Secondo il racconto mitologico del mondo greco le Esperidi, figlie dell'Occidente, erano di guardia insieme al gigante Ladone dalle cento teste al giardino situato sui confini della terra. Là crescevano i pomi d'oro, dono di nozze offerto dalla divinità della terra ad Era, andata sposa a Zeus. La ricerca dei frutti sacri impegna Ercole, figlio di Zeus, in una delle sue favolose avventure che lo portano dapprima a consultare le ninfe del fiume Eridano, poi la divinità marina, che porta il nome di Nereo. Abile trasformista, questo dio del mare ha l'abitudine di assumere le forme più bizzarre quando si accorge che qualcuno vuole acchiapparlo. L'astuzia di Ercole, però, ha la meglio sulle sue difese e, a forza di lusinghe, riesce a sapere dove si trova il giardino. Così "il giardino delle Esperidi", il più antico e il più celebre della letteratura classica, si situerebbe nell'estremo Occidente, proprio vicino alle colonne che da Ercole stesso prendono il nome, al di là delle quali la sventura colpiva chiunque si avventurasse. L'assimilazione dei frutti del cedro, o dell'arancio dai frutti amari ai pomi d'oro si è fissata nella nostra mente. Alcuni vi hanno visto la conferma del significato che l'introduzione della coltura dell'arancio, portata dai Greci, ha avuto presso tutte le rive del Mediterraneo. Per voler essere prudenti diremo solo che il paese dell'estremo Maghreb (al-Maghrib al-Aksa), da noi chiamato Marocco, fu già dai tempi più lontani associato a questa fastosa immagine del giardino. Giardini del Marocco, luoghi di silenzio, tropicali e mediterranei, ove fiori e piante, le più diverse e opulente, accompagnano tutto il corso dell'anno. Piante grasse nella loro gamma completa di vegetazione floreale alla fine dell'autunno; mimose, bouganville, ibisco in dicembre; narcisi, mandorli in fiore, pruni dei Giappone in gennaio; iris selvaggi, strelitzia, gladioli, mirto e gerani in marzo; jacaranda, viola e gialla, datura e profusione di rose in maggio; petunie e ogni sorta di alberi in fiore in giugno, luglio e agosto. Senza dimenticare che il gusto assai marcato della gente dei Marocco per le fragranze sottili e penetranti mette in mostra ovunque gelsomini, fresie, cisto, rosmarino, citronella, salvia, timo, origano, maggiorana…mentre una scelta spontanea di piante come i bambù, l'agave, le palme (23 specie differenti a Rabat!) crea… l'esotismo. I giardini del Marocco sono cinti da un alto muro in pietra: vivono all'interno come i pensieri. A chi li interroga sul loro modo di fare giardini, gli Arabi-musulmani rispondono "gli Italiani costruiscono i loro giardini, gli Inglesi li piantano, i Francesi li disegnano, noi li viviamo".
Questa razza che ha avuto come culla la grandezza spoglia dei deserto dall'orizzonte sempre uguale, ha imparato a chiudere gli occhi davanti al mondo materiale, consapevole che l'unica gioia possibile sia rifugiarsi in se stessa e nel sogno. E nell'immagine del giardino, così carica di poesia, ha riconosciuto un'identità che non ha mai cessato d'ispirare i poeti, i pittori e i filosofi dell'Islam. Per citare il Corano "Essi abiteranno i giardini ove scorrono i ruscelli e ci resteranno per l'eternità". Nel testo sacro il giardino, simbolo dell'Eden, è evocato attraverso una molteplicità di appellativi che contengono indicazioni precise sulla dimensione, uso, finalità e destino dei suoi spazi. Così il termine firdaws significa giardino e paradiso: nel testo coranico, il Paradiso è attraversato da quattro fiumi e l'albero del Paradiso si trova menzionato anche in numerosi testi filosofici. Quando trasportato nel giardino diviene un elemento della struttura architettonica che possiamo indicare con il termine di padiglione o chiosco di cui gli arabeschi decorativi richiamano le fronde e i pampini della vegetazione eterna, ricoperta dalla volta celeste. Così rawda significa indifferentemente giardino e mausoleo indicando in tal modo il giardino che di frequente serviva come luogo di sepoltura e dove il proprietario terreno poteva godere in eterno dei piaceri che aveva colto in vita. Sempre secondo il Corano, infatti, coltivare il giardino e farvi crescere quanto serve al sostentamento è un atto che rivela un'esigenza di indipendenza e di rifiuto delle ricchezze del mondo.