La gigantesca catena dell'Himalaya, che si snoda per una lunghezza di 2.500 chilometri tra i due grandi fiumi Indo e Bramaputra, è forse il luogo geografico che può vantare i maggiori primati da Guinness in campo naturalistico. Ogni bravo studente ricorda che là svettano le più alte cime della Terra (dall'Everest, 8.848 m, giù giù – si fa per dire – a quella quarantina di montagne che toccano almeno i 7.300 m di altezza), ma forse non tutti sanno che in quelle zone, proprio in forza delle particolari condizioni ambientali e climatiche, si possono registrare fenomeni che altrove sarebbero impensabili. Gli insediamenti umani permanenti, ad esempio, si incontrano fino a quasi 5.000 m, dove è consentita un'attività agricola di qualche utilità, poco sotto il limite delle nevi perenni, mentre i grandi mammiferi possono vivere quasi fino ai 6.000 m, quota superata solo dagli insetti.

Rhododendron arboreum

Rhododendron ciliatum

Data la vastità del territorio – che in alcuni tratti si estende in larghezza per circa 300 chilometri – le principali caratteristiche del suolo e del clima himalayano sono estremamente variegate: la catena principale, più a nord, è formata prevalentemente da rocce cristalline, mentre il cosiddetto Piccolo Himalaya, a sud, è costituito da formazioni più recenti in arenaria. Tutto il sistema è solcato da valli longitudinali molto larghe, incassate tra forre il cui aspetto è tuttora selvaggio, e non è raro incontrare ghiacciai che si protendono verso il fondovalle anche per diversi chilometri. Il versante meridionale della catena è frequentemente battuto dai monsoni, con la conseguenza che la piovosità, le nevi e i ghiacci sono più estesi, mentre il rigogliosissimo manto vegetale arriva sino a 4.800 m di altitudine.
In un quadro tanto differenziato e multiforme possono nascere le specie botaniche più diverse, dai semplici gerani (Geranium himalayense) alle grandi conifere (come il conosciutissimo Cedrus deodara), ma se proprio si volesse andare alla ricerca del genere-simbolo dell'Himalaya, pensiamo che pochi potrebbero gareggiare con Rhododendron, che qui dispiega tutto il suo potenziale di bellezza.

Particolare dei fiori R. arboreum

Rhododendron cinnabarium var. Roylei

A dire il vero i rododendri himalayani arrivarono sulla scena della flora ornamentale con un certo ritardo, molto tempo dopo che la prima specie, l'europea R. hirsutum, era stata introdotta in coltivazione (1656). Nel corso del Settecento ci si rivolse soprattutto alle specie euro-asiatiche e americane, ma le cose cambiarono nel 1810, quando lo scozzese Francis Hamilton, allora direttore del Giardino Botanico di Calcutta, spedì in patria per la prima volta i semi di quella che è tuttora la specie più interessante del gruppo, R. arboreum.
In realtà la pianta era stata scoperta fin dal 1796 dal capitano Hardwick sull'Himalaya indiano, ma il merito dell'introduzione in Europa va attribuito a Hamilton, che successivamente inviò a Edimburgo altri semi raccolti da forme diverse, con fiori bianchi e rossi, della medesima specie.
In natura la pianta si presenta come un albero con un'altezza che può toccare anche i 18 m, mentre il tronco può essere multiplo fin dalla base o unico, raggiungendo in questo caso il diametro di 30-60 cm. Singolari anche le foglie, lanceolate e coriacee, che si dispongono in mazzi spesso penduli della lunghezza di 15-20 cm, sovrastati dalle fiammeggianti corolle campanulate di fiori, che nella specie-tipo sono scarlatto-cremisi, ma che nelle varie forme naturali e nelle cultivar sono anche bianchi, rossi o rosei.
Sull'Himalaya, questa specie è una delle più comuni, tanto da formare, sola o insieme ad altre specie, vere e proprie foreste di rododendri, oppure crescere indisturbata in mezzo a conifere o querce tra i 1.200 e i 3.300 m.

Rhododendron concatenans

Rhododendron griffithianum

La storia dei rododendri himalayani è certamente bizzarra, perché se da un lato ci volle un quindicennio per passare dal rinvenimento di R. arboreum al suo invio in Europa, non molto tempo dopo, nell'arco di pochissimi anni, i cacciatori di piante e i botanici inglesi giunsero alla scoperta e alla determinazione di numerose altre specie. Uno dei rododendri himalayani più sorprendenti, R. grande, fu anche fra i primi a prendere la via per l'Europa. Trovato nel Bhutan in foreste miste di Tsuga e magnolie, questo rododendro lascia attoniti per le sue enormi infiorescenze di 15-25 fiori bianchi e lunghi 5-7 cm.
Classificato nel 1847, esso aprì la strada al ritrovamento di una lunga serie di altre specie durante il biennio 1848-49, che costituì davvero un momento esaltante in questo settore della ricerca botanica. Si pensi che durante il primo anno vennero trovati e studiati, fra gli altri, R. campylocarpum e R. dalhousiae, mentre nel 1849 si ebbe la scoperta di R. griffithianum, R. ciliatum, R. cinnabarinum, R. edgeworthii, R. nuttallii, R. triflolium, R. virgatum e altri ancora.

