprattutto! – che l’espansione riduceva le aree a pascolo; ora che è diffusa in tutti gli USA tranne le aree desertiche, montuose o a clima caldo umido, la “specie esotica” viene classificata come noxious weed e se ne tenta l’eliminazione con tutti i mezzi; pure con la lotta biologica – fino a quando gli agenti antagonisti distribuiti su aree così ampie sfuggiranno al controllo e costituiranno un nuovo problema ecologico…

Tuttavia è interessante registrare negli USA l’esistenza di un organismo federale come il NISC (National Invasive Species Council) che si propone di registrare, monitorare e stabilire prassi per combattere specie animali e vegetali alloctone e invasive. Che non mancano certo in Europa o in Italia; mentre credo manchi, in proposito, qualsiasi strategia nazionale o comunitaria. E a dire il vero ormai nel nostro Paese certe specie vengono considerate parte del paesaggio (Robinia pseudoacacia), altre vengono persino vendute come ornamentali (Ailanthus altissima), mentre nei confronti di altre ancora sembra esserci rassegnazione (Myocastor coypus – o nutria). Rosa multiflora ha fatto qualche comparsa anche da noi, ma al momento vi sono poche segnalazioni.

Non credo comunque che si debba escluderla dal giardino: solo una popolazione già inizialmente vasta come quella diffusa capillarmente negli USA in ambienti naturali può dare inizio a una vera invasione; mentre la coltivazione controllata credo che difficilmente porti alla spontaneizzazione di una specie.

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I bei cinorrodi rosso lacca di Rosa multiflora

Vero è che Rosa multiflora si dissemina senza problemi; i tre esemplari che ora prosperano in un angolo fuori mano (e perciò poco curato) del giardino nacquero da seme quattro anni fa e giunsero alla fioritura dopo soli due anni. Fu un esperimento iniziato a partire da alcuni tralci acquistati dal fiorista; da qualche tempo infatti Rosa multiflora è coltivata per la raccolta dei cinorrodi, molto ornamentali, commercializzati da un produttore sanremese col nome di “Frutti dell’Amore” insieme ad altre varietà – ma senza che ne sia indicata la specie…

Raccolti appena maturi durano a lungo e anche seccandosi mantengono il colore rosso brillante. Un bene di riserva per il prossimo inverno.

rosa multiflora cinorrodi

Dimenticavo: nel frattempo, in Cina, c’è pure chi si è interessato alle potenzialità terapeutiche della pianta. Sai mai che, considerata un’erbaccia in un luogo, diventi una risorsa in un altro?

Salvia leucantha

Si dice che le piante facili a riprodursi, quelle per intenderci le cui talee attecchiscono sempre in ogni terreno e in ogni periodo dell’anno, non vengono offerte dal mercato vivaistico proprio per questa ragione. Difficile affermare con sicurezza che si tratti di un’illazione, possiamo solo constatare che per una di queste, Salvia leucantha, la sua scarsa disponibilità nei vivai è altrimenti inspiegabile. Non convince l’ipotesi fatta da più parti che il tam-tam del passa-pianta tenderebbe a ridurre le richieste al minimo, perché se ci guardiamo attorno questa salvia la vediamo in pochissimi giardini mediterranei di amatori e di collezionisti.

A volte quello che sembrerebbe un espediente ingegnoso per favorire le vendite provoca invece un’immediata messa al bando di quella determinata pianta che si ritorce contro il buon funzionamento del mercato stesso. Perché nel caso di S. leucantha i motivi della sua scarsa diffusione nei giardini non sono certo dovuti a una carenza d’ornamentalità, tutt’altro, fa parte di quelle piante preziosissime che fioriscono dall’autunno fino a inverno inoltrato se non vengono turbate prima da una gelata precoce.

Forma all’apice dei rami delle lunghe spighe di fiorellini violetto cupo dai petali vellutati che prima di cadere emettono dal centro dei piccoli stendardi bianco puro. L’effetto è davvero superbo considerate le dimensioni e il portamento del suffrutice fin dal primo anno: supera il metro in altezza e altrettanto in larghezza.

