Alcune specie ornitiche italiane più comuni, appartenenti alla famiglia dei Turdidi, possono ricoprire un ruolo importante nel controllo biologico di specie potenzialmente dannose di insetti. In particolare viene esaminata l’alimentazione insettivora di pettirosso, usignolo, codirosso, saltimpalo e merlo nei differenti ambienti frequentati. Diviene quindi opportuno proteggere queste specie nei boschi, nei campi e nei giardini.

Introduzione
Alla famiglia dei Turdidi appartengono alcune delle specie ornitiche più frequenti in ambienti italiani con sufficiente dotazione arboreo-arbustiva (boschi, giardini e coltivi con siepi), oppure più semplicemente presenti al margine di boschi e cespuglietti e lungo i bordi incolti dei campi.
L’abbondanza di alcune delle specie più interessanti sotto il profilo delle potenzialità di contenimento di proliferazioni di insetti può essere derivata dalla quantificazione delle coppie nidificanti in Italia, proposta da Brichetti e Meschini (1993): queste sarebbero 2.000.000-5.000.000 per il merlo, 1.000.000-2.500.000 per il pettirosso, 500.000-1.000.000 per l’usignolo, 200.000-300.000 per il saltimpalo, 30.000-50.000 per il codirosso.
Proprio la quantità di esemplari appartenenti ad alcune specie può essere interessante riguardo alla predazione di insetti: ad esempio è stato stimato (Cova, 1965) che un esemplare di merlo, che è specie stanziale in Italia, si ciba di 7 kg all’anno di insetti e loro larve, oltre ad altri invertebrati. Ciò significherebbe la distruzione, nel nostro territorio, di una quantità annua di questi piccoli animali compresa tra 14.000 e 35.000 tonnellate operata da questa sola specie.
La dieta, soprattutto autunnale e invernale, può inoltre essere arricchita da bacche. Come logico dal punto di vista evolutivo (Krebs e Davies, 1987) sono riconoscibili spiccate preferenze (Tab. 1), che permettono alle essenze produttrici di frutti appetiti di fruire di una valida disseminazione operata da questi uccelli.
Infatti la classe di diametri dei frutti presenti in ogni regione geografica mostra un picco direttamente dipendente dalla larghezza della mandibola inferiore degli uccelli più efficaci disseminatori presenti: ad esempio nell’Inghilterra meridionale (dove i Turdidi sono abbondanti) il picco dimensionale si attesta intorno al diametro di 8-9 mm e oltre il 50% dei frutti presenti ha diametri compresi tra 7 e 10 mm, mentre nella Spagna meridionale (dove i più piccoli Silviidi sono i principali disseminatori) la maggior parte dei frutti ha diametro di 5-10 mm (Snow e Snow, 1988).
Per questa serie di motivi può essere interessante valutare l’importanza di alcune specie di Turdidi nel controllo numerico di specie potenzialmente dannose di insetti.

Tab. 1 – Preferenze mostrate in Inghilterra da pettirosso e merlo per frutti e bacche, da rilevazioni mensili, con l’indicazione delle essenze favorite da ogni specie e delle percentuali del loro impiego alimentare (da Snow e Snow, 1988).

Merlo

Pettirosso

23% biancospino (Crataegus sp.)

20% fusaggine (Euonymus europaeus)

13% edera (Hedera helix)

16% sambuco (Sambucus nigra)

09% agrifoglio (Ilex aquifolium)

12% edera (Hedera helix)

08% rosa selvatica (Rosa canina)

08% sanguinello (Cornus sanguinea)

07% tasso (Taxus baccata)

04% tasso (Taxus baccata) e rovo comune (Rubus ulmifolius)

I Turdidi italiani
Le specie di Turdidi nidificanti in Italia (Amori et al., 1993; Brichetti e Massa, 1984) sono le seguenti, e sono contrassegnate con un asterisco quelle di maggior interesse, trattate per esteso in seguito:

  • Pettirosso*, Erithacus rubecula Linnaeus

  • Usignolo*, Luscinia megarhynchos Brehm

  • Pettazzurro, Luscinia svecica Linnaeus

  • Codirosso spazzacamino, Phoenicurus ochrurus Gmelin

  • Codirosso*, Phoenicurus phoenicurus Linnaeus

  • Stiaccino, Saxicola rubetra Linnaeus

  • Saltimpalo*, Saxicola torquata Linnaeus

  • Culbianco, Oenanthe oenanthe Linnaeus

  • Monachella, Oenanthe hispanica Linnaeus

  • Codirossone, Monticola saxatilis Linnaeus

  • Passero solitario, Monticola solitarius Linnaeus

  • Merlo dal collare, Turdus torquatus Linnaeus

  • Merlo*, Turdus merula Linnaeus

  • Cesena, Turdus polari Linnaeus

  • Tordo bottaccio, Turdus philomelos Brehm

  • Tordo sassello, Turdus iliacus Linnaeus

  • Tordela, Turdus viscivorus Linnaeus.

