Regolamento comunale per la tutela del patrimonio arboreo della città di Sanremo

Art. I – Principi generali

Il presente regolamento ha per oggetto la disciplina degli interventi sul patrimonio arboreo pubblico e privato del territorio del Comune di Sanremo.

 

Art. 2 – Richiesta e rilascio autorizzazioni

1) Sono oggetto di protezione gli alberi con una circonferenza del tronco di almeno cm. 60, misurata a mt. 1,00 da terra e le piante esotiche di interesse botanico di qualsiasi dimensione.

2) Chiunque intenda eseguire qualsiasi intervento che modifichi la forma, la struttura e le caratteristiche delle piante di cui al comma I deve chiedere preventiva autorizzazione al Sindaco.

L'istruttoria, espletata dal competente Ufficio Beni Ambientali, verrà definita nel termine massimo di 15 giorni dal ricevimento della richiesta.

I casi di urgenza e quelli dai quali potrà derivare pericolo per la pubblica incolumità saranno valutati ad insindacabile giudizio da funzionari del Corpo Vigili del Fuoco, ai quali spetterà l'immediato abbattimento.

3) Parimenti ogni eventuale abbattimento di piante può essere effettuato solo previa autorizzazione del Sindaco, fatte salve le speciali disposizioni di legge che tutelano le piante insistenti su parchi e giardini sottoposti ai vincoli della Soprintendenza al Beni Ambientali e Architettonici dello Stato.

4) L'autorizzazione al lavori è subordinata al versamento di uno specifico deposito cauzionale in numerario o mediante polizza fidejussoria la cui misura sarà stabilita dall'Ufficio Beni Ambientali, a garanzia di uno scrupoloso rispetto delle prescrizioni impartite a tutela e difesa del verde con il provvedimento autorizzativo.

5) La cauzione di cui al comma 4 verrà determinata in base al prezzi riportati dall'Elenco Prezzi aggiornato dell'Ufficio Beni Ambientali del Comune di Sanremo.

Tale deposito verrà svincolato ad attecchimento delle nuove piante dopo la verifica da parte dei competenti uffici comunali a conferma del rispetto delle prescrizioni contenute nell'autorizzazione e, comunque non prima di 1 anno (uno) dalla messa a dimora delle stesse.

 

Art. 3 – Emanazione di ordinanza sindacale

1) L'Amministrazione Comunale si riserva di poter imporre, con ordinanza sindacale, che il proprietario di un terreno, parco o giardino, esegua determinati lavori per la cura, la conservazione e la salvaguardia del verde nel suo complesso e delle alberature.

2) I funzionari degli Uffici Comunali competenti verificheranno con opportuni sopralluoghi l'adempimento delle disposizioni contenute nelle ordinanze.

3) Qualora una o più architetture vegetali presenti nella proprietà vengano riconosciute quali beni culturali e ambientali ai sensi delle leggi 1497 e 1089/1939, il proprietario è tenuto a seguire le disposizioni di legge in ordine alla manutenzione, conservazione e sostituzione.

 

Art. 4 – Controllo e consulenza

1) Il Comune, tramite l'Ufficio Beni Ambientali, effettua, dietro specifica richiesta, accertamenti sulle condizioni di stabilità e fitosanitarie delle alberature.

2) L'Ufficio comunale competente provvederà a redigere apposita scheda con adeguata documentazione fotografica.

3) La prestazione comporta un rimborso forfettario delle spese di Lire 50.000 (cinquantamila) da versarsi anticipatamente presso la Tesoreria Comunale.

 

 Art. 5 – Oneri a carico dei proprietari delle piante

1) Gli abbattimenti delle piante opportunamente individuate, o il loro trapianto, dovranno essere eseguiti ad esclusiva cura e spese del proprietario del giardino.

  

Art. 6 – Ripristino

1) Le presenze arboree alterate a seguito di eventuali abbattimenti o trapianti, dovranno essere ripristinate o modificate tenendo conto dei parametri storico-paesaggistci e dei moderni criteri di tecnica colturale, privilegiando le specie autoctone o quelle prescritte dall'Ufficio Beni Ambientali le cui caratteristiche, genere, specie e altezza, verranno stabilite nell'autorizzazione al taglio o al trapianto.

  

Art. 7 – Prescrizioni tecniche per potature e trapianti

1) L'impianto di nuove essenze e la potatura di allevamento dovranno essere conformi alle nuove esigenze dettate dall'ambiente urbano di destinazione.

2) Le potature di mantenimento, principalmente dirette a mantenere o ripristinare lo stato di equilibrio tra i vari organi delle piante ed assicurare al soggetto le migliori condizioni vegetazionali e di stabilità, avranno carattere limitato al casi di effettiva necessità, al fine di garantire la salvaguardia dell'incolumità pubblica o privata.

3) La potatura dei grossi rami, se realmente necessaria, dovrà venire eseguita con tecniche appropriata.

  

A) Potatura di piante di alto fusto a foglia caduca

Interventi di potatura, di ristrutturazione c/o mantenimento al fine di riformare una chioma dall'aspetto naturale, dovranno prevedere:

– eliminazione di rami e parti di tronchi secchi;

– taglio all'inserzione, delle branche e dei rami in soprannumero;

– riduzione, dove necessario, in altezza dell'albero asportando il prolungamento delle branca al di sopra della nuova cima, formando così una nuova cima principale più bassa della precedente (taglio di ritorno);

– branche e rami concorrenti rimossi e accorciati;

– i rami laterali dovranno essere trattati nello stesso modo solo se il diametro delle chiome è sproporzionato rispetto all'altezza;

– riduzione o eliminazione dei rami in prossimità di abitazioni o cavi elettrici;

– tutti i tagli dovranno essere eseguiti correttamente senza danneggiare o asportare il collare, rispettando l'integrità delle barriere difensive naturali;

– tutti gli attrezzi impiegati per i lavori di potatura, dovranno essere sempre accuratamente disinfettati con sali quaternari di ammonio al 4% prima di passare a interventi su altre piante.

 

 B) Potatura di piante di alto fusto sempreverdi

Interventi di potatura atti a mantenere o riformare una chioma dall'aspetto naturale:

– eliminazione dei rami secchi;

– riduzione, dove necessario, in altezza dell'albero asportando il prolungamento delle branche al di sopra delle nuova cima, formando così una nuova cima principale più bassa della precedente (taglio di ritorno);

– i rami laterali dovranno essere trattati nello stesso modo solo se il diametro delle chiome è sproporzionato rispetto all'altezza;

– riduzione o eliminazione dei rami in prossimità di abitazioni o cavi elettrici;

– eventuale diradamento dei rami;

– tutti i tagli dovranno essere eseguiti correttamente senza danneggiare o asportare il collare, rispettando l'integrità delle barriere difensive naturali;

– tutti gli attrezzi impiegati per i lavori di potatura, dovranno essere sempre accuratamente disinfettati con sali quaternari di ammonio al 4% prima di passare a interventi su altre piante.

 

 C) Rimonda delle palme

Sono vietati i tagli di foglie che riducono in maniera drastica la vegetazione limitandola ad un ciuffo apicale e la scorticatura della stipite.

I lavori di rimonda dovranno prevedere:

– accurata ripulitura dello stipite da eventuali rampicanti;

– asportazione dei vecchi residui delle foglie, taglio delle vecchie infiorescenze e spate, taglio delle foglie secche, due giri delle verdi e scalpellatura dei tacchi, in forma lunga, come da pianta campione comunale. I tacchi dovranno essere ben rifiniti con idonei attrezzi da taglio e non presentare spaccature o slabbrature;

– le nuove infiorescenze ed i giovani caschi di datteri dovranno essere conservati;

– nell'esecuzione dei lavori è consentito l'uso dei ramponi solo per le piante non raggiungibile mediante piattaforma idraulica o autoscala in quanto le ferite arrecate allo stipite della palma dai ramponi possono essere fonte di infezione parassitaria;

– tutti gli attrezzi impiegati per i lavori di potatura, dovranno essere sempre accuratamente disinfettati con sali quaternari di ammonio al 4% prima di passare a interventi su altre piante.

  

E) Grandi trapianti

Questo intervento si rende necessario quando si intende salvare piante di pregio botanico ed estetico.

Al fine di arrecare il minor danno possibile occorre preparare l'esemplare arboreo con precisi accorgimenti tecnici.

La preparazione dovrà iniziare nella stagione prima del trapianto, effettuando attorno al tronco lo scavo di una zolla circolare proporzionata allo sviluppo della pianta e alle esigenze della specie.

Lo scavo andrà riempito con terriccio leggero in modo di permettere all'apparato radicale di sviluppare radici attive in prossimità del tronco che rimarranno incluse nella zolla da estirpare.

Andranno osservate queste precauzioni:

– effettuare il trapianto nel rispetto del cielo biologico della pianta cercando di mantenere, nella messa a dimora, l'orientamento solare originario;

– per le palme il periodo consentito per il trapianto è giugno – agosto;

– ridurre leggermente la chioma prima dell'estirpazione;

– utilizzare sostanze antitraspiranti;

– dopo il trapianto utilizzare protezioni contro l'eccessiva insolazione.

  

F) Epoca di potatura

La potatura dovrà essere effettuata solo da personale specializzato.

La potatura dovrà essere praticata durante il periodo di minore attività vegetativa della pianta.

Per le palme il periodo indicato è marzo – ottobre

 

Art. 8 – Salvaguardia delle piante e del suolo

1) Tutti gli interventi di scavo, scasso o di bitumatura che per varie ragioni dovessero essere effettuati in prossimità di apparati radicali, dovranno avere la preventiva autorizzazione dell'Ufficio Beni Ambientali, che provvederà conseguentemente a disciplinare le relative modalità di esecuzione.

2) Sono vietate cementificazioni,

Tradizioni natalizie fra monti e boschi

Nel villaggi ubicati nelle zone più impervie e remote è ancora avvertibile quel meraviglioso stupore della natura e dell'uomo nell'istante del sacro evento, così ben descritto da Giuseppe nel "Protovangelo di Giacomo", che poi, come gli altri vangeli aprocrifi, è in realtà una delle testimonianze più vive del cristianesimo primitivo nel suo ingenuo bisogno popolare di conoscere della personalità di Gesù e della sua vicenda umana più di quanto i quattro vangeli canonici non dicano.