 

Le foglie, leggermente aromatiche, sono lunghe, appuntite e strette, ma rade al punto da lasciare intravedere all’interno i rami robusti quanto basta per sostenersi da soli. Il comportamento è quello tipico delle erbacee perenni: alla fine della fioritura sono già pronti alla base i nuovi getti che porteranno fiori l’anno successivo.

Per tale motivo, e soprattutto dopo un inverno freddo, sarà necessario ritoccare con le forbici le giovani cacciate. Giova ricordare che S. leucantha è originaria del Messico e quindi poco avvezza alle temperature rigide; dove di solito le gelate superano i -5 °C è , indispensabile proteggere il terreno occupato dalle radici con uno spesso strato di pacciamatura; ciò nonostante piantine messe a dimora nel settembre-ottobre precedenti potrebbero soccombere.

Non sono molte le salvie subtropicali adatte al giardino mediterraneo se ci si basa sulle loro esigenze idriche: S. grahamii è senz’altro la più resistente alla siccità, mentre la bellissima S. rutilans dà inizio alla serie numerosa, delle vere e proprie idrovore in periodo estivo; S. leucantha invece è abbastanza adattabile richiedendo poche annaffiature. Tuttavia si è constatato nei giardini non irrigati che la pianta pur assumendo un’aria sofferente finché perdura la siccità, è capace di riprendersi e fiorire copiosamente dopo le prime piogge di settembre.

Nessuna esigenza nemmeno per quanto riguarda il terreno; certo, se esso è pesante lo sviluppo sarà più contenuto, ma in questo caso la resistenza ai venti, che potrebbero rompere le spighe fiorali, è superiore.
Essendo un suffrutice poco compatto ha bisogno per risaltare di uno sfondo non troppo scuro, un tronco di un olivo ad esempio e davanti arbustini uniformi che facciano da bordura nascondendo i vuoti in primavera dopo la potatura. Píttosporum tobira ‘Nano’ oppure l’Hebe ‘Mrs. Winders’ stanno molto bene soprattutto quando sono accostati a Westringia rosmariniformis che fiorisce in bianco nello stesso periodo.
Semplici indicazioni e non regole di cui in giardino non c’è bisogno; a ognuno il compito di fare meglio.

Piante medicinali moderne

Salix alba

Salix alba

“Il salice è albero volgare. Le cui fronde, seme, corteccia e liquore hanno virtù costrettiva. Le fronde trite, e bevute con un poco di vino e di pepe, vagliono à i dolori dei fianchi: e tolte sole con acqua non lasciar ingravidare le donne. Ristagna il seme, bevuto, lo sputo del sangue. Il che fa parimente la sua corteccia. La cui cenere macerata in aceto guarisce i porri e i calli, che s’impiastrano con essa … “. Così sentenzia – nella traduzione cinquecentesca di Pietro Andrea Mattioli – il celebre medico greco Dioscoride, vissuto nel I secolo dopo Cristo. Anzi, le virtù officinali del salice sono ben note da almeno 2.500 anni, dal momento che già Ippocrate, nel V secolo a.C., l’aveva raccomandato alle partorienti per alleviare i loro dolori.

Solo da pochi secoli, tuttavia, si è passati a uno sfruttamento assai più preciso e sistematico di una pianta tanto bella quanto utile. Sappiamo infatti che frequentemente nell’antichità l’erboristeria ha solo sfiorato la conoscenza delle effettive virtù terapeutiche delle piante, limitandosi a usare in decotti e intrugli vari alcune loro parti (foglie, corteccia, semi, fiori e radici) più o meno così come la natura le presentava, senza cioè arrivare a cogliere l’essenza stessa delle potenzialità medicamentose della pianta, mettendo in luce i suoi principi attivi.

Il vero salto di qualità, in questo senso, si ebbe solo con Paracelso (XVI secolo), il celebre alchimista-filosofo tedesco che per primo andò alla ricerca del principio attivo della pianta, selezionando e separando le sostanze in essa contenute, e aprendo in tal modo la via per la sintesi del principio e quindi per la moderna chimica organica e farmaceutica.

