Riassunto
La batteriosi è da considerarsi la maggiore avversità del noce comune sia in piantagione che in vivaio. L’antracnosi può essere preoccupante solo su piante adulte di entrambe le specie di noce. Entrambe le fitopatie sono ben controllate con trattamenti cuprici. La maggior parte delle altre malattie sono causate da parassiti opportunisti i cui attacchi possono essere evitati mettendo la coltura in adeguate condizioni di sviluppo.

Summary
The major diseascs of walnut in Italy.
The most common discases on Juglans regia and J. nigra in Italy are described. Their occurrence both in plantations and in nurseries was investigateci. Blight caused by thomonas campestri pv. juglandis is the major disease of English walnut causing severe damages both in nursery and in plantation. Anthracnosis is harmful only in plantation and it affects both walnut species. Copper treatments are effective against the wo diseases. Most of the other diseases are aused by opportunistic parasites that can be revented by growing walnut under suitabacultural and environmental conditions.

Introduzione
Il genere Juglans comprende ben 18 specie delle quali il noce comune (Juglans regia L.) e il noce nero (J. nigra L.) sono quelle economicamente più importanti in ambito europeo e nazionale. Proprio in questi ultimi anni sono entrambe oggetto di crescente interesse da parte degli imprenditori agricoli che, con il supporto di finanziamenti comunitari, si stanno orientando alla conversione dei terreni ex seminativi in arboreti indirizzati alla produzione di legno di pregio ovvero noceti da frutto. In ogni caso, sebbene si assista ad una maggiore diffusione dell’arboricoltura da legno, l’utilizzo del solo noce comune per la produzione dei frutti costituisce ancora la più importante attività economica ed industriale legata a questa specie.
L’origine di J. regia comunemente attribuita alla Persia è di fatto più complessa; essa ricade in un areale assai vasto che si estende dai Carpazi in Europa orientale attraverso la Turchia, l’Iraq, l’Iran, l’Afghanistan fino a terminare in oriente nelle zone collinari ai piedi della catena dell’Himalaya (Leutaghi, 1975). Ad ogni buon conto, può essere reputata una specie naturalizzata europea ed italiana, visto che, all’epoca della civiltà greca, era già considerata domestica e che, durante l’Impero Romano, doveva essere diffusamente coltivata secondo quanto narrato da Virgilio ed Ovidio. Peraltro, il nome Juglans deriva da Nuxjuglans contrazione di Jovis glans cioè ghiandola di Giove. Solo dopo il 1600 il noce comune è stato introdotto nel Nord America. Cammino inverso ha avuto, invece, J. nigra che dall’areale nord orientale americano è stato importato in Europa nei primi decenni del 1600 (Leutaghi, 1975). Questo venne utilizzato inizialmente come essenza ornamentale, successivamente l’attenzione economica si è spostata sull’eccellente qualità del legno e sulla sua rusticità, trascurando totalmente la commestibilità dei frutti.
Attualmente, gli impianti da frutto sono presenti dal Nord al Sud Italia in zone di pianura, collinari, pedemontane e montane, ricoprendo, così, un areale vasto e piuttosto frammentato, con notevoli differenze pedoclimatiche. Vengono utilizzate diverse accessioni italiane solitamente selezionate nella stessa zona. Tra le più comuni troviamo Bleggiana e Feltrina al Nord, Casentinese, Malizia, Marocca, Sorrento e Sorrentone al Centro e Sud. Oltre alle selezioni italiane vengono impiegate anche varietà estere tra le quali le più diffuse sono le francesi Franquette e Lara e le califomiane Hartley e Serr.
Ancora più discontinua e frammentata è la dislocazione degli impianti di noce da legno per i quali viene impiegato il noce comune come il noce nero. Anch’essi sono distribuiti su tutto il territorio italiano ma risultano ubicati principalmente in quelle aree che presentino un certo grado di marginalità in cui non sia possibile un conveniente ordinamento colturale, solitamente legato alla col-tivazione di colture ormai eccedentarie e che, pertanto, necessitano di una conversione. Con questa premessa, il presente lavoro si propone di fornire una rassegna delle malattie osservate frequentemente su J. regia e J. nigra sia in piantagione che in vivaio, nei diversi ambienti colturali italiani, nell’arco degli ultimi 10 anni. La sperimentazione condotta ha permesso di mettere a fuoco l’epidemiolog ia, la biologia ed, ancor più, l’importanza, in termini di danno arrecato alla coltura, di queste avversità. Le malattie trattate sono state ripartite in due gruppi, a seconda che colpiscano gli organi epigei od ipogei della pianta.

