Di fronte alle stesse fonti di danno, non tutte le piante sono in grado di reagire e soprattutto non sempre reagiscono allo stesso modo. Esiste pertanto, sia tra le varie specie che tra le cultivar della stessa specie, una differente capacità di reazione agli stimoli negativi che ogni inquinante è in grado di provocare.
La sensibilità più o meno evidente delle piante, di fronte all'azione devastante delle sostanze tossiche sui tessuti organici, soprattutto fogliari, si tende in qualche modo a valutarla ed a definirla, formulando delle scale di merito e ponendo le varie specie in esame, sui vari scalini da esse costituiti. Si ha quindi la presunzione o la illusione di poter stabilire delle scelte specifiche, al momento dell'impianto nelle varie realtà territoriali.

Purtroppo, queste "scale o tabelle di sensibilità", così come sono formulate, appaiono limitate a poche specie, considerate per inquinanti singoli senza tenere troppo conto delle interferenze e dei sinergismi. Spesso sono adattate da più autori che hanno lavorato in tempi diversi e, in molti casi, più inquinati da grossolane discrepanze riscontrabili nei lavori di ricercatori diversi. Talora sono considerate prive di valore assoluto, per i numerosi parametri ambientali e sperimentali che ne condizionano le risposte (raggiungendo anche risultati opposti), risaputo che le varie cultivar possono fornire una garnma diversa di risposte, o incomplete, perché in gran parte riferite al solo tipo di esposizione acuta.Talvota dotate di elevata incertezza quando la stessa specie (es. il tabacco) viene da vari autori classificata in tutte le 3 categorie in cui è suddivisa la scala di sensibilità (sensibile, a risposta intermedia, resistente).

Queste considerazioni portano a definire le scale di sensibilità finora conosciute, come dotate di incertezza, parzialità ed incompletezza, a tal punto da renderne dubbiosa la loro consultazione e quindi la diretta applicazione. Esse possono comunque servire per indicazioni di massima che insieme alle esperienze personali del tecnico specialista e con l'auspicio dell'acquisizione di altri prossimi dati sperimentali, sollecitati agli Enti preposti, riescano in vari casi a fornire quelle indicazioni di massima, tanto necessarie per orientare senza troppi margini di errore le scelte dei futuri impianti. Alla fine di questa elencazione, si deve affermare che il complesso delle problematiche è molto elevato, intricato e sempre di difficile spiegazione. L'interpretazione che si è cercato di dare e gli orientamenti che si possono ricavare lasciano comunque molta perplessità ed incertezza a livello sia applicativo che programmatico. Il campo rimane aperto ad ogni forma di sperimentazione e di studio che ritorno ad auspicare, nella speranza di poter acquisire per il futuro delle nozioni più precise che diano garanzie superiori a quelle attuali, per tutti coloro che devono operare in un settore così delicato e pieno di difficoltà.

Centro cittadino con forte traffico veicolare, scarso terreno a disposizione e possibile condizione di stress idrico. Le piante di tiglio presentano foglie clorotiche, arrossate e necrotizzate, con cascola evidente.

Fogliame di tiglio in varie fasi successive di danneggia mento provocato da elevato inquinamento ambientale (prevalentemente cloruri), spesso accompagnato da costipamento del terreno e da carenza idrica.

Considerazioní conclusive per una corretta díagnostica
Verificandosi la presenza combinata di numerosi inquinanti, diventa sempre più difficile attraverso i soli sintomi definire l'inquinante che in realtà li ha prodotti. I loro effetti sulle piante vengono spesso confusi, esaltati o mascherati da altri fattori, fra cui le condizioni chimico-fisiche del suolo, le condizioni generali di vegetazione delle piante, gli andamenti climatici, il tipo di pianta, le malattie, i tagli di potatura, la densità di coltivazione, le acque utilizzate per l'irrigazione ecc. Pertanto, le diagnosi dei danni da inquinanti ambientali sulla vegetazione, possono e devono essere favorite da :
– analisi sul posto della composizione quali-quantitativa dell'aria, mediante stazioni di rilevamento;
– dall'esame ottenuto dalle condizioni meteorologiche locali;
– dalle analisi chimiche dei tessuti vegetali con la presenza dei sintomi, a confronto con altri identici prelevati in territori simili ma non inquinati.

