Tutto questo richiede una conoscenza delle filosofie orientali: il giardino è infatti il simbolo metafisico della società nel Tao, Shinto e Zen ed è l’espressione di un mondo la cui visione della Natura si distacca profondamente da quella del popoli dell’Occidente. In quest’ultimo lo sviluppo del monoteismo ha condotto all’immagine dell’uomo padrone e dominatore della Natura e trova la sua espressione più evidente nel giardino del Cinquecento italiano in cui gli elementi naturali appaiono sottomessi al rigido geometrismo imposto dalla mano dell’uomo; il panteismo e l’animismo del Giappone, al contrario, hanno sviluppato un sorprendente grado di acuta percezione nei confronti della Natura, resa possibile da una concezione equilibrata del rapporto Uomo-Natura; l’uomo vive in essa e ne rispetta e cura le manifestazioni di vita.

 

 

Questo tipo di coltura trova una delle sue espressioni artistiche più alte nella forma del giardino che si estrinseca seguendo una complessa morfologia la cui trattazione esige uno studio attento e puntuale. Questa esposizione vuole cercare soprattutto di risalire, sia pure sinteticamente, alle fonti che hanno determinato il linguaggio di questa forma d’arte e prendere in esame alcuni concetti che stanno alla base della visione della Natura in Giappone.

Secondo gli antropologi il carattere nazionale va ricercato nel periodo archeologico di un popolo, piuttosto che in quello storico. In Giappone, nel primo periodo archeologico si sviluppò la cultura Jómon, creata da pescatori e cacciatori, la cui religione era probabilmente accentrata sull’esistenza di forme soprannaturali simili all’uomo, come indicano le statuette antropomorfe prodotte in questa epoca, cui fece seguito, negli ultimi secoli precedenti al periodo storico, la cultura Yayoi dedita all’agricoltura e quindi dipendente da essa. Dice Yuichiro Kojiro: «… si sospetta, in verità, che i popoli il cui passato archeologico è trascorso ampiamente coltivando il suolo abbiano una inclinazione naturale a permettere alla Natura di ricoprire un ampio ruolo nella formazione della loro coltura, mentre i popoli con una lunga preistoria dedita alla caccia e alla pesca hanno uno spirito indipendente di resistenza nei confronti della Natura e nella fiducia dell’uomo stesso..».

Queste considerazioni che sono derivate da una attenta analisi dei manufatti prodotti nelle due epoche – nel periodo Yayoi scompare la rappresentazione antropomorfa che cede il posto all’adorazione della Natura e delle sue forme – sempre secondo l’autore citato, rispondono a realtà per quello che riguarda il ruolo giuocato dalla Natura nella cultura del Giappone. Immagini di divinità riappaiono con l’introduzione del Buddismo e la mescolanza di questa religione con la precedente giapponese caratterizzano le manifestazioni culturali di questo popolo nei periodi successivi. L’elevato grado raggiunto dalla cultura di questo paese nei confronti delle manifestazioni vitali della Natura non si estrinseca soltanto in forme artistiche come il giardino, ma anche in espressioni apparentemente più umili quali l’agricoltura e la coltura delle foreste.

I cedri del Kitayama, i cui fusti sono destinati a case dall’architettura raffinata, sono sottoposti al taglio accurato dei rami per permettere che crescano alti e diritti lasciando soltanto una scarsa chioma sulla cima; cosicché lo stesso bosco appare come un’opera di fine architettura. A testimonianza che la visione naturalistica del Giappone è l’espressione di una intera filosofia di vita «… c’è una spiritualità che comprende in un’unica unità sia l’Uomo che la Natura…». (Junzò Karaki), questo popolo ha elaborato un linguaggio che esprime per sintesi concettuali l’evoluzione, la manifestazione e l’osservazione dei fenomeni naturali: quindi la vita nella Natura e il pensiero dell’Uomo formulato sulla base dell’estetica naturale, esprimendo in forme liriche la poeticità dell’evoluzione vitale della Natura.

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Ryòan-Ji, le pietre imbiancate dalla neve.

