Concimazioni a misura di pianta

In un bosco o in altro ambiente allo stato naturale, il terreno si concima da sé. Il suo complesso sistema biologico è in grado di riciclare il materiale organico in decomposizione: foglie secche, rametti, erba morta. Tutti i "rifiuti" abbandonati da vegetali e animali vengono trasformati dalla microfauna e dalla microflora in composti minerali più semplici, acqua, anidride carbonica, che vengono riutilizzati senza lasciare residuo alcuno.
Quando però l'intervento dell'uomo introduce in un'area ristretta, quale può essere la superficie di un giardino, un certo numero di specie con specifiche esigenze, diventa indispensabile apportare sostanze nutritive che soddisfino quelle precise necessità. Non tutti i buongustai prediligono i medesimi piatti; non tutti i vegetali possono crescere bene nelle medesime condizioni.

Negli ambienti allo stato naturale la lettiera in degradazione, in cui si accumulano materiali organici di scarto, fornisce alle piante le necessarie sostanze nutritive grazie all'attività di decomposizione di microfauna e microflora.
(Disegno di Donata Bassanelli).

 

I "distinguo" di legge
Con l'intento di porre ordine in una materia quanto mai complessa, la normativa entrata in vigore nel 1984 definisce fertilizzante "qualsiasi sostanza che, per il suo contenuto in elementi nutritivi oppure per le sue peculiari caratteristiche chimiche, fisiche e biologiche, contribuisce al miglioramento della fertilità dei terreno agrario oppure al nutrimento delle specie vegetali coltivate o, comunque, ad un loro migliore sviluppo".
Il legislatore distingue poi i fertilizzanti in concimi veri e propri (spesso i due termini sono erroneamente considerati sinonimi) e in ammendanti e correttivi. I primi comprendono "qualsiasi sostanza, naturale o sintetica, minerale od organica, idonea a fornire alle colture l'elemento o gli elementi chimici principali della fertilità a queste necessarie per lo svolgimento dei loro ciclo vegetativo e produttivo".
I secondi invece non apportano sostanze nutritive, ma contribuiscono a "modificare e migliorare le proprietà e le caratteristiche chimiche, fisiche, biologiche e meccaniche di un terreno".

Gli elementi fondamentali
Sulle etichette delle confezioni di concime deve essere specificata la composizione, ovvero il contenuto in elementi minerali ed eventuale sostanza organica. E' consuetudine esprimere tale dato con una terna di numeri, ad esempio 13-13-21, che può risultare sibillina. Le cifre si riferiscono semplicemente al contenuto di azoto (N), fosforo (P), potassio (K) dei preparato. Tali valori vengono, per convenzione, riportati sempre nel medesimo ordine: N-P-K. Un'eventuale quarta cifra si riferisce al magnesio (Mg). Sono questi infatti gli elementi di cui le piante hanno maggiormente bisogno. L'azoto è presente in grandi quantità nei tessuti vegetali di cui costruisce la struttura, insieme all'idrogeno e all'ossigeno dell'acqua e al carbonio proveniente dalla fotosintesi. Viene assorbito soprattutto in forma nitrica e ammoniacale, mentre quella organica e la "fissata" ne rappresentano le principali riserve nel terreno, riserve che vengono gradualmente rilasciate.
In tempi recenti la scienza ha messo a punto concimi che si ispirano a questi processi naturali e costituiscono quindi vere e proprie riserve di azoto, che viene liberato gradualmente in un certo arco di tempo. I preparati a "lenta cessione" ovvero a "cessione programmata", assicurano un apporto nutrizionale almeno pari a quello dei concimi azotati tradizionali, ma permettono di risparmiare tempo e fatica perché basta somministrarli una o due volte all'anno. La liberazione dell'azoto è stimolata dalla situazione del terreno: umidità temperatura, pH, attività microbica. Quando la temperatura sale e l'umidità è assicurata, viene liberata una maggior quantità di azoto, proprio in coincidenza dell'aumentare dell'attività vegetativa e quindi dell'utilizzo da parte delle piante.
Il fosforo è necessario per il trasporto dell'energia all'interno dei tessuti vegetali e per la trasmissione del patrimonio genetico; è infatti presente nei cromosomi. La sua dinamica nel terreno è del tutto diversa da quella dell'azoto; si lega infatti alla sostanza organica e ai colloidi. Le secrezioni radicali spezzano tali legami e rendono così l'elemento pronto per essere assorbito dalle radici. E' quindi la stessa pianta a regolare la disponibilità di fosforo. Solo nel caso di anomale necessità nutrizionali l'elemento viene solubilizzato.
Il potassio rappresenta l'indispensabile tocco ai colori dei fiori e dei frutti. Interferisce infatti sulla produzione dei pigmenti, oltre a favorire l'accumulo delle sostanze di riserva, in particolare degli zuccheri. E' ovviamente presente in percentuale maggiore nei concimi specifici per piante e fiori. Nel terreno si trova anch'esso adsorbito sui colloidi, ma il suo rilascio è correlato alla concentrazione nella soluzione acquosa del suolo, ossia nelle particelle d'acqua presenti nel terreno.

Altri fattori di fertilità
Si è fatto cenno alla presenza del magnesio. nella formula di alcuni concimi. E' un elemento indispensabile alla sintesi della clorofilla, ma in quantità assai modeste.
Ancor minori disponibilità sono richieste per i microelementi: ferro, zinco, rame, manganese, boro e altri ancora. La loro carenza provoca scompensi fisiologici, come la clorosi (ingiallimento) delle foglie, tipico della mancanza di ferro. Nei concimi completi per orto e giardino la presenza di microelementi è specificata sull'etichetta.
Quest'ultima può anche riportare la voce "sostanza organica", la prima e più naturale fonte di energia per le colture in crescita.
Fino alla metà dei nostro secolo il materiale organico in forma di letame rappresentava l'unico concime disponibile. Dopo gli anni Cinquanta il diffondersi dei prodotti di sintesi aveva fatto pensare a molti agricoltori che queste "novità" fossero sufficienti a reintegrare le riserve dei suolo. Ben presto però ci si rese conto che il mancato utilizzo della sostanza organica portava a riduzioni dei raccolti. Nei prodotti per giardinaggio vengono impiegate diverse fonti di sostanza organica: letame, guano dei Perù (ottenuto dagli accumuli di escrementi degli uccelli marini), cornunghia, sangue di bue, composta. Quest'ultima può essere facilmente prodotta in proprio se il giardino prevede un angolo appartato dove collocare l'apposito silos nel quale accumulare tutti i rifiuti organici: avanzi di cucina, erba tagliata, foglie secche, rametti triturati. Un apposito prodotto cosparso sul cumulo favorisce il processo di decomposizione, abbreviando i tempi di preparazione della composta.

