Le piante carnivore attirarono quindi l'attenzione dei collezionisti e dei botanici, al punto che, in epoca vittoriana, una serra non era considerata completa se non ne ospitava almeno una di grandi dimensioni (la Nephentes, dai grandi otri, era la preferita.

Ormai assodato che queste piante bizzarre non sono "pericolose per uomini e animali" come si dichiarò un secolo fa, comunque non si è affievolito il fascino da loro sprigionato. In effetti alcune grandi specie tropicali si nutrono talvolta di piccoli animali, le prede usuali della maggior parte delle carnivore sono artropodi e insetti, ed è perciò più corretto indicarle con il termine di -insettivore-. Una dieta tanto particolare fece all'inizio pensare a piante con "un apparato digerente come quello degli animali", come scrisse il botanico J.D. Hooker, collega di Darwin, e quindi a un anello di congiunzione tra regno vegetale e animale. Si tratta invece di organismi autotrofi, in grado cioè di sintetizzare gli zuccheri mediante fotosintesi clorofilliana, che si servono di questo particolare sistema di nutrimento come adattamento all'ambiente: vivono infatti in terreni molto umidi, poveri di elementi nutritivi e soprattutto di azoto, quali sono i terreni torbosi e di palude. Per sopravvivere si sono quindi adattate ad assorbire l'azoto, anziché con le radici, da piccoli organismi animali. Le piante insettivore possiedono infatti, sparse sulle superfici fogliari, moltissime cellule ghiandolari; queste secernono particolari enzimi in grado di degradare l'azoto proteico degli organismi catturati in azoto solubile e assimilabile (nitrati). In pochi giorni la preda è digerita e ne rimane solo lo scheletro (o meglio, "esoscheletro" negli insetti) che viene espulso.

Ingegnosi sistemi di cattura
I meccanismi con i quali queste piante catturano le vittime sono numerosi e davvero ingegnosi: alcune specie partecipano attivamente all' intrappolamento e sono perciò fornite di particolari strutture, per lo più costituite da foglie modificate (come sacche dette ascidi) dalle pareti scivolose o dotate di coperchietti (opercoli), oppure setole aguzze che scattano a molla e peli vischiosi che bloccano la fuga. Un tipico esempio è Dionaea muscipula, in cui la foglia è composta da due lobi collegati da una nervatura mediana. Ogni lobo porta lungo il bordo peli rigidi e appuntiti, leggermente ricurvi e un gruppo di setole sensitive al centro. Queste scattano solamente quando almeno due sono urtate in successione, in modo da evitare falsi allarmi. Quando l'ignara preda si posa su una foglia di Dionaea, la trappola si chiude rapidamente e i denti uncinati dei due lobi si riuniscono a incastro, impedendo così ogni fuga. Povero insetto! Incomincia la sua digestione, che verrà terminata in due settimane.
Altre piante hanno invece un meccanismo di cattura passivo e si limitano ad attirare i malcapitati con colorazioni vistose e profumi invitanti: sul bordo dei grandi ascidi pendenti di Nephentes x ratcliffiana, per esempio, viene prodotto del nettare zuccherino e odoroso che invoglia l'insetto a entrare: la superficie della trappola è viscida e l'incauto insetto scivola inesorabilmente verso il basso, dove l'attende il liquido digerente. Altre specie ancora, come quelle appartenenti ai generi Drosera e Pinguicola, agiscono invece in modo semiattivo, grazie alle foglie appiccicose: gli insetti che vi si posano vi rimangono incollati, come -uccelletti alla pania- e sono poi digeriti mediante altre sostanze secrete successivamente.