Fig. 1 – Macchie necrotiche batteriche con evidente alone clorotico su foglia di J. regia.

Malattie della parte epigea
Batteriosi
La batteriosi del noce, comunemente nota anche come “Mal secco”, è causata da Xanthomonas campestri pv. juglandis (Pierce) Dye. Segnalata in Italia già dal 1884 da Savastano nella penisola Sorrentina, come riportato da Ferraris (1938) ed Ercolani (1962), è ormai ampiamente diffusa in tutte le aree di coltivazione. La malattia colpisce gli organi epigei che si presentano erbacei e succulenti come gemme, foglie, compreso rachide e picciolo, germogli, fiori maschili e femminili e frutti. I sintomi, già ben evidenti al termine della primavera, consistono in macchie dapprima puntiformi di colore verde-pallido, traslucide, successivamente bruno-nerastre, tondeggianti od angolari, isolate o confluenti, circondate o meno da alone clorotico.
I cancri sugli organi legnosi compaiono più tardivamente e raggiungono la massima espressione dopo la caduta delle foglie. Il successo del processo infettivo è legato all’elevato grado di turgore dei tessuti e alla permanenza di un velo liquido; 24-48 ore sono sufficienti per indurre lesioni molto gravi (Adeskaveg et al., 1994). L’attività del batterio, che sverna principalmente nelle gemme, inizia alla ripresa vegetativa; questo penetra all’interno dei tessuti dell’ospite attraverso soluzioni di continuità (stomi, ferite, ecc.). La diffusione viene assicurata dal polline infetto, dall’acqua, specie se ad azione battente, da insetti, acari e dall’uomo tramite l’utilizzo di marze, portainnesti e strumenti cesori infetti, come pure con pratiche di raccolta dei frutti traumatiche, quali la bacchiatura. L’inoculo secondario è rappresentato dall’essudato batterico di aspetto giallastro-traslucido che fuoriesce dalle lesioni necrotiche.
Il danno che la batteriosi causa è dovuto principalmente alla riduzione della produzione sia per la cascola precoce sia perché i frutti compromessi risultano invendibili. La malattia è presente anche in vivaio (Belisario e Zoina, 1995) dove le perdite possono essere elevate per l’eliminazione di quei soggetti con cancri sul fusto o sulla gemma apicale perché pregiudizievoli per un corretto sviluppo oltre che favorenti la diffusione della batteriosi. Per quanto riguarda gli arboreti da legno, la malattia risulta ben tollerata ed il noce nero può considerarsi resistente.

Fig. 2 – Frutticino colpito da X. campestris pv. juglandis. Fig. 3 – Necrosi dell’internodo apicale causata da X. c. pv. juglandis
su semenzale di J. regia.

Antracnosi
Questa fitopatia, riportata in Italia da Voglino nel 1921 (Voglino, 1923) è causata da Gnomonia lento la (Fr.) Ces. et de Not., più conosciuta con il nome dell’anamorfo Marssonina juglandis (Lib.) Magn., fungo di cui viene data notizia nel nostro Paese da Saccardo già nel 1882. Colpisce prevalentemente le porzioni verdi come le foglie, rachi-de e picciolo compresi, i germogli, i frutti ed occasionalmente rami, branche e tronco (Belisario, 1992). La sua presenza si evidenze con macchie bruno-nerastre, tendenzialmente tondeggianti, sparse o confluenti, circondate o meno da alone clorotico.
La parte centrale delle lesioni assume successivamente un aspetto grigio polveroso spesso seguito da lacerazione. L’attacco ai frutti, quando causi vistose necrosi del pericarpo, può indurne la cascola.
La necrosi del mallo può essere seguita dall’alterazione ed atrofizzazione del seme (Pisani, 1975). Le infezioni sugli organi legnosi hanno una sintomatologia simile a quanto descritto in precedenza; le tacche necrotiche depresse degenerano in cancri spesso centralmente fessurati, la cui profondità ed estensione dipende dalla precocità di attacco.