Somministrazione
Nel momento di scegliere un concime non si può tralasciare di considerarne le modalità d'impiego, anch'esse specificate sull'etichetta.
I concimi granulari, venduti in scatole o sacchetti, vanno interrati mediante una più o meno profonda lavorazione del terreno durante ben precise fasi colturali. La concimazione di fondo si effettua in autunno-inverno, nel corso della vangatura. Essa si propone di costituire una riserva di fosforo e potassio nello strato di terreno che verrà successivamente esplorato dalle radici. E' necessaria per le aiuole destinate a colture annuali e per i prati di nuova semina. La concimazione d'impianto è da prevedere 8-10 giorni prima della semina o del trapianto. Il concime viene sparso al suolo e interrato leggermente con una rastrellatura. Questo trattamento garantisce l'immediata disponibilità di elementi nutritivi nello strato più superficiale del terreno, in cui si verranno a trovare le prime radichette.
La concimazione di copertura avviene più tardi, almeno un mese dopo la messa a dimora delle piantine e si propone di rifornire il terreno di sostanze nutritive man mano che queste vengono asportate dall'attività dei vegetali. E l'unica concimazione applicabile ad alberi, arbusti, rose, perenni e tappeti erbosi già esistenti. Il prodotto viene sparso sul prato, sotto gli alberi e gli arbusti o distribuito fra le file; se possibile, è opportuno interrarlo leggermente.
Utilizzando preparati granulari con azoto a cessione programmata, il numero dei trattamenti viene molto ridotto e nella maggior parte dei casi si limita a 1-2 all'anno.

Il lento dissolversi di un granulo d'azoto "a cessione programmata". Questa formulazione consente un rilascio graduale e persistente nei periodi di maggior fabbisogno e quindi di assorbimento da parte delle piante.

 

Per le piante in vaso, allevate in casa o sul terrazzo, i concimi a lenta cessione sono disponibili in forma di pratici bastoncini da infilare nel substrato, presso il bordo del contenitore. Durano 3-4 mesi, non richiedono manipolazioni, non sporcano e si dissolvono completamente nel periodo di tempo indicato sulla confezione. Un'altra tecnica per nutrire le piante è la fertirrigazione, che prevede l'impiego di concimi liquidi o solubili in acqua da distribuire durante le innaffiature.
Nei campi e nelle serre le sostanze nutritive vengono immesse negli impianti di irrigazione. In ambito domestico si prepara la soluzione in una bottiglia o direttamente nell'innaffiatoio per le piante in vaso, in una pompa a spalla per l'orto o il giardino. I microelementi vengono assorbiti benissimo anche per via fogliare. Spruzzare le foglie con un nutrimento apposito è pertanto al via più diretta per far giungere tali indispensabili sostanze ai tessuti vegetali. Ovviamente perché questi li possano utilizzare al meglio è opportuno evitare gli accumuli di polvere che ne ostacolano la normale attività. Prima del trattamento è consigliabile quindi pulire le foglie delle piante da interni con un batuffolo di ovatta umida. Questi prodotti vanno riservati alle specie a foglia lucida e non possono esser usati su foglie coperte da peluria, perché ne resterebbero danneggiate.
Qualunque sia il tipo di concime prescelto, è sempre necessario leggere le indicazioni riportate sulla confezione, sia all'atto dell'acquisto che al momento dell'uso, e non eccedere mai con le dosi. Le piante troppo rimpinzate fanno "indigestione" e manifestano il loro malessere con ustioni alle radici e danni alle parti verdi.
Le industrie produttrici sono impegnate da tempo nello sviluppo di specialità idonee alle esigenze sia delle piante che del giardiniere. Un corretto impiego dei prodotti nati da queste ricerche consente di mantenere le piante sane e belle, ossia di elevato valore decorativo, senza, spreco di concime, e quindi di denaro per acquistarlo.

Ruolo dei microelementi nella nutrizione vegetale

A cura dell'Ufficio Agronomico CIFO

E' noto che una pianta per vivere necessita di luce, aria, acqua ed elementi nutritivi.
Il terreno è serbatoio primario dei macroelementi (Azoto, Fosforo, Potassio), di mesoelementi (Calcio, Zolfo, Magnesio) e di microelementi. Questi ultimi, anche se sono presenti nella pianta in quantità minima (nell'ordine di mg/Kg o parti per milione), risultano essenziali per la crescita vegetale. Tra tutti i microelementi, quelli che rivestono una funzione di essenzialità per i processi biologici delle piante sono Boro, Ferro, Manganese, Molibdeno, Rame e Zinco.
L'azione che i microelementi svolgono nella pianta influisce in modo diretto o indiretto sulla fisiologia di crescita, facendo in modo che processi biologici importanti come la fotosintesi clorofilliana, la sintesi delle proteine, la formazione degli zuccheri, etc., possano avvenire regolarmente e con essi anche lo sviluppo e la produzione delle piante.
Si deve però sottolineare che la tendenza agricola attuale sta di fatto impoverendo la dotazione e la riserva dei microelementi nel terreno, in seguito ai seguenti fattori:

  • Intensificarsi dei cicli colturali (maggior sfruttamento del terreno)

  • Nuove varietà molto produttive e con aumentate esigenze nutritive

  • Densità di semina/trapianto più fitte

  • Massiccio apporto di concimi chimici a base di N-P-K (esenti da microelementi)

  • Riduzione degli apporti di sostanza organica che, una volta mineralizzata, era la principale fonte di microelementi.

Pertanto è sempre più frequente il manifestarsi di colture colpite da fenomeni microcarenziali visibili (ad es. clorosi fogliare) o latenti che si ripercuotono negativamente sullo sviluppo vegetativo e produttivo.
Tale situazione è spiegabile tramite la legge del minimo o di Liebig, dove il fattore limitante della produzione è sempre l'elemento nutritivo o ambientale presente in minor quantità, in questo caso il microelemento.
Vediamo ora schematicamente, per ogni microelemento, l'azione fisiologica esercitata nella pianta e quali sono i sintomi carenziali.
 

Le asportazioni

Asportazioni medie di microelementi operate dalle colture
e loro abbondanza nei terreni in Kg/ha

Microelemento

Asportazioni medie
delle colture

Contenuto totale nel terreno Kg/ha

Kg/ha

B
FE
Mn
Mo
Cu
Zn

0,200
0,500
0,500
0,010
0,100
0,200

4 – 100
2000 – 100000
100 – 10000
0,5 – 10
2 – 200
20 – 50

 

BORO

AZIONE

– Stimola la fioritura
– E' essenziale per la fecondazione (sviluppo del budello pollinico)
– Favorisce il trasporto degli zuccheri
– Stimola l'attività meristematica degli apici vegetativi e radicali

CARENZA

– Riduzione degli internodi e dell'apparato radicale
– Foglie malformate
– Mancata fecondazione e cascola dei fiori
– Fenomeni tipici come l'acinellatura (vite), la litiasi (pero)
– Aree suberose sui frutti
-Comparsa di lesioni

 

FERRO

AZIONE

– Fondamentale per la sintesi della clorofilla
– Entra nella costituzione di vari enzimi
– Stimola la sintesi proteica – Interviene nella riduzione dei nitrati

CARENZA
– Ingiallimento internervale delle foglie giovani
– Rallentamento dello sviluppo vegetativo – Ridotta produzione

 

MANGANESE

AZIONE

– Attiva numerosi processi enzimatici
– Stimola la fotosintesi e la sintesi proteica

CARENZA
– Ingiallimento internervale (anche le nervature periferiche rimangono verdi)

 

MOLIBDENO

AZIONE

– Componente di enzimi (Nitrogenasi, Nitratoriduttasi)
– Favorisce la fissazione di azoto atmosferico
– Favorisce la formazione di aminoacidi

