Carpobrotus acinaciformis, comunemente chiamato «fico degli Ottentotti», originario del Sud Africa Giovane esemplare di Astrophytum tulense con l’epidermide completamente rivestita da ciuffetti di peli bianchi.

Anche il più distratto fra di noi certamente avrà notato quanto forte e prepotente sia la tendenza degli esseri viventi, piante e animali, a colonizzare una straordinaria varietà di ambienti, anche quelli in cui sembrerebbe che la vita non abbia alcuna possibilità di affermarsi. Fra questi, forse i più familiari sono quelli che vengono definiti con il termine di «zone aride», la cui caratteristica comune è quella della limitatezza della quantità di acqua a disposizione.

Dove vivono
Questa limitatezza può essere la conseguenza di più cause. Le principali sono la scarsità di precipitazioni meteoriche, o la concentrazione di queste precipitazioni in periodi brevi dell’anno, quali si riscontrano nei deserti, nei semideserti e nelle steppe. Un’altra causa è data dalla struttura fisica del suolo, non in grado di trattenere le acque meteoriche: pendii rocciosi, scogliere, tronchi d’albero, zone carsiche.
Infine, può essere lo stato fisico dell’acqua la causa che ne limita la disponibilità: i deserti ghiacciati, nei quali l’unica acqua a disposizione è quella prodotta dalla fusione del ghiaccio, le lagune e gli stagni salmastri o salati, nei quali l’acqua è largamente impegnata a tenere in soluzione i sali, ne costituiscono due esempi.
Nel regno vegetale le strategie poste in essere dalle piante per poter sopravvivere in condizioni di penuria d’acqua (il complesso di tali piante viene indicato con il termine di vegetazione xerofitica) sono molteplici e varie.
Fra queste, una delle più diffuse e appariscenti è la succulenza, da cui deriva la denominazione di piante succulente (ricche, cioè, di succo) comunemente note anche con il termine di piante grasse, dove l’aggettivo grasso non si riferisce al contenuto in grassi delle piante, peraltro modesto, ma all’aspetto rigonfio della pianta nella sua interezza o di alcune sue parti.

Un grosso esemplare di Copiapoa cinerea presente nella collezione del giardino esotico di Monte Carlo. Queste piante cilene vivono in zone dove le piogge sono praticamente assenti; il fabbisogno di acqua viene coperto unicamente dall’umidità atmosferica e dalla rugiada. Si notino: la forma sferica dei fusti, le profonde incisioni delle costole, il rivestimento ceroso biancastro dell’epidermide, la lanosità del vertice delle singole «teste»
Un gruppo di piante appartenenti al genere Mamillaria presenti nella collezione del Giardino Esotico di Monte Carlo. Si osservi quanto sia fitto il loro rivestimento di spine, setole e peli

Le capacità di assorbimento
La caratteristica principale delle piante succulente è la loro capacità di assorbire rapidamente, e non solo per mezzo delle radici, l’umidità disponibile al momento e di immagazzinarla in cellule speciali facenti parte dei cosiddetti tessuti acquiferi; questi hanno la particolarità di potersi rigonfiare in modo notevole senza scoppiare e di potersi restringere completamente in seguito a disidratazione senza, tuttavia, morire.
Tali tessuti possono essere presenti in tutta la pianta oppure trovarsi solo in alcuni dei suoi organi.
Abbiamo così piante in cui la succulenza è limitata all’apparato radicale, altre in cui è succulento solo il fusto, altre, infine, in cui le foglie sono succulente.
Un’altra esigenza di importanza vitale per le succulente è quella di riuscire a svolgere tutte le funzioni connesse con la vita limitando al minimo indispensabile le perdite di acqua per traspirazione ed evaporazione.
Tale limitazione viene messa in atto con, l’adozione di un complesso di accorgimenti, sia morfologici, sia fisiologici.
Fra gli accorgimenti morfologici si possono mettere in evidenza la minimizzazione del rapporto fra superficie dell’organo e suo volume, per cui gli organi interessati alla succulenza tendono pertanto ad assumere forme tendenti allo sferico o al cilindrico; la presenza di costolature o gibbosità, che, interrompendo in un certo senso la continuità della superficie epidermica, ne riducono la parte esposta alla radiazione solare; la presenza di spine, setole e peli che «intrappolano» un cuscino d’aria attorno alla pianta che, in tal modo, riesce a «condizionarsi».
Molto spesso poi, questo rivestimento di spine, setole e peli è bianco o di colore chiaro e quindi dotato di un elevato potere riflettente la radiazione.
Inoltre la disposizione «a rosetta» delle foglie, che, spesso, crescono anche strettamente appressate fra di loro producendo così un effetto di riduzione della superficie globale della pianta e l’assenza di foglie o ridotta persistenza delle stesse; in quest’ultimo caso sono i fusti che provvedono alla funzione della fotosintesi clorofilliana apparendo di colore verde ai nostri occhi.