Angeli di un presepio tirolese, ca 1770

"Guardai su nell'aria – dice Giuseppe – e vidi l'aria colpita da stupore, e guardai alla volta del cielo e la vidi ferma, e gli uccelli immobili. E guardai nella terra e vidi un vassoio giacente e degli operai coricati a mensa, e le loro mani erano nel vassoio; e quelli che stavano masticando non masticavano, quei che pigliavano su il cibo non l'alzavano, e quelli che lo stavano portando alla bocca non lo portavano, e i visi di tutti erano rivolti a guardare in alto. Ed ecco delle pecore erano spinte innanzi, e stavano ferme, e il pastore levò la mano per percuoterle, e la sua mano restò per aria. Guardai alla corrente del fiume, e vidi le bocche dei capretti appoggiate all'acqua e che non bevevano. E tutte le cose in un istante furono risospinte dal loro corso".
E' l'immobilità stupita del presepio, che ha ormai raggiunto ogni casa rinverdendo una tradizione che sembrava addormentata negli anni dell'ultimo dopoguerra, ma che proprio nelle valli dell'Alto Adige e del Trentino continuò a fiorire come patrimonio comune dell'arte popolare. E interessante a questo proposito visitare il Museo Diocesano di Bressanone, che con una importante raccolta di diorami dal XVIII secolo ad oggi documenta la genesi e la diffusione del presepio nel Tirolo.
Ma c'era anche – e in alcuni luoghi c'è ancora – una partecipazione umana diretta e attiva al mistero dell'incarnazione di un Dio, come i vari presepi viventi ancora superstiti in molti centri montani (si pensi ad esempio a quello di Rivisondoli in Abruzzo) e che discendono direttamente dalla rappresentazione del presepio a Greccio, voluta da San Francesco, considerata a ragione il primo esempio di dramma popolare.
Prescindendo dal ricordare le tradizioni natalizie legate ad alberi e arbusti, già trattate specificatamente in un articolo apparso su questa rivista nel numero di "Monti e Boschi" del novembre-dicembre 1992; non trascurando però di accennare ad alcuni significati della tradizione del ceppo, comune nel passato a tutte le regioni italiane ed anche ad altri paesi europei, è opportuno sottolineare le origini solstiziali della Festività del Natale, ricordando quindi alcuni usi e credenze popolari in parte ancora presenti nelle zone alpine e appenniniche, nonché in altri territori montani dell'Italia.
Il Natale è in realtà una data simbolica che si collega al solstizio d'inverno, cioè ad una ricorrenza celebrata da numerose religioni dell'antichità; presso i Romani il natale del "Sol Invictus" fu fissato dall'imperatore Aureliano al 25 dicembre, qualche giorno dopo il solstizio invernale. Si festeggiava il ritorno del sole che, piano piano, sottraeva spazio alla notte, alle tenebre, al nulla. Secondo la tradizione patristica questo sole altri non era che Cristo, colui che è luce, colui che diffonde i suoi raggi di luce a tutti gli essere umani e in tutta la storia, attivando un congenio liturgico-devozionale che nei primi tempi si configurò senz'altro molto rischioso nelle sue connessioni con tradizioni e culti pagani, tanto che ancora nel VI secolo Leone Magno rimproverava i fedeli che entrando in chiesa, prima si prostravano al sole, poi si giravano verso l'altare.
Comunque il Natale rimase stabilito al 25 dicembre sia come evento cristiano che illumina il mondo e lo libera dall'oscurità del peccato, sia come parabola del rifiorire della vita, della rinascita della natura che cancella le tenebre dell'inverno. Rimase per il popolo nel suo carattere miracoloso, suscitando ovunque usanze, tradizioni e credenze in fatti eccezionalmente portentosi, strettamente vincolati alla notte fra il 24 e il 25 dicembre.
In quanto alla funzione centrale del ceppo nella festività natalizia ha anch'essa chiare origini pagane, radicalmente trasformata poi perché ha assunto un significato cristiano. Tuttavia anche nelle accensioni del ceppo, sopravvissute in varie zone montane, emergono costantemente e si fondono due elementi propiziatori: il valore profilattico, purificatorio e vitale del fuoco, e l'idea che insieme al grosso tronco che brucia si consuma il nuovo anno con tutto ciò che di male e di inerte si era accumulato. I carboni e i resti non consumati del ceppo si conservano come cosa sacra, ma una parte si sotterra in campagna per preservare i prodotti della terra dalle intemperie. Solitamente il ceppo – in cui è simboleggiato il tema del fuoco, peculiare dei periodi solstiziali – è acceso dal capo di casa e deve essere mantenuto vivo almeno fino all'Epifania bruciandovi resti di cibo e foglie di alloro per trarne presagi di fortuna, e aspergendolo di vino in ricordo del sangue di Cristo. E'comunque vero che il ceppo nella sua essenzialità di luce e calore è profondamente significativo, facilmente leggibile nella sua interpretazione cristiana, e si comprende come sia sorta e diffusa la leggenda che immagina la Vergine Maria entrare a mezzanotte della Vigilia di Natale nelle umili case a scaldare il figlioletto neonato al grande fuoco del ceppo, mentre le famiglie sono in chiesa per la Santa Messa.
Il carattere miracoloso del Natale e della notte densa di prodigi e incantesimi che lo precede trova riscontri puntuali (o almeno li trovava fino a una sessantina di anni addietro) nell'immaginario fantastico collettivo, come avviene del resto in tutti quei giorni che segnano l'inizio di un ciclo annuale.
Nel paese di Torrazzo, nel Biellese, quando ancora non c'era la luce elettrica, i fedeli si recavano alla Messa di mezzanotte ognuno con una lampada ad olio. Le lampade, deposte a corona nella navata centrale della chiesa, venivano tenute d'occhio con grande attenzione dai rispettivi proprietari durante tutto il tempo della funzione; era infatti giudicato presagio di morte entro l'anno, per la persona cui apparteneva, l'eventuale spegnersi di una fiammella. Però l'olio della lampada spenta veniva gelosamente riposto perché, accanto alla nefasta potenza, possedeva per un anno prodigiose virtù terapeutiche.
In Valle d'Aosta si credeva, secondo una tradizione molto diffusa, che allo scoccare della mezzanotte di Natale tutti i tesori sepolti diventassero visibili e conquistabili perché i diavoli che li custodivano avrebbero in quell'attimo perso il loro potere, che tuttavia avrebbero riacquistato non appena il sacerdote celebrante la Messa avesse terminato la lettura del Vangelo. Nel capoluogo i bambini usavano appendere al balcone o alla finestra o sulla soglia di casa piccole scatole e cestelli per i doni.

Presepio composto di più pezzi costruito in legno dalla Anri S.p.a. – Ag. Di Santa Cristina (BZ).

Nelle valli bergamasche si aspergevano le bigattiere con l'acqua attinta nei torrenti alla mezzanotte in punto del Natale recitando il Credo, acqua che si riteneva benedetta perché in quell'ora fu lavato Gesù neonato; con la stessa si aspergeva anche il bestiame, e quella che avanzava si gettava sul fuoco come cosa sacra. Si credeva anche che chi nasceva a Natale non fosse soggetto alla corruzione. Nel Trentino, durante la notte fra il 24 e il 25 dicembre si accendono ancora qua e là lumi volti verso oriente; poi, il giorno di Natale gruppi di ragazzi girano per le case dei parenti a cantare: "Oggi è nato il Redentore". Questa usanza echeggia quella della 'Stela' ancora in auge nella Val Venosta dove tre ragazzi cantori, reggendo su di un'asta un'enorme stella variopinta che ruota tirando una funicella, vanno di casa in casa cantando una composizione poetica inneggiante a Gesù nella capanna.
Nei masi sperduti dell'Alto Adige la Vigilia di Natale il padrone di casa dà il via alla "notte del fumo": alla testa dei componenti la famiglia percorre tutte le stanze della sua abitazione, compresi i fienili e le stalle, recando un braciere sul quale arde l'incenso consacrato il giorno delle Palme insieme a qualche fiore di salice; il profumo dell'incenso, secondo la tradizione, manterrà nella casa il profumo della virtù mentre il salice la preserverà dal fulmine e dalla tempesta. Nella Carnia dicevano i vecchi che anche l'uccello del bosco digiuna la vigilia di Natale, quasi ad esprimere la trepida attesa della festa che ora è diventata troppa chiassosa ed ha perso la sua intimità. E oramai quasi del tutto scomparsa la consuetudine del "zoc", il ceppo che si portava la sera della vigilia fino alla soglia di casa mentre il padrone chiedeva: "Cui ven?" e, da fuori, chi portava il ceppo rispondeva: "Il zoc di Nadal. Ogni ben".
Lasciandoci alle spalle le zone alpine e proseguendo la nostra ricerca di tradizioni natalizie lungo la dorsale appenninica e nelle isole troviamo che ancora negli anni Trenta di questo secolo non era scomparso l'uso nell'Appennino Tosco-Emiliano, al levar delle mense della Vigilia di Natale, di lasciare la tavola apparecchiata, perché durante la notte vi sarebbe scesa la benedizione di Gesù Bambino; qualcuno, anzi, conservava a lungo un pezzetto di pane rimasto dal "cenone", al quale si attribuiva il pregio di possedere virtù benefiche per le donne in procinto di partorire.
Nel Bolognese tutti i presenti al "cenone" della Vigilia di Natale partecipavano al gioco della "ventura", che consisteva nella distribuzione di castagne cotte nelle quali erano stati introdotti un fuscello e una moneta; a chi toccava la castagna col fuscello veniva dato in dono un pollo, chi invece riceveva quella con la moneta si tratteneva la moneta medesima. Sempre nel Bolognese la notte della Vigilia si facevano generalmente le "calende" con dodici sfogliature di cipolla – corrispondenti ai dodici mesi dell'anno sulle quali veniva collocato un granello di sale; al mattino del giorno di Natale le sfogliature su cui il sale si era sciolto indicavano i mesi piovosi, le altre quelli asciutti. Le "calende" bolognesi hanno i loro corrispondenti nei "capomesi" marchigiani e, comunque, il "presagio" delle "calende" era tradizione diffusa pressoché in tutta Italia e quasi in tutta Europa; oggi questa usanza è viva solo. in alcune zone centrali e meridionali del nostro Paese.

Presepio di carta del 1800 (Museo Diocesano di Bressanone)

Interessante presepio moderno scolpito in un unico pezzo di legno da Willy Messner (Ortisei).

Una consuetudine gentile vigeva in Umbria nel periodo del Natale fino a non molti decenni fa: lo scambio dei regali tra fidanzati; gli uomini "facevano il Bambino" (offrivano cioè il dono) alle loro ragazze la Vigilia di Natale ed esse contraccambiavano il 6 gennaio "facendo la Befana" ai loro promessi sposi.
A Santa Fiora nell'Appennino Toscano, il classico ceppo aveva il significato di leggenda mistica. Lo si accendeva al tramonto della Vigilia di Natale per indicare la fede di coloro che, illuminati dalla parola dei profeti, attendevano il Messia ed erano pronti ad accoglierlo non appena fosse giunto: poi, a mezzanotte, uomini e donne uscivano dalle loro case, muniti di lanterne, come in processione, e, con un fascio di felci, simulavano di staffilarsi.
Questo per ricordare che se i bimbi nella solennità di Natale fanno festa, gli adulti invece debbono piangere, dato che essi seppero obbedire a colui che, nel giorno di Gesù, comandò la strage degli Innocenti. In alcune zone collinari romagnole si riteneva che gli animali parlassero fra di loro nella stalla durante la notte di Natale, facoltà concessa da Gesù al bue e all'asinello che lo riscaldarono quando nacque.
A Forca di Valle, paesello sul Gran Sasso, la sera del Natale gli abitanti delle case sparse scendevano alla chiesetta parrocchiale reggendo delle torce resinose accese dette "favoni", e quelle fiammelle illuminanti le balze nevose, viste da lontano, formavano un effetto suggestivo come quello delle fiaccolate degli sciatori. Sulle montagne calabresi si accendono tuttora grandi fuochi sui sagrati delle chiese; la legna è procurata da giovani e ragazzi che già da un mese sono andati a raccoglierla che l'hanno ammucchiata dove la sera del 24 dicembre sarà bruciata in un falò che durerà fino al mattino, mentre tutt'intorno s'intrecciano giuochi e conversari continuamente alimentati insieme alla grande fiamma.
E' tradizione natalizia di Mascali nella zona dell'Etna che tutte le mattine all'alba un'orchestrina della quale fanno parte due tipici strumenti come lo zufolo (fiscalettu) e lo scacciapensieri (marranzanu) vaghi per le vie del paese svegliando gli abitanti perché si rechino a partecipare alla novena che loro interpretano in musica. In quasi tutti i paesi etnei, la sera della Vigilia di Natale, si accende il ceppo; presso quel fuoco che fiammeggia nella notte sostano a scaldarsi tutti coloro che si recano in chiesa per la Santa Messa.
Nelle montagne della Sicilia centrale, quando alla Messa di mezzanotte di Natale s'intonava il "gloria in excelsis Deo" si squarciavano le nubi di carta dell'altare maggiore e, in mezzo a lampi accecanti di luce prodotti dal magnesio, appariva il Bambinello avvolto in candidissimo lino. In tutta la Sicilia, poi, come in tante altre parti d'Italia, era comune credenza che a mezzanotte in punto, fra Vigilia e Natale, gli animali parlassero fra loro; ma potevano udirli le sole anime innocenti perché gli altri che si fossero posti in ascolto sarebbero morti all'istante. Sembra che anche oggigiorno nella notte di Natale, arda il ceppo nei focolai dei montanari calabresi, mentre in Campania qualche famiglia asperge ancora il tradizionale ciocco con il vino, e vi pone intorno dodici piccoli ceppi a simboleggiare Cristo coi dodici Apostoli. Ma questi non sono che pochissimi esempi di un patrimonio folcloristico doviziosissimo in gran parte perduto; con esso è certamente scomparso o sta scomparendo lo spirito più genuino del popolo, la sua semplicità e – diciamolo pure – la sua poesia.
Concludendo, è interessante osservare che il Natale nella sua essenza di festa solstiziale è sempre stato per l'uomo strumento rituale e sociale determinante la liberazione da una condizione di crisi avvertita con inquietudine; di qui l'usanza presso ogni popolo di certi pranzi tradizionali o di vivande caratteristiche (e caratterizzanti) che evocano già nella loro preparazione – sovente lunga e laboriosa – l'atmosfera e la gioia della festa. E questa usanza, grazie a Dio, c'è ancora.

Monti della Laga e abete bianco


La specie è localizzata sul versante orientale del massiccio. L’autore ne descrive la distribuzione, l’ecologia e, sulla base di testimonianze e documenti, ne ricostruisce la passata diffusione. Anche sui Monti della Laga, l’abete è in costante ritiro da tutte le località maggiormente interessate dalle attività antropiche. infatti, la specie si è conservata solamente nelle aree più interne della Laga ed in quelle interessate dalle utilizzazioni forestali solamente nell’ultimo secolo.

Infine, l’autore esamina la presenza di abetine pure nei pressi di alcuni centri abitati, giustificandone l’esistenza con l’azione selettiva dell’uomo, che ha eliminato le altre specie meno pregiate per garantirsi un rifornimento costante di legname da opera.

Premessa

L’areale appenninico dell’abete bianco è frammentato in numerose stazioni di piccola e media consistenza (Giacobbe, 1949; Rovelli, 1995). Tra le molte, quella dei Monti della Laga rappresenta un nucleo di rilevante importanza storica, biologica e selvicolturale.

I primi studi sull’abete della Laga risalgono al 1935-37, ad opera del Banti. Dopo di lui i successivi lavori descrittivi ed analitici sono di due studenti del corso di laurea in Scienze Forestali dell’Università di Viterbo che ne hanno fatto oggetto di tesi di laurea (Arcioni D. e Bonifazi M.). Purtroppo dei due lavori, solamente quello di Arcioni D. è stato pubblicato ma in versione ridotta e succinta, mentre l’altro è conservato nella Biblioteca della Facoltà sopracitata.

I dati e le osservazioni presentate in questa sede sono il risultato di un’indagine volta alla determinazione dell’areale appenninico della specie e terminata nel 1995.

Caratteri dell’ambiente

Il massiccio dei Monti della Laga è situato al confine tra le regioni Lazio, Abruzzo e Marche.

La catena è disposta secondo i meridiani, fatto questo che determina un’esposizione prevalente ad occidente ed oriente, ma le creste che si diramano dall’asse principale consentono la creazione di versanti esposti nettamente a nord e sud. Le quote sono abbastanza rilevanti: la vetta più alta, il Monte Gorzano, tocca i 2458 m; quasi tutte le vette della catena oltrepassano abbondantemente i 2000 m (Pizzo di Sevo, 2422; Cima Lepri, 2455, Laghetta, 2334).