L’esempio del salice (Salix alba) risulta quasi paradigmatico per comprendere il momento della frattura fra l’erboristeria di stampo medievale e la moderna scienza farmacologica.
Fu un religioso inglese, certo Edward Stone, ad annunciare nel 1763 che era riuscito ad abbassare la temperatura corporea di alcuni malati, somministrando loro un estratto di corteccia di salice. Pochi anni dopo, i ricercatori Gúnz, tedesco, e Coste e Villement, francesi, proposero l’impiego della corteccia di salice come succedaneo del chinino, un ritrovato validissimo ma non facile da produrre per la mancanza in Europa di piante del genere Cinchona. Sul finire del Settecento si arrivò quindi alla sintesi dell’acido acetilsalicilico, la cui azione benefica contro le malattie reumatiche e contro i dolori fu tuttavia provata sperimentalmente solo un secolo dopo, tanto che solo nel 1899 venne brevettato dall’industria farmaceutica Bayer il prodotto che tutti conosciamo con il celeberrimo nome di Aspirina. Il farmaco, oggi ritenuto la più vecchia tra tutte le medicine in commercio, pur essendo stato recentemente sconsigliato ai giovani malati di malattie respiratorie provocate da virus, resta una pietra miliare della farmacopea, anche per il suo bassissimo costo, tanto che ogni anno se ne vendono al mondo circa 40 mila tonnellate (cento miliardi di compresse).

Tuttavia, la moderna ricerca farmacologica, nel tentativo di sconfiggere le malattie del secolo, è tornata a guardare con estremo interesse al vastissimo regno vegetale, all’interno del quale si stanno esplorando tutte le potenzialità contenute nelle droghe, intendendo con questo termine tutte le parti della pianta impiegate per l’estrazione e l’isolamento del principio attivo, dopo le opportune riduzioni dimensionali.
Ma ciò che rende interessante il discorso anche per noi amatori di giardini è che molte delle specie in oggetto sono conosciutissime piante ornamentali, le cui virtù forse neppure sospettiamo mentre ne facciamo uso durante la sistemazione di una bordura o di un’aiuola.

Prendiamo il caso forse più clamoroso, quello delle pervinche (Vinca minore e Vinca major), talmente diffuse non solo in tutti i nostri boschi ma anche nei giardini come ottime tappezzanti, che quasi non facciamo neppure caso alla loro presenza. Eppure le foglie di queste tenere pianticelle dal fiore azzurro sono da lungo tempo impiegate contro catarri cronici e altri mali di non eccessiva gravità; in tempi recenti, però, si è scoperto che in Vinca minor sono presenti, sia pure in non grandi quantità, alcune sostanze importantissime per la lotta contro alcune forme di neoplasie.

Vinca minor

Vinca minor

Le medesime sostanze vengono con maggior profitto estratte da una parente molto simile alla comune pervinca, cioè da Catharanthus roseus (o pervinca del Madagascar), anch’essa appartenente alla famiglia delle Apocynaceae e coltivata da seme come annuale, sia nelle bordure estive che in vaso. Un tempo rara, in quanto pianta endemica nel Madagascar, essa si è poi largamente naturalizzata nei Tropici, diventando infine negli anni Cinquanta oggetto di grandi attenzioni da parte degli studiosi di nuove terapie antitumorali. Infatti le sue radici sono un autentico laboratorio chimico, inimitabile come tale dall’uomo, essendo in grado – tramite complesse reazioni biochimiche correlate all’attività di numerosi enzimi di produrre ben 75 alcaloidi diversi, tra cui la vinblastina e la vincristina, ormai universalmente riconosciute come sostanze capaci di contrastare vari tipi di tumori infantili, quali la leucemia e il morbo di Hodgkin. Nel solo Texas, le industrie farmaceutiche coltivano estensivamente Catharanthus roseus in quantità tali da fornire una provvista di circa otto tonnellate di fiori all’anno.

