Che cosa ci attira di una pianta? Perché diciamo che è bella? Mi accorgo che la risposta è soggettiva: alcuni preferiscono il fogliame e lo modellano ancora, come facevano gli antichi giardinieri romani, ricavandone archi, parallelepipedi, sfere o addirittura trasformando con le cesoie alberi e arbusti in sculture verdi. Altri privilegiano le dimensioni, affidando alle piante una funzione di utilità a scapito dell’ornamento, ma tutti, indistintamente, non sono insensibili di fronte al fenomeno più bello che ci offre il mondo vegetale, quello della fioritura.

Anche noi, come gli insetti e seppure per ragioni solo estetiche e di stimolazione dei nostri sensi, siamo attratti dal colore, dalla forma, dalla quantità e dal profumo dei fiori. Per i fiori siamo disposti a cedere sul resto, come quando ammiriamo, rapiti, il giallo luminoso delle forsizie pur sapendo che dopo, con le foglie, quegli arbusti si ritireranno in buon ordine fra le piante più scialbe del giardino, escluse dai nostri sguardi.

Lo stesso ci capita con Plumbago auriculata che sfoggia le sue vistose ombrelle di fiori celesti nei vecchi giardini costieri, oppure lungo i muri delle stazioni ferroviarie litoranee. Si tratta di un arbusto sarmentoso originario del Sud Africa che meriterebbe di essere più diffuso per l’inusitata nota di colore che può darci in estate in un lungo periodo.

Ha rami decombenti e un fogliame verde vivo, persistente dove gli inverni sono miti; preferisce terreni freschi, profondi e si adatta molto bene in vaso, in posizioni luminose, ma non troppo assolate.
Conviene tagliare alla base il plumbago all’uscita dall’inverno, quando non ci sono più rischi di gelate e dopo una buona concimazione vedrete che bella pianta si svilupperà di nuovo, pronta a fiorire fin da giugno.