CARENZA
– Decolorazione delle parti verdi
– Malformazioni fogliari

 

RAME

AZIONE

– Componente di numerosi enzimi
– Costituente dei cloroplasti
– Favorisce la formazione di carboidrati

CARENZA
– Necrosi delle parti terminali delle piante

 

ZINCO

AZIONE

– Precursore del triptofano (aminoacido)
– Fondamentale per la sintesi delle auxine
– Influenza il metabolismo dell'azoto e l'assorbimento del fosforo
– Favorisce i processi respiratori delle piante

CARENZA
– Le foglie giovani presentano colorazione giallo-bianca
– Formazione di rosette apicali

Risulta importante per l'agricoltore sapere se gli apporti di microelementi che somministra sono adeguati alle esigenze colturali e produttive. Una valida risposta a queste esigenze sono le analisi del terreno e la diagnostica fogliare.
Infatti, con i certificati di analisi del terreno e/o fogliari si ha una visione complessiva della dotazione nutrizionale e dei fattori che la potrebbero limitare, così da poter elaborare un piano di intervento con quantitativi e prodotti più indicati a tale situazione.
I metodi per risolvere una situazione carenziale sono relativi ad apporti al terreno e alle foglie.

Nel primo caso, oltre a risolvere le carenze si va ad aumentare la riserva dell'elemento nel terreno; i prodotti da apportare devono essere facilmente assimilabili dalle piante. Molto indicati sono gli interventi con chelato di ferro EDDHA (S5; S6; 1 ESSE) tramite assolcatore o palo iniettore, e miscela di microelementi (POLITER, ELEMIN, MIKROM) da apportare con la barra irroratrice. Nel caso di interventi fogliari, la cura alla carenza è molto più rapida rispetto al metodo precedente, però in questo caso non si migliora la riserva del terreno e la carenza si può manifestare anche l'anno successivo. Molto indicati per questo tipo di applicazione sono i formulati a base di microelementi chelati (S3, etc.) o sostanze adesivanti e veicolanti (Linea FAST).
La CIFO S.p.A., azienda da sempre attenta alle esigenze delle colture e alla remuneratività dell'imprenditore agricolo, dispone di una gamma completa di microelementi singoli ad alto titolo e chelati (Linea S, Linea FAST) associazioni di microelementi liquidi (ELEMIN), ed in polvere (MIKROM, KUVAS, POLITER) in grado di rispondere ad ogni tipo di necessità.
Inoltre la nostra Società con l'attività di sperimentazione, il laboratorio analisi e la propria rete di esperti tecnici commerciali è in grado di diagnosticare ogni tipo di fisiopatia, risolvendola tempestivamente, evitando dannose perdite di produzione e di qualità.
 

LINEA FAST

 

Per maggiori informazioni www.cifo.it

Il giardino di Elizabeth

Leggere un libro per trovarci un giardino.
E poiché i giardini richiedono adempienze botaniche giorno per giorno, mese per mese, le pagine del libro giorno per giorno, mese per mese, prendono la forma di un diario. Di un'aristocratica stravagante che fu Elizabeth (nome d'arte) e von Arnim (cognome dell'aristocratico coniuge). Lei nata in Australia, educata in Europa, ancora nubile a 24 anni, conosce in Italia l'uomo del suo cognome che diventerà il suo primo marito. Dopo cinque anni di soggiorno berlinese nel 1895 consapevole della distruttività dei rapporti mondani, sceglie di vivere in Pomerania, nelle terre di Nassenheide, in un castello avito dimenticato e non più abitato da venticinque anni. Servitù, le figliolette chiamate Aprile, Maggio, Giugno; tappezzerie da rifare, tinteggiature e un immenso giardino dove solo un croco veniva fuori, forse per curiosità. "Meglio essere messi alla prova dalle piante che non dalle persone" e i primi tentativi di Elizabeth stanno dalla parte degli insuccessi.
Il libro carico di soluzioni floreali per aiuole, tentativi di innesti, sfide botaniche alle inclemenze stagionali della regione, pieno di culto per le rose (più di 200) e di un'autentica venerazione per la Tea, farà piacere a chi di piante sa, conosce, è interessato o solo incuriosito, ma divertirà anche chi asseconda la contessa facendosi catturare dai suoi ritmi di vita.
Felice di essere sola – pane e zucchero in un campo di pratoline – ma poi la troviamo in quei interminabili tè che si concedevano i nobili del secolo scorso, con bambine in cuffiette di pizzo, governanti ferocemente teutoniche, amiche di stampo provocatorio in visita, e un marito tanto garbatamente quanto implacabilmente deriso.
La sfida di Elizabeth non è solo fare di una terra desolata un giardino con tante e sorprendenti meraviglie, ma stare dalla parte della libertà e del proprio talento, sempre. Sotto le mentite spoglie di una celebrazione di questo giardino raccontato in un anno di vita e crescita, la contessa von Arnim fa intendere altro: il suo carattere forte e fiero, l'anticonformismo, la lotta contro ogni costrizione.
Negli ozi di Nassenheide, Elizabeth nella biblioteca di casa dalle tinte gaie quali il giallo e il bianco, un grande camino, le finestre esposte in pieno Sud, di fronte al pezzetto prediletto di giardino, legge, studia, prepara la sua futura carriera di scrittrice. Quando il libro fu pubblicato nel 1898 ottenne un grande successo contribuendo a diffondere il gusto per i giardini e a far apprezzare di più la vita libera delle campagne. Piacque soprattutto alle donne per il gusto sereno di questa ipotesi di vita agreste e ricca, ben servita, libera, non oppressa dagli effetti familiari, ma l'orizzonte di Elizabeth, il suo modo di piegarsi sulla pagine con la compostezza dell'aristocrazia cosmopolita, il garbo stilistico, la precisione dei dettagli ci raccontano anche qualche scatto della mente e del cuore.
Lo scatto di lei, tutta avvolta in panni neri, che si sente come un peccato sul bianco delle nevi della Pomerania; il reale impazzimento cui fece giungere i suoi giardinieri quando, in piedi, solenne, libro in mano, leggeva loro, chini sui parterre, i trattati botanici.
Se la scrittrice Rebecca West, sua rivale in amore, ebbe a dire delle signore che parlavano di alberi e innesti con più entusiasmo di quanto ne riservassero ai loro amori, non includiamoci Elizabeth. Che lucida e appassionata allevò cinque figli piccoli in un castello della Pomerania, comprando semi di piante al posto dei vestiti, imparando dalle piante l'attesa e le sconfitte.
Quando la tenuta fu venduta e dopo la morte del marito, Elizabeth si trasferì in Inghilterra, presentò a corte le sue figlie, si innamorò, si risposò con il litigioso conte Francis Russell, fratello di Bertrand, il matematico filosofo pacifista. Le andò male. Allora vagò per il mondo: come unici compagni i suoi cani fidati e negli occhi i pozzetti di delirio verde della Pomerania.