Catharanthus roseus

Catharanthus roseus

Sempre nel settore delle piante che riescono a darci una mano nella lotta contro le neoplasie, negli ultimi tempi si sta rivalutando in modo sensibile il tasso, che invece – forse per una strana legge del contrappasso – nell’antichità, e soprattutto presso i Celti, era considerato funebre in virtù della tossicità di tutte le sue parti, ad eccezione della polpa rossa e dolciastra dei frutti. I ricercatori moderni si sono invece avvalsi dell’esperienza delle tribù indigene nordamericane che, per secoli, hanno usato una specie locale di tasso, sia per provocare l’aborto che per curare alcune forme di cancro della pelle. Questa pianta, che risponde al nome scientifico di Taxus brevifolia, possiede il proprio habitat in zone ombreggiate e nelle forre di montagna fra la Columbia Britannica e la California, quindi lungo le coste del Pacifico. Nel 1979 venne trovata nella corteccia e nelle radici di questo tasso la presenza di un principio attivo, il tassolo (poi chiamato paclitaxel), in grado di arrestare la proliferazione delle cellule tumorali in alcuni casi di neoplasie, quali il carcinoma mammario, uterino e ovarico, nonché quello del tratto esofageo. Tuttavia, alcuni problemi hanno rallentato la produzione del farmaco, poiché la quantità di paclitaxel presente negli alberi è risultata troppo modesta (si è calcolato che per curare una sola persona è necessario utilizzare un’intera pianta di almeno 60 anni d’età), in aggiunta al fatto che l’esigenza di impiegare le parti vitali della pianta (le radici) ha suscitato non poche proteste da sparte degli ambientalisti americani. Una buona fonte alternativa è stata trovata nel comune tasso europeo (Taxus baccata), dal momento che la droga è stata individuata nelle foglie e nei rametti, quindi in parti rinnovabili delle piante, senza cioè incidere su un’eventuale estinzione della specie. In questo caso, pero , il principio, che si chiama desacetilbaccatina, è solo un precursore del paclitaxel, il quale viene ottenuto con un metodo semisintetico. Ancor più recentemente, infine, si è scoperto che un terzo tasso, l’ibrido Taxus x media (T. baccata x T. cuspidata), contiene paclitaxel in quantità sufficienti da giustificarne la coltivazione artificiale in appositi vivai.

taxus x media

Taxus x media

Un’altra pianta estremamente importante per la salute dell’uomo, ormai da diversi anni, è la digitale, le cui foglie contengono alcuni glucosidi, che agiscono da regolatori del ritmo cardiaco e che trovano un uso elettivo nell’insufficienza cardiaca. Una corretta dose di digitale – tratta da Digitalis purpurea e da Digitalis lanata – regolarizza il numero di battiti del cuore, facendo sì che la sistole ventricolare sia più sostenuta e più ampia, mentre in caso di insufficienza cardiaca essa stimola l’innalzamento della pressione e favorisce il riassorbimento degli edemi. È curioso osservare che la farmacologia clinica e la ricerca farmaceutica non sono ancora riuscite a individuare principi attivi alternativi ai digitalici, per ottenere i quali è obbligatorio dunque ricorrere alle bellissime perenni da giardino che ben conosciamo.

Digitalis lanata

Digitalis lanata

Numerose altre, naturalmente, sono le piante a cui si fa ricorso per i più disparati impieghi terapeutici. Si pensi al colchico (Colchicum autumnale), nei cui bulbi sono contenuti alcaioidi, anche fortemente tossici, come la colchicina, che però possiede una notevole attività mutagena e che viene soprattutto utilizzata in studi per saggiare l’attività antitumorale di altre sostanze; è curioso osservare che il medesimo alcaloide è contenuto nei semi di una bellissima rampicante tropicale, Gloriosa superba (Liliaceae). Un secondo alcaloide, colchicoside, viene invece impiegato per ottenere un derivato che si usa come miorilassante e contro la gotta.

Colchicum autumnale

Colchicum autumnale

Anche il comunissimo pomodoro (Lycopersicon esculentum) offre non pochi vantaggi con il principio attivo lycopene, capace di bloccare i cosiddetti radicali liberi presenti nell’organismo, ai quali viene imputata un azione degenerativa a carico delle strutture cellulari di diversi organi. Con le piante del genere Cassia (oggi: Senna) si ottengono lassativi e purganti di sicura efficacia, mentre con gli antocianosidi derivati dal mirtillo (Vaccinium myrtillus) si ottengono farmaci vasoprotettori a livello capillare, prevenendo anche le couperose dovute alla rottura dei vasi superficiali della cute del viso.

