Siamo nel 1593. Enrico IV di Francia non era ancora sicuro se Parigi valesse una messa, ma su un punto non aveva dubbi: Montpellier valeva un Giardino Botanico! Quando quell’anno ordinò la fondazione del primo orto universitario della nazione, non fu certo a caso che la scelta cadesse su Montpellier. Esisteva già lì dall’anno 1000 una celebre Scuola di medicina. I maestri più importanti di quella dottrina provenivano dalla comunità ebraica della città. Il fiume Lez era navigabile sino al Mar Mediterraneo distante appena 10 km. Intorno tutt’una campagna ricchissima di floride colture di piante officinali e tintoriali, vicino centri importanti come Tolosa, Avignone, Nimes, Marsiglia. Era un pullulare di scienze, di cultura e di commercio. A pochi passi la Spagna e la cultura araba, non lontano il Levante, acquirente delle stoffe del Languedoc.

Legenda
1 – Direzione ed Istituto Botanico.
2 – «Montagna» di Richer (giardino storico).
3 – Orangerie (agrumi e palmizi coltivati in vaso).
4 – Serre «Pianchon»: serra calda (22°C), serra tropicale (stessa temperatura con umidità superiore all’85%), serra temperata (18°C) con Orchideacee e Bromeliacee, serra delle felci e serra di moltiplicazione.
5 – Reparto sistematico «de Candolle».
6 – Tomba di Narcissa.
7 – Noria.
8 – Giardino all’inglese e laghetto dei nelumbi.
9 – Serra «Martins» con Cactacee ed Euphorbiacee.
10 – Serra «Harant» con piante di grandi dimensioni.

Non poteva vantare di essere il primo Giardino d’Europa. Esisteva già anche in Francia qualche orto privato con piante utilitarie. La prima fondazione botanica a livello universitario fu quella di Lipsia sorta nel 1542. seguita da quella di Padova nel 1545. A Pisa Cosmè de Medici aveva creato un Giardino Botanico nel 1546 e nel 1568 era stata la volta di Bologna. Nove anni più tardi nacque quello di Leida. Oggi però alcuni di questi sono scomparsi e il Jardin des Plantes di Montpellier è attualmente al quarto posto nel mondo, preceduto solo dai Giardini di Padova, di Firenze e di Leida. Lo conserva ben consapevole dei doveri del suo rango – noblesse oblige!
L’attuale direttore, il professor Riou (NdR: l’articolo è stato redatto negli anni ’80) x, per continuare l’antica tradizione, proviene dalla Facoltà di Medicina. lì fondatore, Pierre Richer de Belleval, non solo era un famoso botanico oltre che medico (in quei tempi la botanica faceva parte della dottrina medica), ma possedeva anche notevoli doti organizzativi, una tenacia e perseveranza uniche nel perseguire gli scopi prefissi, le quali – insieme al suo patrimonio personale – devolveva interamente a questa sua creazione. In 39 anni riuscì, in mezzo a guerre, scarsità di mezzi e altre avversità a continuare l’ingrandimento verticale. L’originale estensione era stata ridotta, ma certo non il contenuto. I colleghi universitari di Richer si lamentavano delle sue frequenti assenze dalla cattedra. Era sempre in viaggio, in cerca di novità.

Uno scorcio del reparto sistematico e sullo sfondo le guglie del Duomo di Montpellier Palma da cocco