Il catalogo è questo

Il motivo del giardino è particolarmente importante nell'opera letteraria di André Gide e, nei suoi romanzi, quali "L'immoralista" e "La Porta Stretta", è il luogo decisivo per gli avvenimenti salienti dell'intreccio.
Anche nelle opere che precedono i testi appena citati, creazioni giovanili a cui vogliamo prestare attenzione, il parco o giardino porta significazioni.
Nel "Tentativo amoroso", il tema dell'acqua, del passare delle stagioni, della solitudine, concede al luogo contorni incerti e sfumati, facendolo finire nel nulla, dove conducono i viali alberati. La realtà esteriore è percepita come simbolo e all'interno di questo itinerario spirituale si spinge l'lo, avvinto dai problemi esistenziali.
In opere successive lo scrittore francese riscoprirà la realtà, verso cui si rivolge in tono lirico ed evocativo. Nel catalogo dei luoghi di giardino, la bellezza delle oasi, delle fonti, dei fiori appare legata ai nomi delle città e il citarli è di per sé rivelazione della memoria. "… ti racconterò i giardini più belli che ho veduto. A Firenze, vendevano rose: certi giorni tutta la città ne odorava, passeggiavo ogni sera alle Cascine e la domenica nei giardini di Boboli senza fiori.
A Siviglia c'è, vicino alla Giralda, un antico cortile di moschea; qua e là vi crescono asimmetrici, gli aranci; il resto del cortile è lastricato; i giorni di gran sole, non vi è che una piccola, ristretta zona d'ombra. … Fuori città, in un immenso giardino chiuso tra cancelli, crescono molti alberi dei paesi caldi… A Roma, dalla panchina di pietra dove ero seduto, non si vedeva più Roma che mi sfiniva; si dominavano i giardini Borgheve, che situati più in basso mettevano all'altezza dei miei passi le cime un poco distanti dei pini più alti. O terrazze! Terrazze, da cui lo spazio ha preso slancio. O navigazione aerea … ! A Napoli, vi sono giardini che seguono il mare come una banchina e lasciano entrare il sole; a Montpellier, il giardino botanico… una sera.. sopra un'antica tomba… lentamente masticando petali di rose.
Dal giardino di Avranches, si vede il Mont Saint-Michel, e le sabbie lontane. A sera, sembrano materia infuocata, vi sono piccolissime città, che hanno giardini incantevoli, si dimentica la città; se ne dimentica il nome; si vorrebbe rivedere il giardino, ma si è incapaci di tornarvi. Sogno i giardini di Mossoul; mi hanno detto che sono pieni di rose … ".
L'elenco continua con il nome di molte altre città legate da un'immagine folgorante al mondo interiore di chi le osserva, il nostro scrittore, che da queste trae i "Nutrimenti terrestri", titolo dell'opera da cui abbiamo riportato gli esempi citati. Gide tende in questa prova artistica ad un'interpretazione della realtà sensible, non più vista in linea simbolica, ma rapportata ad una oggettività di cui le categorie dei giardini annunciano la varietà.
Il motivo del giardino percorre tutta l'opera letteraria di Gide fissandosi su diverse valorizzazioni di cui fornisce prova, per esempio, l'articolazione fra parco abbandonato e parco curato dalle mani dell'uomo. Nel romanzo, "La porta stretta", vicenda d'amore dall'esito sconsolato, i due protagonisti Alis Modem e Jérome trasmettono al giardino i sentimenti contrastanti del loro rapporto. Alissa, nel trionfo dei fiori, scorge il pericolo della sua passione amorosa, a cui vuole rinunciare, per paradosso di virtù, allontanandosi da una casa e da un parco troppo pericolosi per lei. A Jérome rimane la vista di un giardino deserto e secco, sirnbolica premonizione della fine di un amore.
Nel romanzo forse più noto di Gide, "L'immoralista", nella pace dei giardini africani e italiani, il protagonista – autore – trova una momentanea tregua alla irrequietezza del vivere. Come se il parco dissimulasse e nel contempo manifestasse profonde verità interiori.

I giardini di Roma antica

Cicerone amava i giardini anche per vanità: ne possedeva tre nelle sue ville di Anzio, Tusculo e della Campania: sappiamo anche che tentò di comperare a qualsiasi condizione i giardini sulla riva destra del Tevere e arrivò a desiderare anche quelli di Clodia, l'amante perfida di Catullo. Nei giardini il grande oratore trova la scena naturale e teatrale ove ambientare i suoi dialoghi filosofici in ossequio alla grande tradizione dei ginnasi e delle Accademie della civiltà greca. Per Cicerone il giardino è di per sé qualcosa che induce a pensare come afferma nel dialogo De Oratore: ci si sente a contatto con la natura, il pensiero è libero e sognante, il paesaggio, ma quale paesaggio è più seducente di un giardino?, rende perfetto lo spirito, con i miti familiari e domestici, fra le opere d'arte greche a contatto con tutta la cultura ellenica. Colpito da un dolore familiare straziante, la morte della figlioletta Tullia, volendo attribuirle una sorta di eternità, pensa ad un giardino funebre e tale scelta diventerà costume per la cultura romana che adotterà come tomba per due imperatori divinizzati Augusto e Claudio un recinto sacro adorno di erbe e fiori.
Lucrezio: per il poeta romano autore di un poema filosofico sulla natura che segue le tracce degli insegnamenti del filosofo greco Epicuro, il giardino è parte di un tutto. Il tutto è la natura di Lucrezio svela i segreti in versi di poesia e scienza. Egli evoca in contrasto con i palazzi dorati delle città un gruppo di amici sdraiati sull'erba all'ombra di un albero, in mezzo ai fiori dell'estate. E quando descrive i piaceri di cui gli uomini godevano all'inizio del mondo paragonato all'inferno terrestre posto nell'animo dei malvagi, ritrova un paradiso terrestre a immagine dei giardino dei poeti in cui il saggio epicureo è felice nella sua atarassia.