La matrice geologica è costituita da rocce arenacee e marnose (Formazione della Laga) che non consentono alla morfologia di assumere quell’aspetto caratteristico delle montagne calcaree delle regioni contermini. Difatti l’aspetto di questi monti è dolce, povera di rotture improvvise; ricorda un po’ le lontane regioni dell’Appennino tosco-romagnolo. Le tracce delle passate glaciazioni sono meno accentuate che non sulle altre montagne appenniniche.

La natura litologica favorisce i processi di erosione e smantellamento delle forme di esarazione tipiche della morfologia glaciale (circhi, valli ad U, ecc.). Tuttavia qua e là si notano forme riconducibili a circhi glaciali e morene, soprattutto nella Valle del Rio Castellano ed attorno alle vette più alte.

I suoli sono generalmente di tipo bruno-acido (pH compreso tra 4,5 e 6,5).

Prevalgono i suoli bruni lisciviati. A causa della natura geologica fliscioide i suoli presentano un elevato potenziale idrico di ritenuta, con conseguente reticolo idrografico molto sviluppato.

Il clima è di tipo mediterraneo, ma la vicinanza delle coste adriatiche determina un aumento delle condizioni di continentalità. Infatti, nonostante il valore assoluto delle precipitazioni non sia particolarmente elevato (non oltrepassa i 1800 mm), l’influenza delle perturbazioni adriatiche causa un aumento dello stress termico invernale ed un aumento delle precipitazioni estive; frequente nei mesi invernali la galaverna.

La nevosità è abbondante ed il manto nevoso permane al suolo a lungo: 5 mesi a 1500 m, 7 mesi e più oltre i 2000 m. Diffusi i nevai che perdurano fino ad estate inoltrata.

La vegetazione forestale è analoga a quella del vicino Gran Sasso. Da 400 ad 800 m incontriamo il leccio (Quercus ilex), frequentemente abbarbicato alle bancate di roccia. Diffusissima è la “macchia” a carpino nero (Ostrya carpinifolia), orniello (Fraxinus ornus), roverella (Quercus pubescens). I consorzi meno degradati sono edificati dal cerro (Quercus cerris), misto ad acero (Acer obtusatum).

Più in alto (dagli 800-900 m) compare il faggio (Fagus sylvatica), sporadicamente associato a frassino (Fraxinus excelsior), tiglio (Tilia cordata), castagno (Castanea sativa Mill.), acero riccio (Acer platanoides), olmo montano (Ulmus glabra), agrifoglio (Ilex aquifolium), acero di monte (Acer pseudoplatanus) e tasso (Taxus baccata). L’abete vegeta dagli 800 fino ai 1800 m. Il limite superiore del bosco, artificialmente abbassato, si aggira attorno ai 1850 m.

I due versanti, occidentale ed orientale, sono molto diversi, sia dal punto di vista morfologico che forestale. Il primo è molto acclive e la copertura forestale è stata annullata in molte località. Il secondo è più morbido e la copertura forestale è più continua ed estesa.

Vicende storiche

La presenza dell’uomo sui Monti della Laga ha determinato, come sul resto del territorio appenninico, un profondo e radicale cambiamento delle condizioni ecologiche originarie. Probabilmente, fino a tutto il Medioevo, l’abete doveva essere presente anche sul versante laziale, come testimoniano i ricordi dei locali, ma l’anticipata e notevole riduzione dei boschi su questo versante ha causato la scomparsa precoce dell’abete.

L’unico ricordo di una passata presenza dell’abete sul versante laziale l’abbiamo per il Bosco Pannicaro e presso la Fonte dell’Agro Nero (1400 m). Qui, da tempo immemorabile, si trovano conficcati nel terreno fangoso tronchi d’abete, messi lì per evitare lo sprofondamento del bestiame pascolante (Alesi et al., 1992). Una delle cause preponderanti della scomparsa dell’abete dal versante laziale è stata la vicinanza a centri abitati ed una generale facilità di accesso. Se si pensa poi che, molto probabilmente, una via di transito di rilevante importanza (era addirittura lastricata!) svalicava nei pressi del Pizzo di Moscio (2411 m) sul versante teramano, attraversando il Bosco della Martese, si può facilmente immaginare quale impatto abbia avuto l’uomo su simili ambienti. Inoltre, fino al secolo scorso, le coltivazioni salivano molto in alto, fin oltre i 1600 m!

I toponimi sono la testimonianza di una presenza umana ben superiore a quella attuale: “Cannavine” (campi coltivati ad ortaggi o canapa) a quasi 1800 m. Cipollara, Piangrano, Pannicaro, Seccinella (da segale), non fanno altro che confermare una presenza capillare dell’uomo in ogni angolo di queste montagne. Nonostante questo, i boschi teramani della Laga hanno goduto di una relativa tranquillità fino agli albori dell’era industriale. è- interessante riportare per esteso quanto notato dal Delfico alla fine del 1700 nelle regioni teramane: “I boschi d’abete sono da molto tempo quasi consumati interamente. Quello di Altovia (Laga) è un piccolissimo oggetto tanto per la sua estensione che per la quantità degli alberi, piccoli e di cattiva venuta (… ). Un’altra piccola selva si trova a Rocca S. Maria, nella valle boreale del Pizzo di Moscia, la quale è tanto infelicemente situata e in tanta distanza dalle popolazioni che pochissimo o niun uso se ne può trarre” (Gabbrielli A., 1990). Ma come giustamente osserva il Gabbrielli, già a quel tempo si usava “fluitare” i tronchi d’abete sui torrenti, allora molto più ricchi d’acqua ed i. campi coltivati erano spesso situati al di sopra dei boschi, così che appare assai poco probabile una loro “verginità integrale”.

Agli inizi del 1800, secondo quanto riportato da una relazione fatta all’A.S.F.D., vennero svincolati circa 5000 ha di bosco ricadenti nel territorio marchigiano della Laga; secondo i relatori le conseguenze furono disastrose, in quanto i locali fecero incetta di legname senza tenere in minima considerazione le leggi della selvicoltura’. Altri ingenti tagli si ebbero negli anni 1890-94, a tal punto che, quando il bosco di San Gerbone venne acquistato dall’A.S.F.D., nel 1908, le sue condizioni vegetative furono definite “di intenso deperimento”. Tuttavia, la difficile accessibilità del versante teramano della Laga ha impedito quella classica e sistematica opera di distruzione e riduzione dei boschi che è avvenuta nel resto dell’Appennino, permettendo così all’abete di giungere fino ai nostri giorni. Al contrario, negli adiacenti Monti Sibillini, l’abete, nonostante numerosi toponimi ne attestino la passata presenza, è virtualmente scomparso dall’intero massiccio, mentre rimane ancora sul Gran Sasso (Banti, 1939; Rovelli, 1994, 1995).

Fino alla fine del secolo scorso, la maggior parte delle foreste teramane della Laga erano sfruttate solamente dalle popolazioni locali. Questo stato di cose venne a mutarsi profondamente con l’avvento delle moderne opere di trasporto del legname; si fa riferimento alle teleferiche ed alle ferrovie a scartamento ridotto (decauville), intensamente utilizzate soprattutto al Parco d’Abruzzo ed al Sud (Pollino, Orsomarso, Sila, ecc.).

Ancora nel 1928 il Furrer, che ebbe a visitare il versante teramano di queste montagne, dopo i grandi tagli del 191015, non poté non notare la maestosità delle sue foreste. Piante di faggio e abete con più di 2 metri di diametro dovevano essere tutt’altro che rare dato che la tecnologia dell’epoca non facilitava il trasporto di tali colossi vegetali.

Molto probabilmente quei boschi dovevano essere ancora più ricchi di quanto esposto dal Furrer poiché ancora nel 1940 furono tagliate centinaia di abeti considerati “stramaturi” di più di due metri di diametro, secondo i dettami, di una selvicoltura che aveva ben poco di naturalistico.

Nel versante teramano, i primi tagli cosiddetti “industriali” furono quelli descritti da Zodda per il Bosco della Martese, avvenuti nel 1918-19 (Zodda, 1959). Secondo questi, gli interventi furono di portata limitata: “Fino a quell’epoca (1934, n.d.a.) non era iniziato il disboscamento a causa della difficoltà dei mezzi di trasporto del legname ed il bosco si presentava nella sua quasi verginità, dico quasi perché negli anni 1918-19 era stato praticato in proporzioni limitate, il taglio di alcune centinaia di abeti e, per il trasporto dei tronchi, era stata impiantata una teleferica (riutilizzata in seguito, n.d.a.) nella contrada del Ceppo”. La descrizione di Zodda appare quasi “idilliaca” e non corrisponde certamente a verità, in quanto sappiamo con certezza che i tagli intensivi erano già iniziati decenni addietro. Infatti, a conferma di ciò, Zodda ci elenca le piante presenti nella faggeta del Ceppo e tra queste notiamo che tra le molte erano largamente diffusi anche il pioppo tremolo (Populus tremula), il salicone (Salix caprea) e la ginestra dei carbonai (Cytisus scoparius), indicatori di ambiente forestale ben lontano dal climax!

Agli inizi di questo secolo (1910-15) una gigantesca teleferica, lunga ben 12 km, permise alle ditte appaltatrici romane di esboscare gran parte del legname di abete e faggio dai boschi del versante teramano e di trasportarlo ad Acquasanta Terme, sulla Via Salaria (Alesi et al., 1992). Come consuetudine di allora, le fustaie vennero assoggettate al classico taglio raso con riserve; vennero tagliate tutte le piante commercialmente utili e furono lasciate solamente quelle situate in località molto acclivi o di cattiva forma, danneggiate, cariate, ecc. Il risultato ottenuto fu quello di una pronta degradazione del suolo, soprattutto nei versanti accidentati esposti a sud, di una rapida scomparsa dell’abete e di un ritiro del faggio dalle stesse località. Un’elevata diffusione di nuclei di salicone (Salix caprea), insediatisi in radure di grande estensione provocate da ingenti tagli di rinnovazione, conferma quanto esposto sopra.

Successivamente, all’epoca delle osservazioni del Banti, approssimativamente tra il 1930 ed il 1935, la foresta aveva, fortunatamente, riacquistato la fisionomia di bosco chiuso. Dall’unica fotografia annessa al suo lavoro, si evince perfettamente la struttura biplana del bosco, nella zona sotto il Colle Romicito; evidente risultato di un taglio di notevole intensità.

Purtroppo, come consuetudine del Banti, la descrizione del bosco risulta essere molto sommaria ed avara di particolari che potrebbero essere importanti ai fini di una chiara identificazione della tipologia dei boschi di quel periodo. Comunque sia, la densità media dell’abete oscillava dalle 120 piante per il Colle Romicito, alle 350 piante ad ettaro di un non ben identificato “Piana degli Abeti che costituisce la continuazione del detto Colle Romicito” (Banti, 1939); probabilmente l’autore si riferiva alla località “La Piana”, situata sotto il suddetto Colle Romicito, nella Valle Castellana. E’ interessante notare che oggigiorno nella località sopracitata il nucleo è ridotto a ben poca cosa.

Sul Colle Romicito vi erano 30 esemplari stramaturi e 70 costituenti novellame (fino a 17,5 cm di diametro). Nel Bosco Martese la densità media era di 320 piante ad ettaro, di cui 20 “decrepite ed in cattive condizioni di vegetazione” e 600 di novellame.

Diversa sorte era toccata alle piccole abetine di Cortino ed Altovia, trasformate da tempo in abetine pure. Lo scarso assortimento del loro legname fu, si può dire, la loro salvezza, in quanto di scarso interesse economico e fuori dal raggio d’azione delle “fameliche” ditte romane. Basti pensare che il loro aspetto dal 1700 ad oggi non è affatto cambiato.

Gli altri nuclei, quelli laziali e quelli marchigiani, ebbero meno fortuna. Sui versanti laziale e marchigiano, la ceduazione e la riduzione intensiva della faggeta provocarono una rapida ed inesorabile rarefazione dell’abete che nel Lazio è scomparso oramai da almeno duecento anni. Per contro, nella vallata di Umito, in territorio marchigiano, l’abete, nonostante l’intensa ceduazione del bosco, è riuscito a superare il momento critico degli ultimi cento anni, anche se ha perso gran parte del terreno occupato in passato. Basti pensare alle “Abisaje” di Monte Acuto, prosecuzione della Valle della Corte, distrutte nel secolo scorso. Successivamente, negli anni quaranta e cinquanta, poco dopo la visita del Banti, altri ingenti tagli interessarono le valli del Rio Castellano e Castellana. Le devastazioni dei primi anni quaranta furono operate dalle popolazioni locali che danneggiarono soprattutto le fasce boscate più vicine ai centri abitati e perciò meglio accessibili. La guerra ebbe il suo tributo anche dai magnifici e reconditi boschi della Laga. Negli anni cinquanta molte piante plurisecolari, scampate alle devastazioni passate, vennero inesorabilmente eliminate (e spesso lasciate in sito) e venne costituita una fascia di ceduo di protezione al limite superiore del Bosco della Martese. Ancora una volta si tagliò con un presunto “taglio a scelta” che si tradusse in molti casi in un taglio raso con riserve. Anche questa volta vennero impiantate teleferiche, anche se di dimensioni inferiori rispetto al passato (c’era rimasto ben poco da tagliare!), di cui rimangono tracce ancora sulle creste del Colle Romicito, nel Bosco della Martese e nei boschi di Padula e Cesacastina. Venne eliminata la “Metella”, strada lastricata che secondo alcuni studiosi risaliva al periodo classico e che attraversava il Bosco della Martese per dirigersi nel versante laziale del monte (Alesi et al., 1992).