Sistemi ecologici adottati già nel ‘500
L’Auditorio, dove Richer insegnava anatomia e botanica, era sormontato da un maestoso frontone con busti d’Enrico IV e di Maria de Medici. Fu l’unica condizione impostagli. Per il resto, la sua inventiva poteva aver libero corso. E lo aveva! Aveva fatto costruire delle arcate, sotto le quali gli studenti potevano comodamente passeggiare in diverse direzioni per studiare le piante disposte e classificate in base al loro ambiente edafico secondo un sistema già molto «ecologico». Sopra un monticello lungo e stretto, a gradini, (esiste ancora ma con meno gradini e piante diverse) aveva fatto collocare le specie originarie delle lande e della bassa montagna. Siamo ancora in tema ecologico! Non solo, le piante acquatiche erano disposte in un labirinto e alimentate da una noria d’origine spagnola (ma d’invenzione araba). L’impostazione suscitò la curiosità dei botanici di quei tempi – e ancora la nostra oggi.
In una parte indossata del giardino erano state costruite 6 banchine in pietra alte 50 cm e larghe 75 cm per le piante officinali. Da un lato le pietre erano fornite d’una scanalatura per l’irrigazione e dall’altro si leggeva per ogni pianta un numero inciso. Per sapere di quale pianta si trattava, bastava consultare il registro. Richer aveva introdotto una nomenclatura doppia in latino e in greco che fa di lui un lontano precursore di Linneo. Aveva fatto portare della sabbia per la coltura delle psammofile. Un campo recintato vicino alla porta d’ingresso era riservato alle piante esotiche. L’ultima curiosità: un piccolo museo di storia naturale ospitava animali imbalsamati e scheletri.

Cipresso italiano, l’orgoglio di tutta la Francia
Oggi, passeggiando per il Giardino, riconosciamo ancora gran parte di quelle opere. Nel 1972 fu terminato un lavoro di restauro che lo riportava, in base a una pianta antica, alle sue origini settecentesche. Non è più il giardino di Richer, intendiamoci bene, eppure, nell’entrare ci vengono incontro (si fa per dire) alberi dai suoi tempi. L’orgoglio non solo del Giardino ma di tutta la Francia è un cipresso italiano (Cupressus sempervirens). Non conosciamo la sua età, ma ha una circonferenza di ben 3,40 m: fa gli onori di casa. Basterebbe lui per farci sentire a nostro agio. Ma c’è ben altro! Vicino alla statua di Richer c’era, sino al secolo scorso, un albero che lui aveva fatto piantare: l’albero di Giuda (Cercis siliquastrum). Nel 1832, il suo tronco aveva raggiunto una circonferenza eccezionale: 8,85 m. Oggi, quell’albero non c’è più ad eccezione dei numerosi getti. Un muro in pietra indica il diametro originale. Altri cipressi centenari non trovano più posto per le loro radici a causa della roccia sottostante risalente all’epoca pleocenica: sono ancora ben visibili gli strati di ostriche fossili che la compongono.

La ginestra nel reparto delle piante tintoriali La serra delle succulente con gigantesche euforbie

Modificato, in 400 anni, l’originale equilibrio delle piante
Sono passati quasi 400 anni e in un arco di tempo tanto lungo anche il suolo del giardino risente dell’età. Viene pure spostato l’equilibrio delle piante. Gran parte di quelle più antiche sono morte o sono state abbattute come per esempio. l’olivo detto di Enrico IV e un enorme bagolaro (Celtis australis) per il periodo che il suo volume e peso costituivano.
Comunque, alcuni resistono ancora e bene: se entriamo dalla porta di Boulevard Henri IV, troviamo un altro bagolaro nato con il Giardino, alto 24 m e con una circonferenza di 4 m. A pochi passi verso il bosco di bambù c’è un leccio (Quercus ilex) piantato anche lui verso il 1600 con il diametro di 3,20 m. Non è più all’apice della sua salute, ci hanno pensato i parassiti, comunque per l’età che ha sembra anche troppo vispo.
In cima al monticello troviamo una fillirea a larghe foglie (Phillyrea latifolia) di cui non ci si ricorda più l’età ma che comunque è la più vecchia di Francia: nel suo tronco si sono formate molte cavità che una volta servivano come buca da lettere per gli innamorati. Misura 2,10 m di diametro.
Sono dei piccoli esempi che parlano di una lunga, ininterrotta, gloriosa esistenza di un giardino che ha visto alti e bassi e che ha anche risentito del clima mediterraneo sub-umido e soggetto a temperature invernali piuttosto basse (anche a -20°C). Eppure, qui possiamo trovare alberi piuttosto delicati come la Jubaea spectabilis, una palma da cocco del Cile, o delle agavi gigantesche, buttate fuori dalla serra dei succulenti dove occupavano… troppo spazio. Sembra però che non abbiano affatto risentito, né del brutto gesto, né delle gelate…