Le preferenze ambientali delle specie più frequenti e interessanti per la loro dieta almeno parzialmente insettivora sono piuttosto differenziate e dimostrano quasi sempre una discreta adattabilità.
Nelle aree boscate di qualsiasi tipologia, purché non aride e dotate di ricco sottobosco (Brichetti e Fasola, 1990), e nei parchi collinari con caratteristiche simili a queste nidifica il pettirosso, che nella brutta stagione frequenta spesso anche siepi e filari residui nelle aree a coltivazione intensiva, oltre a parchi e giardini urbani. Durante l’inverno la specie si sposta progressivamente – man mano che le locali risorse alimentari si esauriscono – in aree climaticamente più favorevoli, dove possono essere raggiunte densità anche molto elevate (Fornasari et al., 1992).
L’usignolo, non sedentario, è frequente nelle aree con ricca dotazione arbustiva dei boschi, preferibilmente umidi, e in siepi e cespuglietti della campagna coltivata. Il territorio occupato da una coppia ha dimensioni molto variabili, a seconda delle sue condizioni ambientali: nell’Austria meridionale tale superficie è compresa tra 1.200 e quasi 20.000 mq e in particolare i territori migliori devono avere una copertura arbustiva del suolo compresa tra il 40 e il 45% (Bezzel, 1987). La specie sembra essere in recente contrazione degli ambienti occupati per la nidificazione, in quanto nel secolo scorso l’usignolo occupava spesso anche orti e giardini urbani, mentre attualmente questo uccello ha in gran parte abbandonato tali ambienti (Groppali, 1990).
Il codirosso, anch’esso non svernante in Italia, è frequente nei parchi cittadini e nidifica negli alberi cavi delle aree boscate collinari e montane. La colonizzazione degli ambienti urbani è complessivamente molto recente (Groppali, 1990) e si sta verificando insieme all’occupazione di zone della bassa collina e pianura (Brichetti e Cambi, 1985). La specie ha risentito alla fine gli anni novanta della siccità che ha colpito l’area di svernamento del Sahel, con un notevole calo degli effettivi in tutta Europa (Brichetti e Fasola, 1990).
Il saltimpalo vive in ambienti dotati di vegetazione erbacea alta, anche umidi, e si trova ai margini incolti dei campi e nei vigneti a gestione tradizionale. La modernizzazione delle tecniche agricole e le trasformazioni del paesaggio agrario hanno provocato un calo rilevante della specie, soprattutto per la canalizzazione dei corpi idrici, l’eliminazione degli incolti e la sarchiatura delle colture (Brichetti e Fasola, 1990). La specie è molto sensibile ai rigori invernali, come dimostra la riduzione numerica dei suoi contingenti in seguito a inverni particolarmente rigidi: ad esempio nel 1982 il numero di coppie nidificanti nella pianura bresciana si era ridotto per questo motivo del 40-50% e nel 1985 del 60-80% (Brichetti e Cambi, 1990).
Il merlo vive praticamente ovunque siano disponibili zone con alberature, anche rade, ed è divenuto particolarmente frequente nelle aree urbane e periurbane con parchi e giardini. L’ingresso della specie nelle città è piuttosto recente (Géroudet, 1954), dopo una prima fase di utilizzo degli spazi verdi urbani per lo svernamento (Groppali, 1990): intorno al 1820 il merlo ha iniziato infatti a nidificare in habitat urbani di Inghilterra e Olanda, nel 1890 lo stesso fenomeno è stato segnalato in Danimarca, nel 1900 in Svezia e nel 1924 in Finlandia (Pratesi, 1975). Attualmente la specie è addirittura più abbondante negli spazi verdi urbani e suburbani che negli ambienti naturali originari (Batten, 1970).
La diffusione italiana di queste specie è praticamente ubiquitaria (Meschini e Frugis, 1993).