 

Fig. 4 – Macchie fogliari da Marssonina juglandis (antracnosi) su noce comune Fig. 5 – Tacche necrotiche di antracnosi su frutti di noce comune
Fig. 6 – Tacca necrotica su fusto di semenzale di noce comune daM. juglandis

 

Sulle lesioni si differenziano le fruttificazioni acervulari di M. juglandis come delle piccole strutture bollose traslucide di colore scuro, spesso disposte in cerchie concentriche, dalle quali si diffondono i conidi che assicurano le infezioni secondarie che si susseguono dall’inizio della vegetazione fino al termine dell’estate. Il patogeno sverna principalmente sulle foglie cadute a terra sulle quali sviluppa la forma perfetta G. leptostyla. Il rilascio delle ascospore, principali responsabili dell’infezione primaria, per lo più coincide con la schiusura delle gemme e si protrae piuttosto a lungo, andando a coprire il periodo di maggiore recettività dell’ospite (Castellani, 1948).
L’antracnosi viene favorita da un andamento climatico caldo-umido e da scarso arieggiamento, come si può verificare con l’eccessivo lussureggiamento della chioma, lo sviluppo delle erbe infestanti, la vicinanza di boschi o di fasce frangivento fortemente ombreggianti. In condizioni favorevoli alla malattia si possono avere defogliazioni precoci, sviluppo di estesi cancri rameali accompagnati dal disseccamento di porzioni di chioma e degenerazione dei frutti, seme compreso.
I danni sono riscontrabili su piante adulte di noce comune e noce nero, che risultano entrambe suscettibili alla malattia. Al contrario, M. juglandis non costituisce un problema in vivaio dove gli attacchi sono sporadici e comunque legati a situazioni colturali anomale, come l’eccessivo ombreggiamento.

Seccume fogliare lanugginoso
La malattia, causata da Microstroma juglandis (Bér.) Sacc., Basidiomicete exobasidiale, è stata segnalata in Italia da Bérenger nel 1847 (Ferraris, 1927). Anche se risulta diffusa ovunque, si riscontra maggiormente nell’Italia centro-meridionale e nelle zone vallive colpendo quasi esclusivamente le foglie e i germogli, più raramente i rametti ed i giovani frutti. La pagina superiore delle foglie si presenta bollosa per ampie porzioni, per lo più internervali, leggermente clorotiche successivamente cuoiose, spesso circondate da un esteso alone clorotico.

Fig. 7 – Microstoma juglandis sulla pagina superiore di foglia di noce comune Fig. 8 – Efflorescenza biancastra costituita dalla massa conidica di M. juglandis sulla pagina inferiore di foglia di noce comune

 

In corrispondenza di queste, sulla pagina inferiore è presente una copiosa efflorescenza biancastra, piuttosto vischiosa, costituita dal micelio e da un’abbondante produzione di spore. In seguito, l’area interessata dissecca assumendo un colore bruno, andando incontro a lacerazione.
Sebbene in condizioni favorevoli allo sviluppo del patogeno, con frequenti precipitazioni e temperature elevate, M. juglandis possa causare defogliazioni e cascola dei frutticini, il fungo non costituisce, comunque, un problema, in quanto il periodo infettivo è limitato alla tarda primavera-inizio estate.
Attacchi consistenti sono riscontrabili maggiormente in vivaio. Occasionalmente si osservano infezioni su J. nigra.