Collaboratori famosi: dal Magnol al Gouan
Il Giardino di Montpellier può vantare non solo delle piante secolari, rare e rigogliose, ma anche dei collaboratori d’alto rango come il grande Magnol, per esempio, che nel suo lavoro «Flore des environs de Montpellier» del 1676, con 1354 specie, posò i principi della classificazione botanica, dalla quale trassero ispezione non solo Tournefort e Jussie, ma perfino Linneo.
Amico epistolare di Linneo era invece Franqois Boissier de la Croix de Sauvage, più noto come il “medico dell’amore”. Lavorò qui dal 1740 al 1758 come intendente. Classificava le malattie come le piante e disputò nel Giardino per tre giorni interi la sua tesi sull’amore che, appunto, diagnosticava come un fenomeno patologico…
Nel 1762, per fare una rapida carrellata della storia del Giardino, fu stampato dopo quello di Magnol un primo lavoro importante: ‘Hortus Regius Monspeliensis, sistems plantas tum indegenas tum exoticas… secundum sexualem methodum’. L’autore fu un certo illustre sconosciuto: Antoine Gouan. In quei tempi non occupava alcun posto ufficiale nel Giardino. Quindi, a logica di cose, non avrebbe neanche avuto il diritto di metterci il naso, tanto meno mettere per iscritto le sue osservazioni. Fece clamore e scandalo non solo per questo catalogo, ma anche per aver divulgato per la prima volta in Francia la classificazione sessuale linneana. Quando poi, nel 1794 cioè 32 anni più tardi, Gouan, ormai cieco e ammalato, fu finalmente nominato direttore del Giardino, le vecchie ferite si erano cicatrizzate, l’Ancien Régime stava per chiudere i battenti, ma come interino aveva però, nei 23 anni precedenti la nomina, dedicato anima e corpo al Giardino.

Muro fossile: le radici dei cipressi piantati sopra non riescono a penetrarlo e gli alberi stanno progressivamente morendo Un omaggio al fondatore dell’Orto Botanico, il medico Pierre Richer

Ultrasecolare Ginkgo maschile con innesti femminili
Ma a parte tutto ciò e i molteplici lavori di sistemazione e un catalogo del 1793 (che riporta secondo il sistema linneano tutto l’inventario del giardino, tra cui ben 6 specie del genere Verbena e 14 del genere Veronica) quel che oggi di Gouan colpisce il visitatore è un albero: un Ginkgo biloba piantato da Gouan. Ha una storia che merita d’essere raccontata. Nel 1778 da Londra arrivò a Montpellier una pianta maschile di Ginkgo. Fu messa a dimora nel Giardino da Gouan e oggi, a 202 anni, la possiamo ancora ammirare al N. 3 della Rue du Carré-du-Roi. A 7 anni le fu prelevata una margotta, piantata nel Reparto sistematico vicino al Canale. Questo maschiaccio, in pochi anni, superò suo padre. Gli mancava però una femmina. Si venne a sapere che vicino a Ginevra esisteva una bella pianta femmina di Ginkgo biloba. Nel 1830 ne arrivarono due rami a Montpellier. Di questi fu subito fatto un innesto a spacco su un alberetto maschio e questo, nel giro di pochi anni, fornì altri rami, che furono innestati sull’oramai grande Ginkgo del Giardino. Nel 1835, questi rami femminili diedero i primi frutti e da allora continuano ogni anno a fruttificare. A 68 anni, questo albero aveva una circonferenza di 1,82 m a un metro da terra. Oggi, a 150 anni, misura 2,60 m, il che significa un aumento di poco più di 1 mm all’anno. Mantiene bene la linea malgrado l’età.