L’alimentazione del pettirosso e la predazione di insetti dannosi
La specie preleva le sue prede, costituite principalmente da insetti, dopo averle individuate da un posatoio al quale fa ritorno dopo la cattura, che può aver luogo fino a 20 metri di distanza, oppure esplorando la superficie del terreno e della lettiera (Géroudet, 1954), senza rivoltarla. Più di rado effettua la predazione su foglie, rami e cortecce di alberi, oppure in volo (Lack in Cramp, 1988). Dall’abitudine invernale di approfittare del fagiano che raspa il suolo e della talpa mentre scava sotto la superficie, utilizzando per la caccia la rottura del suolo ghiacciato operata da questi, è derivata la consuetudine (in aree ove il pettirosso non viene perseguitato) di seguire da vicino i lavori di zappatura negli orti per procurarsi piccole prede.
Le dimensioni degli occhi consentono alla specie di catturare insetti anche nelle condizioni di scarsa luminosità di aree boscate con fitto sottobosco e di iniziare le catture, nelle brevi giornate invernali, prima di altre specie insettivore.
Le prede preferite, prelevate soprattutto sul terreno, sono costituite dai Coleotteri (per il 42% del numero complessivo in un campionamento su 13 esemplari citato da Lack in Cramp, 1988, con netta prevalenza dei Crisomelidi) e dalle formiche. La specie è comunque molto adattabile nell’utilizzare le risorse fornite da ogni ambiente frequentato nelle differenti stagioni: in Crimea durante il periodo riproduttivo la maggior quantità delle prede è costituita da Coleotteri, per lo più Crisomelidi, con il 42% del totale (Kostin in Cramp, 1988), nella Spagna meridionale durante l’inverno il 73% delle prede è costituito da Formicidi (Herrera in Cramp, 1988). La presenza di insetti potenzialmente nocivi tra le sue prede coprirebbe comunque, secondo Blagosklonov (1968), tra il 60 e il 77% del totale.
In Italia sono stati esaminati i contenuti stomacali di 15 esemplari provenienti dalla Pianura Padana e dalle prime pendici collinari dell’Appennino pavese, catturati nella stagione invernale (gennaio) e in altri periodi dell’anno (Bertocchi, 1993; Groppali, 1993; Meloni, 1996). E’ così possibile riconoscere una netta differenza nell’alimentazione invernale della specie rispetto a quella delle altre stagioni: infatti nei pettirossi esaminati il cibo di origine vegetale era prevalente o dominante esclusivamente durante l’inverno. Inoltre la scelta delle prede varia nel corso dell’anno, con netta prevalenza di Coleotteri (48% delle catture) e buona presenza di Formicidi (37%) in inverno e una scelta più ampia di insetti nelle altre stagioni, con prevalenza di Coleotteri (27%) e di larve di Ditteri (25%). La capacità di predazione di questa specie, che ha dimensioni corporee ridotte, è dimostrata dalla presenza di 34 insetti in un solo stomaco di esemplare prelevato in marzo.

L’alimentazione dell’usignolo e la predazione di insetti dannosi
La specie cattura le sue prede costituite da invertebrati terrestri, in particolare Coleotteri e Formicidi esplorando la lettiera (Géroudet, 1954) e, più di rado, foglie, rametti e cortecce. L’esplorazione viene effettuata con lunghi salti sul terreno, intercalati da frequenti pause dedicate all’osservazione.
L’alimentazione può variare a seconda delle disponibilità ambientali, ma la preferenza verrebbe accordata a Coleotteri e Formicidi: durante la stagione riproduttiva in Crimea 11 stomaci contenevano per l’89% quest’ultima tipologia di preda (Kostin in Cramp, 1988). La dieta dei nidiacei, studiata in Turingia (Emmrich in Cramp, 1988), era costituita per il 25% da Coleotteri, per il 24% da Ditteri e per il 12% da Imenotteri, tutti sia larve che adulti; in un caso, evidentemente in area di proliferazione della specie defogliatrice, la prole veniva invece nutrita esclusivamente con larve di Tortrix viridana.
In Italia sono stati esaminati i contenuti di 7 stomaci di esemplari dei dintorni di Pavia, riconoscendo l’importanza dell’alimentazione insettivora per la specie (Groppali e Bertocchi, 1996; Meloni, 1996). Le prede preferite sono sicuramente i Formicidi (47% del totale, presenti in tutti gli stomaci), seguiti dalle uova di insetto (29%, presenti però nel numero di 127 in un solo stomaco) e dai Curculionidi (7%, con 33 esemplari presenti in quattro stomaci). Oltre alla dimostrata possibilità di eliminazione di uova di insetto da parte della specie, quindi a livello addirittura di prevenzione dei danni potenziali derivanti dalla schiusa delle larve, è interessante notare che soltanto in uno stomaco di usignolo – tra gli oltre 1.1000 di quasi 200 specie italiane esaminati – è stato trovato uno scorpione, evidentemente catturato nella lettiera, ad ulteriore dimostrazione della versatilità predatoria della specie. La capacità di predazione dell’usignolo è notevole, pur escludendo lo stomaco che conteneva 127 uova (di dimensioni ovviamente ridottissime) oltre a 19 altre prede, come dimostrato dalla presenza di 97 prede in uno stomaco e di 94 in un altro.