La "rosolida"
Le piante carnivore più eclatanti sono quelle esotiche, dalle grandi trappole vistose, che crescono nelle foreste e nelle paludi tropicali o sugli altopiani e le catene montuose delle Americhe e delle regioni equatoriali. Anche la flora italiana, però, comprende alcune di queste piante curiose, ma talmente poco appariscenti da passare inosservate. Appartengono a tre generi: Drosera, Pinguicola e Utricolaria, e crescono nei terreni umidi e le torbiere alpine e appenniniche, ma sono diventate oggi tutte abbastanza rare, a causa dell'inquinamento delle acque e della conseguente eutrofizzazione, nonché delle opere di bonifica che hanno distrutto la maggior parte dei loro habitat naturali. Drosera rotundifolia, o rosolida, (fam. Lentibulariaceae) è una piccola pianta perenne, alta 10-20 centimetri, con steli esili e leggere infiorescenze a forma di spiga, dai fiorellini bianchi a 5 petali.

Drosera rotundifolia

Le foglie rotonde sono disposte a rosetta, su lunghi piccioli, e sono ricoperte da peli ghiandolari rossastri che secernono goccioline di sostanza vischiosa. I primi botanici pensarono che queste gocce splendenti fossero rugiada e che le piante fossero in grado di trattenerla anche sotto il sole: il nome popolare "rosolida" significa infatti rugiada, e in virtù di questa interpretazione, si attribuivano alla Drosera poteri magici. Il meccanismo di cattura è semipassivo: appena i moscerini rimangono invischiati sulle foglie, i peli si ripiegano come tentacoli e li imprigionano, dando avvio alla digestione grazie agli enzimi secreti dalle ghiandole. Gli stessi peli ghiandolari assorbono i prodotti della decomposizione e quindi si srotolano quando l'assorbimento è terminato, pronti per una nuova preda, mentre i resti dell'insetto vengono allontanati dal vento. Specie simili, più rare in Italia, sono D. anglica, dalle lamine fogliari allungate, D. intermedia, che possiede invece foglie a forma di spatola.

L'erba "unta"
Anche Pinguicola vulgaris aspetta pazientemente che qualche insetto si posi sulle foglie allungate e carnose (da cui il nome, perché in latino "pinguis" significa "grasso"), di colore verde-giallo, riunite in una rosetta basale. I margini leggermente ricurvi e il liquido appiccicoso emesso da peli mucillaginosi trattengono l'animaletto, che agitandosi induce la foglia a ripiegarsi su se stessa, e ad emettere gli enzimi digerenti. I fiori di P. vulgaris hanno la corona simile a quella delle Labiate, con un breve sperone, di colore viola con una macchia bianca sul labbro inferiore; quelli di Pinguicola alpina, invece, sono bianchi con macchie gialle, mentre in P. leptoceras e P. hirtiflora, molto rare, sono rispettivamente viola e rosa. Tutte queste piccole insettivore, che appartengono alla famiglia delle Lentibulariaceae, sono in effetti piuttosto difficili da trovare; crescono sui pascoli alpini molto umidi, nelle paludi, nelle fessure delle rocce con poca terra e nei luoghi ricchi di muschi, ma alcune, come P. alpina e P. vulgaris possono essere coltivate abbastanza facilmente nei giardini rocciosi. In passato erano piantine molto amate, perché si pensava proteggessero dalle fate dispettose e dalle streghe e servivano inoltre per far cagliare il latte e ottenere un burro molto delicato, adatto ai bambini piccoli. Erano chiamate comunemente "erba-unta" a causa delle foglie appiccicose.

Pinguicola alpina

Pinguicola vulgaris

L'erba "vescica"
Ultricolaria (fam. Lentibulariaceae) sono invece piante carnivore acquatiche galleggianti: la specie meno rara è U. vulgaris, chiamata anche "erba-vescica" a causa delle trappole escogitate per acchiappare attivamente le prede. Lungo le foglie, immerse in acqua, si trovano infatti numerosi piccoli otricoli ovali e trasparenti, chiusi da una specie di valvola e contenenti aria: quando un insetto acquatico, una larva o un gamberino d'acqua dolce sfiora i peli sensibili della valvola, questa si apre verso l'interno e l'insetto, o il crostaceo, è risucchiato dentro la vescica. Il coperchio poi si richiude e la vittima viene lasciata morire. Al contrario di altre piante carnivore le Utricolaria non secernono enzimi proteolitici per digerire la preda, ma aspettano che questa si decomponga da sola per poi poterne assimilare le parti solubili.