L’eccezionale erbario
Gouan morì nel 1803. Napoleone aveva già fatto la sua rapida incursione in Egitto e da lì non solo aveva riportato obelischi, tesori antichi, ma anche delle piante, tra cui la Broussonetia papyrifera. Toccò a chi le aveva dato il nome, Pierre-Marie-Auguste Broussonet, la Direzione: fece scavare canali per le piante acquatiche, costruire una serra temperata e l’Orangerie. Mise anche la prima pietra sull’Erbario. Non è stato poco per soli 4 anni di direzione.
L’Erbario di Montpeller oggi raccoglie 3,6 milioni di piante. E’ uno dei più grandi e più importanti del mondo.
Negli anni che seguirono la superficie fu raddoppiata (oggi misura quasi 5 ha) e furono introdotte moltissime nuove specie, molto grazie al grande successore Augustin-Pyramus De Candolle. Amava lavorare dove oggi troviamo il Reparto Sistematico dedicato alla flora circum-mediterranea e alle piante officinali e di grande coltura.

La parte storica del Giardino

E anche qui che troviamo gli alberi secolari e molti altri forse meno vetusti ma per questo non meno apprezzabili come un pino d’Himalaya (Pinus gerardiana), un ginepro di Siria (Juniperus drupacea) e Liquidambar styraciflua, un ebano della Virginia (Diospyros drupacea), un corbezzolo di Cipro con il tronco rosso e liscio (Arbutus andrachne) giusto per fare un po’ il giro del mondo. Nelle vasche rotonde galleggiano i triboli acquatici portati qui dall’Egitto al tempi di Napoleone.

Il giardino all’«inglese» Cedri coltivati in vaso

Da «pastel» (guado) il nome di Montpellier
Qui troviamo anche le piante tintoriali tipiche della regione: il guado (Isatis tinctoria) è oramai al secondo anno e in seme. In francese il guado si chiama pastel da una parola italiana, «pastilli», cioè i pani in cui veniva confezionato il guado blu per la tintura. Afferma qualcuno che Montpellier deriva proprio da questa denominazione italiana: Mont Pastel, anche se nella zona più del guado venivano coltivate la robbia (Rubia tinctorum) per tingere in rosso, e la Reseda luteola per tingere in giallo. Il Levante voleva soprattutto panni di tinte forti: il rosso, il verde, il giallo. Queste piante, ad eccezione della Reseda luteola sono tutte presenti nel Reparto sistematico. «La reIseda non ha attecchito» dice il giardiniere… Troviamo al suo posto la Genista tinctoria in fiore. E’ stupenda. Nell’archivio dell’Erbario ci sono però tutte le piante che, per qualche motivo, non trovano posto qui. ‘Senza l’Erbario – aveva detto De Candolle – non avremmo né buone opere in genere, né una buona flora e le descrizioni pubblicate sarebbero prive delle prove. Sarebbe come avere un gran numero d’osservazioni fatte al microscopio, per le quali gli elementi ricavati da un taglio netto ben fatto non esistono più’. In quei tempi non si poteva ricorrere all’arte fotografica e l’arte delle analisi chimiche non toccava la botanica. Oggi questo archivio non solo raccoglie piante di tutto il mondo (occupa un edificio di 6 piani e per entrarci si debbono superare dispositivo di sicurezza), anche provenienti da donazioni importanti, ma soprattutto della zona intorno a Montpellier, così ricca di tutto un susseguirsi di stadi vegetativi dal mare sino all’alta montagna di oltre 1.500 m (Monte Aigoual) che per 300 anni ha attirato eminenti erboristi di tutto il mondo.