L’alimentazione del codirosso e la predazione di insetti dannosi
Le modalità di cattura delle prede, costituite principalmente da larve e adulti di Lepidotteri e Coleotteri, consiste nella loro cattura diretta dalla superficie del terreno, nel prelievo da tronchi, rami e foglie di alberi, in voli di cattura dal posatoio al quale viene fatto subito ritorno e nella cattura in volo (Géroudet, 1954). Le prede di maggiori dimensioni vengono battute sul posatoio, e a volte private delle parti più dure e voluminose, prima di essere ingerite (Buxton in Cramp, 1988).
La preferenza sembra essere accordata agli Imenotteri, quasi esclusivamente adulti, che costituiscono il 52% delle prede in Germania (Emmrich in Cramp, 1988) e il 44% in Crimea (Kostin in Cramp, 1988). Ai giovani viene fornito un cibo differente, meno chitinizzato di quello prediletto dagli adulti: di 1.143 prede portate ai nidiacei in Germania, il 27% era infatti costituito da larve di Lepidotteri.
In Italia sono stati esaminati 11 contenuti stomacali di esemplari della Pianura Padana, prelevati in periodo riproduttivo e migratorio (Groppali e Bertocchi, 1996; Meloni, 1996), rilevando la preferenza per i Formicidi (38% delle prede), seguiti da Coleotteri (20%), Afididi (15%) e larve di Lepidotteri (11%). La compresenza, tra le catture, di larve di insetti (complessivamente 21), di erisalidi (5, di Ditteri), di specie poco mobili (26 Afididi) e discretamente rapide nella fuga (6 Ortotteri), costituisce una buona dimostrazione della versatilità predatoria del codirosso. La sua capacità di predazione è inoltre discreta, con 31 prede rinvenute in uno stomaco e 30 in un altro.

L’alimentazione del saltimpalo e la predazione di insetti dannosi
Le prede sono costituite da insetti, e più raramente da altri invertebrati, di dimensioni ridotte. La tipica modalità di cattura consiste nell’avvistamento da un posatoio, costituito in genere da erbe alte oppure dal ramo basso di un arbusto, nella predazione al suolo e nel ritorno al punto di osservazione, e più di rado nelle catture in volo (Géroudet, 1954): per questo motivo il saltimpalo vive, nelle aree coltivate in modo intensivo, al margine incolto dei campi con sufficiente dotazione di erbe alte oppure di cespugli.
La specie predilige le larve di Lepidottero (66% delle prede in Crimea secondo Kostin in Cramp, 1988), ed è in grado di cibarsi anche di specie dotate di pelosità difensiva, abitualmente rifiutate da altri uccelli (Groppali, 1993): in questi casi il saltimpalo le lavora per 5-10 minuti facendole passare attraverso il becco da un’estremità all’altra e battendole sul terreno (King in Cramp, 1988). L’alimentazione della prole comprende prede estremamente differenti tra loro e richiede quindi un’elevata elasticità nei modelli di ricerca (Curio, 1981): infatti vengono forniti ai nidiacei insetti con colorazione criptica che si difendono con la scarsa mobilità, e forti volatori che si difendono con la velocità di allontanamento (Cramp, 1988).
In Italia i dati disponibili sono tuttora estremamente scarsi, con 4 contenuti stomacali esaminati, uno dei quali con soltanto frammenti di bacche, tutti di esemplari provenienti dai dintorni di Pavia (Groppali, 1975; Meloni, 1996). Le prede preferite sono risultate essere costituite da Imenotteri (35% del totale), Coleotteri (34%) ed Emitteri (21%), e la capacità predatoria non sembra essere particolarmente elevata, con un massimo di 11 prede in uno stomaco prelevato in aprile. Va però valutata positivamente la predilezione della specie per i margini incolti dei coltivi, dal quali penetra nei campi per operare la predazione, contribuendo quindi a ridurvi la popolazione entomologica.