Nel frattempo la foresta di S. Gerbone era stata assunta dallo Stato ed era iniziata l’opera, non sempre riuscita, di rimboschimento delle aree denudate cinquant’anni prima.

Ancora oggi sono visibili e percorribili i numerosi tratturi che percorrono in ogni direzione i versanti della Valle del Rio Castellano e Castellana e le ceppaie colossali di abete e faggio marcescenti che stanno lì a testimoniare la loro passata esistenza.

Altri tagli, anche se di moderata intensità, sono stati fatti fino all’istituzione del Parco Nazionale del Gran Sasso-Laga.

Da notare la grande lacuna dei boschi compresi tra il Bosco della Martese ed i nuclei di Cortino. Solamente per il Fosso della Fiumata si è appreso dai locali che, decenni addietro, l’abete era ancora presente anche in quei boschi e tale testimonianza è comprovata dal ritrovamento nel Fosso sopra Padula, svariati anni fa, di un tronco di abete seppellito nei sedimenti, del diametro di circa 50 cm. Nessuna traccia, presente e passata, abbiamo per i grandi boschi del versante meridionale, govemati generalmente a fustaia ed in buone condizioni di vegetazione. Il nucleo di Crognaleto (Valle Trocca), segnalato dal Banti, è scomparso.

Diffusione attuale dell’abete

L’abete è presente esclusivamente sul versante teramano e marchigiano.

Le zone dove si rileva la presenza dell’abete sono, nell’ordine da nord verso sud: Valle della Corte, Valle del Rio Castellano, Valle Castellana, Fosso Malvese, Cortino ed Altovia.

Valle della Corte

Il nucleo rientra nella regione amministrativa Marche.

Il soprassuolo riscontrabile nella vallata è rappresentato da un ceduo di faggio invecchiato, di età superiore ai 40/50 anni.

Le piante d’abete sono distribuite in maniera abbastanza uniforme lungo l’intero versante settentrionale del M. Cesarotta e del Colle dell’Abete. Le piante sono assimilabili a due classi cronologiche. La prima è rappresentata da sporadici esemplari, tutti secchi, di aspetto solenne e dimensioni ragguardevoli (fino a 80 cm di diametro); la seconda da nuclei di rinnovazione, in parte aduggiata dal ceduo di faggio, dispersa lungo tutto il versante del monte, da 800 fino ad oltre 1600 metri. Le giovani piante d’abete riescono spesso ad oltrepassare il piano dominante del faggio, assicurando la perpetuazione della specie nella località. Inoltre, gli interventi di avviamento all’alto fusto del ceduo di faggio, potranno liberare l’abete dalla concorrenza della latifoglia.

Valle del Rio Castellano

Il soprassuolo è costituito da una giovane fustaia di faggio, tendenzialmente coetaneiforme, nella quale l’abete è ampiamente disseminato, talora sotto forma di piante isolate, tal’altra con nuclei coetanei puri di discrete dimensioni ma di statura contenuta (1520 m).

La parte superiore del bosco è orlata da una fustaia coetaneiforme di protezione ricca di esemplari centenari di faggio; abbondantissimo il mirtillo (Vaccinium myrtillus) nel sottobosco.

Le prime piante di abete si incontrano nella parte bassa della vallata, a meno di 900 metri, lungo il corso del torrente, ma i nuclei più consistenti sono situati sul versante settentrionale del Colle Romicito (1819 m).

Complessivamente, rispetto a quanto indicato dal Banti si osserva una riduzione nella consistenza dei nuclei di abete. E’ verosimile che il novellame indicato dal Banti sia rappresentato oggigiorno dalle piante adulte, mentre quelle adulte in passato siano state in buona parte tagliate negli anni quaranta e cinquanta; le poche rimaste sono tozze e rastremate perché cresciute isolatamente per molti anni. Per contro si osserva una maggiore quantità di rinnovazione.

Le dimensioni raggiunte dagli abeti secolari sono notevoli: sotto il Colle Romicito alcuni esemplari di età superiore ai 250-300 anni, superstiti delle devastazioni del passato, superano i 35 metri di altezza ed il metro di diametro. Si evince ancora, osservando le riserve sopra citate, come il soprassuolo fosse formato da nuclei di abete di elevata statura ed ottima forma. Queste piante sono situate, di preferenza, su banconi di roccia affioranti e nei punti più esposti.

Nel Fosso Ravetta, laddove il Banti aveva indicato la presenza di popolamenti più consistenti, l’abete è presente meno abbondantemente; quasi certamente i tagli in quel settore hanno eliminato gran parte delle piante rilevate dall’autore. Nonostante questo l’abbondante rinnovazione di abete lascia sperare in una prossima ripresa della specie. Piante ultrasecolari e monumentali si trovano sotto il M. Pelone.

Nel Fosso della Pacina e nel Fosso della Ravetta, si trovano numerosi esemplari di aspetto solenne, molti di questi sono secchi o schiantati. In particolare, una pianta gigantesca e policormica rassomiglia quasi perfettamente ad un cedro del Libano!

Altri esemplari enormi si trovano nella regione “Carbonara” e sono ben visibili dalle opere di presa dell’Enel.

Le riserve rilasciate negli anni quaranta e cinquanta, di dimensioni inferiori a quelle rilasciate nei tagli precedenti, sono tutte deperienti o secche e testimoniano una fertilità inferiore rispetto a quella testimoniata dagli abeti e dai faggi monumentali.

La rinnovazione è abbondante ovunque. Le giovani piante mostrano di avere incrementi in altezza sostenuti e contrastano abbastanza bene l’invadenza del faggio. La maggiore abbondanza di rinnovazione si ha tra i 1200 ed i 1500-1600 metri. Al di sopra di tale quota si rinvengono solamente sporadiche piantine aduggiate sotto la faggeta a densità colma. I nuclei più abbondanti sono situati, di norma, nelle vicinanze delle riserve rilasciate ad inizio secolo.

Sul versante che guarda a mezzogiorno, in territorio amministrativo delle Marche, l’abete è più che sporadico, alcune piante sono presenti nella parte bassa della valle, mentre nuclei di impianto artificiale, risalenti al 1918-20 si trovano nei pressi della Caserinetta di San Gerbone, associate a Pinus nigra, Picea abies, Larix decidua. Piante isolate si rinvengono anche nel versante orientale del Colle Romicito, ma sono molto sporadiche.

Nella parte bassa della valle sono state introdotti nuclei di picea (Picea abies) che non hanno avuto un buono sviluppo; molti esemplari sono rimasti aduggiati sotto il faggio o presentano il cimale ripetutamente spezzato dalla galaverna e dalla neve.

Valle Castellana

Il famoso “Bosco della Martese”, dal nome affascinante che evoca passati misteriosi e leggendari, si trova nel settore centro-orientale della Laga.

Il soprassuolo è formato da una giovane fustaia di faggio coetanea, dell’età compresa tra i 40 e gli 80/90 anni. La fascia superiore del bosco, oltre i 1600 metri, è costituita da una ceduo di faggio invecchiato, in condizioni vegetative mediocri. L’abete si trova solamente nella fustaia, non entrando nel ceduo che è formato da faggio allo stato puro.

Le condizioni dell’abete sono diverse da quelle rilevate nell’adiacente Valle del Rio Castellano. Il bosco è verosimilmente più sfruttato ma ciononostante le piante monumentali sono in numero elevato anche se molte sono secche o deperienti. Le zone più ricche di piante colossali sono il Colle dell’Abete, il Fosso dell’Acqua Morta, il Fosso della Seccinella ed il Fosso della Tentazione. Gli esemplari più grandi superano i 35 metri altezza ed il metro di diametro.

Anche in questo bosco l’abete è diffuso con nuclei puri coetanei e con piante sparse.

L’età di questi nuclei è superiore rispetto alla Valle del Rio Castellano. Difatti, nella parte bassa del bosco, le piante raggiungono anche i 30-32 metri.

Probabilmente si tratta di giovani piante lasciate al momento del taglio di inizio Novecento perché troppo piccole.

Altri nuclei si trovano sul versante meridionale del Colle Romicito nella località “La Piana” e nella “Costa della Solagna”, nella parte bassa della valle, a 1300-1400 metri. Sono questi nuclei puri di piccole dimensioni che rappresentano gruppi di rinnovazione liberata dai tagli sopracitati.

La rinnovazione avviene di preferenza nella fustaia rada o nei nuclei in rinnovazione; comunque nei punti più illuminati. La maggiore quantità di rinnovazione si ha tra le quote di 1200 e 1500 metri. Più in alto, le sole piante di abete presenti sono quelle monumentali.

E’ ancora ben visibile la tagliata della teleferica che partiva dal Ceppo, attraversando l’intero bosco. Di questo bosco si sa anche che i tronchi venivano trasportati per mezzo di binari sui quali venivano fatti scorrere carrelli trainati da buoi (una decauville manuale!), oppure fluitati lungo il corso del torrente (Gabrielli A., 1990; Alesi et al., 1992).

Anche nel Bosco della Martese si nota, rispetto alle descrizioni del Banti, una maggiore presenza di novellame ed un’elevata presenza di piante secche e deperienti: le riserve degli anni quaranta e cinquanta.

Cortino

I nuclei di abete che orbitano attorno all’abitato di Cortino si trovano nella parte sud-orientale dei Monti della Laga, nel bacino idrografico del fiume Vomano. Le abetine sono in parte pure ed in parte miste con faggio e carpino nero; si trovano ad una altitudine media notevolmente più bassa rispetto ai settori descritti in precedenza. L’abete è presente nelle seguenti località, da oriente verso occidente: M. Bilanciere, Selvetta, Colle Micedi, Selva di Comignano, Fonte della Spugna, Prati di Lame, La Collina, Coste della Croce, Coste Laretta, Fosso Zingano, Cafrascale, Bosco Favale, Perone. A queste si devono aggiungere le piante sporadiche che sono state osservate nel fosso sotto Cortino, sotto il Prato Pantanelle (Altovia), nella faggeta del Colle Martino e nel bosco sopra il Molino di Valle Vaccaro. La quota di vegetazione è compresa tra gli 800 ed i 1435 metri. Il raggruppamento più esteso occupa tutto l’acrocoro centrale della Collina (1435 m). Le abetine pure sono denominate “Abetina di Fonte Spugna” e “Selva di Comignano”. Si tratta di due piccoli nuclei di circa 6-7 ettari ciascuno, un tempo disgiunti e che ora si presentano senza più soluzione di continuità.

La struttura è prevalentemente coetanea, anche se piccole superfici sono irregolari. Le dimensioni raggiunte dall’abete sono modeste; generalmente non superano i 20-25 metri di altezza ed i 50-60 centimetri di diametro. Eccezionalmente, come sulla sommità della Collina, si riscontrano esemplari di 7090 cm, ma sono in numero esiguo. Rispetto alle descrizioni del Banti si nota una maggiore estensione del nucleo principale, che si è esteso ad abbracciare l’intero bosco “Caparrecce” ed ha oltrepassato il crinale del monte per iniziare a discendere nel ceduo di faggio di Macchiatomella. Molte piante situate nei luoghi più esposti sono sradicate o cimate. La rinnovazione è attivissima, sia nei tratti di abetina rada che nel ceduo di faggio avviato all’alto fusto. L’abete, in questo ambiente, riesce a colonizzare le superfici pascolive abbandonate ed invase dal ginepro e dal cisto (Cistus incanus). Difatti, lungo le pendici orientali del M. Bilanciere si riscontrano migliaia di abetini, chiaramente sofferenti, che spuntano dai cespugli di ginepro e che raggiungono a malapena i 4-6 metri di altezza. Condizioni migliori si hanno laddove sono stati effettuati rimboschimenti con essenze diverse (Pinus nigra, Pinus nigra. subsp. laricio, Abies cephalonica, Abies numidica, Abies pinsapo, Picea abies.) e laddove l’ostrieto ha ripreso vigore dopo l’evidente ridimensionamento del pascolo. In questi casi le dimensioni raggiunte dall’abete sono nettamente superiori e migliori sono anche le sue condizioni vegetative.

I locali confermano quanto esposto sopra, asserendo che fino agli anni ’40 il pascolo caprino ostacolava continuamente la rinnovazione dell’abete, impedendone l’espansione nei boschi limitrofi e che il fenomeno dell’espansione dell’abete è iniziato a partire da quella data.

A conferma di ciò sta il ritrovamento di numerosi piccoli nuclei secondari di abete che gravitano attomo ai tre nuclei di Cortino ed Altovia.

Le condizioni vegetative dei gruppi puri di abete sono buone, ma si nota un’eccessiva degradazione dei suoli, fatto questo dovuto in buona parte all’eccessivo pascolamento ed all’acclività dei versanti.

Le abetine di Altovia (Cafrascale e Castello) sono costituite da due piccoli nuclei di abete puro, circondati da superfici nude e da cedui di faggio. Confrontando l’immagine presente nel lavoro del Banti con l’aspetto attuale si nota come ben poco sia cambiato nel lasso di tempo intercorso. Si assiste solamente ad una maggiore copertura arbustiva ed arborea delle aree limitrofe, indizio di un abbandono progressivo della zona. Inoltre, si nota una evidente espansione dell’abete nei fossi, nei gineprai e nelle superfici scoperte. La struttura è coetanea e la rinnovazione avviene anche in questo caso nelle radure, tra i cespugli e nel ceduo di faggio non eccessivamente denso.