Il reparto serre
Non mancano le serre, occupano uno spazio complessivo di 1400 mq. Ce n’è una con delle splendide orchidee, bromeliacee e asclepiadacee con la temperatura costante a 22 °C; abbiamo la serra tropicale (22°C, igrometria oltre l’85%) con nel centro una vasca ornata dalla famosa ninfeacea gigantesca, la Victoria regia dalle caratteristiche foglie a piattello e tutt’intorno un pot-pourri di rarità esotiche: la papaia (Carica papaya), la pianta del cacao (Theobroma cacao), la pianta della vanilia (Vanilla planifolia), un mandorlo dai fiori dorati che durano oltre 6 mesi, un ananas e tante altre; accanto un’altra serra temperata con in prevalenza orchidee e bromeliacee (18°C) e una serra di recente costruzione a fianco dell’Orangerie per piante di grandi dimensioni. Un po’ distaccata verso il Nord la grande serra delle succulenti. Fuori, nel selciato infuocato dal sole estivo, vicino alla porta d’ingresso, cresce timido timido e solo nel deserto di ghiaia un Cardo scolimo in fiore. Dentro la serra, su uno sfondo di bougainvillee di tutte le sfumature dal viola scuro al rosa salmone, un mare di piante grasse si contendono i 400 mq. Sono un migliaio di specie, soprattutto delle cactacee (Cereus, Echinocactus, Mammillaria), delle Euforbiacee e Aizoacee, ma anche delle Amaryllidacee, Crassulacee, Compositee, Portulacacee e Liliacee appartenenti a più di 400 specie dei vari paesi del mondo. Tra le molte rarità, una curiosa pinacea d’Australia (Agasthis robusta) che di rado si vede in Europa.
Il terreno è vario per qualità e contenuto di umidità, roccioso e pianificato. C’è il giardino all’inglese. Qui troviamo l’acero di Montpellier (Acer monspessulanum) circondato da alberi provenienti da ogni angolo del mondo: il magaleppo (Prunus mahaleb), il castagno d’America (Aesculus pavia), il cedro di Libano (Cedrus libani), il tasso (Taxus baccata), l’abete del Caucaso (Abies nordmanniana) e l’abete di Grecia (Abies cephalonica) nonché la picea dell’Himalaya (Picea smithiana).
C’è un recinto, chiuso al pubblico per mezzo di un’alta rete ma ben visibile, che contiene piante officinali e tossiche. C’è perfino la nota romantica che non sfugge a nessuno, ma ora drasticamente sromanticizzata… Ve la racconterò:

La Tomba di Narcissa
Dietro al labirinto e nascosto da una montagnola con la noria e le originali pietre-targhe di Richer troviamo una piccola grotta avvolta nel mistero, ma con una scritta ben visibile: La tomba di Narcissa. ‘Di nascosto ho rubato una tomba per mia figlia. Coperta dalle tenebre e di fretta nottetempo l’ho sepolta lì con le mie mani’ aveva scritto il poeta inglese Edward Young (1683-1765). Sopra questa tomba hanno pianto e sognato grandi uomini sino al nostri giorni: Alfred de Musset, Paul Valery, André Gide… Narcissa, di cui il vero nome era Elisabeth Lee-Temple, era la nipote di Young, morta giovanissima nel 1736 a Lione di tubercolosi. Lo stesso anno in cui morì Young, l’Enciclopedia Britannica aveva riportato erroneamente Montpellier come il luogo di sepoltura di Elisabetta – alias Narcissa. Si fece poi presto in piena epoca di romanticismo a ricamare una leggenda melanconica, piena di particolari. Elisabeth era di religione cattolica. Ecco il mistero e la fretta di trovare una dimora eterna nottetempo – alla giovane. Solo che nel Jardin des Plantes di Montpellier, ci sono tante belle piante, ci saranno state tante lacrime a innaffiarle, ma di questa sepoltura non esiste traccia. La giovane Narcissa era rimasta a Lione. Lo è tuttora. Solo la favola di quell’epoca l’ha voluta qui. Il realismo d’oggi l’ha sfatata. Forse per dimostrare che il Giardino con la sua ricchissima storia vera del passato e il suo concreto patrimonio presente basta per creare un’atmosfera. Una realtà che non sfugge a nessuno…