L’alimentazione del merlo e la predazione di insetti dannosi
Il merlo si nutre principalmente di insetti e anellidi, cui aggiunge in autunno una discreta quantità di bacche. Le prede vengono ricercate alternando saltelli sul terreno, preferibilmente erboso, a pause di osservazione, oppure frugando con il becco nella lettiera e spostando lateralmente le foglie secche: la maggior parte del nutrimento viene prelevata dalla superficie del suolo (Géroudet, 1954).
Vermi e larve sembra vi vengano individuati tramite l’osservazione delle parti che sporgono dalla superficie del terreno, oppure ricorrendo all’udito.
Ai nidiacei vengono fornite principalmente larve di Lepidotteri nelle aree boscate, mentre in ambiente urbano il cibo principale è costituito da Anellidi, cui si aggiungono in proporzione crescente durante il corso della stagione riproduttiva gli insetti (Snow in Cramp, 1988).
In Italia sono stati studiati i contenuti stomacali di 22 esemplari provenienti tutti dalla provincia di Pavia, nessuno dei quali in periodo riproduttivo (Groppali e Bertocchi, 1996; Meloni, 1996): cinque di questi avevano ingerito esclusivamente cibo di origine vegetale dodici si erano alimentati di prede e di vegetali, e cinque solo di alimenti di origine animale. Tra gli Artropodi le prede di gran lunga preferite sono risultate essere le larve di Ditteri (95% del totale), ma tale dato deve essere valutato alla luce dell’osservazione che a questa percentuale elevata hanno contribuito in modo determinante due esemplari di merlo, uno dei quali aveva catturato 770 larve di Licoridi e 4 di Fungivoridi, evidentemente approfittando di un fungo marcescente che ospitava questa ricca fonte di prede, e l’altro 687 larve di Ditteri non determinabili. L’esame delle prede ha permesso inoltre di rilevare che la specie può operare le sue catture anche in zone umide, poiché tra le prede figurano 26 larve di Tipulidi e 1 Ditiscide.