L’età delle abetine di Cortino non è elevata (60-90 anni), in quanto i tagli, data la vicinanza dei centri abitati, sono stati eseguiti sempre con intensità più o meno costante. Tuttavia, si ha l’impressione che l’età fisiologica di queste piante sia nettamente inferiore a quella riscontrabile nei settori più elevati della Laga. Difatti, la maggior parte degli esemplari di dimensioni maggiori ed età più avanzata presentano, nella maggior parte dei casi, la chioma a nido di cicogna e chiari ed evidenti sintomi di deperimento, non rapportabili ad infezioni fungine (Armillaria e Fomes).

Oltre a queste ristrette aree, l’abete era presente, fino a non molto tempo fa, anche più ad oriente, come testimonia il nome del borgo “Abetemozzo”, a non più di 5 km di distanza da Cortino.

Impianti artificiali di o con abete sono presenti in molte località: al Ceppo, nel Bosco della Langamella, lungo il corso del Rio Fucino (sotto la diga), nel Fosso di Selva Grande, alla Fonte Restoni, ecc. Tutti questi impianti, di 3060 anni, si trovano in ottime condizioni vegetative e spesso presentano già rinnovazione nelle adiacenti faggete o cerrete.

Da notare che non si è verificato quanto previsto dal Banti oltre sessanta anni fa, ossia la prevedibile “parabola discensiva dell’abete” nei boschi puri di tale specie, a vantaggio del faggio; la cosiddetta “altemanza” non c’è stata né sembra debba verificarsi nell’immediato futuro. Al contrario, l’abete continua ad invadere tutte le formazioni boschive limitrofe.

Oltre a questi centri di abete, si è rilevata l’esistenza di un altro nucleo di vegetazione dell’abete; si tratta del “Bosco Canaloni”, geograficamente rientrante nel massiccio del Gran Sasso, ma geologicamente affine alla Laga. Nel lavoro del Banti era stato descritto come formato da 170 piante tutte di giovane età, mentre nel mio articolo pubblicato su questa rivista nel numero 2/94 “L’abete bianco (Abies alba) sul Gran Sasso: distribuzione, storia, ecologia”, rifacendomi ad indicazioni di locali (rivelatesi errate), lo davo non più esistente in seguito ai tagli intensi effettuati durante la seconda guerra mondiale. Al contrario, ho potuto verificare personalmente che l’abete è ancora esistente ed in evidente fase di espansione. Il nucleo si trova sul versante settentrionale del M. Cardito (1740 m), ad una quota compresa tra i 1000 ed i 1600 metri, nelle località “Tre Monti”, “Fosso Ravano” e “Vena Rossa”. La natura litologica è la stessa della Laga: banconi di arenaria e mame; la pendenza è molto accentuata; frequenti i salti rocciosi, l’esposizione a nord-ovest, nord e nord-est.

I soprassuoli sono edificati da faggio allo stato puro, govemato a ceduo ed a fustaia. Solamente negli erti canaloni settentrionali del Cardito, nei pressi delle stazioni d’abete, è stata rilevata la presenza di altre specie forestali (pioppo, betulla, salicone, carpino nero, orniello e leccio) aventi scopo eminentemente pioniero.

Le piante d’abete sono distribuite in due nuclei di diversa entità. Il primo, il maggiore, è costituito da diverse centinaia di esemplari, tutti abbarbicati alla parete e non oltrepassano i 40-50 cm di diametro. A poca distanza, sotto la cima Tre Monti (1402 m), si trovano esemplari plurisecolari e secchi di quasi un metro di diametro ed alti più di 20-25 metri.

La rinnovazione è attiva e l’abete tende ad espandersi in tutte le direzione tranne che nel ceduo di faggio, molto fitto. A questi due nuclei ben delineati fanno da trama gruppi minori e centinaia di piante sparse lungo tutto il pendio, di difficilissimo accesso. Complessivamente, la consistenza numerica oltrepassa il migliaio. Un altro esemplare è stato notato nella faggeta della Valle del Chiarino (Fosso di Collelungo), a 1100 metri, non distante dai gruppi di abete e picea introdotti negli anni ’30.

Non lontano da questa località, nei pressi del Lago artificiale della Provvidenza, sono state osservate anche diverse piante di betulla (Betula pendula), in un ceduo misto con faggio, pioppo tremolo (Populus tremula), salicone (Salix caprea).

Considerazioni

Anche sui Monti della Laga l’abete è ridotto a vegetare nei distretti “meno antropizzati” del massiccio. Nel passato la specie fu molto più abbondante, come già ampiamente descritto nel capitolo “Vicende storiche”. Tuttavia oggigiorno l’abete svolge ancora un ruolo importante nella edificazione delle cenosi forestali locali. I popolamenti meglio conservati e di più alto valore biologico e selvicolturale sono certamente quelli della valle Rio Castellano e del Bosco della Martese.

Da notare un aspetto singolare: i popolamenti situati presso i centri abitati sono puri, mentre quelli posti in località meno accessibili sono sempre misti con faggio ed altre latifoglie. Lo stesso accade nel Molise.

E’ evidente che la formazione pura di abete è di origine colturale. Le abetine di Cortino sono analoghe, anche se in scala molto più ridotta, al bosco “Abeti Soprani” di Pescopennataro ed all’abetina di Rosello, entrambe in Molise. Anche qui le abetine sono situate proprio alle porte del paese, apparentemente in contrasto con la teoria secondo la quale a maggiore distanza dai centri abitati equivale una maggiore conservazione degli ambienti forestali. Ebbene è probabile che il bosco puro di abete sia stato “crea to” e mantenuto artificialmente proprio per fornire legname da opera agli abitanti del luogo, mentre il ceduo di faggio e quercia forniva il combustibile. Molti infissi e travature di Altovia, infatti, sono stati realizzati con legname di abete.

Si ha la netta impressione che molti paesi dell’Abruzzo e del Molise avessero il bosco di abete e faggio (o di abete e quercia) “personale”, dal quale ricavare i diversi tipi di assortimenti legnosi. Probabilmente le abetine di Monte Acuto, di Nerito (Gran Sasso) e di Abetemozzo, asservivano lo stesso scopo.

Quanto esposto è confermato dalla struttura delle abetine stesse: si notano benissimo dei centri di vegetazione puri, circondati da formazioni miste di abete con altre specie, evidente conseguenza di infiltrazioni successive. D’altronde lo stesso fenomeno si sta verificando e si è verifica(o in altri rimboschimenti di abete effettuati lungo l’intera catena appenninica; l’unica differenza risiede nel fatto che in questo caso la “memoria storica” si è persa.

Lo stesso si potrebbe dire dei non lontani paesi marchigiani di Abetito e Pian d’Abete e di quello umbro di Abeto, tutti gravitanti nell’area dei Sibillini. Anche questi borghi si trovano ad altezze comprese tra i 700 ed i 1000 metri e ricordano boschetti puri di abete scomparsi oramai da secoli (Rovelli, 1995).

Indirettamente, la vicinanza dei paesi ha consentito a queste abetine di giungere fino a noi, ma, nella maggior parte dei casi, vicende storiche diverse hanno favorito la loro scomparsa, spesso negli ultimi duecento anni.

L’abetina di Monte Acuto venne rasa al suolo per fornire legname da opera ad Ascoli Piceno, quella di Nerito sembra per procurare nuova terra da coltivare (Banti, 1939) e quella di Abetemozzo per eccessiva cupidigia del proprietario. Stessa sorte stava per toccare all’abetina di Altovia (Cafrascale); all’epoca del Banti si stava disboscando la porzione orientale del bosco per procurarsi nuova terra da coltivare. Tutte queste abetine avevano un fattore in comune: si trovavano nelle immediate vicinanze dei paesi ed erano tutte situate ad altezze medio-basse; generalmente non oltre i 1200-1400 metri; tutte allignano o allignavano su suoli arenacei o marnosi e tutte avevano boschi misti di faggio ed abete più a monte. Volendo andare più in là si potrebbe azzardare l’ipotesi che questi boschi “suburbani” fossero e siano tutti di impianto artificiale, realizzati mediante il prelevamento di selvaggioni dalle allora floride foreste montane della Laga e del Gran Sasso.

La struttura attuale dei boschi della Laga è il risultato di una serie di massicci interventi selvicolturali che hanno avuto inizio un secolo fa. Attualmente, dopo tali interventi, la fertilità di questi boschi, per le cause già enunciate in precedenza, si è ridotta di molto, mentre, soprattutto nel Bosco della Martese, si è continuato a tagliare, per fortuna risparmiando l’abete, fino all’istituzione del Parco Nazionale.

La vegetazione dell’abete è ottima e la specie è in evidente ripresa dovunque, soprattutto laddove i tagli hanno risparmiato le piante adulte.

La rinnovazione dell’abete è ovunque abbondante e quando la luminosità è discreta, riesce a sopraffare agevolmente il faggio. Questo lento processo di ripresa lo si deve al fatto che le riserve, oggi monumentali, vennero lasciate in posizioni dominanti, favorendo la disseminazione anemocora fino a ragguardevoli distanze. Inoltre, la presenza di ruscelli perenni ha ulteriormente facilitato la propagazione dell’abete lungo i fossi ed in basso in genere.

La mancanza di rinnovazione nella Valle del Rio Castellano, a quote medio-alte, è da imputarsi esclusivamente all’eccessiva densità dei soprassuoli di faggio, anch’esso in evidente stato di sofferenza per tale stato di cose. Questo aspetto è confermato dalla presenza di abbondante e floridissima rinnovazione d’abete nei vuoti creatisi in seguito ad un paio di piccole frane avvenute tra il M. Pelone ed il Colle Romicito, ad oltre 1700 metri di altezza e nel crestone dove si trova il monumentale abete a forma di cedro, a 1620 metri.

Per quanto riguarda la mancanza di novellame d’abete nel Bosco della Martese al di sopra dei 1600 metri, ciò è dovuto al fatto che l’eccessiva densità del ceduo di faggio impedisce il dilavamento e la compattazione della lettiera che a questa quota, come tutti sanno, è di difficile e lenta degradazione.

D’altronde l’abete resta facilmente escluso dai cedui di faggio posti a quote medio-alte; basta osservare quanto è accaduto sull’intero Appennino settentrionale. Inoltre, la presenza di esemplari d’abete e faggio monumentali, d’altezza superiore ai 30 metri, a più di 16001700 metri, indica chiaramente l’esistenza, in passato, di una fertilità e di una diffusione dell’abete ben superiori a quella attuale!

I tagli passati hanno provocato l’inesorabile erosione e dilavamento di buona parte dell’humus e questo è ben visibile osservando gli apparati radicali, quasi scalzati, che possiedono molti faggi ed abeti lasciati come riserve. Tale stato di cose è stato aggravato dal pascolo, di fatto incontrollato, che per molti anni ha attraversato le tagliate invase di erbe appetibili, contribuendo così alla creazione delle oasi di ceduo presenti all’interno delle fustaie e favorendo l’erosione del suolo. La struttura di questi boschi è analoga a tutte le foreste appenniniche utilizzate massicciamente solo a partire da cento anni a questa parte. Nella parte bassa si osservano soprassuoli coetanei a densità normale o colma, indici di pratiche selvicolturali (diradamenti, sfolli) assidue e costanti; procedendo verso l’alto e nella parte più interna delle vallate, la struttura diviene, via via, più difforme e ricca di piante vecchie, nuclei di rinnovazione, spessine non diradate, alberi monumentali, ecc., tutti aspetti che denotano una concentrazione di interventi selvicolturali in periodi temporali ristretti.

Questo aspetto diviene preponderante alle quote alte e laddove le difficoltà di esbosco divengono sempre più consistenti. Allora si hanno spesso fustaie biplane, spessine e perticaie mai diradate e numerosi esemplari di abete e faggio vetusti, deperienti e secchi da decine di anni.

Infine, nel bacino del Rio Castellano, il limite superiore del bosco è orlato da una fustaia coetaneizzata di protezione costituita da piante di età superiore ai 200 anni. Gli stessi caratteri si ritrovano nell’adiacente Valle Castellana, ma, come già detto in precedenza, in questo caso la parte superiore del bosco è edificata da un fittissimo ceduo, dell’età approssimativa di 50-60 anni. In mezzo al ceduo si rinvengono, abbandonati sul letto di caduta, i tronchi cariati e le ceppaie marcescenti di grossi abeti e faggi tagliati dopo la visita del Banti. La trasformazione di questa fascia altimetrica del bosco in ceduo ha definitivamente escluso l’abete dal consorzio boschivo.

E’ interessante notare come l’abete, nella Valle del Rio Castellano, rimanga confinato nel lato abruzzese, rifuggendo, almeno apparentemente, la parte marchigiana (gli esemplari presenti sono più che sporadici). Ciò sta ad indicare una diversa gestione del patrimonio boschivo. Difatti nella parte marchigiana i boschi sono esclusivamente cedui e la parte di proprietà demaniale, attualmente governata ad alto fusto, molto probabilmente è il risultato di una conversione effettuata al momento dell’acquisto da parte dello Stato. Infine, le analisi polliniche eseguite dal Marchetti negli anni ’30 hanno comprovato la presenza dell’abete anche sugli altri versanti fino negli strati più superficiali. Questo testimonia inequivocabilmente una maggiore diffusione della specie fino a pochi secoli addietro su un’area ben superiore a quella rilevata attraverso i toponimi e le indicazioni dei locali.

