Sono molte le forme di oidio che aggrediscono in natura varie specie di piante coltivate. Esse presentano sintomi e caratteristiche spesso simili e molto comuni, tanto da essere considerate fra le malattie fungine quelle più conosciute ed identificabili con maggior facilità.
L’oidio delle rose, o mal bianco, è una malattia molto comune sul genere Rosa di cui ne aggredisce in modo evidente tutte le specie coltivate.
Tra i molti ibridi ormai esistenti, la malattia si è diffusa con facilità, tanto da annullare in pratica i lodevoli sforzi compiuti dai genetisti nel tentativo di costituire nuove cultivar dotate di reale e stabile resistenza alla malattia. I tentativi ancora in corso potrebbero anche culminare in qualche risultato positivo, ma al momento appare ancora necessario ricorrere con insistenza ai mezzi di lotta diretti od indiretti per la difesa contro la malattia. Il patogeno fungino responsabile della malattia è un fungo (crittogama) Ascomicete dell’ordine Perisporiales, appartenente alla famiglia delle Erisifaceae, il cui nome specifico è Sphaerotheca pannosa.
Di questa specie si conoscono la varietà Persicae che aggredisce il pesco e la varietà Rosae che colpisce la rosa. Quest’ultima presenta uno sviluppo completo sulla superficie esterna degli organi della pianta (micelio), da dove asporta le sostanze nutritive mediante particolari organi chiamati ‘austori’ che penetrano all’interno dei tessuti.

Notevole intestazione di oidio rosa, con formazione del micelio biancastro-polverulento che ha già prodotto disseccamento fogliare e atrofizzazione del boccioli fiorali. Oidio della rosa con formazione di micello evidente sulle foglie non ancora cadute. Si noti la cascola fogliare e l’avvizzimento della parte terminale del germoglio che presenta microfillia.
Bollosità fogliare e leggere ustioni per un attacco di oidio bloccato nella fase lnízíale. Il bocciolo fiorale non si aprirà perché il peduncolo risulta fortemente ustionato nella parte distale. Pianta di rosa affetta da odio, i cui sintomi sono presenti su foglie e boccioli appena aperti

Il fungo si presenta pertanto sulle superfici degli organi aggrediti (foglie, germogli e fiori), come una muffetta biancastra, polverulenta, spesso a forma di macchiette o chiazze che si allargano e diffondono ad altri organi vicini, passando poi anche da una pianta all’altra.

Quando le condizioni ambientali risultano favorevoli, corrispondendo a valori ottimali di temperature compresi tra 18 e 25°C e di umidità relativa almeno superiori al 75-80% o meglio se prossimi al 90-95%, l’infezione si origina facilmente e quindi si sviluppa in modo evidente sugli organi aggrediti.
Le foglie colpite possono risultare del tutto ricoperte dalla muffetta biancastra che ne provoca una certa bollosità, l’accartocciamento e la successiva caduta anticipata rispetto alla norma.
Anche i giovani germogli possono risultare danneggiati, fino al loro imbrunimento e appassimento; i fiori colpiti possono risultare abbruttiti, chiazzati sui petali e disseccati, mentre i bocci fiorali, aggrediti precocemente, possono appassire senza schiudere o produrre fiori brutti e deformati.
I danni si presentano in ogni caso consistenti, in quanto il fungo riesce a fare ripercuotere i suoi effetti sull’aspetto generale della pianta che, soprattutto per la notevole riduzione della funzione clorofilliana e per l’aspetto deturpante che ne deriva, perde in gran parte le caratteristiche ornamentali, oltre a ridurre notevolmente la produzione dei fiori.
La diffusione della malattia avviene per mezzo dei conidi che – prodotti dal micelio e trasportati su altre piante, soprattutto dal vento in presenza delle citate condizioni climatiche favorevoli – producono altro micelio che rappresenta la forma agamica relativa a Oidium leucoconium, dando origine ad una serie di infezioni secondarie.
Durante i mesi freddi invernali, la conservazione del patogeno può avvenire in due diversi modi: – dal micelio che sembra rimanere protetto all’interno delle gemme; – dalle ascospore che restano protette entro i periteci (cleistoteci) e dalla cui liberazione in primavera prendono origine le infezioni primarie.

