Un piccione si sta cibando di Ligustrum lucidum

Nella fantastica storia dell’evoluzione delle piante – contrassegnata da numerose tappe e svolte per arrivare a una elaborazione sempre più soddisfacente del sistema di riproduzione – l’invenzione del seme rappresenta sicuramente un momento fondamentale, anzi rivoluzionario.

Come dice Jean-Marie Pelt, nel suo libro Le piante. Vita amori e problemi, “nulla di veramente nuovo è più venuto alla luce dopo questa trovata”, che ha dato origine a una vera e propria ‘civiltà delle piante’. L’aspetto straordinario del seme è che esso riesce a mettere in letargo il nucleo della vita vegetale, l’embrione, facendo sì che esso se ne stia tranquillo in una sorta di rifugio, ad aspettare il momento propizio per riprendere lo sviluppo e passare così alla fase della germinazione. L’attesa – grazie ad un ingegnoso meccanismo di disidratazione che riduce la presenza d’acqua ad una quantità non superiore al 15% – può essere breve, come nel caso del ciclamino, ma anche lunghissima: lo stesso Pelt riporta il caso di semi di ninfea prelevati da erbari del Seicento e fatti germogliare dopo più di 300 anni.
Sappiamo che non esiste un solo tipo di seme, ma che ogni specie ha sviluppato un proprio modello, ovviamente adeguato alle esigenze biologiche, ecologiche e sociali della pianta.
Le forme sono infinite, da quella perfettamente sferica del pungitopo (Ruscus aculeatus) a quella appiattita del glicine (Wisteria sinensis), cosi come variabilissimi possono essere il peso e le dimensioni.

Populus nigra

Salix

I semi più piccoli del mondo vegetale sono quelli delle orchidee, tanto minuti e abbondanti – a volte se ne trovano anche milioni su una sola pianta, come nel genere Stanhopea – da non poter essere contati con precisione; i più leggeri sembrano essere quelli dei Dendrobium, i cui peso non raggiunge un centesimo di milligrammo. Tra i semi più grossi, invece, vanno segnalati la comune noce di cocco (Cocos nucifera) e il cosiddetto ‘cocco di mare’ (Lodoicea maldivica) che, pur pesando anche dieci chili, è in grado di navigare sulla superficie dell’oceano. Una riflessione sui metodi adottati dalla palma delle Seychelles per mettere a punto un seme pesantissimo, ma strutturato in modo da superare senza troppi problemi migliaia di chilometri d’acqua, porta inevitabilmente alla conclusione che da questa, come da tutte le altre piante esistenti al mondo, non vengono affidate al caso le sorti della futura progenie. Esiste quindi nel regno vegetale una complessa e ben organizzata strategia della disseminazione, atta ad assicurare la continuità delle specie mediante la diffusione dei semi nello spazio, anche allo scopo di offrirgli nuovi ambienti in cui germogliare. La dispersione naturale è stata ampiamente studiata dagli scienziati, che hanno così potuto individuare le varie tecniche, tutte più o meno riconducibili a cinque meccanismi diversi.

Taraxacum officinale

Tragopogon pratensis

 

Quercus rubra

Castanea sativa

Il primo, il più semplice, è a caduta libera, in quanto le piante di questo gruppo, forse le più pigre o le meno furbe, si limitano a liberare frutti e semi per caduta verticale. Nel linguaggio scientifico tali specie sono indicate come barocore (dal greco bàros, peso, e choréo, mi sposto). In genere si tratta di alberi di una certa altezza, a tutti ben noti, come il melo (ricordiamo a proposito la leggenda secondo cui Newton definì la legge della gravitazione universale osservando appunto un esemplare di Malus), le querce (Quercus), gli ippocastani (Aesculus), i noci (Juglans) e i castagni (Castanea). Fra parentesi va ricordato che la parte più ghiotta delle ultime due piante non è propriamente un ‘frutto’, ma un vero seme, per quanto grosso e polposo. In tutti questi casi, la tecnica consiste solo nel lasciar cadere a terra frutti e semi, senza troppo badare ai possibili effetti negativi di un sistema così banale: in primo luogo l’eccessiva copertura (e ombreggiamento) causata dalle fronde della pianta-madre, poi l’aspra competizione che si viene a creare fra le nuove plantule, sempre che esse riescano a sopravvivere nella lotta per la vita.

Un secondo, consistente gruppo di piante non si accontenta di una metodologia tanto banale, ma si è attrezzato in modo da compiere autentici lanci o ‘spari’ di semi, così che la prole non debba essere costretta a rubare spazio alla propria mamma. Parliamo delle piante ballocore (dal greco ballo, getto), per le quali l’efficacia della disseminazione in un raggio di alcuni metri è dovuta a particolari meccanismi interni alla pianta stessa. L’esempio più noto è quello del cosiddetto cocomero asinino (Ecballium elaterium), una terribile erbacea perenne, che vive sulle macerie e sulla sabbia, il cui frutto giunto a maturità si spacca proiettando a più di un metro sia i semi che un liquido amarognolo: di qui i nomi popolari di ‘schizzetti’ e ‘sputaveleno’.

Vincetoxicum hirundinaria

Wisteria sinensis

 

Typha latifolia

Arctium lappa

Non da meno sono alcune specie del genere Impatiens, conosciute anche sotto il nome di ‘balsamina’ o ‘begliuomini’, come I. balfourii e I. noli-tangere: i loro frutti, a forma di sottile clava, non appena toccati sulla punta si arricciano in valve, espellendo contemporaneamente con violenza i semi contenuti.

