Sappiamo bene che l’impostazione dei nostri spazi verdi va studiata, in via preliminare, non solo in relazione agli obiettivi che desideriamo raggiungere, ma anche in rapporto alle condizioni effettive del sito su cui dobbiamo operare. In altre parole – sempre in terna di acqua – un conto è se è nostro preciso intendimento impostare un giardino o una parte di esso in cui l’acqua giochi un ruolo primario ai fini della realizzazione di determinati effetti architettonico-paesaggistici, e un conto è invece se i nostri sforzi devono piegarsi ad una situazione preesistente in cui l’acqua la faccia da padrona indipendentemente dalla nostra volontà.

Un corso d’acqua in giardino  

Salix alba

Nel primo caso, insomma, si tratta di arrivare alla formazione artificiale di laghetti, vasche, ruscelli più o meno naturali o addirittura vere e proprie marcite o zone paludose, facendo in modo che il tutto appaia come se la natura fosse la vera regista della scena. In una situazione di questo tipo, un progetto delineato in modo completo dovrebbe prevedere tre distinti habitat in grado di soddisfare tutte le esigenze della vita vegetale. In primo luogo un’area in cui il terreno sia perennemente inzuppato, ma che sia peraltro ben esposto alla luce del sole; poi una zona in cui l’acqua scorra continuamente sulla superficie del suolo, in modo tale da mantenere quest’ultimo umido, ma senza creare i presupposti per una stagnazione, più o meno come accade lungo le rive dei ruscelli e dei laghi; infine, una terza parte in cui le piante restino all’ombra per quasi tutta la giornata. Assai differente è invece il secondo caso, quello che vede l’uomo – e i suoi spazi – dominati dall’acqua stagnante, la cui presenza spesso dà il via ad una serie di problemi di non sempre facile soluzione, per combattere i quali e necessario mettere a punto gli accorgimenti tecnici più opportuni per facilitare il drenaggio. Gli appassionati di giardinaggio, infatti, fin dagli esordi della loro attività imparano ben presto che le piante, in genere, sono in grado di sopportare entro certi limiti le condizioni di vita più disparate anche al di fuori del loro habitat naturale, ad eccezione della eccessiva quantità d’acqua che può «soffocare» il loro apparato radicale.

Taxodium distichum e i suoi pneumatofori (nella foto piccola) Amelanchier lamarckii  ‘Ballerina’

La principale ragione per cui le piante non riescono a sopravvivere in un terreno inondato è che se l’acqua riempie tutte la sacche che si trovano fra le particelle, anche le più piccole, del suolo, non c’è più posto per l’aria, che tutti sappiamo essere indispensabile per la respirazione delle radici e quindi della pianta stessa. Naturalmente, il vasto regno vegetale – che nel corso di milioni di anni ha conosciuto una lenta ma ineluttabile evoluzione delle situazioni climatico-ambientali, a volte adattandovisi e a volte soccombendo di fronte a condizioni di vita troppo diverse – va attentamente valutato, quando dobbiamo operare delle scelte per la formazione di un giardino con terreno perennemente umido. Così, ci guarderemo bene dall’inserire piante come quelle alpine, che per migliaia di anni si sono abituate ad un suolo molto sciolto e ottimamente drenato, in cui l’acqua scorre e se ne va senza creare il minimo ristagno: chi desidera metterle alla prova su un terreno inzuppato va incontro ad una sicura e amara delusione, perché esse vivranno solo per alcuni giorni, se non poche ore. Al contrario, il nostro sguardo si orienterà verso quelle piante che, dovendo sopravvivere in luoghi dominati dall’acqua, hanno saputo sviluppare dei meccanismi di difesa tali da superare brillantemente la prova anche nelle situazioni più difficili. Fra gli alberi, uno dei migliori esempi di adattamento ad un terreno del tipo descritto è l’ontano, che ha “inventato” dei noduli, posti sulle radici, in grado di catturare l’azoto necessario per la vita della pianta. La specie più conosciuta e più diffusa anche nel nostro Paese è Alnus glutinosa, che venne citata già dagli antichi trattatisti d’architettura come pianta dotata di un legno idoneo per sorreggere strutture sommerse sotto la superficie dell’acqua: osservandone l’impiego un tempo fatto dagli uomini del neolitico per la costruzione di palafitte, i progettisti veneziani lo utilizzarono per la fabbricazione dei piloni del ponte di Rialto.

 

Physocarpus opulifolius

Andromeda polifolia ‘Nikko’

