Quinta perimetrale di arbusti in un bosco urbano Fascia di arbusti con pacciamatura in pvc nero

Da qualche anno si parla e si progettano «BOSCHI URBANI». Queste strutture verdi, di nuova concezione, non sono parchi veri e propri, quantunque coi parchi abbiano molto in comune. Ne riassumo, in breve, le caratteristiche.
Seguendo, con circa venti anni di ritardo, quanto avveniva all’Estero, alcuni lustri or sono, nel nostro Paese, si cominciò a sentire l’esigenza di creare, in prossimità o all’interno dei grandi agglomerati urbani, nuovi parchi concepiti e realizzati in modi differenti dagli schemi usuali. Questi parchi avrebbero dovuto essere costituiti con strutture vegetazionali il più possibile naturali: abbastanza simili ai boschi, costituite perciò con specie in maggioranza autoctone, con fini prevalentemente protettivi e di miglioramento ambientale, secondo schemi paesaggistici naturali, molto semplici, con costi di impianto bassi e. soprattutto, manutenibili con bassi costi di gestione.
Si sapeva già allora, attraverso gli studi di università americane, austriache, della Germania e yugoslave, che l’utilizzo intensivo delle aree boscate a scopo turistico creava spesso problemi. Se mandiamo troppe persone nei boschi e per lunghi periodi, questi si degradano, non soltanto per i rifiuti che vengono ovunque abbandonati o per gli atti vandalici (i cuori, le date e le iniziali incisi sulle cortecce degli alberi, o, peggio, la stroncatura di piante, il furto di alberi, arbusti, piante di sottobosco, la raccolta indiscriminata di funghi, muschio, felci, lettiera, ecc.), ma perché il continuo aggirarsi, raccogliere frutti, fiori, piantine, il calpestio, gli scarichi dei mezzi di locomozione, i fuoristrada, le moto, sono tante gocce che, sommandosi, alterano l’ambiente naturale, quello che si chiama «ecosistema bosco», rendendolo sempre più instabile e dipendente, per quanto riguarda molte sue funzioni, tra cui quella di riprodursi in modo autonomo, sempre più dall’uomo.

Impianto denso di fascia di specie arboree e arbustive

Minori oneri di gestione
Si trattava, pertanto, di realizzare qualcosa di nuovo, diverso da un parco pubblico, che altro non è che un giardino.
Un artifizio disegnato e che richiede costantemente l’intervento dell’uomo. Con «bosco urbano» si voleva definire un’area verde ad uso pubblico o a soli scopi protettivi, che del bosco avesse i vantaggi di minori oneri di gestione, associati a una resistenza specifica al prevedibile elevato danneggiamento antropico causato sia direttamente dagli utilizzatori, sia dagli agenti inquinanti. In quel tempo, parlo degli anni sessanta, gli olandesi seguiti dai tedeschi, francesi ed inglesi, erano i pionieri della creazione, oltre che di parchi tradizionali, di grandi spazi verdi a struttura seminaturale, destinati a vasto pubblico di utilizzatori.
In quei Paesi si era pensata ed avviata da tempo una nuova fase nella realizzazione del verde ad uso pubblico: spazi verdi, o boschi urbani, (il «Bosco di Amsterdarm» è stato progettato prima dell’ultima guerra mondiale, cioè più di mezzo secolo fa). Creati appositamente per soddisfare a plurime esigenze salutari affidate al bosco, ma anche strutturati in modo da lasciare grandi spazi disponibili per attività multiple. Spazi verdi creati in modo di proteggere, specie nei primi anni di vita, le strutture vegetazionali, alberi ed arbusti, dai danni permanenti provocati dalla normale azione antropica e dalla prevedibile attività vandalica connessa.
I parchi, in generale, rendono più vivibili gli ambienti cittadini: le piante possono essere usate per schermare la vista di strutture antiestetiche; parzialmente come difesa acustica dalle forti emissioni di rumore; quale fattore di uniformità ed armonia in aree di disordinato sviluppo architettonico, oppure come elementi caratterizzanti zone con sviluppo edilizio molto uniforme.
Nacque forse allora il concetto, di per sé apparentemente privo di senso – da uno stretto punto di vista biologico e forestale – di «bosco urbano». In quanto «il bosco» è, come si è detto, una entità naturale, ben definita, formata di differenti ecosistemi in equilibrio, mentre il concetto di «urbano» è in genere associato ad elementi artificiali, al disordine ecologico, al degrado e all’inquinamento diffuso.