Paesaggio sacro: decorazione (IV stile) da Pompei. Napoli, Museo Nazionale

Catullo forse frequentò la misteriosa villa della Farnesina: giardino della sua amata Clodia cantata in poesia con il nome di Lesbia, sorella di un tribuno famoso, era situato sulla riva sinistra del Tevere, punto di incontro della gioventù galante, ed intellettuale del I secolo A. C. Feste, ricevimenti, i giochi sull'acqua, la fama di questo luogo non ci è ignota grazie alle descrizioni di Cicerone. C'è ipotesi che di questi orti suburbani sia rimasta traccia attorno alla villa scoperta a Trastevere, la più bella dell'età repubblicana, detta della "Farnesina". Ma il lirico poeta d'amore non ci parla troppo di giardini, certamente di piante. A proposito delle quali possiede il senso della decorazione vegetale: nei Canti di Imeneo, poesie per le nozze delle divinità, gli dei si offrono i fiori in ghirlande ed i fiumi personificati portano al ricevimento faggi, lauri, platani, per eccellenza antico albero di Roma, pioppi, cipressi e il poeta ad uno ad uno li scolpisce con aggettivi e attribuzioni come colpi di martello sui bianchi marmi. Fiori della memoria, quelli di Catullo, più tratti dai libri, più rivolti a dare enfasi ad una descrizione che a rappresentare sé stessi in senso naturalistico, simbolici e grati sono cortesie galanti che evocano le infinite forme vegetali con cui il divino entra in comunicazione con l'umano.
Del giardino Virgilio, poeta della natura, della terra e dell'epica romana, ravvisa i tre regni: dei colori, dei profumi, dell'abbondanza. E se a Cicerone si deve il giardino del "filosofo", a Catullo quello delle galanterie d'amore, a Lucrezio l'ampia visione del cosmo, al poeta caro ad Augusto e a Mecenate, l'elogio del buon vecchio giardiniere nei pacati esametri delle Georgiche.
L'episodio del vecchio di Taranto pone subito il problema "Perché Taranto?".Virgilio ama le terre piene di nebbie che stanno intorno al Mincio o Ariccia, fertile per le verdure, o i dintorni di Napoli; anche Pompei e le sponde del Sarno. Ma Taranto è stato il centro della diffusione del Pitagorismo e delle sue dottrine filosofiche e mistiche risalenti all'orfismo e allo stesso Pitagora. E il suo giardiniere compie quotidianamente il miracolo di far convivere specie fra sé incompatibili: accanto ai gigli, alle verbene, al papavero che purifica il terreno, ecco gli olmi e i platani. Si può sicuramente affermare che Virgilio ha raccolto una dea flora composita, letteraria, trascurando ogni idea di verosimiglianza e di realtà. Immagine e poetica e religiosa, dove anche il più povero poteva vivere al pari di un re, nutrendosi di ortaggi: si ricordi il vegetarismo degli adepti della filosofia pitagorica. Da ogni parte fioriscono i simboli, molti dei quali indissolubilmente legati alle credenze più arcane della regione italica, dove Virgilio avrebbe cercato di manifestare una concezione della vita della virtù e un'idea di felicità.
Forse Ovidio aveva gli stessi gusti del "vecchio di Taranto" descritto da Virgilio: gli piaceva piantare alberi e innaffiare piante con le proprie mani. Sappiamo che il poeta possedeva un grande giardino ai margini della città all'incrocio della via Flaminia con la via Clodia e qui scriveva i suoi poemi. Nei quali il tema giardino è trattato con sontuosità, con quel senso dei pittorico che tanto piaceva ai Romani e che troviamo ad esempio, negli affreschi delle case pompeiane. Decorazioni a trompe l'oeil: l'illusione adoperata per rappresentare pittoricamente un giardino in cui lo spettatore ha la sensazione di trovarsi, in mezzo a preziosi vasi, impalcature vegetali e fontane scultoree. Fra i padiglioni alberi ad alto fusto, erbe, fiori, la calma di un uccellino appoggiato. Nella villa di Orazio in Sabina donata al poeta dal generoso Mecenate, orto, frutteto, bosco, le tre forme che il giardino può assumere. Orto della tranquillità, per conviti amicali, per un quotidiano fatto di una serie concreta di elementi visivi, per un decoro materiale che allontana già dalle significazioni simboliche e rituali del giardino sacro. li pino immenso, il pioppo bianco uniscono le loro ombre, mentre l'acqua del ruscello s'affretta a correre di traverso con mille riflessi. Sensuale e morbido il giardino di Orazio, amico della campagna, trattiene noi lettori sulla poesia del quotidiano, lontano dai lussi delle grandi ville che violano la natura invadendo i declivi digradanti verso il mare, strappando gli olmi e quindi i campi di viole e i mirti e ogni specie di erba odorosa.

Ricostruzione della Villa dei Papiri di Ercolano in California voluta da J.Paul getty e inaugurata nel 1974. Foto tratta dal volume di V. Vercelloni – Atlante storico dell'idea del giardino europeo – Jaca Book, Milano,1990.

Il lusso dei giardini delle ville di Plinio il Giovane è cosa su cui ci si deve soffermare. Innanzitutto per dire che Plinio non è solo un esteta, bensì un proprietario romano per cui un bene acquistato deve essere in primis un sicuro investimento anche se finalizzato allo svago. E Plinio calcola con precisione rendite ed interessi includendo nei conti anche i boschi, le viti, le spese per il personale costituito da giardinieri, detti topiarii. I lussi costano ma, nel nostro caso, si può anche dire che tornino e con enfasi nella storia dell'idea di giardino. Nell'età dei revivals settecenteschi Robert Castell pubblica a Londra nel 1728 "La Villa Degli Antichi", una ricostruzione grafica dei giardini romani così come imponeva la minuziosa descrizione che di questi fece Plinio in una lettera destinata all'amico Apollinare. La storia conta sempre, ma là dove il testo di Plinio concede interpretazioni non univoche si affaccia anche il progetto del nuovo giardino settecentesco inglese come sintesi poetica di geometrie irregolari e inquietanti connesse con la tradizione. Nella villa di Laurentum, sul mare, vicino ad Ostia, in quella sul lago di Corno, a Tuscum, ai piedi dell'Appennino, Plinio godeva l'otium: a Roma gli pareva di essere in un perpetuo esilio, le cose vanitose e non necessarie, gli incarichi vaghi a cui è piacere sottrarsi. Vuole fuggire dalla Roma post Domiziano anche il più apocalittico degli scrittori dell'impero, il rancoroso Giovenale. Dove? In un piccolo centro laziale, in un bel giardino. Il prezzo? Quello pagato a Roma per avere in affitto un buco tenebroso. Mentre a Sora, a Fabrateria, a Frosinone, c'è un bel giardino in una bella casa con un piccolo pozzo dal quale senza bisogno di corda si può irrigare facilmente le tenere piante. Vivere con la vanga in mano, poter dire di essere padroni magari di una lucertola!

Ma è Stazio il poeta latino che ci offre le https://www.verdeepaesaggio.it/immagini più stranite del giardino romano: quasi irreale il paesaggio del poeta delle Selve racconta di ninfe che non fanno più parte del mito, ma sono le statue dei giardini che il poeta vedeva, quelli di Sorrento o di Tivoli, quelli artificiali sagomati dalle perizie dell'arte topiaria. Giardini artificiali che sanno di essere tali. Il mito non più fantasticato o ricreato si appoggia sulle erbe e sui fiori, lungo i viali, dentro le fontane di quel teatro sempre mutevole che è la realtà di un giardino. Chi scrive di giardini nella Roma antica conosce pertanto e la natura e la cultura: della prima possiede il senso vitale, il genius loci, le conoscenze pratiche a cui adattare opere e giorni; dell'altra, la penetrazione fantastica, le raffinatezze formali, l'intreccio delle arti, la qualità dell'estetica.

Fra pittura e scrittura

Della luce sempre movente, sempre differente: quella dei mattini brumosi e dei crepuscoli dorati, dai riflessi impercettibili moltiplicati all'infinito. Il suo giardino, a Giverny, l'ha dipinto cento volte, infaticabile: il "motivo" era là, perché andare in cerca di altri temi? Certi soggetti ispirati dal giardino o ricercati nella campagna circostante diverranno oggetto di serie illustrate in numerose versioni quali le Meuies e le celeberrime Nymphéas. La molteplicità dei colori, dei riflessi e delle iridescenze soddisfacevano in pieno il feroce appetito di questo lavoratore instancabile alla ricerca di un'impossibile perfezione. Nel 1803 egli acquistò la tenuta di Giverny, ove lavorò fino al 1926 e creò giardini. Il primo rispondeva al gusto del momento storico ed era sito vicino alla casa. Con parterre ordinati, roseti, una profusione di iris, verzieri di meli e di ciliegi. Giardino, però, più di toni e di colori che di fiori; giardino di un pittore estremamente esigente coi suoi giardinieri, da cui pretendeva contemporaneamente la fioritura di tulipani e rose, di primule e di lupini. Sì, realmente Monet disse: "il mio capolavoro è il mio giardino."