Altri alberi gradiscono le medesime condizioni di vita, come i salici e i tassodi. Il genere Salix è sicuramente molto generoso, offrendo diverse soluzioni per i nostri problemi di giardinaggio su suolo intriso d’acqua. La specie maggiormente utilizzata in questi casi è quella del salice piangente, scientificamente chiamato Salix x sepulcralis var. chrysocoma, ma impropriamente conosciuto come Salix babylonica, che è invece una specie diversa per quanto simile. Questo bellissimo albero è molto diffuso nei nostri giardini, ma non sempre si considera che esso ha bisogno di molto spazio, poiché si allarga notevolmente e anche molto in fretta. Inoltre i suoi lunghi rami penduli spesso impediscono ad altre piante, improvvidamente sistemate sotto chioma, di svilupparsi appieno. Va tuttavia detto che questi sono i suoi unici difetti e che quindi esso rimane come il migliore fra i salici, anche se non vanno sottovalutate le qualità sia del comune ma bellissimo salice bianco (Salix alba), magari in una delle sue cultivar, o del bizzarro Salix matsudana ‘Tortuosa’, i cui rami contorti a vite risultano ancor più attraenti nella stagione invernale. Sempre fra gli alberi, una conifera caducifoglia americana è ormai diventata un classico degli ambienti umidi, tanto che nel secolo passato addirittura furoreggiò nei nostri giardini storici, soprattutto sui grandi laghi: il cosiddetto “cipresso calvo” (Taxodium distichum), che però con i cipressi veri non ha nulla da spartire. Si tratta di un esemplare davvero splendido, con una colorazione autunnale del fogliame che varia fra il marrone rossastro e il mattone. Il suo adattamento ai terreni inondati, anche in modo perenne, è facilitato da una sua peculiarità, quella di saper sviluppare dei getti verticali detti pneumatofori, provenienti dall’apparato radicale, la cui funzione è appunto quella di catturare l’aria a beneficio di tutta la pianta.

 

Primula bulleyana

Iris sibirica ‘Wisley white’

Ovviamente, tali organi respiratori sono tanto più numerosi, quanto più alta è la quantità d’acqua in cui si trova a vivere l’albero, ma anche in un semplice prato essi possono spuntare per qualche centimetro, costituendo così un pericolo per il nostro tosaerba. Passando al settore degli arbusti, la scelta si fa ancora più ampia e anche molto allettante, poiché fra le numerose specie sarà facile reperire esemplari dotati di splendide fioriture primaverili così come di brillanti infruttescenze e di un variopinto fogliame autunnale. Prendiamo come primo esempio il pallon di maggio (Viburnum opulus), ancora abbastanza diffuso anche nella flora spontanea ai margini delle boscaglie umide e delle paludi. E una pianta bella e vigorosa, che raggiunge il suo massimo proprio se il suolo è molto umido: le sue foglie rassomigliano un poco a quelle degli aceri, mentre le infiorescenze ricordano quelle delle ortensie «Iacecap», con grandi fiori esterni bianchi che ne incorniciano altri più piccoli interni, da cui in settembre nascono lucide – e tossiche – bacche scarlatte. Ancor più rinomata della specie-tipo è la cultivar sterile, le cui cime globose e bianche, ma sterili, ripagano l’assenza dei frutti autunnali. Anche certi cornioli sono piante tipiche delle zone umide: ad esempio, Cornus alba è un arbusto di medie dimensioni che troviamo in diverse cultivar, alcune delle quali con la caratteristica di possedere fusti che in inverno si arrossano.

Iris ensata Lysichiton americanus

Se invece desideriamo rivolgere la nostra attenzione verso piante insolite, possiamo proporre Amelanchier lamarckii, una specie che non ama suoli inondati, ma solo umidi, e che fa grande sfoggio di sé sia in primavera, con fiori bianchi e foglioline bronzee, sia in autunno, con infruttescenze dapprima purpuree e poi nerastre. Ancor meno conosciute sono Andromeda polifolia – un piccolo arbusto adatto per i suoli acidi – e Physocarpus opulifolius, una specie nordamericana con foglie trilobate e corimbi di fiori bianchi: anche queste piante preferiscono terreni umidi ma non sempre ricoperti d’acqua. Altri arbusti adatti per il medesimo scopo sono Clethra alnifolia, Spiraea x billardii Symphoricarpos. Il settore delle erbacee perenni comprende moltissime essenze che addirittura esigono quelle condizioni che altre piante non sarebbero neppure in grado di sopportare: tra loro consigliamo in primo luogo alcune specie appartenenti a generi a tutti ben noti, come Iris e Primula. Nel primo caso ci riferiamo alla comune ma bellissima I. seudacorus dai fiori gialli e alle numerose cultivar di I. ensata (una volta chiama I. kaempferi) e di I. sibirica, con un’incredibile varietà di colori, dal blu al bianco e al porpora; nel secondo caso, invece, si tratta di scegliere fra primule di origine prevalentemente asiatica, come quelle del gruppo di ibridi chiamato ‘Candelabra’ e derivato da specie quali Primula bulleyana, P. beesiana, P. pulverulenta, P. japonica e così via, tutte coloratissime e ricche di fiori. Ma se ancora una volta non ci accontentiamo di piante note, o quasi, proveremo ad abbellire gli spazi inondati con il giallo appariscente di Lysichiton americanum, le cui foglie però raggiungono la lunghezza di 120 cm, o con quelle ancor più gigantesche di Gunnera manicata. Se invece siamo preoccupati di dover creare grandi masse di essenze con fiori e foglie eleganti, preferiremo Astilbe, mentre se l’effetto scenografico delle fioriture è quello che maggiormente ci interessa, allora metteremo a dimora Hemerocallis o Lobelia, scegliendo queste ultime non fra le specie da aiuola, ma fra quelle a portamento eretto come L. fulgens e L. cardinalis.

 

Gunnera manicata

Hemerocallis ‘Pamela’
 

Lobelia cardinalis