Cancro pustoloso
Della presenza in Italia di questa malattia, causata da Melanconium juglandinum Kunze, viene data notizia da Traverso nel 1906 riportando anche la rarità della comparsa della forma ascofora Melanconis carthusiana Tul. I danni sono stati osservati in aree limitate, collinari, montane e pedemontane dell’Italia settentrionale ed appenniniche dell’Italia centrale. Essa si evidenze con disseccamenti rameali accompagnati da uno stato di sofferenza e avvizzimento del fogliame. Ad un esame più attento, i rami, le branche e più raramente il tronco presentano cancri solitamente molto allungati, appiattiti, depressi, inizialmente marrone-rossastri, poi bruno-nerastri, sui quali si producono numerose pustole nere che costituiscono gli acervuli del fungo.
Da questi vengono estruse dense masse di conidi bruno-olivacei sotto forma di cirri spiralati che in poco tempo collassano spargendo i propaguli, alla cui diffusione è affidata la propagazione della malattia.
L’alterazione coinvolge i tessuti corticali, cambiali e legnosi dove provoca evidenti striature bruno-nerastre. Il progressivo incedere dell’infezione porta al deperimento della pianta; l’interessamento del tronco evolve più velocemente nella morte del soggetto.
M. juglandinum è stato osservato su piante adulte di J. Regia (Traverso, 1906; Ciccarone, 1987; Belisario e Onofri, 1995) mentre risulta raro su J. nigra.

Fig. 9 – Pustole nere acervulari
diM. juglandinum

Cancri rameali
I disseccamenti sparsi di rami e branche, osservabili su piante di noce comune quanto di noce nero, sono frequentemente riconducibili alla presenza di cancri, spesso origi-natisi all’inserzione di gemme e di rametti, dalla forma allungata, ovoidale, di colore inizialmente rossastro poi bruno, lievemente depressi, fessurati nella porzione centrale. Questi possono circondare interamente il ramo o la branca, inducendo la morte della vegetazione soprastante. Sulla superficie dei cancri compaiono, attraverso lacerazioni corticali, dei corpiccioli sottoepidermici bruno-nerastri, che costituiscono le fruttificazioni picnidiche, dalle quali fuoriescono i conidi, responsabili della diffusione della malattia. Si tratta per lo più di parassiti opportunisti capaci, cioè, di svilupparsi e di indurre a volte danni piuttosto consistenti con una drastica riduzione della chioma e cascola anticipata dei frutticini, quando la pianta sia già indebolita da altri fattori. Causa di questo tipo di alterazioni, più comuni in piantagione che in vivaio, possono essere Cytospora juglandina Sace. [sin. Cyclothyrium juglandis (Schum. ex Rabenh.) Sutton], Diplodia juglandis Fr., Phoma juglandina (Fuck.) Sacc. e Phomopsis juglandina (Fuck.) v. Hohn., diffusi in tutta Italia.
La gravità dei danni è di solito dipendente dalla intensità dei fattori debilitanti, tra i quali si annoverano le gelate tardive e le avverse condizioni pedologiche come terreni pesanti, carenze e squilibri nutrizionali.

 

Fig. 10 – Particolare di cancro rameale
daC. juglandina
Fig. 11 – Phoma juglandina e Phomopsis juglandina su ramo di un anno di noce comune

 

Malattie della parte ipogea
Marciume radicale fibroso
La comparsa di una generale sofferenza, con stentato accrescimento, clorosi e appassimento fogliare, seguiti dal disseccamento più o meno rapido dell’intera chioma o addirittura con morte apoplettica, possono essere indicazione della presenza di Armillaria mellea (Valh.) Kummer, fungo estremamente polifago ed ubiquitario. Andando ad esaminare le radici si può notare, al di sotto della corteccia, la presenza di abbondante feltro micelico biancastro, tipicamente ventagliforme e di cordoni miceliali prima cremei poi bruni, noti come rizomorfe. Il parassita può progredire dalle radici al colletto fino a risalire il tronco. Al piede e nelle vicinanze delle piante da lungo tempo infette, possono comparire i carpofori eduli conosciuti come ‘chiodini’ o ‘famigliole buone.’ Il fungo si conserva nel terreno in masse miceliali spesso colonizzanti legno morto od altro materiale organico grossolano. Alle rizomorfe è affidata la diffusione dell’infezione e la penetrazione dei tessuti radicali dell’ospite.
Le condizioni favorevoli per l’instaurarsi della malattia sono legate principalmente al cattivo drenaggio del suolo e ad una elevata presenza di materiale organico indecomposto, terreni pesanti ed alcalini sono maggiormente a rischio d’infezione. A. mellea tipico parassita delle piantagioni, si ritrova più frequentemente su J. regia che su J. nigra che anzi viene considerato tollerante; in ogni caso non è da considerarsi tra i patogeni più diffusi e dannosi della coltura del noce.