Rivestimento spinoso diAstrophytum senile Astrophytum asterias. Questa pianta sembra aver scelto la strategia della difesa chimica: in essa è contenuto un succo amarissimo

Gli accorgimenti fisiologici
Fra gli accorgimenti fisiologici possono essere menzionati: la produzione di rivestimenti cerosi più o meno spessi, la cui presenza si rivela dal colore ceruleo, glauco o bianco dell’epidermide e la cui funzione non è solo quella di protezione ma anche quella di riflettere una parte della radiazione solare; l’adozione di meccanismi che consentono alla pianta di ritrarsi nel terreno durante la stagione secca; le fioriture notturne e/o limitate a poche ore, oppure la produzione di fiori dal lato della pianta non esposto al sole o, anche, la produzione di fiori in zone della pianta in cui è più ricca e abbondante la formazione di peli e setole (cefalii e pseudocefalii); la presenza di foglie o rami non succulenti solo durante la stagione umida; la maturazione dei frutti e dispersione dei semi all’inizio della stagione delle piogge cosicché i semenziali abbiano il tempo per potersi sviluppare sufficientemente; il meccanismo fotosintetico modificato rispetto a quello delle piante «mesofite» (quelle che non riescono a sopravvivere a prolungate condizioni di aridità) per evitare di dover tenere aperti gli stomi (sono le aperture attraverso cui avvengono gli scambi gassosi nelle piante) durante le ore calde del giorno e ridurre così la traspirazione a livelli minimi.

Opuntia azurea in fiore. Il colore ceruleo delle pale (cladodi) è dovuto ad un rivestimento ceroso Disposizione a rosetta delle foglie di Echeveria glauca. Le foglie sono ricoperte da uno strato di cera

Le forme di difesa passiva
Da quanto finora detto è evidente che le piante succulente costituiscono una riserva di acqua e di cibo in ambienti dove spesso c’è scarsità di entrambi.
Ciò le rende ricercate e appetite, sia dagli erbivori stanziali, sia da quelli di passo e le ha poste quindi nella necessità di sviluppare forme di difesa passiva idonee a ridurre le probabilità di essere divorate.
La forma di difesa più frequente è costituita dalla presenza di spine, talora limitata alla parte inferiore o al solo tronco della pianta, ma moltissime specie, soprattutto quelle inermi, ricorrono a forme di mimetismo che permettono loro di confondersi con il terreno circostante (famoso è il caso delle cosiddette pietre vive), oppure producono sostanze di sapore repellente, o si abbarbicano su dirupi inaccessibili oppure si barricano nell’intrico di cespugli spesso anch’essi armati di spine o, infine, si dotano di spiccatissime capacità di rigenerazione della porzione aerea della pianta da parte della radice (di solito fittonante) rimasta nel terreno.
Purtroppo, queste strategie, efficaci in assenza di attività umane, si sono rivelate del tutto inadeguate quando negli ambienti aridi viene praticata la pastorizia, con la triste conseguenza che, moltissime specie, particolarmente quelle più vulnerabili e ristrette ad ambienti particolari, sono ormai solo un ricordo.