Claude Monet, Ninfee

In seguito egli acquistò un terreno situato in un declivio vicino alle rive della Senna. In quel tempo tutti gli artisti erano attratti dall'arte giapponese, il cui spirito è quello di far sprigionare le forze racchiuse della natura che devono guidare la vita degli uomini. I Giapponesi, infatti, amano le cose non per la loro bellezza esteriore, ma in virtù della loro efficacia nel provocare https://www.verdeepaesaggio.it/immagini mentali. Monet riunì una notevole collezione di stampe di artisti nipponici, Hokusai, Utamaro, Hiroshige e questo clima giapponesizzante spinge il pittore giardiniere a pensare il suo secondo giardino secondo la tradizione millenaria dell'impero del Sol Levante.
Attorno ad uno stagno alimentato da un affluente della Senna, e cavalcato da un ponte da geisha adorno di glicine, ecco le pallide ninfee fatte venire dal Giappone che ispireranno all'artista il più lungo ciclo pittorico della storia dell'arte. Monet dipinge l'idea della ninfea, la sua fantasia, lo stato d'animo in una straordinaria effusione cromatica dove la pittura si confonde con l'oggetto rappresentato in un misterioso farsi tuttuno nel suo grado massimo di fluidità. Marcel Proust nel primo volume della "Recherche", titolato "La strada di Swann", pubblicato nel 1913, descrive impressionisticamente un paesaggio fluviale, quello attorno al corso della Vivonne, che è un autentico giardino di ninfee. Di grande precisione e analiticità il mondo dei fiori acquatici si consegna alla nostra attenzione attraverso la perizia verbale che si assimila all'oggetto descritto restituendogli corpo e sentimento.
Qua e là, alla superficie, rosseggiava come una fragola un fior di ninfea dal cuore scarlatto, bianco agli orli. Più lontano, i fiori più numerosi erano più pallidi, meno lisci, più graniti, più increspati, e disposti dal caso in volute di tanta grazia che pareva di veder nuotare alla deriva, come dopo lo sfogliarsi malinconico d'una festa galante, delle rose borraccine in ghirlande disciolte.
Altrove, un angolo sembrava riservato alle specie più comuni, che sciorinavano i lindi bianchi e rosa della giuliana, lavati come porcellana con cura casalinga, mentre un po' più lontano, serrate le une contro le altre in una vera aiuola galleggiante, si sarebbero dette delle viole del pensiero, venute a posare come farfalle le loro ali bluastre e lucenti sull'obliquità trasparente di quell'aiuola acquatica: di quell'aiuola celeste, anche: ché essa dava ai fiori un suolo d'un colore più prezioso, più commovente del colore degli stessi fiori; e, sia che nel pomeriggio facesse sfavillare sotto le ninfee il caleidoscopio d'una felicità attenta, mobile e silenziosa, sia che verso sera, come qualche porto lontano, s'empisse del color rosa e dei sogni del tramonto, mutando senza posa per rimanere sempre intonata, intorno alle corone di tinta più fissa, con quel che c'è nell'ora di più profondo, di più fuggitivo, di più misterioso, – con quel che c'è in essa d'infinito, – pareva averle fatte germogliare in pieno cielo".

Non è un giardino, è un teatro


Nel Capitan Fracassa di Théophile Gautier i giardini non sono certo di serie e noi li attraversiamo insieme ai personaggi del romanzo: quella sgangherata compagnia di attori in giro per le terre di Francia in epoca Luigi XIII sempre intenti ad allestir scene mentre recitano storie personali di cuore e di spada di insidie e di avventure. Barocco revival è un'etichetta come tante per inquadrare un'opera pensata per trent'anni e pubblicata nel 1863: autentico ed unico successo commerciale di Gautier.

Parigi, veduta di Place des Vosges

Del secolo delle gorgere inamidate candide e plissettate, dei nei assassini usati dalle dame, dei castelli rifatti sul gusto dell'insolito, Théophile Gautier esaurisce nella scrittura l'infinito capriccio.
E il tema Giardino? vediamolo. Il romanzo apre su di un tableau ove castello e giardino sono segnati dalla stessa sorte di degrado: giardino povero come un venerdì di quaresima con una messa di lutti come alberi e fiori. Giardino fantasticato alla rovescia fra rovi e sterpacci densi come le ragnatele del castello ove si aggirano, sparuti, un cane un gatto un vecchio servo, e ancor più sparuto l'erede dei e ancor più sparuto, l'erede dei gloriosi baroni di Sigognac tanto caduto in rovina che si veste di panni d'avanzo ancor che giovane nobile generoso persin bello. Se ci fermiamo nel giardino, passeggiandolo, riconfermiamo Gautier in gara con una sensibilità della visione che nulla disperde nelle parole toccate e ritoccate a pennellare uno stato d'abbandono totale commovente disperato.
Se ci spingiamo nel mondo delle idee scopriamo che l'autore, questo romantico insieme curioso ed originale, produce un'idea della natura umanizzata in gioie e dolori come questo povero angolo di terra che ha abdicato ai suoi decori, inselvatichendosi, come il suo proprietario. Ma è la rosa eglantina fiorita sui rovi a dispetto del rovi, e non a caso la rosa simbolicamente più cara ai poeti che ai botanici, che anticipa sul filo della speranza che qualcosa starà per cambiare. Come? Diamo fiducia alla rosa non anticipando il finale del romanzo, soffermiamoci piuttosto sugli altri giardini che nelle seicento pagine del Fracassa sono di casa.
I giardini della ricchezza del secolo barocco non potevano non incuriosire il pubblico dell'Ottocento, quando il mito del successo economico era il sogno di tutti. Gautier li descrive nei fasti nella struttura nelle proporzioni: detti alla francese, ben sviluppate tutte le prospettive in orizzontale, grandi spazi, giochi d'acqua. Per rifarli in punta di penna Gautier tiene presente per sua stessa ammissione il panorama di casa sua che dava sulla bella Place Royale (l'attuale Place des Vosges) ove Théophile andò ad abitare nel 1830 a due passi dalla casa di V. Hugo.
In uno di questi giardini barocchi del romanzo di proprietà de Bruyères la compagnia dei guitti va per una recita. Avvolti dai fiori dalle piante dai profumi caldi dell'orangerie che si mescolano alle ciprie delle dame, chi sa mai dire quale sia il teatro e quale il giardino?
Sempre nei giardini infatti avvengono mutamenti del tutto simili a quelli della scena teatrale: gli attori, svestiti i panni della recita, si scoprono innamorati sul serio; in altri casi sono braccati in agguati notturni; anche gli intrecci libertini si danno appuntamento nel galeotto giardino. Tutto il romanzo del resto gioca sul fronte della finzione letteraria e sul suo rovescio, smascherando i dispositivi illusionistici del narrare e i suoi meccanismi emozionali. Ebbe a dire Gautier nel bel mezzo dell'opera – Questo non è un romanzo -. Ma tutto è il contrario di tutto: intreccio, beffe, nostalgie, irrealtà, scetticismo e pretesto all'illusione. Forse solo un bel sogno da leggere davanti al bel fuoco del camino. E per un gran finale degno di un autentico colpo di teatro, seguiamo Sigognac tornato nel suo maniero già restaurato per un colpo di fortuna capitato alla sua sposa di nome Isabella, di professione ex attrice restituita fortunosamente ai ranghi della nobiltà. Sigognac sta scavando una fossa per il suo gatto Beelzébuth, quando la zappa incontra una dura cassa di quercia dai bordi di ferro arrugginiti. Il tesoro degli avi aspettava Gautier che credeva alla rosa e ai talleri luccicanti.