Un vasto gruppo di specie arbustive autoctone al secondo anno d’impianto

Funzioni protettive
Il «bosco urbano» dovrebbe assolvere particolari funzioni protettive e di miglioramento ambientale, sviluppandosi in ambienti a rischio, in genere caratterizzati da elevato inquinamento, i cui effetti agiscono spesso con conseguenze negative sulla vita delle singole specie componenti l’ecosistema.
Il «bosco urbano» diventa allora uno strumento indispensabile per il miglioramento ambientale di aree urbane.
Il «bosco urbano» dovrebbe contenere in sé un minimo di struttura organizzata: vialetti, spazi aperti utilizzabili per scopi diversi, ma, nell’insieme, essere più assimilabile ad un bosco vero e proprio che ad un parco e richiedere minori oneri di gestione rispetto ad un parco. (Ciò è vero fino ad un certo punto, in quanto sotto una determinata soglia, gli oneri di gestione non possono ridursi in quanto la «gestione» dei luoghi maggiormente frequentati si identifica con operazioni di pulizia, raccolta rifiuti ed immondizie, ecc.). Ne deriva che il «bosco urbano» di medie e grandi dimensioni potrà comprendere aree periferiche poste a protezione delle aree interne e aree più interne, protette.
Le aree periferiche di un «bosco urbano», situate in zone ad elevato inquinamento, lungo strade contornanti il complesso, dovrebbero essere il più possibile realizzate con una massa «chiusa» di vegetazione arborea ed arbustiva. In queste aree dovrebbe venire escluso l’accesso al pubblico sia per salvaguardarne la funzionalità, sia perché si tratta di aree potenzialmente insalubri.

Allevamento di piantine in contenitore per impianto di boschi urbani. Antologia, Burago Molgora

Le fasce boscate
Parimenti dovrebbero essere gestite le cosiddette «fasce boscate», cioè quei sottili lembi di vegetazione distribuiti lungo strade ed autostrade, con vere e proprie funzioni primarie di filtro dell’atmosfera e di riduzione dell’inquinamento da rumore.
Queste «fasce boscate» incontrano oggi il favore di chi programma il verde urbano, sia perché possono esercitare una indubbia azione di miglioramento ambientale, sia per tanti altri motivi tra i quali ritengo sia il fatto che, mancando ormai grandi aree da sistemare a verde, si deve forzatamente ricorrere a «strisce» o «fasce» o «lembi», non essendo praticabile il discorso di radere al suolo aree commerciali, industriali o residenziali per creare aree verdi.
Le aree interne invece, se protette dalle fasce periferiche, potranno assolvere a numerose funzioni, tra cui quelle ricreative ed accogliere, similmente ad un parco, un adeguato numero di frequentatori.
Questo concetto e da chiarire, perché molto spesso vediamo i progetti di «bosco urbano» travisati da progettisti che favoriscono l’arredo vero e proprio, cioè spiazzi pavimentati, sedili, fontane, giochi per bambini, illuminazioni, muretti e steccati, al sistema «bosco». Giungendo al punto, molto spesso, di privilegiare le strutture di sosta e gioco proprio in quelle zone, prossime ad arterie di traffico, in cui l’inquinamento atmosferico e da rumore è massimo e dove sarebbe opportuno non passare e sostare.
Si vedono così progetti di «boschi urbani» o «fasce boscate» realizzate con abbondanza di vialetti, fontane, vasche, teatri, giochi per bambini, apparecchi di illuminazione, e pochi filari di striminziti alberi e arbusti disposti in modo del tutto innaturale e destinati a stentare per tutta la vita in attesa di interventi manutentori per loro indispensabili ma quanto mai improbabili a causa degli elevati costi di gestione.
E soprattutto, arredi ed attrezzature destinate ad attirare e a far sostare le persone in aree in cui respirare senza maschera rappresenta un potenziale pericolo, aree in cui ogni centimetro cubo di atmosfera, dal suolo fino ai 20-30 metri di altezza, dovrebbe accogliere foglie fitte di piante arboree destinate a filtrare, depurare, schermare i prodotti tossici del sistema urbano.