Pertanto, una delle forme principali di prevenzione della malattia sulla nuova vegetazione consiste proprio nella massima eliminazione di queste forme di conservazione invernale del patogeno.

Bocciolo fiorale in fase di schíusura, danneggiato dall’oidio delle rose che non permetterà al fiore di aprirsi in modo normale Attacco di oidio nel periodo di fine estate, con danno al fogliame ed al fiori i cui petali sono macchiati, mentre alcuni boccioli non sono fioriti in modo completo.

Difesa
Come già ricordato non si conoscono cultivar di rosa che siano dotate di caratteristiche elevate e stabili di resistenza contro la malattia, anche se gli studiosi che hanno affrontato l’argomento non sono mancati e stanno tuttora dedicando buona attività sulla argomento.
Per quanto riguarda le alterazioni prodotte dall’oidio della rosa e che attualmente si presentano ancora con frequenza, si possono citare alcune possibilità di difesa basate su operazioni di ordine agronomico-meccanico e altre su interventi di natura chimica. I primi accorgimenti, di ordine agronomico-meccanico, sono basati sul contenimento a livelli moderati nella somministrazione di elementi fertilizzanti e di approvvigionamento idrico.
Infatti i loro eventuali eccessi, oltre a produrre altri inconvenienti ad essi direttamente legati quali fenomeni fitotossici per elevate concentrazioni saline, squilibri tra i vari fertilizzanti con fenomeni di carenze o di eccessi di alcuni elementi, asfissia radicale per eccessi idrici, terreni freddi ecc., possono favorire un elevato lussureggiamento della vegetazione che porta alle piante l’acquisizione di caratteristiche minori di resistenza alle fitopatie. In un secondo tempo, quando la presenza dei sintomi è abbastanza visibile, ma soprattutto durante l’inverno, è importante tagliare e distruggere col fuoco i rami che risultano infetti dalla malattia. Infine, durante le fasi vegetative e a fine stagione, è molto utile eliminare la vegetazione visibilmente colpita e raccogliere le foglie che risultano infette. Tutto questo materiale vegetale dovrà essere ovviamente distrutto, possibilmente col fuoco.


La lotta chimica dovrà essere programmata soprattutto in presenza di elevate fonti di inoculo, rappresentate da materiale infetto sicuramente presente nella stagione precedente e ancor più in mancanza dei precedenti interventi citati, al fine di una riduzione delle forme patogene presenti. L’oidio della rosa si può sviluppare anche molto precocemente, qualora ricorrano i favorevoli fattori climatici più sopra citati e sia presente la vegetazione in forma facilmente aggredibile.
Pertanto, al fine di una programmazione e razionalizzazione della difesa, occorrerà tenere in debito conto anche il verificarsi concomitante di questi fattori, contemporaneamente alla presenza delle condizioni minime di vegetazione aggredibile che le piante, in quel momento, devono già possedere.
Effettuate opportunamente queste considerazioni, si dovrà valutare che i trattamenti con prodotti chimici siano eseguiti in anticipo e con tempestività.
Si dovrà intervenire già alla comparsa dei primissimi sintomi dell’infezione e la loro esecuzione dovrà proseguire per tutto il periodo in cui le condizioni climatiche si presenteranno favorevoli allo sviluppo della malattia, tenendo conto che di solito ciò accade orientativamente durante la stagione primaverile o durante quella autunnale. Gli interventi dovranno avere, nei periodi citati, una cadenza di circa 8-15 gg. (le cadenze minime per gli zolfi) che potranno essere allungati anche oltre i 20 gg. per i prodotti a maggiore persistenza (come ad esempio il bitertanolo).
I prodotti fungicidi consigliabili contro la malattia appartengono ai gruppi tradizionali, come gli zolfi od il dinocap.
Oltre a questi, in epoche molto più recenti, si sono dimostrati anche più efficaci e persistenti i prodotti a base dei principi attivi bupirimate, esaconazolo, propiconazolo, fenarimol, triforine, pirazofos e bitertanolo.