Tanta ricchezza, ovviamente, non venne alla luce per caso, ma solo in seguito alle incessanti spedizioni organizzate in particolar modo dal Reale Giardino Botanico di Kew. Più specificamente bisogna ringraziare il coraggio e la competenza del giovane ricercatore Joseph Hooker, incaricato di esplorare l'Hima laya nel gennaio del 1848 e arrivato in aprile a Darjeeling (Bengala) e subito dopo nel Sikkim. Una delle prime pian te che si presentarono alla sua vista fu appunto R. dalhousiae che, essendo, una pianta epifita, penzolava dai rami di un albero con le sue meravigliose corolle campanulate di color bianco-giallastro, da cui usciva un profumo delizioso simile a quello del limone

Rhododendron edgeworthii

Rhododendron keysii

Pure campanulati, ma assai più aperti, sono i candidi fiori di R. griffìthianum, una pianta molto variabile in altezza da I a 15 metri, che vive in foreste pluviali oppure anche ai margini di boschi di pini, spesso su rive scoscese. Non molto dissimili sono R. edgeworthii e R. maddenii: il primo, che in natura spesso si comporta da epifita, è particolarmente apprezzato per il suo profumo a volte acutissimo, mentre il secondo, che ama vivere in foreste di querce fino a 2.800 m di quota, si presenta con un portamento più arbustivo e compatto.
Un'altra specie dai fiori bianchi, aperti e con stami ben evidenti è R. ciliatum, che nel suo areale d'origine (Sikkim, Nepal e Bhutan) non cresce solo in foreste, ma anche su suoli umidi e in altri habitat: infatti, le sue forme coltivate si adattano a qualsiasi condizione in ogni tipo di giardino, sfoggiando spesso una lunga fioritura.
Due altre specie che non mostrano particolari predilezioni riguardo agli habitat (luoghi asciutti o anche molto umidi, foreste di agrifogli, suoli sabbiosi, ecc.) si differenziano da quelle sin qui descritte per il colore delle corolle, in entrambi i casi a forma di imbuto: R. triflorum è dotato di fiori gialli o giallo-verdastri, mentre R. virgatum li ha rosa, con una certa somiglianza a quelli delle azalee.
Se invece continuiamo a preferire i fiori bianchi, ma ad imbuto, dovremo coltivare un esemplare di R. dendricola, che pur comportandosi spesso da epifita, può anche avere un portamento arbustivo piuttosto lasso ed aperto.

Rhododendron virgatum

Rhododendron virgatum
var.
oleifolium

Un gruppo di altre specie himalayane alcune delle quali sempre scoperte dal Hooker, ma altre ritrovate in anni più vicini a noi, fino al 1924, si staccano completamente dalle precedenti a causa della forma della corolla, a volte così strettamente tubulosa che i lobi (petali) appaiono appena separati fra loro. In generale sono arbusti molto decorativi, che frequentemente ricorrono nei giardini, anche in virtù delle infiorescenze decisamente ornamentali. Il nome specifico latino di R. cinnabarinum – una specie molto variabile anche nel suo areale d'origine – si riferisce appunto al colore dei fiori, tra il rosso e il carminio, appunto come il cinabro; la sua varietà naturale R. c. var. roylei è invece più tendente al cremisi e si avvale di una ricchissima produzione di fiori, che scintillano sotto la luce del sole.
Una seconda pianta, R. concatenans, mette in mostra corolle di 3-4 cm di colore rosato-albicocca e possiede anche eleganti foglie oblungo-ellittiche di un bel verde lucido. Ancor più curiosi sono i fiori di R. keysii, splendidi non solo per la loro forma tubulosa, ma soprattutto per il colore esternamente corallino-salmone e internamente giallastro.

Rhododendron grande

Rhododendron dendricola

Questa specie vive in boscaglie o anche frammista ad alberi di Tsuga e di Picca, fino a oltre 3.500 metri d'altitudine, e nei nostri giardini può trovare spazio non solo per la sua originalità, ma anche per l'epoca di fioritura che è tra le più tardive di tutto il genere (giugno-luglio).
Un'ultima specie himalayana, R. campylocarpum, che nel Sikkim appare considerevolmente variabile sia per altezza che per portamento, nelle forme coltivate è senz'altro fra le più attraenti. In un primo gruppo di cultivar, essa si presenta molto compatta, non più alta e non più larga di 180 cm, mentre in un secondo gruppo può toccare i 3 metri ed è assai più eretta.
Sempre magnifiche sono le infiorescenze, costituite da masse di fiori campanulati di un brillantissimo giallo-zolfo o giallo-limone talvolta con una macchia rossa alla base.

I RODODENDRI ARBOREI DI VILLA CARLOTTA

Forse i migliori rododendri del nostro Paese possono essere ammirati nella zona dei laghi lombardi, soprattutto attorno al Maggiore e a quello di Corno. Celebre è la collezione di rododendri che accoglie poco dopo l'ingresso i visitatori di Villa Taranto, a Pallanza: iniziata dal benemerito capitano Neil McEacharn, è tuttora splendida pur se ridotta nel numero di specie botaniche. Lo storico giardino di Villa Carlotta, a Tremezzo (Corno), può a sua volta vantare un ambiente forse unico in Italia, una vera e propria foresta di Rhododendron arboreum, che in primavera si riempie di masse di fiori rossi e cremisi. L'età di queste piante è senza dubbio di tutto rispetto, tanto che alcune di loro sono recentemente andate perdute, in seguito ad attacchi fungini. L'Amministrazione dell'Ente Villa Carlotta, tuttavia, ha saputo far fronte con impegno e con coraggio alla situazione. Infatti, non potendo per motivi tecnici e fitosanitari provvedere a un rimpianto di questa specie nel medesimo luogo, ha ricreato un analogo bosco in tutt'altra zona, ai margini settentrionali del giardino. Rallegriamoci quindi che Villa Carlotta, visitata annualmente da centinaia di migliaia di appassionati del verde storico, non correrà il rischio di perdere una delle sue migliori caratteristiche.