Senna corymbosa

Senna corymbosa

Inoltre con l’ippocastano (Aesculus hippocastanum) e con il suo principio attivo escina si hanno buoni effetti antiedematosi, con Valeriana officinalis si combattono l’insonnia e gli stati ansiosi di modesta entità, con Artemisia e con Hypericum i virus, con i rizomi di pungitopo (Ruscus aculeatus) le emorroidi, con le foglie di Ginkgo biloba infine si producono ottimi vasodilatatori periferici.
Ma il lavoro di ricerca è ancora ben lontano dall’essere terminato, se è vero che, al momento attuale, l’industria farmaceutica moderna si avvale di meno di cento specie vegetali per ricavare centoventi composti chimici puri da utilizzare nella pratica clinica.

ginko biloba

Fogli di Ginko biloba

Rosa bracteata

I fiori semplici di Rosa bracteata

I fiori semplici di Rosa bracteata

Gli Inglesi la chiamano comunemente la rosa Macartney perché essa fu introdotta dalla Cina nel 1793 da lord Macartney.

Un altro botanico, Kingdon Ward, descrive l’emozione vissuta nello scoprire ampi costoni di ardesia che sovrastano il letto di un fiume che scorre ad alcune decine di chilometri da Myitkyina nella Cina meridionale ricoperti di rose selvatiche (R. bracteata) frammiste ad azalee cremisi (Rhododendron indicum).
In Inghilterra fu coltivata per anni tanto che la famosa botanica e proprietaria di tre giardini sparsi per l’Europa, Ellen Willmott, ne elencava parecchi ibridi assai colorati che oggi sembrano essere scomparsi, forse a causa della scarsa rusticità in Gran Bretagna.

Una rampicante sempreverde
È sempreverde o quasi, con bel fogliame piccolo e lucido. L’infiorescenza è a corolla semplice, bianca con centro di stami gialli, leggermente odorosa. Fiorisce dall’inizio dell’estate e ricordo di aver notato, un anno, fiori sbocciati a Natale contro il fronte della mia casa nel Biellese.
Gli Inglesi dicono che è più un arbusto che un rampicante. Infatti non emette rigidi sarmenti dal terreno o dal piede ma una vigorosa vegetazione che striscia propria delle rambler. Al roseto di Roma all’Aventino e a Villa Hambury a Ventimiglia notevoli esemplari ricoprono un’ampia pergola.
Lungo la strada che da Livorno sale al Santuario di Montenero vi è un lungo tratto che ricopre la recinzione a rete di una proprietà in apparente stato di abbandono. Sebbene venga brutalmente falciata dai mezzi di manutenzione del verde che borda le strade essa ricaccia e si riprende in maniera abbastanza soddisfacente.

La coltivazione
Considerando il suo portamento in natura la farei ricadere da ripidi costoni o da muraglioni ma anche potrebbe essere educata a grande arbusto avendo cura di potare o rivoltare la vegetazione che si allunga troppo. Non va soggetta a parassiti né animali né fungini, peccato che questo fattore genetico così importante non sia stato trasmesso al ben noto ibrido creato in Inghilterra nel 1918 che si chiama ‘Mermaid‘.
Questo rosaio non sopporta climi rigidi però io rischierei di piantarla anche nell’umida e fredda padana in un ampio sito protetto dai venti freddi. L’appellativo di bracteata si riferisce alle vistose brattee che circondano il fiore.
La propagazione non è difficoltosa con il metodo della propaggine bloccando al terreno con una forcella lo stelo coprendo con un po’ di terra i punti in cui s’intende far emettere radici. Dalla primavera all’autunno le radici saranno spuntate. La primavera successiva si possono recidere i punti di stelo tra una radicazione e l’altra e si avrà così ottenuto nuove piante che all’occorrenza possono essere ri-interrate in nuovo sito.
Questo rosaio supera i cinque metri di crescita dopo qualche anno ed è da considerarsi abbastanza invadente.