Proposte per la conservazione e l’incremento dei Turdidi in Italia
Anche se l’apporto dei Turdidi al controllo di specie fitofaghe dannose sfugge ad una quantificazione esatta, non bisogna dimenticare che la presenza di specie insettivore sufficientemente versatili, che in gran parte – come i Turdidi – trascorrono anche l’inverno nel nostro Paese, deve essere comunque valutata in termini positivi. Infatti più un ambiente, anche se coltivato quasi per intero, è in grado di ospitare una fauna ornitica ricca e varia, maggiori vi saranno le possibilità di controllo delle proliferazioni entomologiche.
Purtroppo, anche se si è fortemente ridotto il saccheggio sistematico dei nidi di Turdidi per procurarsi animali da gabbia e da richiamo, numerose cause di danno sono ancora ben lungi dall’aver ridotto la loro pressione su questo gruppo omitico. Infatti è ancora molto diffusa’ la caccia di frodo rivolta ai Turdidi svernanti o in migrazione (anche ricorrendo, in alcune valli lombarde, all’impiego degli archetti che imprigionano gli uccelli per le zampe finché muoiono), mentre la crescente frequentazione di sentieri in collina e montagna comporta spesso il disturbo e l’abbandono di numerosi nidi di pettirosso, costruiti proprio in queste aree di ecotono (Realini, 1988).
I danni ambientali che incidono direttamente sulle popolazioni di Turdidi sono costituiti dagli incendi, particolarmente negativi per il saltimpalo, che nidifica al margine dei coltivi e i cui contingenti vengono anche ridotti dal nuovi metodi di sfalcio dei prati e dalla loro maggior frequenza rispetto al passato. Inoltre l’eliminazione, o comunque la forte riduzione, della dotazione arbustiva in numerosi ambienti (con la progressiva cancellazione delle siepi in campagna e ripuliture troppo drastiche dei boschi), comporta direttamente la locale scomparsa di numerosi Turdidi.
Tutela e forme di gestione più equilibrate dell’ambiente possono invece favorire in modo determinante l’incremento dei Turdidi, insieme ovviamente a quello di numerose altre specie di uccelli insettivori ausiliari. Ad esempio nelle normali operazioni selvicolturali andrebbe contenuta al massimo l’eliminazione, oltre che degli arbusti del sottobosco, dei rampicanti sui grandi alberi, in quanto l’edera fornisce frutti molto ricercati come cibo, e del vischio: a questo proposito basti ricordare che il 96% dei consumatori delle sue bacche – secondo i dati di un’indagine inglese (Snow e Snow, 1988) – è costituito da tordele.
Negli agroecosistemi è invece estremamente importante la tutela e l’eventuale ricostituzione delle siepi arbustive, costituite da essenze adatte a fornire cibo (Tab. 2) e riparo, di filari misti ed eventualmente di piccoli nuclei di vegetazione arboreo-arbustiva.
Negli spazi verdi interni agli abitati dovrebbe poi assumere una maggior importanza l’applicazione di tecniche di bird-gardening (Burton, 1990; Soper, 1978; Steinbach, 1989; Zaffignani Mezzatesta, 1992), consistenti principalmente nella piantumazione di essenze adatte alle differenti esigenze dell’avifauna urbana, nella collocazione di efficaci punti di abbeverata e di strutture per il bagno e nell’eventuale allestimento di mangiatoie (Soper, 1996) e di nidi artificiali. Di questi ultimi, più adatti a favorire l’incremento di altre specie di uccelli, tra i Turdidi è principalmente il codirosso a farne un uso piuttosto costante (Cova et al., 1981).

Tab. 2 – Essenze arboree e arbustive (autoctone, oppure
naturalizzate non infestanti) adatte a fornire frutti appetiti dai turdidi e
da altre specie di uccelli con alimentazione principalmente insettivora. Con
un asterisco sono indicate quelle adatte a climi mediterranei.

  • Agazzino, Pyracantha coccinea

  • Agrifoglio, Ilex aquifolium

  • Alatemo, Rhamnus alaternus*

  • Amareno, Prunus cerasus

  • Azzeruolo, Crataegus azarolus

  • Alloro, Laurus nobilis*

  • Bagolaro, Celtis australis

  • Biancospini, Crataegus monogyna e C. oxyacantha

  • Caprifoglio alpino, Lonicera alpigena

  • Caprifoglio peloso, Lonicera losteum

  • Ciavardello, Sorbus torminalis

  • Ciliegio, Prunus avium

  • Corniolo, Cornus mas

  • Cotognastro, Cotoneaster nebrodensis

  • Crespino, Berberis vulgaris

  • Farinaccio, Sorbus aria

  • Fico, Ficus carica

  • Fillirea, Phyllirea latifolia*

  • Frangola, Frangula alnus

  • Fusaggine, Euonymus europaeus

  • Gelso bianco, Morus alba

  • Gelso nero, Morus nigra

  • Ginepro, Juniperus communis

  • Kaki, Diospiros kaki

  • Lantana, Viburnum lantana

  • Laurotino, Viburn m tinus*

  • Lentisco, Pistacia lentiscus*

  • Ligustro, Ligustrum vulgare

  • Melo fiorentino, Malus florentina

  • Melo selvatico, Malus sylvestris

  • Mirabolano, Prunus cerasifera

  • Mirto, Myrtus communis*

  • Olivello spinoso, Hippophae rhamnoides

  • Pado, Prunus padus

  • Pallon di maggio, Viburnum opulus

  • Pero a foglie di mandorlo, Pyrus amygdaliformis*

  • Pero corvino, Amelanchier ovalis

  • Pero selvatico, Pyrus pyraster

  • Prugnolo, Prunus spinosa

  • Sambuco, Sambucus nigra

  • Sanguinello, Cornus sanguinea

  • Sorbo, Sorbus domestica

  • Sorbo degli uccellatori, Sorbus aucuparia

  • Spincervino, Rhamnus cathartica

  • Tasso, Taxus baccata

  • Terebinto, Pistacia terebinthus*

LAVORI CITATI

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