I giardini del silenzio

Al di là di due lastre di cristallo, sollevati i quartieri di lamiera sui fianchi del Nautilus, il fondo dell'oceano illuminato da emanazioni di luce che provengono dall'interno del sottomarino, Jules Verne apre il giardino del sommerso con le fantastiche pagine di "Ventimila leghe sotto i mari"., trasformando l'oceano in un immenso acquario sotto gli occhi dei tre prigionieri del capitano Nemo.
Il professar Aronnax, naturalista francese, il servo Consiglio e il canadese Ned Land, re dei fiocinieri, vedono il mare per il raggio di un miglio intorno e fra stupore e meraviglia indugiano a classificare i pesci della più mirabile collezione dei mari della Cina e del Giappone. Il vetro di cristallo li tiene al sicuro, al di là dell'acqua, elemento dell'asfissia per ogni essere della terra, barriera eterna e fatale che separa i due mondi. Per le religioni orientali l'acqua è la notte dell'abisso e presso tutte le lingue antiche il nome dei mare è sinonimo di deserto e notte.

Illustrazione tratta da Ventimila Leghe Sotto i Mari, di Giulio Verne. Collana "Corticelli Hetzel"

E' invece, ardente, illuminato per la prima volta nella storia da luci artificiali e spettacolare, l'acquario che vide il poeta Rimbaud a Londra nel 1872 in occasione dell'inaugurazione del Crystal Palace. Quando tutte le esposizioni universali esaltando il mito del progresso e per divulgare le più recenti scoperte relative alla vita nella profondità degli oceani e il principio dell'utilità delle piante per l'aerazione dell'acqua, predisposero i grandi acquari soprattutto preziosi per lo studio anche motivo di distrazione, curiosità, magia per il grande pubblico. Mentre l'oceano, vasto e inconoscibile spaventa l'uomo, nei fondi tranquilli di un acquario e nel microcosmo che include, la paura è lontana, sospesa come ogni idea di tempo. Il sogno poetico sugli acquari si ferma qui, sull'acqua liscia in superficie, mossa sul fondo come dentro un giardino antico, senza tempo, – né estate né inverno né primavera né autunno – in uno scenario che dei giardini terrestri mantiene la preziosità dell'acqua e l'idea di separatezza negli spazi racchiusi e nella strutturazione di un paesaggio articolato di grotte pianure ponti e popolato di flora e di fauna.
Jules Laforgue, poeta francese della seconda metà dell'Ottocento, ci invita nei giardini del silenzio descrivendoci uno stupefacente acquario nella prosa sensitiva e vibratile dei racconto Salomè, ricco di dissonanze destrezze e accostamenti imprevedibili di parole. Silenzio come in una camera d'ammalato; opaco come un mondo vigilato da un polipo – minotauro; movimento a cui è negato ogni accesso. Negli abissi dell'acquario si muovono, rallentate, bolle in contrazione, globuli sospesi, filamenti indistinti; spugne di forme spaventose in un paesaggio sommerso definito da forme incrostate, cavità basaltiche, corridoi e piane di coralli attinie madrepore dentro migrazioni di nuclei piumosi verso i cimiteri dei molluschi. L'acquario narrato da Laforgue ha i contorni dei sogni, sfrangiati e senza tempo; del giardino, la calma del nirvana ove cessano temperamenti razze caratteri; resta il desiderio, insieme dolce e fiaccante, nostalgico di penetrare quel principio iniziale in seno al quale l'individuo si spande nel circuito cosmico. Acque fetali e fatali, ove nascita e morte si annullano e per cui nascere è uscire, morire rientrare. Insieme sogno della madre e tema delle origini, l'acqua è tempo intimo e spazio circoscritto, vagante di elementi di vita e misteriosa; trasferisce su di sé quando è conchiusa in un acquario, il significato della vita interiore non scissa fra corpo e intelletto.
Acquario mentale è il titolo dato ad una serie di poesie di Rodenbach, scrittore belga di lingua francese, contemporaneo di Laforgue ma poeta più sognato, intimista, malinconico. Anche in lui l'acqua racchiusa da un vetro di un acquario, isolata dal sole e dal vento, esente da trasformazioni, è simbolo della vita profonda.
Nell'atmosfera dell'acquario nulla si agita e l'anima identificatasi con l'acqua orizzontale della superficie sembra aver raggiunto sogno e quiete. Nel profondo si agitano, invece, i mostri infernali, terrori paralisi punizioni; ed erbe e sassi, attaccate al fondo viscoso e opaco, simili ad anime dannate, paiono essere in attesa di un giudizio di condanna inesorabile e muto. Mentre gigli di ghiaccio si animano in un respiro.
Contro il mondo di "soddisfatti" che abita gli acquari del poeta Laforgue, il belga Rodenbach individua le colpe della coscienza che abitano i giardini del sommerso, ove l'acqua si tiene in giochi di dissolvenza e pallidi riflessi di luce simili a raggi gelati di luna, racchiusa in se stessa, analitica e claustrale, come un anima attenta alle decifrazioni minime dei suoi moti interiori.