Abutilon megapotamicum

Sappiamo che il Brasile, territorio immenso esteso fra il Tropico del Capricorno e l’Equatore, gode di precipitazioni abbondanti e di temperature invernali molto miti. Le piante ornamentali di cui è ricco appaiono perciò difficilmente proponibili nei giardini mediterranei, a meno che non si abiti nella Riviera ligure, al Sud o nelle isole e si abbia la possibilità di irrigare il giardino senza restrizioni. Così sembrerebbe a rigor di logica, ma le condizioni climatiche di un Paese sono sempre definite per grandi linee e quindi non ha senso applicare un metodo con rigidità. Ci sono i microclimi, una sorta di fenomeni anomali rispetto alla situazione dominante e c’è la capacità di adattamento della pianta che è tutta da scoprire.

Insomma nella ricerca di nuove piante ornamentali da coltivare nei nostri giardini, è difficile stabilire dei limiti. Se lo avessimo fatto molte piante di grande bellezza provenienti dal Brasile sarebbero rimaste nei nostri sogni e invece per fortuna non è così.

Può capitare, è vero, di essere pessimisti sui risultati guardando la pianticella prima di metterla a dimora, come accade con Abutilon megapotamicum, così delicata ed elegante all’aspetto da farci subito pensare agli arbusti delle foreste pluviali. Ma la soddisfazione è ancora più forte allorché notiamo da subito la sua spiccata capacità di acclimatarsi.

Preferisce però le posizioni a mezz’ombra, perché le sue foglie larghe, molto appuntite e leggere, si afflosciano sotto i raggi insistenti del sole mediterraneo pur essendo sempreverdi.

Forma con estremo vigore e rapidità lunghi rami sarmentosi che gli conferiscono un portamento lasso, quasi prostrato, al punto che la sua collocazione in giardino presenta delle difficoltà. Il modo migliore per coltivarlo, tenendo conto anche della sua sensibilità aI gelo, è a spalliera come se fosse un rampicante.

Addossato a un muro caldo esposto a sud o sud-est, vicino ad un agrume, ad esempio, che possa ombreggiarlo nelle ore più calde, sviluppa rami di 4-5 metri che dovranno essere fissati alle pareti con appositi legacci. La vegetazione si fa in breve tempo fitta e lussureggiante e, fin dal primo anno, all’ascella delle foglie lungo i rametti laterali, appaiono graziosissimi fiori penduli a forma di lanterna di color rosso sangue con i bordi gialli dai quali fuoriesce un fascio di stami violacei. Non sono abbondanti e alcuni rimangono nascosti dietro l’esuberante fogliame, ma hanno il grande pregio di sbocciare in continuazione, anche in inverno.

Così protetto supera senza alcun danno alle foglie punte sporadiche di gelo fino a -8, -10 °C, ma la sua caratteristica che più stupisce in quanto contrasta con l’aspetto di pianta bisognosa d’acqua, è l’ottima resistenza alla siccità. Dopo il primo anno dall’impianto è già in grado di accettare annaffiature con una periodicità di 15-20 giorni una dall’altra. Non bisogna preoccuparsi della quotidiana perdita di turgore delle foglie nelle giornate di agosto durante il momento più caldo, perché verso sera ritornano nel loro stato normale. Lo farebbero comunque, anche se la pianta fosse inzuppata d’acqua, come accade alle ipomee.

Vuole un terreno permeabile, arricchito con letame e risponde bene alle potature in caso di necessità; si propaga per talea di fusto non lignificato sotto vetro, riparata in inverno.

Bellis: la margherita dei campi anche in cucina

Meno papaveri, meno fiordalisi e anche meno margheritine o pratoline a seconda di come vogliate chiamarle. L’impiego sempre più massiccio di diserbanti e agenti chimici nelle colture di cereali ha sensibilmente ridotto la diffusione di questo bel fiore nella Pianura Padana ed in altre zone caratterizzate da un’agricoltura intensiva.
Nonostante questa riduzione di areale, la margheritina non corre nessun pericolo di estinzione e quando alcuni anni or sono il WWF italiano aveva lanciato una campagna di diffusione di semi di fiori prativi minacciati la margheritina non figurava fra quelli prescelti.