 

Da qui la, consapevolezza di trasmissione di sensazioni tra l’Uomo e gli elementi naturali, anche con quelli che secondo la nostra concezione cartesiana di uomini occidentali non pensano e quindi non sono: come le pietre.
Ma sentiamo Junzò Karaki: «… quando guardo il giardino roccioso Rioan-Ji o le scene di montagna e di foreste presenti in una qualsiasi di numerose località, io immagino che i creatori di giardini debbano essi stessi andare in una valle per incontrare le pietre, da cui sono attratti e invitati. Essi parlano con le pietre e più tardi invitano le pietre nei loro giardini… mentre contemplavo le pietre attentamente sistemate nel mio giardino, io stesso ho sperimentato una sensazione di essere capace di stabilire una reciproca comprensione con le pietre, di chiedere le loro lagnanze e desideri. Nel Buddismo Zen ci sono molte parole che indicano una relazione diretta e personale tra l’uomo e le montagne.

Proprio come le persone incontrano l’Io e l’Io incontra le persone così le pietre incontrano l’Io e l’Io incontra le pietre … ». Il giardino giapponese si presenta quindi come una composizione di elementi naturali sottoposti all’attenzione dell’osservatore – devono essere guardati da speciali punti di vista, o seguendo un percorso – anziché come luoghi in cui vivere, o ancora di più come luoghi per la contemplazione (il celeberrimo Ryoan-Ji a Kyoto).
In esso le piante vengono lasciate crescere libere nelle loro forme naturali, che costringerle in forme geometriche verrebbe considerato presuntuoso, e laddove esse vengono sottoposte a procedimento di miniaturizzazione, questo viene fatto riproponendo esattamente la forma e le caratteristiche naturali che avrebbero assunto nella realtà.

L’uomo del Giappone è riuscito a cogliere la sensazione di irregolarità e di libertà formale che gli elementi naturali suscitano nell’osservatore quando sono visti in massa. E questo concetto, indicato con il termine hachò, lo ha trasposto nelle rappresentazioni paesistiche dei suoi giardini.
Varie sono le tecniche che portano allo sviluppo dell’hachó; il primo scalino è rappresentato dalle pietre «base» lungo il tracciato, ciò significa la preparazione per un’azione futura quando viene a mancare una effettiva conoscenza della situazione. Le altre tecniche rappresentano una successiva evoluzione di questo principio base. Nelle tecniche del giardino le «yakumono», o cose con uno scopo, sono quindi gli elementi che, come il «fuseki» nel giuoco, rappresentano i punti focali di un’idea di quello che si suppone sarà la situazione futura.

Questi elementi – alberi, pietre, rami, – non hanno però forme fisse e il loro significato è espresso dalla loro localizzazione e dal loro procedimento di mutazione.

I principi base sono stati sviluppati seguendo vari stili che continuano a esistere da molti secoli l’uno accanto all’altro, ancora oggi, in Giappone. Infatti in questo paese la nascita di uno stile non significa l’obsolescenza del precedente: essi continuano a vivere assieme, «.-.. si potrebbe supporre che la presenza di una varietà di stili provochi il caos, ma nella mentalità giapponese il principio della gerarchia informale “shín”, “gió”, e “só “. sistema tutte le cose … ». (kiyoyuki Nishihara).

Questi termini, appartenenti originariamente ai caratteri della scrittura cinese, vengono usati anche con il significato di tre schemi base nella costruzione del giardino «shin», il più complicato e quello con più elementi, è uno stile formale; «só», il più semplice e quello con un numero inferiore di elementi, è uno stile informale, e «gyò» è uno stile móderato o semi-informale. Tutti sono suscettibili di una infinità di variazioni. I tre modi di sistemare le pietre nei giardini giapponesi si rifanno, ad esempio, a questi tre schemi.
I principi che stanno alla base della creazione del giardino giapponese sono riportati in un testo manoscritto, di cui esiste oggi la traduzione italiana: il famoso Sakutei-ki, opera presumibilmente di Yoshitsune Gokyóhoko morto nel 1206, il più antico trattato riguardante il tracciamento dei giardini.

La filosofia di vita di questo mondo così affascinante e misterioso per noi si è scontrata con la nostra cultura moderna occidentale che ha prevalso portando con sé i vantaggi e, purtroppo gli svantaggi di quella che viene chiamata la civiltà industriale ma, «… una sensibilità per tutte le cose di cui abbiamo discusso si trova nelle vene del giapponese … ». (Junzó Karaki).