Esemplare a pronto effetto allevato nel Vivaio Mati da impiegare in giardini e parchi Specie a rapido accrescimento per parchi e boschi urbani. Piante Mati, Pistoia

Il Piano Forestale Nazionale
In questa realtà si inserisce il Piano Forestale Nazionale che ha per obiettivi il «favorire lo sviluppo multifunzionale del sistema boschivo regionale nella sua triplice funzione produttiva, protettiva e di bosco urbano», per il quale sono state individuate quattro azioni: e tralasciandone tre: «Bosco urbano per favorire la creazione di parchi e boschi su aree di proprietà comunale o comunque rese disponibili alla forestazione».
Alcune regioni hanno disposto apposite leggi di attuazione del Piano Forestale Nazionale, così ad esempio nelle Marche il «Programma specifico regionale di forestazione in attuazione del piano forestale regionale», definisce il:
– BOSCO URBANO: tipo di investimento del tutto nuovo rispetto alla logica della forestazione intesa in senso tradizionale. L’intervento interessa le aree urbane, periurbane, urbanisticamente classificate e non, destinate a parco o a bosco, di proprietà comunale o comunque rese disponibili alla forestazione.
Le specifiche finalità dell’investimento sono di ordine ambientale, estetico e di fruizione urbana con fini ricreativi.
L’intervento dovrà essere realizzato con almeno l’80% delle specie indigene di cui all’azione 2 (Abete bianco, Pino di Aleppo, Tasso, Bagolaro, Querce, Olmi, Aceri, Frassini, Tigli, Carpino bianco, Carpino nero, Ontano nero, Sorbi, Pioppi, Salice, Faggio, Pero selvatico, Melo selvatico, Albero di Giuda, Noce, Ciliegio, Castagno, Sambuco nero, Prugnolo, Biancospino, Agazzino, Fusaggine, Ligustro, Sanguinella corniolo, Nocciolo, Rosa canina, Agrifoglio, Maggiociondolo, Tamerice, Ginepro comune, Ginepro rosso, Ginestra odorosa).
Tipologia e superficie dell’investimento dovranno rispondere alle esigenze urbane dell’ente locale richiedente.
La scelta delle essenze utilizzate in questo tipo di intervento sarà condizionata dalle caratteristiche pedologiche del terreno, dalla esposizione e da aspetti legati al tipo di fruizione prevista.
Non mi dilungo oltre sulle normative, in genere noiose e che possono venire consultate sulle apposite raccolte. Ma prendo un po’ di spazio per alcune considerazioni. La cultura del verde, nel nostro e spesso approssimata e basata improvvisazioni e luoghi comuni. Mentre da ogni parte si tessono e per l’importanza degli spazi verdi delle aree attrezzate nelle nostre città, molto spesso però chi affronta questo argomento ignora realmente cosa significa pensare, programmare, progettare e gestire correttamente il verde pubblico.
Le condizioni ambientali e operative che si trovano in città sono quelle di un ambiente totalmente artificiale, Tale ambiente, pur appartenendo ad un’area geografica più ampia, ha requisiti climatici ben differenti da quelli circostanti.

Un bosco urbano che sfuma in un parco

A causa della sua struttura, la città è di per se stessa causa di modificazioni del clima a queste modificazioni vanno poi aggiunti gli effetti provocati dall’attività degli abitanti, effetti che, in genere, producono danni gravissimi per la vita degli organismi viventi.
Appare chiaro che la vegetazione in aree urbane è fondamentale per la salute fisica dei cittadini anche se attualmente sono importanti le azioni di compensazione che il verde svolge sul versante psichico, rispetto allo stress generato dall’attività sociale. Queste funzioni, evidentemente, sono direttamente correlate con una sorta di «efficienza» vitale delle piante. Più le piante si trovano in buone condizioni, maggiormente possono facilmente esplicare queste funzioni miglioratrici
Tale efficienza viene messa seriamente in discussione proprio da queste condizioni ambientali particolari. Poiché le aree da destinarsi a «bosco urbano» possano svolgere pienamente le funzioni salutari, oggi primarie rispetto alle altre funzioni del bosco, occorre seguire alcune avvertenze.

Tab. 1 – Specie arbustive per bordare i boschi urbani verso scarpate stradali

  • ZONE CENTRO NORD
  • substrati anche argillosi:
    • Rosa canina e sue cultivar;
    • Rosa rugosa; Rosa laxa, Rosa rubiginosa;
    • Crataegus oxyacantha, Spartium junceum, Cornus sanguinea;
  • substrati a minor contenuto di argilla:
    • oltre alle precedenti:
    • Crateugus monogyna;
    • Prunus spinosa;
    • Pyracantha coccinea, Viburnum lantana;
    • Alnus incana;
  • ZONE MEDITERRANEE:
    • Nerium oleander;
    • Rosmarinus officinalis;
    • Pyrus pyraster;
    • Rhamnus alaternus;
    • Pistacia lentiscus;
    • Pyracantha angustifolia;
    • Laurus nobilis.