Si dovranno comunque considerare, in occasione dell'attività diagnostica, i seguenti concetti basilari verificandone per quanto possibile la loro più completa osservanza:

– profonda conoscenza delle colture su cui si vuole eseguire la diagnosi;

– esame delle piante sul posto, osservando anche il comportamento delle piante infestanti presenti;

– confronto delle piante interessate, con altre delle stesse specie, situate in zona vicina ma sicuramente non investite dalla fonte inquinante;

– verifica delle eventuali conoscenze sulla sensibilità specifica agli inquinanti;
– esame singolo e dettagliato degli organi delle piante considerate;

– adeguata raccolta di dati storici sull'evento dannoso;
– verifica dell'esistenza di fonti di inquinamento sul territorio interessato o su altri limitrofi;
– graduare l'esclusione di altri fattori di natura biotica (malattie, intestazioni di insetti) od abiotica (fisiopatie o danni di natura ambientale, ma non inquinanti).

Infine, occorre osservare che buone quantità di alcuni materiali definiti inquinanti si trovano esistenti anche in natura. In questi casi e soprattutto in presenza di quantità rnoderate, i vari componenti possono non apparire dotati di dannosità e dimostrarsi innocui per la vegetazione od anche diventare utili, favorendo addirittura alcune funzioni vitali dei vegetali o rappresentando elementi necessari nella fase di nutrizione delle piante, al fine della formazione di nuovi tessuti vitali. Ovviamente, in queste ultime circostanze, le cause producenti il danno rilevato dovranno essere ricercate in altre direzioni, come più volte ricordato.

SPECIE DI PIANTE

Esaminando le situazioni esposte ci rende ancora più conto delle difficoltà esistenti nel riuscire a collocare, in vari ambienti, almeno le specie più adatte a superare le maggiori difficoltà che, secondo quanto già rilevato, non sono da addebitare alle sole componenti inquinanti, in vario modo combinate, ma a diversi altri fattori di natura sia antropica, sia genetica, sia ambientale nel senso più allargato. Inoltre le esperienze rilevate in loco portano lo specialista a definire delle sue scale particolari, spesso molto personali, una delle quali potrebbe in linea di massima essere così rappresentata nei confronti dell'insieme degli inquinanti presenti in territori urbanizzati.
(Avversità degli alberi ornamentali Reg. Emilia Romagna – 1988).

Più tolleranti
Acero riccio, Acero di monte, Abete del Caucaso, Ippocastano rosso (A. Carnea), Ailanto, Ontano, Betulla alba pendula, Carpino bianco, Albero di Giuda (Cercis siliquastrum), Bagolaro (Celtis australis), Faggio, Frassino maggiore, Ossifillo, Orniello, Ginkgo bíloba, Cleditchia triacanthos, Noce nero, Maggiociondolo alpino, Metasequoia, Pino nero, Plantano (ibridi), Pioppo nero, euroamericano e gatterino, Ciliegio canino (mahaleb), Ciliegio a grappoli (Prunus padus), Farnia, Rovere, Quercia rossa, Robinia pseudoacacia, Sofora, Sorbo montano, Cipresso calvo, Tasso, Thuja e thuja gigante, Tiglio selvatico (cordata), Tiglio americano, Olmo.

Poco tolleranti
Acero campestre, Acero saccarino, Abete bianco, Ippocastano bianco, Acacia di Costantinopoli, Betulla alba pubescente, Carpinello, Catalpa, Cedro libano, deodara e atlantica, Ciavardello (S. terminalis), Cipresso di Lawson, arizonica, sempervirens, Olivagno, Noce comune, Maggiociondolo, Libocedro, Liquidambar, Liriodendro, Magnolia, Gelso, Carpino nero, Paulonia, Abete rosso, Pino siluestre e strobo, Pino da pinoli e pinastro, Pioppio bianco e tremolo, Pioppo nero var italico, Ciliegio selvatico, marasca, Leccio, Cerro, Roverella, Salice bianco, Sorbo degli uccellatori, Sorbo domestico, Tiglio nostrano (platyphillos).

 

Diversa reazione ai danni globali prodotti dall'inquinamento ambientale e dalle carenze idriche, da parte di ippocastani arrossati e di Celtis australis (sulla destra) con il fogliame ancora verde nei mesi di settembre-ottobre.