Conclusioni

Come abbiamo visto, la presenza dell’abete nel comprensorio della Laga è dovuta a due fattori nettamente opposti: la lontananza dalle grandi arterie e dai grossi centri e la vicinanza a piccoli centri dediti all’agricoltura ed alla pastorizia. Il primo fattore ha determinato la conservazione, quasi integrale fino a non più di cento anni fa, di estesi consorzi boschivi edificati dal faggio e dall’abete, mentre il secondo ha portato alla formazione di piccoli nuclei di abete coltivato allo stato puro, situati alle porte dei paesi. Inoltre, come anche per la maggior parte delle faggete del centro-sud, le utilizzazioni intensive dell’ultimo secolo hanno provocato una contrazione dell’areale di vegetazione della specie la quale, tuttavia, conserva sui Monti della Laga più che altrove, il carattere di specie edificatrice di consorzi misti con il faggio nella fascia calda e fredda del Fagetum. Infine, la costituzione del Parco Nazionale del Gran Sasso-Laga lascia ben sperare in una prossima rivalorizzazione di questi boschi, meritevoli di una maggiore attenzione da parte dei tecnici preposti alla loro gestione e conservazione.

Summary

SILVER FIR (ABIES ALBA MILL.) ON THE LAGA MOUNTAINS

A very important centre of Silver fir vegetation is present on the Laga Mountains; certainly one of the most important of the whole Apennines chain. The species are concentrated on the east side of the massif. The author describes his distribution, the ecology, and reconstructs the past diffusion on the basic of evidence and documents. On the Laga Mountains too, the fir wood is constantly retreating, from all the localities more interested by antropic activities. In fact, the species remain only in the more interior Laga zones and in ones interested by the forest utilization only of last century.

At last, the author exarnines the presence of fir wood, near some towns and deduces that the human selection has eliminated less valuable species in order to secure a constant supply of timber.

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Parassiti delle querce

Viene presentata una breve rassegna sugli insetti fitofagi e sugli agenti patogeni di natura vegetale, nella fattispecie essenzialmente funghi, dannosi alle querce in Italia. Gli Autori si soffermano ad illustrare soprattutto il comportamento nella aggressione delta pianta ospite e la natura dei, danni causati dagli insetti defogliatori, xilofagi odai patogeni fungini, con particolare riferimento alla descrizione delle dífficoltà fisiologiche a cui vanno incontro le piante attaccate, Tra i defogliatofi vengono menzionato i I lepidotteri limantriidi, geometridi e taumetopeidi; nel tambito degli xilofagi si ricordano i coleotteri bostrichidi, buprestridi, ceranibicidi e scolitidi; dei funghi si considerano soprattutto alcuni Asconycotina e Deuterornycotina, agenti di defogliazione e responsabili di disseccamenti rameali; no è un agente di probabile malattia vascolare.
Inoltre vengono evidenziate alcune ipotesi di natura símbiotica che si possono instaurare tra insetti xilofagi e funghi patogeni; in tali rapporti gli insetti possono svolgere un'impante funzione di trasporto dei funghi.

 

Introduzione
Piuttosto eterogeneo risulta il complesso delle querce che vegetano in Italia, dove in funzione dell'altitudine, della latitudine ed anche delle esigenze edafiche della copulifera, si possono individuare nelle sempreverdi le predominanti in ambiente mediterraneo e nelle decidue le più rappresentate man mano che si passa in ambienti più freschi, ospitanti forme di vegetazione di tipo medioeuropeo (Bemetti, 1987).
Per il nostro Paese, le querce rivestono, ancora oggi, una notevole importanza colturale, economica ed anche paesaggistica, infatti molte circostanze esse appaiono tra le piante arboree preferite nella costituzione di spazi verdi sia urbani che periurbani.
In questi ultimi decenni, però, le nostre querce hanno manifestato evidenti sintomi di malessere vegetativo e le cause del fenomeno sono molteplici, di cui molte ancora poco note o addirittura sconosciute. Senz'altro alcune vanno ricercate tra le anomalie climatiche, soprattutto nei ripetuti e prolungati periodi di siccità o nelle frequenti gelate tardive, nella presenza di inquinanti nell'aria e nel suolo, nell'applicazione di rigidi piani di assestamento che hanno sconvolto l'assetto originario di numerose cenosi di Quercus, o ancora, nell'ostinato impiego di specie in ambienti, che per ubicazione geografica o per condizionamenti edafici, sono da ritenersi ai limiti della tolleranza ecologica della pianta (Bernetti, 1987). Non deve meravigliare pertanto, che molti insetti fitofagi ed agenti patogeni di natura vegetale si approfittino dello stato di difficoltà fisiologica in cui versano numerosi querceti, per avviare e sostenere pericolosi e spesso irreversibili fenomeni di deperimento. E' nostra intenzione riferire, seppur in maniera succinta, sulle specie più diffuse e partecipi di tali fenomeni che ormai da qualche decennio sono in atto nei soprassuoli di querce in Italia.

 

Insetti fitofagi
Tra gli animali, indubbiamente, i più temibili sono gli insetti e tra essi in particolare i defogliatori e gli xilofagi. Sulle querce sono note per l'Europa oltre 200 specie di insetti che si nutrono di foglie, germogli e cortecce verdi, ma le più pericolose appartengono all'ordine dei lepidotteri (Tiberi, 1991). Questi fitofagi subiscono di frequente vistosi e repentini incrementi demografici che possono durare più anni e ripetersi con una certa regolarità. Nel corso di tali intestazioni sono coinvolte sia le querce sempreverdi, sia quelle a foglia caduca. Le pullulazioni sempre più ravvicinate dei defogliatori sono da ritenersi tra i principali fattori di natura biotica all'origine di deperimento fisiologici delle varie querce in Europa e in molte regioni italiane.
In base alla successione cronologica degli attacchi i lepidotteri defogliatori possono dividersi in tre gruppi: i precoci, i mediamente-precoci e i tardivi.
Nel primo gruppo sono comprese le specie che attaccano la pianta subito alla ripresa vegetativa e spesso causano danni gravissimi e di diversa natura. Alcune di queste specie, cioè quelle che trascorrono l'inverno allo stadio di uovo, presentano un rapido sviluppo nella fase giovanile e ciò è da attribuire anche alla contemporaneo presenza nell'alimento ingerito di una più alta concentrazione di sostanze azotate.
Di questo gruppo, Tortrix viridana (L.) è la specie più dannosa, infatti le larve del tortricide nascono al momento dell'apertura delle gemme, entro le quali penetrano per poi passare ad alimentarsi sulle giovani foglie. Nei soprassuoli misti le querce decidue sono preferite alle sempreverdi, ma anche tra le prime si verificano defogliazioni di diversa intensità a seconda del sincronismo tra fenologia della pianta e ciclo vitale dell'insetto. Sempre sulla chioma delle querce nel periodo primaverile si può ritrovare in attività un altro temibile defogliatore, Euproctis chrysorrhoea (L.). Le larve del limantride, dopo aver trascorso l'inverno nei nidi, escono e in gruppo attaccano gemme, germogli e giovani foglie. Successivamente, perso l'istinto gregario, si distribuiscono sulla chioma e si alimentano delle foglie orimai completamente sviluppate.
Nel gruppo dei defogliatori mediamente precoci vengono incluse quelle specie le cui larve nascono quando le foglie sono già comparse e di norma la loro attività trofica inizia quando le larve delle specie precoci sono prossime alla maturità. La vita preimmaginale di questi defogliatori ha una durata maggiore, tanto che possono essere necessari più di due mesi prima che essa sia completata, La prolungata permanenza nella fase giovanile può dipendere non solo dalle caratteristiche intrinseche delle specie comprese in questo gruppo, ma anche dalla minore quantità di proteine presenti nelle foglie, come pure dal fatto che l'utilizzazione dei composti azotati viene resa più difficoltosa dalla crescente presenza dei tannini nei tessuti fogliari. Anche il progressivo ispessimento degli stessi tessuti dovuto alla aumentata deposizione delle emicellulose, cellulose, pectine ed altri materiali, insieme alla diminuzione dell'acqua nelle foglie, influenza lo sviluppo delle larve. Nel gruppo sono comprese Lymantria dispar (L.), Thaumetopoea processionea (L.), Malacosoma neustrium (L.) ed in talune circostanze anche Phalera bucephala (L.) ed Erannis defoliaria (Clerk). Ad eccezione della Processionaria della quercia, che solo occasionalmente può attaccare altre latifoglie, si tratta di specie polifaghe di numerose latifoglie, compresi i fruttiferi, ma la quercia figura spesso tra le preferite.
Le loro esplosioni demografiche sono temibili soprattutto in quegli ambienti dove si registrano sensibili impoverimenti della componente arborea, scarse precipitazioni primaverili-estive e lunghi periodi di siccità.
L. dispar è senz'altro la specie più pericolosa, infatti a scadenze pressoché regolari si verificano, in molti querceti dell'Italia, pollulazioni del limantriide, che durano in media due anni e nel corso delle quali si verificano vistose ed estese defogliazioni. Su singoli esemplari di quercia o su piccoli gruppi di piante si osserva ripetutamente la presenza di colonie larvali di T processionea: la processionaria attacca querce a foglia caduca e talvolta può interessare estesi querceti, ma sono eventi piuttosto eccezionali, anche se in queste circostanze i danni sono spettacolari (Del Guercio, 1931; Niccoli e Tiberi 1986; Roversi, 1997).
Poco rappresentati sono i defogliatori inclusi nel terzo gruppo, cioè quelli che si nutrono delle foglie nel periodo estivo-autunnale. Tra questi si ritrovano quelle specie che presentano due distinti periodi di attività larvale: il primo dall'estate all'inizio dell'autunno, il secondo nella primavera successiva, oltre naturalmente a quei lepidotteri che svolgono più generazioni nell'arco dell'anno (Tiberi, 1991).
I danni prodotti dagli insetti defogliatori agli organi assimilanti alterano le condizioni fisiologiche della pianta e determinano anomalie quali la riduzione dell'attività di fotosintesi, interferenze con i processi di traspirazione, modificazioni nel trasferimento della sostanza elaborata e degli ormoni all'interno della pianta stessa, e squilibri nella termoregolazione a livello della chioma per la mancanza delle foglie.
L'insieme di questi effetti negativi non dipende solo dall'intensità degli attacchi, ma anche dal ripetersi degli stessi nell'anno o negli anni successivi (Tiberi, 1991).
Alle intestazioni dei defogliatori le querce manifestano diversa capacità di reazione, a seconda che siano decidue o sempreverdi, del loro vigore vegetativo, dell'andamento climatico e delle condizioni idriche ed edafiche della stazione. Tuttavia anche nelle situazioni più favorevoli le piante stressate dalle defogliazioni, soprattutto se ripetute nel breve periodo, risultano vulnerabili agli attacchi di organismi patogeni e di insetti xilofagi, tutti assai tempestivi nello sfruttare il temporaneo stato di debolezza fisiologica del vegetale per insediarsi e avviare processi spesso irreversibili di deperimento.
In virtù della loro mobilità e della loro capacità di individuare le piante sottoposte a stress fisiologici, comprese quelle apparentemente vitali, gli insetti xilofagi hanno assunto una posizione rilevante sia per l'immediatezza che li distingue nell'aggressione dell'ospite vegetale e sia per la funzione che molti di essi rivestono nella diffusione dei patogeni fungini.
Dei numerosi insetti xilofagi (s. l.), segnalati per le querce in Italia, si considerano solo quelle entità che sono capaci di attaccare esemplari ancora in grado di superare lo stato di temporanea difficoltà vegetativa e quelle che devono ritenersi possibili vettori di microrganismi patogeni, anche se non ancora segnalati in Italia, come ad esempio il fungo Ceratocystisfagacearum (Bretz) Hunt, che in Nord America causa gravissimi danni alle querce del gruppo rubra e velutina (Battisti e Covassi, 1991). Per la gran parte questi xilofagi sono compresi nell'ordine dei coleotteri e trovano nelle parti lignificate della chioma o nei rami e tronchi delle querce, sedi temporanee o permanenti di sviluppo, determinando spesso ferite che favoriscono l'insediamento dei patogeni fungini.
A carico dei rami di medio o piccolo diametro si registrano assai di frequente attacchi di Coroebusflorentinus (Herbst).
La specie è diffusa in tutta l'Italia e manifesta una evidente preferenza per le querce sempreverdi, tuttavia attacchi di rilievo si riscontrano pure sulle specie decidue. Le larve del buprestide scavano gallerie dall'andamento sinuoso tra corteccia e legno dei rami provocandone il disseccamento. Sulla quercia da sughero danni talvolta notevoli sono dovuti all'attività del congenere C. undatus (F.).
Nei rametti di I o 2 anni nelle parti periferiche periferiche della chioma e in particolare di quelle querce che vegetano isolate, trovano regolarmente insediamento Sinoxylon perforans (Schrank) e S. sexdentatum (Olivier). Gli attacchi dei due bostrichidi in genere non provocano danni di rilievo alle piante, salvo il disturbo estetico dovuto alla presenza dei getti disseccati che si evidenziano nettamente sul verde della massa fogliare. I germogli di piante in normali condizioni vegetative possono essere sfruttati per l'alimentazione degli adulti di Scolytus intricatus (Ratzeburg), mentre le larve dello scolitide si sviluppano negli strati sottocorticali di soggetti deperimenti, ivi compresi quelli attaccati da agenti patogeni.
Le querce adulte, che vegetano in condizioni difficili per frequenti stress idrici, possono essere colonizzate dal buprestide Agrilus biguttatus (F.). Le larve del coleottero scavano gallerie dall'andamento serpeggiante sotto la corteccia di fusti e grossi rami, provocandone spesso la morte.
Tra i numerosi coleotteri xilofagi che insidiano le querce A. biguttatus e S. intricatus sono da ritenersi quelli più frequentemente partecipi dei fenomeni di deperimento delle latifoglie (Battisti e Covassi, 1991).
Nei tronchi o nei grossi rami di soggetti adulti che vegetano in bosco o negli spazi urbani e periferici trovano habitat ottimale per lo sviluppo preimmaginale Cerambyx cerco (L.) e C. velutinus (Brullè).
Le larve dei due cerambicidi scavano dapprima sotto la corteccia e successivamente penetrano profondamente nello xilema, avviando lenti processi di deperimento delle piante e al tempo stesso compromettono la qualità tecnologica del legno oltre che la stabilità delle parti interessate.
Nel legno di giovani esemplari di querce possono svilupparsi le larve di alcuni Xyleborus. Questi scolitidi in genere attaccano piante sofferenti per effetto di stress idrici oppure edafici, legati alla non idoneità della stazione.
Tra i coleotteri xilofagi che trovano regolari sedi di sviluppo nello xilema delle querce in piena fase di deperimento vegetativo, si ricorda anche il platipodide Platypus cylindricus (F.); il coleottero scava profonde gallerie nella porzione basale del tronco della latifoglia, manifestando una chiara preferenza per le specie sempreverdi, Quercus suber in primo luogo.