Gli altri gruppi di piante si sono invece ingegnati a mettere a punto metodi completamente diversi da quelli descritti, arrivando quindi a sfruttare la bontà o l’interesse di terzi, cirenei più o meno consapevoli del compito affidatogli e perciò detti ‘vettori passivi’. Un numero enorme di specie vegetali, non ritenendo sufficiente la potenza di un lancio fatto in proprio, ha pensato di utilizzare la forza del vento: un vettore sicuro, energico e, se vogliamo, ampiamente ‘ecologico’. Sono le cosiddette piante anemocore (da ànemos, vento) che però, per adattarsi al mezzo e potersene giovare fino in fondo, hanno dovuto operare una scelta preliminare: o dar vita a semi leggerissimi – e qui si torna a specie come quelle delle orchidee – o creare particolari strutture ‘aeronautiche’, di forma alare o piumosa, idonee di volta in volta a contrastare o agevolare l’impeto del vento.

Acer campestre

Bidens tripartita

 

Acer pseudoplatanus

Impatiens noli-tangere

Notissimo è il sistema adottato dagli aceri (Acer) – ma anche da frassini (Fraxinus) e olmi (Ulmus) – i cui semi sono costituiti da samare simili a pale di elicottero in grado di volare fino a 1.000 metri d’altezza e per più di 4 chilometri di distanza, per poi scendere a spirale nei vuoti d’aria. Non molto differenti sono le appendici inventate, sempre per il desiderio di volare, dai carpini (Carpinus), dai tigli (Tilia) e, in piccolo, anche dalle betulle (Betula). Se le appendici sono piumose, i ciuffi di peli sono detti ‘pappi’: molti esempi possono essere trovati in Eriophorum e inCirsium, mentre in altri generi della famiglia delle Composite il pappo è stato costruito a foggia di paracadute.

Alzi la mano chi non ha mai soffiato sul viso di un bambino i semi, o acheni, della barba di becco (Tragopogon) o del dente di leone (Taraxacum), chiamato per questo motivo anche ‘soffione’. In altri casi il seme presenta una specie di coda, interamente ricoperta da sottilissimi peli dalla consistenza analoga a quella dei fili di seta, anch’essi quindi muniti di licenza di volo perché posti su un’estremità del seme a guisa di timone: alludiamo a piante erbacee come Clematis vitalba, Pulsatilla alpina o Geum montanum.
Particolarmente astute si mostrano certe specie di Epilobium, che hanno saputo accoppiare la leggerezza del seme con una discreta dotazione di lunghi peli cotonosi: un volo assicurato verso i lidi più lontani.

Epilobium montanum

Euonymus europaeus

 

Cytisus scoparia

Iris kaempferi

La grande trovata del quarto gruppo forse il più numeroso – di piante, dette zoocore, è stata quella di affidare le proprie speranze agli animali. Gli esempi sono cosi numerosi che bisogna ricorrere solo a qualche citazione, ricordando però che i metodi di trasporto sono sostanzialmente due, uno per così dire interno all’animale e uno esterno.

Il primo si verifica tutte le volte che il seme, trovandosi in un frutto che costituisce un valido alimento per l’animale, viene ingerito e poi, attraverso gli escrementi, disperso anche nei luoghi più impensati. Uccelli, mammiferi piccoli e grandi (senza escludere l’uomo) si fanno in tal modo portatori di semi di moltissime specie: citiamo alla rinfusa Taxus, Ilex, Euonymus, Sambucus, Pinus e così via. Le formiche, in particolare, vanno ghiotte per i semi muniti di speciali creste oleose e carnose – come in Chelidonium majus – e li accumulano nei loro nidi, trascinandoli qua e là.

Invece il metodo di trasporto ‘esterno’ ha luogo quando il seme, fornito di aculei o uncini, si attacca ai peli dell’animale: esemplare è il caso della bardana (Arctium lappa), che è difficile togliere dal vello di una pecora e che i ragazzi spesso si lanciano sui rispettivi maglioni. In questo senso l’uomo, con i suoi indumenti, è uno dei migliori vettori passivi di numerose specie: ad esempio, negli ambienti umidi, è facile riempirsi i calzoni con semi di Bidens tripartita o di Circaea lutetiana.

Se poi l’uomo provvede deliberatamente a spargere semi (agricoltura e giardinaggio) o anche inavvertitamente li spedisce tramite imballaggi da un continente all’altro (come ha fatto con Solidago canadensis, Erigeron annuus, ecc.), allora si può parlare di piante antropocore, una sottocategoria delle zoocore.

Vi sono infine piante che prediligono la via d’acqua, come abbiamo visto con la palma delle Seychelles: sono dette piante idrocore e il loro numero è considerevole, anche se inferiore a quello delle anemocore e delle zoocore. Fra loro risultano ovviamente in maggioranza le specie che vivono lungo i fiumi, i ruscelli o anche semplicemente in riva ai laghi. Un esempio è quello di Iris pseudacorus, una delle essenze più belle dei nostri ambienti umidi: terminata la fioritura, giungono a maturazione i frutti a forma di banana, che si aprono di colpo liberando una notevole quantità di semi piatti e accuratamente impilati l’uno sopra l’altro, come le caramelle Charms. Essi sono dotati di una sacca piena d’aria, posta internamente sotto il tegumento, così che, una volta caduti in acqua, vengono trascinati via per essere poi sbarcati in qualche ansa del fiume o del lago.

Iris pseudacorus

Le formiche trasportano semi di Chelidonium majus