Marciume scleroziale bianco
Questa fitopatia è causata da Sclerotium rolfsii Sacc., anamorfo di Athelia rolfsii (Sacc.) Curzi, parassita polifago diffuso principalmente nelle aree temperate, tropicali e subtropicali, conosciuto in Italia su diverse specie erbacee ed arboree è stato riscontrato su noce nell’estate del 1995 (Belisario e Corazza, in corso di stampa). Forti attacchi sono stati rinvenuti in vivaio su piantine di J. regia e J. nigra al primo anno di vegetazione; i semenzali inizialmente hanno manifestato una generale sofferenza con foglie clorotiche che in breve tempo sono appassite e disseccate. Questi stessi soggetti hanno mostrato marciume dell’apparato radicale e del colletto. Sclerozi bruno-nerastri sparsi tra ammassi miceliali feltrosi biancastri erano presenti su tessuti marcescenti, per lo più a livello del suolo.
Il fungo, capace di penetrazione attiva, si diffonde facilmente da una pianta ad un’altra e può anche conservarsi a lungo nel terreno, grazie alla produzione di sclerozi dove si adatta ad una vita saprofitaria. La comparsa e la gravità degli attacchi, osservati solo in vivaio, possono essere state indotte dall’andamento climatico piuttosto eccezionale di temperature e piovosità elevate nella tarda primavera ed estate. Sebbene presente su entrambe le specie, J. nigra è risultato, da prove sperimentali, più suscettibile (Belisario e Corazza, loc. cit.).

Fig. 12 – Marciume del colletto e delle radici da S. rolfsii su semenzale di noce nero Fig. 13 – Necrosi del colletto e del fittone da C. destructans su semenzale di noce nero Fig. 14 – Necrosi del colletto da P. cactorum su semenzale di noce comune

Marciume canceroso
La presenza di Cylindrocarpon destructans (Zinssmeister) Scholteti, anamorfo di Nectria radicicola Gerlach & Nilsson, è stata recentemente osservata, su radici di noce comune, da Montecchio e Causin in un vivaio nell’Italia settentrionale (Montecchio e Causin, 1995) mentre su noce nero è stata rinvenuta in un vivaio del Salernitano nel 1988 (Belisario, dati non pubblicati). Riscontrata finora solo su piantine di 1-2 anni, la malattia si manifesta con ingiallimento del fogliame seguito da rapido appassimento e disseccamento. Sulle radici e sul colletto si possono riconoscere delle tacche depresse che tendono a fessurarsi nella porzione centrale.
Le lesioni si possono approfondire fino al tessuto legnoso ed interessare l’intera circonferenza della radice e del colletto inducendo la morte rapida della pianta per l’occlusione dei vasi e delle trachee. Sulle parti alterate sono visibili dei cuscinetti miceliali cremei-rosati, isolati od aggregati sui quali sono portati i conidi, responsabili della diffusione della malattia. Il fungo sopravvive come saprofita nel terreno, dove può conservarsi a lungo attraverso la formazione di clamidospore. C. destructans può essere considerato un parassita opportunista, la cui attività si esplica maggiormente nei suoli freddi, pesanti e con bassa acidità.