 

Agenti patogeni di natura vegetale
Le entità organiche (batteri e funghi) e non organiche (fitoplasmi e virus) sono state sempre considerate come fattore destabilizzante di situazioni precarie vissute dai soprassuoli di quercia.
Fattore che è sempre andato ad innescare processi evolutivi letali, inserendosi in stati di deficienza fisiologica determinati generalmente da agenti abiotici.
Tra le entità organiche un ruolo primario, nella evoluzione dei deperimento delle varie specie di quercia in Europa ed in Italia, hanno avuto, ed hanno, i microrganismi fungini, la cui azione va a sommarsi agli effetti di cause generalmente di natura abiotica.
In Europa i Paesi interessati da morie hanno creduto di individuare, tra i molteplici fattori abiotici coinvolti, la siccità (Rico et al., 1996; Thomas e Hartmann, 1996; Wargo, 1996). Per quanto riguarda l'azione dei microrganismi fungini è ipotizzabile che possa essere contestuale, o possa seguire, l'azione degli insetti defogliatori e degli xilofagi.
Comunque sia l'azione contestuale, o in successione, dei miceti, di più miceti su una stessa pianta, contribuisce, tramite il disseccamento di rametti e rami, i disseccamenti fogliari, lo stato di alterazione dei tessuti radicali, a depauperare le riserve della pianta, innescando processi a catena (defogliazioni) che infine portano a morte l'intero individuo.
Sulle diverse specie quercine, coinvolte da fenomeni di deperimento in Europa, sono state reperite oltre 220 specie fungine appartenenti a tutte le sottodivisioni note.
In Italia, negli anni, a partire dal 1986, sono state isolate oltre 45 specie, in alcuni casi specifiche dell'Italia, in altri casi coincidenti con le specie isolate in altri Paesi europei.
In questo contesto ci sembra opportuno segnalare i Generi di afferenza delle singole specie rinvenute in Italia: Acremonium, Alternaria, Armillaria, Botrytis, Cephalosporium, Ceratocystis, Cerrena, Chaetomium, Cladosporium, Condrostereum, Coniothyrium, Coriolopsis, Cryphonectria, Cylindrocarpon, Cytospora, Cytosporina, Diplodia, Fusarium, Fusicoccum, Gloeosporium, Graphium, Hexagonia, Hypoxylon, Lenzites, Microsphaera, Microsphaeropsis, Nectria, Penicillium, Pesotum, Pestalotiopsis, Phoma, Phomopsis, Phytophthora, Pithomices, Polyporus, Pyrenochaeta, Schizophyllum, Scytalidium, Sphaeropsis, Sporotrix, Stereum, Trametes, Trichoderma, Verticillium.
Tra gli Ascomycotina un ruolo importante, nel causare defogliazione, ha Apiognomonia quercina (Kleb.) Hóhn; mentre Hypoxylon mediterraneum (De Not.) Mill. contribuisce a determinare, tramite profonde lacerazioni corticali che comporta la sua azione, stati di depauperamento generalizzati.
Apiognomonia quercina interessa la più parte delle specie quercine caducifoglie e causa, sull'apparato fogliare, macchie rotondeggianti, brune, ad aloni concentrici; ne consegue distorsione della lamina, arricciamento dei margini, disseccamento e, a stadi infettivi avanzati, pesanti filloptosi. I rametti portanti foglie infette disseccano anch'essi. Alla forma ascofora corrisponde la forma conidica Discula quercina (Westend.) v. Arx.
I periteci di A. quercina sono nerastri, misurano 125-400 pm di diametro e si differenziano sulle foglie a terra.
Gli acervuli di D. quercina, nerastri, si presentano su foglie e rametti, assumendo forme rotondeggianti od ellittiche, e misurano 230-250 pm.
I macroconidi sono unicellulari e misurano 9-14 x 3,5-5,5 pm.
Hypoxylon mediterraneum (= Biscognauxia mediterranea) è specie endofita, che si manifesta, erompendo dalla corteccia, con un tipico stroma nero, a seguito di prolungati periodi di alte temperature e stati di siccità atmosferica; o a seguito di incendi.
I periteci, neri, tra loro intimamente addossati, portano aschi allungati, misuranti 9,1 x 139,3 pm, con 8 ascospore bruno-olivastre, ellittiche, misuranti 7,4 x 17,4 pm.
L'organismo, già segnalato in Italia da Biraghi (1955) è stato ultimamente reperito anche su Quercus cerris, Q. ilex e Q. pubescens (Capretti e Mugnai, 1987; Ragazzi, 1988; Vannini, 1987).
Tra i Deuteromycotina riteniamo opportuno segnalare l'azione di Diplodia mutila Fr. apud Mont. e Phomopsis quercina (Sacc. et Roum.) Died.
D. mutila è stata isolata in Italia da Q. cerris e Q. robur (Ragazzi e Mesturino, 1987).
L'organismo presenta picnidi globosi, neri, con diametro di 700-1800 pm.
I macroconidi, bicellulari, ialini, misurano 12,5 x 28,3 pm.
E' capace di aggredire rametti con diametro variante da 2 a 6 cm, e specialmente i rainetti apicali, sui quali produce formazioni cancerose, accompagnate da emissioni mucillaginose.
I cancri possono circondare, seppur lentamente, l'intero organo, portandolo a morte. La capacità di conservazione su rametti di più specie quercine, tale polifagia e l'alta capacità sporulativa lo rendono un microrganismo di indubbia aggressività, tanto che i semenzali di 3-5 anni di Q. cerris e Q. robur possono soccombere (Ragazzi et al., 1991); mentre le piante adulte, per ripetute infezioni annuali, si depauperano rapidamente. Phomopsis quercina ha picnidi subepidermici, presenti su rametti, di color grigio intenso; i conidi, ellittici, misurano 7,2-9,5 x 2-3 pm.
Reperibile su rametti apicali e mediani di Q. cerris, Q. frainetto e Q. pubescens, è organismo che, associato all'azione di fattori abiotici e all'azione spesso contestuale di altri organismi, è capace di portare a morte l'organo infetto.
In condizioni controllate, semenzali di 1-3-5 anni di Q. cerris e Q. robur, infettati con P. quercina, sono risultati più sensibili con il crescere dell'età (Ragazzi, 1990).
Infine, tra i Deuteromycotina, occorre ricordare Fusarium eumartii Carp., segnalato come nuovo reperto micologico su Q. robur da Moricca e Ragazzi (1991).
L'organismo presenta macroconidi falciformi, ialini, smussati all'apice, dotati di 3-4 setti, misuranti 23,6-52,1 x 4,0-6,1 pm.
Inizialmente reperito da Q. robur, è stato ultimamente isolato anche da Q. cerris e Q. pubescens (dati non pubblicati).
Noto in letteratura come agente di morie di molte specie arboree: agrumi, albero della gomma, cacao, fico, melo (Petri, 1937; Bugnicourt, 1939; Wollenweber, 1943; Gerlac e Ershad, 1970) è stato saggiato, al fine di valutarne la patogenicità, su semenzali di 2 anni di Q. cerris, Q. pubescens e Q. robur, esperienze da cui è risultato che Q. robur è la specie più sensibile (Ragazzi et al., 1993).

Conclusioni
In questi ultimi decenni "deperimenti" e "morie" hanno interessato, spesso anche in forma grave, vari querceti dell'Europa, in particolare centro-settentrionale e orientale. Anche per l'Italia da tempo sono noti casi di squilibri fisiologici e di morie in boschi di querce del Veneto e, in forma meno intensa, delle regioni centrali. Più recentemente nuovi casi di deperimento sono stati individuati nel nostro paese, con particolare intensità nei querceti dell'Italia meridionale.
A determinare lo stato di precarietà di molti soprassuoli forestali, e quindi anche di quelli costituiti da querce, concorrono molteplici fattori abiotici e biotici. E' noto che in numerose circostanze gli effetti delle diverse cause possono sovrapporsi e complicarsi a vicenda e di questo ne approfittano animali e vegetali per sviluppare, in tempi brevi, le loro popolazioni. Infatti insetti fitofagi e agenti patogeni di natura vegetale possono concorrere all'insergenza di casi di deperimento agendo singolarmente o contestualmente. Nel primo caso si tratta di entità che normalmente attaccano piante vigorose, avviando così un progressivo deperimento fisiologico del soggetto di cui ne traggono vantaggio le specie cosidette "secondarie" o "di debolezza", in quanto per insediarsi ed affermarsi hanno bisogno di piante sottoposte a stress, anche se momentaneo.
Queste ultime situazioni risultano particolarmente temibili perché in natura tra insetti e funghi patogeni possono instaurarsi rapporti di associazione facoltativa od obbligata, che vedono i primi proporsi anche come pericolosissimi vettori di numerosi agenti patogeni, che, se secondari, vanno a porre la loro azione in successione agli effetti delle infestazioni entomatiche; mentre se primari si pongono di per sé come fattori letali o quanto meno determinano situazioni assai favorevoli all'insediamento di insetti xilofaci: è il caso, per esempio, dei legami che intercorrono tra alcuni coleotteri xilofagi e funghi patogeni. Alcune di queste associazioni sono state individuate negli ultimi anni in Italia e in particolare quelle che si instaurano tra alcuni xilofagi corticicoli e lignicoli con funghi vascolari delle querce (Tiberi e Ragazzi, 1996).
In questa circostanza appare evidente che la soluzione del problema non è legata solo alla conoscenza degli insetti e dei funghi coinvolti nel deperimento, ma anche all'importanza che rivestono le avversità di natura abiotica, che agendo sulla pianta la rendono più vulnerabile alla colonizzazione dei ricordati patogeni e fitofagi.

Summary
THE ROLE OF PHYTOPHAGOUS INSECTS AND PATHOGENIC FUNGI IN OAK DECLJNE IN ITALY A brief review is presented of phytophagous insects and otther pathogens of a vegetale nature, essentially fungi, that damage oaks in Italy.
The Authors focus particularly on how tbc organismis attack the tree, and on the type of damage caused by leaf-cating and xylophagous insects and paffiogenic fungi, with special reference to the phyological difficultics suffered by trees that are attached. Among the leaf-eating inscets the following are discussed: lepidoptera limantriida, geometrida and taumetopeida; among tbc xylopbagous insects. the colcoptera bostrichida, bupestrida, atnbicida and scolytida.
The rnain fungi examíned are sorne Ascomycotina and Deuteromycotina, which cause defoliation and branch dieback, and one probably a vascular disordei. Some speculations or the symbiosis that can arise between xylophagous insects and pathogeníc fungi are also presented: in these insect/fungus relationships the insects can play an írnportant role as vectors transporting fungi.

 

Naturalità dei boschi

Per scoprire e rendere concreto il limitato e poco chiaro significato di naturale e naturalità e di intensità dell’influenza umana sull’ecosistema del bosco sono stati proposti dal Prof. Grabherr, in un progetto di ricerca dell’Università di Vienna, i criteri guida per una classificazione dei gradi di influenza (emerobia). Secondo Kovarik, l’emerobia “è la misura dell’influsso culturale dell’uomo sull’ecosistema“.
In collaborazione con l’Università di Vienna, l’Accademia delle Scienze e il Ministero dell’Agricoltura e Foreste, è stato redatto nell’ambito di un progetto internazionale dell’UNESCO (il MAB, Man and Biosfere) un dettagliato bilancio delle superfici in relazione al grado di naturalità dei boschi austriaci. Base per la classificazione dell’emerobia nel progetto MAB è la potenzialità naturale della associazione forestale (PNWG).Tale è da intendere ogni specie che si affermerebbe in determinate condizioni ambientali, quando l’uomo non intervenga ulteriormente a modificare le condizioni dell’ecosistema e la vegetazione trovi il tempo per svilupparsi fino allo stadio di climax.