Urticularia vulgaris

Le "erba-vescica" vivono in acque stagnanti e calde, nei fossi e negli acquitrini; non possiedono apparato radicale, hanno foglie ovali laciniate e fiori gialli, che ricordano quelli delle Leguminose, portati su lunghi ed esili steli. I fiori sono grandi e giallo brillante in U. vulgaris, bianco giallastri con venature aranciate in U. minor e giallo chiaro in U. ochroleuca. Quest'ultima è reperibile solamente negli stagni del Trentino Alto Adige, mentre le prime due sono diffuse in quasi tutta Italia, anche se sono diventate tutte piuttosto rare.

Specie estinte e specie voraci
Un tempo, ad esempio, la flora italiana comprendeva anche un'altra pianta insettivora: Aldrovanda vesciculosa, della stessa famiglia di Drosera, viveva nelle paludi e negli acquitrini del nord d'Italia; molto abbondante fino alla metà dei secolo scorso, oggi è considerata estinta, anche se non si esclude che possa essere sopravvissuta in qualche piccolo stagno.
Infine un'ultima pianta davvero particolare, una vera e propria "mangiatrice a sbafo": Lathrea squamaria, una Scrophulariacea priva di clorofilla che parassitizza le radici delle latifoglie arboree e arbustive. Ha un fusto carnoso bianco rosato, foglie squamiformi e brevi radici con le quali succhia la linfa elaborata da piante autotrofe. Non solo, per procurarsi azoto in forma solubile, cattura piccoli insetti mediante estroflessioni cellulari che si trovano in speciali scanalature delle foglie.

Piante carnivore

Nome

Fiori

Epoca fioritura

Foglie

Altezza

Habitat

Drosera anglica

bianchi in spighe

6-9

allungate
2-5 cm

10-20 cm

0-1000 m, Italia sett. ed Emilia Romagna, in terreni umidi, molto rara

Drosera intermedia

bianchi in spighe

6-9

a spatola
7-10 cm

10-20 cm

100-1000 m, in Italia sett. Emilia Romagna, Toscana, in terreni umidi, molto rara

Drosera rotundifolia

bianchi in spighe

7-8

rotonde

10-20 cm

0-2000 m, Italia sett. Emilia Romagna, Toscana, in terreni umidi, molto rara

Lathrea squamaria

rosati

3-5

squamiformi

10-30 cm

0-1300 m, parassita di latifoglie

Pinguicola alpina

bianchi

6-7

lanceolate

6-12 cm

400-2400 m, Italia sett., terreni umidi e prati

Pinguicola hirtifiora

viola rosa est.

4-5

lanceolate

6-12 cm

300-1300 m, rupi Campania, Calabria, molto rara

Pinguicola leptoceras

viola

6-7

lanceolate

6-12 cm

500-2500 m, Italia sett., Emilia Romagna, Toscana, prati umidi e brughiere, molto rara

Pinguicola rechenbachiana

viola cupo

4-6

ellittiche

5-15 cm

400-1600 m, Toscana e fessure ombrose, molto rara

Pinguicola vulgaris

viola

5-7

ovate-lanceolate

6-15 cm

400-2400 m, prati umidi, paludi, sorgenti

Utricolaria australis

giallo chiaro

7-8

ovali-laciniate

10-30 cm

0-300 m, Italia sett., acque ferme, risaie, rarissima

Utricolaria intermedia

bianco-gialli

6-8

ovali-laciniate

10-30 cm

0-1000 m, Lombardia, Veneto, Trentino, acque stagnanti, rarissima

Utricolaria minor

bianco-gialli

6-8

ovali-laciniate

10-30 cm

0-1800 m, toscana, abruzzo, campania, acque stagnanti, rara

Utricolaria ochroleuca

bianco-gialli

6-8

ovali-laciniate

10-30 cm

2-300 m, Trentino, ludi, stagni, molto rara

Utricolaria vulgaris

gialli

6-8

ovali-laciniate

15-30 cm

0-1000 m, Centro Nord, acque stagnanti, paludi