Note botaniche
La margheritina, nome scientifico Bellis perennis, è pianta perenne, spontanea nei terreni incolti e diffusa sia in pianura che in montagna. La sua fioritura si protrae tutto l’anno anche se si manifesta in modo esplosivo a primavera quando l’erba dei prati deve ancora raggiungere un’altezza tale da dissimularla. Ama infatti tutti i luoghi erbosi, siano essi gli argini dei fossati o i prati-pascoli.
Il suo areale di diffusione è vastissimo: Europa, Asia occidentale e Nord America dove si è ben naturalizzata. In Italia nelle regioni meridionali o insulari caratterizzate da un clima più secco la margheritina diviene meno ubiquitaria preferendo i rilievi e le montagne.
La delicatezza della pratolina è più una licenza poetica che una realtà botanica perché la piantina è rustica, molto adattabile, resistente a temperature molto basse spingendosi fino a -17°C.
Si difende dal maltempo reclinando il capolino e richiudendolo per poi rialzarsi e riaprirlo in direzione del sole quando le condizioni meteorologiche volgono al bello. Dalla rosetta di foglie basali, di forma abovata-spatolata con brusco restringimento in picciolo alato, si differenziano numerosi scapi fiorali. I petali bianchi, possono assumere, specialmente all’estremità, sfumature dai colori diversi, fatto questo sfruttato per le varietà ornamentali da giardino, e pure molto variabile può essere la lunghezza dello stelo.


Appartenendo alla famiglia delle Compositae la pratolina ha una vera e propria schiera di cugini fra cui ricordiamo i più ‘ricchi’ cardo e carciofo.

Una semplice bontà
Sono pochi i riferimenti in letteratura per la margheritina, anche se un tempo il nome Margherita era fra i più comuni e non mancano nella storia donne famose che del semplice fiore avevano il nome.
In cucina si possono usare i fiori e qualche foglia nelle insalate miste dove la margheritina aggiunge anche una piacevole e insolita nota di colore, nei minestroni è consigliato l’uso delle foglie e la pianta intera (radici escluse ovviamente) può essere facilmente lessata e condita secondo il vostro gusto personale.
Le proprietà medicinali della margheritina sono blande, ma sicure e opportunamente unita ad altre erbe depurative, come l’ortica, il tarassaco, la cicoria, consente all’organismo di migliorare la sua omeostasi.
Le proprietà astringenti e decongestionanti vengono usate in cosmesi per coadiuvare la lotta contro eczemi o, più semplicemente, per lenire la cute irritata da un’imprevidente esposizione agli agenti atmosferici.
Già nel Medioevo venivano attribuite alla margheritina proprietà abortive del tutto inesistenti che solo nel XVIII secolo si è riusciti a dimostrare infondate.
Oggi viene impiegata anche dalla medicina omeopatica, ma un bel tè di capolini freschi, come la tradizione suggerisce, resta un’ottima bevanda consigliata soprattutto per i bambini.

RICETTE

Proprio per la facilità con cui e possibile trovarla e raccoglierla abbiamo pensato di dare largo spazio questa volta ad alcuni possibili modi di utilizzo del nostro fiore in cucina.

Zuppa di erbe alla maniera inglese

Prendete 500 g di ortica, 150 g di foglie di pratolina e quattro patate medie. Tagliate il tutto a pezzi e cuocete in poca acqua senza alzare troppo il bollore. Lasciate freddare, frullate, aggiungete brodo di pollo fino ad ottenere la quantità desiderata e fate cuocere per altri cinque minuti.
Se intendete servirla calda aggiungete prima dell’ultima cottura un cucchiaio di prezzemolo tritato e accompagnatela con crostini.
Se intendete presentare in tavola qualcosa di insolito lasciatela freddare, ponetela in frigo in modo che diventi fresca, ma non troppo fredda, e una volta fatti i piatti aggiungete un bel cucchiaio di panna, meglio se di caseificio; ottima per le calde serate d’estate.

Insalata cruda

Tritate finemente in parti eguali foglie di margheritina, foglie di primula, foglie di tarassaco e foglie di malva e condite con sale, succo di limone e olio che prima avrete battuto. Delle margherite potete impiegare anche i capolini ancora chiusi.

Insalata cotta

Sempre nelle stesse proporzioni cuocere foglie di ortica, di primula, di ortica e bietole da taglio. Conservate la poca acqua di cottura per un’eventuale zuppa o minestrone.

Acqua da toeletta

Bollite una manciata di fiori e foglie in una tazza d’acqua abbondante per dieci minuti. Usate preferibilmente quando ancora tiepido.