Tecniche di impianto delle alberature
Nelle zone urbane l’impianto di alberature deve avvenire tenendo presenti le seguenti caratteristiche:
Poiché esiste sempre la possibilità di medio ed elevato inquinamento atmosferico: alle singole specie che andranno a comporre l’ecosistema «bosco urbano» sarà richiesta una particolare resistenza all’inquinamento atmosferico e del terreno, in particolare agli inquinanti provenienti dal traffico, dagli impianti di riscaldamento e scarichi industriali;
L’innaturalità dell’ambiente urbano crea spesso, anche in zone periferiche o periurbane, condizioni stagionali estremamente differenti da quelle potenziali della zona: ad esempio possono verificarsi anomale condizioni di siccità o, all’inverso, di ristagni idrici. Per queste ragioni le scelte delle specie debbono essere effettuate in base ad approfondite e puntuali indagini stazionali ad integrazione delle indicazioni fornite dalla potenzialità naturale.
Le piante quindi, volta per volta dovranno essere o resistenti alla siccità o a ristagni idrici:
– resistenza alla siccità: a differenza dei parchi urbani, si deve sempre tenere presente la possibilità di effettuare operazioni di impianto che non richiedano impianti permanenti di irrigazione, al fine di una politica di risparmio idrico. Quantomeno di prevedere la irrigazione soltanto per i primi anni, al fine di assicurare una più veloce copertura dell’area da parte delle piante arboree ed arbustive;
– resistenza alle condizioni di asfissia a livello radicale: specie nelle fasce ristrette, di cintura o schermo lungo strade e autostrade, il cui regime idraulico naturale è spesso sconvolto dalla costruzione di infrastrutture, possono verificarsi particolari condizioni di asfissia radicale per ristagni idrici nel semestre autunno-primavera.
Altre intrinseche condizioni richieste alle singole specie da impiegare sono:
– scelta di specie dotate di sistemi radicali non troppo superficiali, o impiego di piante giovani che non abbiano subito un forte numero di rizollature e trapianti in vivaio al fine di assicurare una rapida autonomia alle piante sia dal punto di vista dell’ancoraggio, sia trofico;
– solidità strutturale: alcune specie esotiche o dotate di spiccate caratteristiche ornamentali (ad esempio alcune specie e varietà di Acer) sono poco resistenti, tendono a scosciarsi e, richiedono, quindi, un continuo lavoro di manutenzione per mantenerle in buone condizioni. Tali specie sono da escludersi;
– assenza o produzione limitata di frutti, di grandi dimensioni o imbrattanti, di sostanze zuccherine e di sostanze allergogeniche;
In genere, dato l’elevato inquinamento atmosferico i frutti, anche per la fauna selvatica (avifauna e piccoli mammiferi) possono rappresentare un pericolo. Se le aree a bosco urbano sono invece previste in zone a basso inquinamento, l’impiego di specie fruttifere è auspicabile per aumentare i tipi di pabulum disponibili per la fauna;
– limitata produzione di polloni e succhioni;
ciò al fine di ridurre la necessità di dover frequentemente intervenire con interventi di manutenzione;
– eventuale sviluppo veloce nei primi anni e limitato una volta raggiunta la maturità.
Questa caratteristica può e deve essere favorita dall’impiego di particolari tecniche di impianto, come ad esempio, uso della pacciamatura che oggi, deve considerarsi un ausilio indispensabile.
L’inserimento dell’albero nello spazio dovrà essere calcolato basandosi sull’ingombro volumetrico della pianta in età adulta, tuttavia, tratta aree più che altro boscate, se, pianto serrati che offrono vantaggi quali la rapida copertura dell’area disponibile, sesti di impianto densi, con un adeguato rapporto tra specie arboree ed arbustive preferibili. Il progetto tuttavia dovrà vedere un piano di diradamento, sia dal punto di vista tecnico, sia per prevenire, al momento della attuazione, male intese istanze protezionistiche che male si accorderebbero con il progetto di diradamento.

Tab 2 – Specie arbustive per bordi ad elevato inquinamento da traffico Arbutus unedo
Atriplex alimus
Berberis spp.
Cornus sanguinea
Elaeagnus spp.
Forsythia spp.
Hibiscus syriacus
Ligustrum ss.pp.
Nerium oleander
Mahonia aquifolium
Pistacia lentiscus
Punica granatum
Rosa ss.pp.
Rosmarinus officinalis
Tamarix gallica
Tecomaria capensis
Spartium junceum
Viburnum tinus