Marciume bruno del colletto
La fitopatia, conosciuta anche come mal nero, mal dell’inchiostro o gommosi, è causata da Phytophthora cactorum (Leb. & Cohn.) Schroet. patogeno polifago, segnalato su noce, in Italia, da Cristinzio e Verneau nel 1954. La stessa malattia era stata inizialmente attribuita a P. cambivora (Petri) Buisman già da Curzi nel 1933. Le piante affette presentano un deperimento generalizzato, chioma rada, foglie clorotiche, avvizzite, getti ridotti, anticipata defogliazione, fino al sopraggiungere di una rapida morte, nei casi più gravi e nei soggetti giovani. Le alterazioni più caratteristiche sono riscontrabili al livello del colletto, per la presenza di marcati imbrunimenti della corteccia ed ampie aree necrotiche che coinvolgono il tessuto cambiale potendosi estendere alle radici ed al tronco. Sui tessuti compromessi il fungo, risulta difficilmente distinguibile ad occhio nudo. P cactorum è capace di perpetuarsi nel terreno per vari anni senza perdere la virulenza. Il processo infettivo si realizza con la penetrazione del patogeno attraverso le lenticelle e soluzioni di continuità. La sua presenza è più frequente in vivaio che in piantagione e nei terreni con cattivo drenaggio ovvero eccessivamente irrigati. Prove d’infezione artificiale hanno evidenziato una maggiore suscettibilità del noce comune rispetto al noce nero (Belisario et al., 1995).

 

 

Conclusione
La possibilità che il noce possa venire aggredito dalle avversità qui descritte non ci deve indurre a considerarla una coltura ‘cagionevole,’ bisognosa, cioè, di frequenti cure e trattamenti. Al contrario, va certamente annoverata tra quelle dotate di una notevole vigoria che dispone ancora di un potenziale genetico non ‘ingentilito’ da decenni di pressante selezione. Perché si possano esprimere al meglio le sue caratteristiche intrinseche, è necessario, comunque, rispettare le principali esigenze pedoclimatiche, in particolare il terreno dovrebbe essere profondo, fertile e ben drenato. Tra le indicazioni di massima, sarebbe bene considerare preventivamente la destinazione dell’impianto, se a frutto o a legno, in modo che la scelta del tipo di disposizione da attuare in campo e la programmazione delle successive cure colturali, come le potature e gli stessi trattamenti, vengano effettuati secondo la finalità produttiva prescelta. A questo proposito, nei soli impianti da frutto, si ha la necessità di intervenire contro la batteriosi, per le perdite elevate che questa malattia è capace di causare alla produzione, impiegando i soli derivati rameici. Proprio perché la difesa contro questa avversità è ancora legata all’utilizzo di prodotti a carattere preventivo, i trattamenti debbono essere eseguiti a calendario, iniziando all’apertura delle gemme e proseguendo fino alla fine di giugno, quando la drastica riduzione dell’umidità e le alte temperature insieme con la minore succulenza dei tessuti ospite, riducono il pericolo d’infezione. I prodotti cuprici, utilizzati contro la batteriosi, risultano al contempo efficaci contro l’antracnosi. Per quanto concerne la protezione dei vivai, la problematico più saliente riguarda sempre il contenimento della batteriosi su noce comune che può essere ottenuto con l’adozione di misure che facilitino la circolazione dell’aria nella vegetazione, spesso rigogliosa, delle giovani piante. Di grande importanza è risultata la distanza d’interfila quando si operi in vivai con semina diretta in campo. Prove sperimentali hanno dimostrato che distanze a partire da un metro hanno ridotto significativamente i livelli d’infezione in zone scarsamente ventilate ed umide (Belisario e Zoina, 1995).
Per le altre avversità, dato il loro carattere di sporadicità, si consiglia l’intervento solo quando il livello d’infezione od il pericolo di diffusione, come ad esempio per P cactorum, sia tale da renderlo necessario. In ogni caso, è sempre auspicabile poter ricorrere alla prevenzione anziché alla cura delle patologie, criterio ancor più valido per quei parassiti opportunisti. A tale proposito, è di grande interesse l’individuazione di fonti di resistenza all’interno del gen. Juglans, particolarmente nei confronti della batteriosi (Belisario et al., 1995a).

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