Il giardino delle esperidi

Secondo il racconto mitologico del mondo greco le Esperidi, figlie dell'Occidente, erano di guardia insieme al gigante Ladone dalle cento teste al giardino situato sui confini della terra. Là crescevano i pomi d'oro, dono di nozze offerto dalla divinità della terra ad Era, andata sposa a Zeus. La ricerca dei frutti sacri impegna Ercole, figlio di Zeus, in una delle sue favolose avventure che lo portano dapprima a consultare le ninfe del fiume Eridano, poi la divinità marina, che porta il nome di Nereo. Abile trasformista, questo dio del mare ha l'abitudine di assumere le forme più bizzarre quando si accorge che qualcuno vuole acchiapparlo. L'astuzia di Ercole, però, ha la meglio sulle sue difese e, a forza di lusinghe, riesce a sapere dove si trova il giardino. Così "il giardino delle Esperidi", il più antico e il più celebre della letteratura classica, si situerebbe nell'estremo Occidente, proprio vicino alle colonne che da Ercole stesso prendono il nome, al di là delle quali la sventura colpiva chiunque si avventurasse. L'assimilazione dei frutti del cedro, o dell'arancio dai frutti amari ai pomi d'oro si è fissata nella nostra mente. Alcuni vi hanno visto la conferma del significato che l'introduzione della coltura dell'arancio, portata dai Greci, ha avuto presso tutte le rive del Mediterraneo. Per voler essere prudenti diremo solo che il paese dell'estremo Maghreb (al-Maghrib al-Aksa), da noi chiamato Marocco, fu già dai tempi più lontani associato a questa fastosa immagine del giardino. Giardini del Marocco, luoghi di silenzio, tropicali e mediterranei, ove fiori e piante, le più diverse e opulente, accompagnano tutto il corso dell'anno. Piante grasse nella loro gamma completa di vegetazione floreale alla fine dell'autunno; mimose, bouganville, ibisco in dicembre; narcisi, mandorli in fiore, pruni dei Giappone in gennaio; iris selvaggi, strelitzia, gladioli, mirto e gerani in marzo; jacaranda, viola e gialla, datura e profusione di rose in maggio; petunie e ogni sorta di alberi in fiore in giugno, luglio e agosto. Senza dimenticare che il gusto assai marcato della gente dei Marocco per le fragranze sottili e penetranti mette in mostra ovunque gelsomini, fresie, cisto, rosmarino, citronella, salvia, timo, origano, maggiorana…mentre una scelta spontanea di piante come i bambù, l'agave, le palme (23 specie differenti a Rabat!) crea… l'esotismo. I giardini del Marocco sono cinti da un alto muro in pietra: vivono all'interno come i pensieri. A chi li interroga sul loro modo di fare giardini, gli Arabi-musulmani rispondono "gli Italiani costruiscono i loro giardini, gli Inglesi li piantano, i Francesi li disegnano, noi li viviamo".
Questa razza che ha avuto come culla la grandezza spoglia dei deserto dall'orizzonte sempre uguale, ha imparato a chiudere gli occhi davanti al mondo materiale, consapevole che l'unica gioia possibile sia rifugiarsi in se stessa e nel sogno. E nell'immagine del giardino, così carica di poesia, ha riconosciuto un'identità che non ha mai cessato d'ispirare i poeti, i pittori e i filosofi dell'Islam. Per citare il Corano "Essi abiteranno i giardini ove scorrono i ruscelli e ci resteranno per l'eternità". Nel testo sacro il giardino, simbolo dell'Eden, è evocato attraverso una molteplicità di appellativi che contengono indicazioni precise sulla dimensione, uso, finalità e destino dei suoi spazi. Così il termine firdaws significa giardino e paradiso: nel testo coranico, il Paradiso è attraversato da quattro fiumi e l'albero del Paradiso si trova menzionato anche in numerosi testi filosofici. Quando trasportato nel giardino diviene un elemento della struttura architettonica che possiamo indicare con il termine di padiglione o chiosco di cui gli arabeschi decorativi richiamano le fronde e i pampini della vegetazione eterna, ricoperta dalla volta celeste. Così rawda significa indifferentemente giardino e mausoleo indicando in tal modo il giardino che di frequente serviva come luogo di sepoltura e dove il proprietario terreno poteva godere in eterno dei piaceri che aveva colto in vita. Sempre secondo il Corano, infatti, coltivare il giardino e farvi crescere quanto serve al sostentamento è un atto che rivela un'esigenza di indipendenza e di rifiuto delle ricchezze del mondo.

Lontano dai giardini di casa

Clarissa e Cunegonda vivono i bei giardini di casa nel Settecento, quando ai luoghi di erbe e fiori si va con ragione e sentimento. L'una, eroina del romanzo di Richardson, di nome e cognome fa Clarissa Harlowe e, protetta da un'alta siepe di tasso, può osservare le intese dei suoi famigliari che meditano per lei vantaggiosi matrimoni di convenienza. Il giardino di Clarissa non è sontuoso né paesaggistico in quanto gli Harlowe non possono ancora assimilarsi a quegli aristocratici dal fine sentire che attribuivano al giardino le suggestioni e le emozioni del cuore. Si tratta piuttosto di un'onesta azienda agricola con l'utilizzo di legnaia e latteria, realistica e funzionale. Cunegonda, invece, amore ideale di Candido, protagonista dell'omonimo racconto di Voltaire, è figlia di un barone tedesco e, in quanto tale, le spetta il castello avito con annesso boschetto.
Uscire dal giardino per entrambe significa entrare in quel miscuglio e in quel composito che fa da trama alle due opere.
Clarissa, nelle fantasie dell'aristocratico libertino Lovelace che la insidia, è lei stessa un bel giardino ove penetrare per coglierne ogni delizia. E come non riconoscere nel linguaggio figurato di Richardson quel giardino del Cantico dei Cantici ove lo sposo coglie i dolci frutti del suo amore? Ma Lovelace non penetra nel giardino, è Clarissa, in fiore d'indipendenza, che ne esce sottraendosi all'impegno di una figura paterna verso cui si mette in competizione. La aspettano i tristi destini della donna perduta per amore: i postriboli della città, la prigione, infine la bara. Anche madamigella Cunegonda per infortuni di guerre e di virtù perde casa e boschetto per calarsi nell'esperienze del mondo: prima lontana da Candido, poi ritrovandolo per perderlo di nuovo fino al ricongiungimento finale né triste né lieto. Nel corso delle due vicende l'immagine del giardino torna sempre e con insistenza e in mutate figurazioni simboliche, ma identico è il progressivo logoramento cui il topos è sottoposto.
Per Clarissa la scelta di fuggire dal giardino per seguire le promesse d'amore di un infingardo, conferma un suo istinto di libertà e di indipendenza, ma già a Londra, inverno della sua coscienza, eccola in una terra degradata che prende la forma di una città dalle vie strette e logore, svilita in un bordello ove la sventurata finisce per buttar l'occhio su di un cortiletto di vasi e cocci. E fin dentro la prigione dei debitori nella stanza dagli umili arredi, Clarissa posa l'occhio su di un bouquet di fiori malmessi sempre pensando i fioriti cespugli di casa. A conclusione del romanzo e della sua vita l'eroina di Richardson porta ancora la sorpresa di un fiore: un giglio spezzato inciso sulla sua bara. Per Cunegonda, violentata impoverita, a servizio di truci individui al di qua e al di là degli oceani, il bosco dell'avito castello di Vestfalia, scompare anche nel ricordo. Incontrerà nuovi giardini, invece, il sempre dubbioso Candido e penetrerà con il passo della conquista nei giardini del Perù, mitico Eldorado, dove i poveri giocano a piastrella con rubini e diamanti e tutto è organizzato per essere il migliore dei mondi possibili. Che è mai la felicità, pensa Candido, se non puoi narrarla agli amici e hai perso l'amore? Solo uno spazio mentale onirico e scivoloso da cui Voltaire fa uscire il suo eroe alla ricerca di nuovi destini. Nella Propontide Candido e Cunegonda finiscono per rincontrarsi. Dove? In un orto lontano miglia e miglia dagli spazi delle foreste della Vestfalia. Lei è già brutta e con i seni avvizziti, lui è un candido disilluso che non sa dire altro che "il faut cuitiver notre jardin". Come? a pistacchi, a cedri, arance limoni melangole ananassi. E abbiamo riportato tutte le qualità ortofrutticole segnalate da Voltaire. Del resto, riferendoci all'immaginario biblico, viene detto nel Genesi che dopo il giardino di gioia di Adamo ed Eva, a noi tocca dopo il peccato originale, riguadagnare l'altro soffrendo e sudandoci. E sempre stato così dal patto di Dio con Noè dopo il diluvio.