SCELTA SPECIE
La scelta delle specie da impiegare negli ambienti urbani dipende da fattori stazionali. Riteniamo che possano suddividere in fattori stazionali veri e propri (adattabilità delle piante al clima, al substrato, al maggiore o minor spazio a disposizione sia delle radici sia della chioma) e fattori stazionali secondari (presenza di elevato inquinamento atmosferico; di inquinamento a livello radicale provocato da prodotti chimici – in genere cloruri – usati per impedire la formazione di ghiaccio).
La scelta dipende anche dagli scopi che l’impianto si propone. Tra questi l’insediamento e l’armonizzazione nel paesaggio vegetazionale – fatto che si verifica nelle zone di transizione tra il paesaggio urbano e i paesaggi esterni alla città (nei casi in cui una quinta arborea o fascia assume una notevole larghezza o quando le corsie autostradali si allontanano tra loro creando spazi adatti ad una sistemazione a verde di tipo naturale); la funzione antiabbagliante; la funzione di arredo ornamentale; la creazione di un sistema frenante naturale per i veicoli; etc.
Dal numero e, soprattutto, dalla qualità delle limitazioni proposte si evince come in città non sia sempre giusta la scelta delle autoctone, che è spontanea per chi ha formazione e animo naturalistico e ha a cuore una gestione in molti casi più economica del verde pubblico e/o privato.
Quando i fattori limitanti siano tali da non permettere lo sviluppo delle autoctone è evidente che, pur di avere vegetazione in aree urbane o in zone ad elevato inquinamento, si possa anche ricorrere a specie esotiche se particolarmente resistenti a alcuni agenti inquinanti.
Ma questo discorso non deve mai essere generalizzato considerando «tutto città» o «tutto inquinato» pur di piantare senza alcun criterio biologico-tecnico-agronomico, ma soltanto seguendo criteri prospettici, estetici, edonistici, voluttuari o di calligrafica ricostruzione storica.
Queste cose andranno bene per molti, ma non per un tecnico serio con una seria e profonda preparazione, un tecnico che lavora con una serie di competenze specifiche tali da renderlo il più adatto coordinatore di gruppi di esperti in molte discipline, come è in effetti l’Agronomo Paesaggista.
Queste indicazioni di carattere largamente generale possono venire verificate dall’esame di alcuni progetti che abbiamo coordinato in questi ultimi anni.
In particolare, due di questi: il progetto del Parco di Levante in Cesenatico, già realizzato e il progetto pilota delle quinte di schermo lungo le tangenziali di Milano, sono stati redatti secondo scelte tecniche utilizzabili per il «bosco urbano».

DISPOSIZIONE DELLE PIANTE
Gli impianti debbono essere effettuati con l’impiego di distanze e tecniche da permettere il massimo di meccanizzazione delle operazioni colturali per i primi 4-5 anni dall’impianto, o più, fino a quando cioè le piante non abbiano «chiuso». Il che significa, per i non addetti ai lavori, fino a quando le chiome degli alberi e degli arbusti non si tocchino; a questo punto l’ombreggiamento delle chiome ridurrà prima, impedirà del tutto poi, lo sviluppo di piante infestanti.
L’impianto deve forzatamente avvenire in filari per permettere le lavorazioni meccaniche degli interfilari. L’inerbimento degli interfilari (grass mulching) e controllo delle erbe infestanti mediante sfalci successivi, in genere induce una competizione tale – come dimostrano anni di ricerche nell’arboricoltura – da ridurre notevolmente lo sviluppo delle piantine messe a dimora.
Una delle tecniche che più si adattano quando si tratta di impiantare a «bosco urbano» terreni ex agricoli, non eccessivamente pendenti, è l’effettuazione di impianti in file parallele, distanti tra loro da 3 a 5 metri, a seconda della fertilità del suolo, e con impianto, sulla fila con distanze tra 3 e 5 metri se si tratta di alberi o meno, fino ad un metro, in caso di arbusti. Per i primi anni il terreno tra le file (e sulla fila con appositi mezzi scavallatori, quando le distanze sono di almeno 4 metri), dovrà essere periodicamente lavorato (da due a 4 interventi. In molti casi, sulla fila è opportuno, per evitare le lavorazioni, disporre una pacciamatura in PVC nero a lunga durata.
Le specie arbustive possono essere disposte, al fine di accelerare il processo di naturalizzazione, tra una pianta arborea e l’altra (ad esempio se gli alberi si impiantano ogni 5 metri, tra un albero e l’altro possono prendere posto 4 arbusti distanti un metro l’uno dall’altro).
Non appena l’impianto tende a «chiudere» e si rendono superflue le lavorazioni, per tutta la fascia esterna è opportuno impiantare una fascia continua, periferica, spessa almeno tre metri di arbusti, al fine di chiudere l’accesso al bosco agli elementi di disturbo, di creare habitat naturali di nidificazione e protezione della fauna selvatica.