In questo studio, la PNWG viene definita da una apposita commissione, da una elaborazione statistica delle consociazioni della vegetazione locale (tabelle della vegetazione) e da un programma esperto per l’analisi dei dati stazionali. Come termine di paragone è stato considerato l’insieme dei boschi ecologici.
Per valutare il livello di emerobia di un bosco, sono stati fissati 11 criteri che prendono in considerazione rinnovazione naturale, tipo di utilizzazione, entità di legname morto, ecc.
Associando le diverse qualifiche viene poi accertato il grado di emerobia che può variare tra 9 (emerobia/naturale) e 1 (poliemerobia/artificiale). Semplificando, i 9 gradi di emerobia vengono espressi tramite 5 gradi di naturalità:

  • 9 = naturale;
  • 8 e 7 = con caratteristiche di naturalità,
  • 6 e 5 = moderatamente alterato,
  • 4 e 3 = decisamente alterato,
  • 2 e 1 = artificiale.

Le prime valutazioni del territorio, così, dimostrano come i boschi dei territori alpini del Nord rappresentino la più alta influenza antropologica, mentre nelle Alpi calcaree del Nord e del Sud, così come nelle aree alpine interne, si trovano le più grandi superfici a bosco con caratteristiche di buona naturalità.
Un confronto fra tre livelli altitudinali mostra come i boschi artificiali e molto modificati ricadano nei livelli collinare e pedemontano. I boschi con buone caratteristiche di naturalità sono rappresentati nel livello montano, con il baricentro nell’area subalpina.
Le associazioni forestali vengono raggruppate in 24 gruppi (secondo Mucina, in Austria esistono 116 associazioni) aventi una similitudine biologica e con un grado tassonomico di associazione o di sottoassociazione.
Secondo Otto Moser, che riporta in AFZ alcune osservazioni su questa classificazione, è auspicabile che lo studio possa trovare un’applicazione concreta in stretta collaborazione e in ampia concordanza tra le istituzioni che hanno il compito della protezione della natura e le istituzioni forestali. Senza dubbio, lo studio può non influire sui differenti punti di vista, ma è necessario che protezione della natura ed economia forestale trovino un accordo. Lo studio sull’emerobia dei boschi potrebbe essere ufficialmente coordinato con l’esistente inventario forestale austriaco.
Un definito grado di emerobia può avere una valutazione molto differente a seconda dei punti di vista: un vero difensore della natura assegna forse per questo facilmente la nota 1, dove un proprietario forestale si limita al 5. In una libera interpretazione del grado di emerobia, inoltre, un contributo importante è dato dalla valutazione sul tipo di gestione del bosco.
Il paesaggio mitteleuropeo oggi è, per la maggior parte, un paesaggio civilizzato, non naturale. L’influsso dell’uomo è molto vario andando, nella scala dell’emerobia, da 8 a 1.Fino a quale grado di emerobia il bosco può essere alterato, per mezzo di provvedimenti forestali, affnché si rinunci, da un lato, a parte delle esigenze ecologiche e, dall’altro, si soddisfino le pretese produttive dei proprietari forestali? Un rappresentante dei proprietari forestali ha dichiarato: “lo non sarò uno scolaro esemplare, non devo avere un molto bene, mi basta un discreto (grado di emerobia 5 o 6)”. Da qui si comprende il grande compito della selvicoltura: definire le deviazioni dalle condizioni di naturalità dei boschi sopportabili a livello ecologico. A questo riguardo, la relativa stabilità’ o instabilità di un ecosistema viene a svolgere un grosso ruolo, in rapporto ai parametri stazionali.
Decisamente alterato e artificiale sono sempre termini negativi? Come deve giudicarsi una formazione di douglasie in un bosco di querce e faggi? Qual è la differenza tra grandi e piccole superfici? La questione emerobia termina ai margini del bosco? Come si deve interpretare un campo di mais? Come si valutano i rapporti tra economia forestale e agricoltura?
Appare accettabile l’ipotesi che gli ecosistemi forestali naturali e inalterati oggi sono ubicati generalmente in luoghi inaccessibili o di difficile accesso (altipiani, pendii e simili). Da parte dei protettori della natura c’è il desiderio che, per l’approfondimento degli studi sul grado di naturalità forestale, in ogni singola realtà forestale dell’Austria debba essere mantenuta o costituita una cosiddetta riserva naturale. Numerose riserve esistono già ma la loro distribuzione nell’ambito delle diverse associazioni forestali è ancora incompleta.
Sempre secondo Moser, nella definizione del grado di emerobia svolge un importante ruolo la composizione della componente arborea e di quella erbacea. Entrambi questi parametri sono però influenzabili non solo da provvedimenti forestali, ma anche, ad esempio, dall’azione della selvaggina. Tutti questi fattori devono essere presi in considerazione al momento di un qualsiasi intervento di miglioramento selvicolturale.
La classificazione naturale / non naturale non deve essere in alcun modo coercitiva, ma in molti casi esprimerà un’esigenza di miglioramento. Lo studio dell’emerobia deve trovare nell’amministrazione forestale tante conferme quanti appoggi.
Non si deve dimenticare, però, che i positivi cambiamenti del grado di naturalità di un bosco hanno luogo e possono essere definiti tali solo in tempi lunghi. Deve essere inoltre osservato che i boschi austriaci si trovano in mano a più di 200.000 proprietari con interessi molto diversi tra loro. Nella conduzione del bosco, quindi, avranno un peso determinante le finalità economiche particolari e quelle della politica forestale nazionale. In questo senso, sarà determinante l’opera degli uffici forestali.

Fomes fomentarius sulle alberature

Oltre a caratterizzarne la sintomatologia, le modalità di diffusione nelle piante attaccate e nel legno infetto nonché il corpo fruttifero, sono state investigate le differenze tra gli isolati ottenuti dalle 4 specie più frequentemente attaccate (leccio, pioppo, tiglio e platano) in merito alla capacità di accrescimento e di degradazione del legno, ed alle caratteristiche macro e microscopiche del micelio.
La mancanza di nette differenze tra gli isolati, non ha permesso di affermare l'esistenza di ceppi ben definiti di F. fomentarius. Viceversa, il legno delle 1 1 specie arboree esaminate (pioppo, leccio, tiglio, platano, olmo, gingko biloba, ippocastano, bagolaro, eucalipto, pino domestico, cipresso) ha risposto in modo nettamente differenziato alla decomposizione: i più resistenti sono risultati i legni delle conifere e i più sensibili quelli di pioppo, eucalipto, tiglio e platano.


Introduzione
La carie del legno è la malattia più diffusa nel Parco delle Cascine a Firenze (Intini et al., 1997). Uno dei più comuni agenti di carie bianca è Fomes fomentarius, il quale vive come saprofita o parassita del legno di numerose specie vegetali. Come parassita è in grado di causare danni molto gravi, anche in bosco (Mac Donald, 1938; Hilbom, 1942; Suvorov, 1967). I suoi ospiti appartengono a 23 generi e 56 specie; di questi solo 3 generi sono conifere e i rimanenti latifoglie.
Il patogeno appartiene alla classe dei Basidiomiceti, ord. Aphyllophorales, fam. Polyporaceae. A causa dell'ampiezza della sua distribuzione (Fig. 1) e della sua polifagia, la nomenclatura risulta assai travagliata. Oggi viene citato generalmente come Fomes fomentarius (L.: Fr.) Kickx, ma la tab. 1 ne riporta tutti i possibili sinonimi.

L'obiettivo del presente lavoro è quello di caratterizzare l'incidenza e gli isolati di E fomentarius raccolti nel Parco delle Cascine.

Tab. 1 – Sinonimi di Fomes fomentarius (L.: Fr.) Kickx, Fl. Crypt. Flandres 1867, 2: 237.

Boletusfomentarius L.

Boletus (Apus) fomentarius Pers.

Boletus fomentarius Pers.

Boletus fomentarius van pomaceus Alb. & Schw.

Boletus fomentarius var. prunastri Alb. & Schw.

Boletus fomentarius var. ungulatus Pers.

Boletus igniarius Sowerby

Boletus ungulatus L.

Boletus ungulatus Bull.

Boletus ungulatus var. quercina Pers.

Boletus ungulatus var. salicina Pers.

Elfvingia fomentaria (L.) Murrill

Elfvingiella fomentaria (L.) Murrill

Fomes fomentarius (L.) Gill.

Fomes fomentarius (L.) Fries Sacc.

Fomes inzengae (DeNot.) Sacc.

Ochroporus fomentarius (L.) Scghroeter

Placodes fomentarius Quel.

Polyporus (Fomes) fomentarius Fries

Polyporus (Ungulina) inzengae DeNot.

Polyporus fomentarius Fries

Polyporus fomentarius var. excavatus Berk

Polyporus fomentarius var. pomacesus Berk. & Br.

Polyporus inzengae DeNot.

Ungulina fomentaria (L.: Fr.) Pat.

 

Materiale e metodi
E' stata studiata la sintomatologia e sono stati prelevati campioni di legno infetto da 179 piante danneggiate, abbattute dal Comune a scopo fitosanitario, appartenenti alle seguenti specie: bagolaro (Celtis australis L.), farnia (Quercus robur L.), ippocastano (Aesculus hippocastanum L.), leccio Quercus ilex L.), pioppo (Populus nigra L.), platano (Platanus hybrida Brot.) e tiglio (Tilia platyphyllos Scop.).
Le modalità di diffusione del fungo i tessuti vegetali sono state studiate in piante campione di platano e di tiglio su sezioni di 10-20 cm di spessore.
Le caratteristiche macroscopiche del legno attaccato sono state analizzate su campioni freschi. Quelle microscopiche sono state osservate alla scansione (tramite Philips SEM 515 a 15 kV) su blocchetti di legno di 1 cm 3 , disidratati e sottoposti a critical point dry.
F fomentarius è stato isolato dal legno di leccio, pioppo, tiglio e platano, in quanto queste specie rappresentano quelle maggiormente attaccate dal fungo nel Parco. Gli isolamenti sono stati effettuati in capsule Petri con agarmalto 2%. Le prove di accrescimento sono state condotte a 20 'C su 9 piastre per isolato. Le misurazioni sono state eseguite dopo 7 e 17 giorni.Per ogni piastra, è stata riportata la media dei 4 diametri incrociati. I risultati sono stati convertiti in mm di crescita al giorno e sottoposti all'analisi della varianza ad una via e al test multiplo di Tukey (p = 0,01). Le osservazioni sul micelio in coltura e sul carpoforo in natura sono state eseguite con l'ausilio dei microscopi ottico (Axioskop Zeiss) e binoculare (Wild M8).
Le prove di degradazione sono state realizzate su blocchetti di legno di 1,5 x 1,5 x 5 cm delle specie suddette (leccio, pioppo, tiglio e platano). I blocchetti sono stati seccati a 70 'C per 4 giorni, pesati, reidratati in acqua per 24 ore, e quindi autoclavati a 1 10 'C e 0,5 atm per 30 min.
Sono stati poi inseriti in tubi di 3 cm di diametro e 16 cm di lunghezza, ciascuno dei quali è stato riempito con 5 cm 3 di agar-malto 2%.
Una volta inseriti i vari isolati nei tubi, questi sono stati incubati a 25 'C per 25 settimane. Infine, sono stati ripuliti, essiccati a 70 'C per 5 giorni e pesati. Ogni tesi è stata replicata 3 volte. Una seconda prova, della durata di sole 12 settimane, è stata poi eseguita con le stesse procedure e gli stessi isolati fungini su legno di altre 7 specie arboree: bagolaro, pino domestico (Pinus pinea L.), cipresso (Cupressus sempervirens L.), Eucalyptus spp., Gingko biloba L., ippocastano e olmo (Ulmus carpinifolia L.). I risultati sono stati convertiti in gradi, sottoposti all'analisi della varianza a due vie e al test multiplo di Tukey (p = 0,01).

Tab 2 – Attacchi di carie e di F. fomentarius su 179 piante abbattute
a scopo sanitario nel Parcodelle Cascine.

Piante investigate

 

Piante cariate

 

Piante con Fomes fomentarius

Specie

Numero

%

%

Bagolaro

22

90.9

0

Farnia

6

100

16.7

Ippocastano

12

100

50.0

Leccio

28

89.3

44.0

Pioppo

40

95.0

47.4

Platano

35

80.0

46.4

Tiglio

36

88.9

46.9

Totale

179

89.9

39.8

Risultati e discussione
L'abbattimento delle piante danneggiate ha consentito di constatare l'elevata diffusione del fenomeno della carie nel Parco delle Cascine, in quanto circa il 90% delle piante osservate è risultato affetto da carie (Tab. 2).
Gli isolamenti hanno inoltre mostrato che circa il 40% delle piante cariate era attaccato da F. fomentarius. Ad eccezione del bagolaro, tutte le specie studiate presentavano attacchi di F. fomentarius.

La sintomatologia si manifesta con sofferenza della chioma e depressioni corticali lungo il fusto, lunghe anche alcuni metri. Il fungo, che penetra attraverso un ramo morto, una stroncatura, un grosso taglio di potatura o comunque una ferita, si diffonde sia attraverso il durame che l'alburno (Fig. 2), estendendosi verso l'esterno fino ad interessare il cambio e la corteccia, la quale muore e si deprime.
I corpi fruttiferi si sviluppano in corrispondenza di tali necrosi corticali. Questa sintomatologia è stata osservata specialmente in piante di platano (Fig. 3), tiglio (Fig. 4) e leccio.

Fig.3 Stadio avanzato della caria da Fomes fomentarius in platano

Fig.4 Estesa carie da Fomes fomentarius in tiglio

Questi risultati sono in accordo con quelli di Faull (1922), secondo il quale l'organismo penetra nelle piante attraverso ferite o rami stroncati, il micelio attraversa i tessuti morti fino a raggiungere il duramen, dove progredisce verticalmente sia verso l'alto che verso il basso. Estendendosi nell'alburno raggiunge il cambio provocandone la morte.
Ciò comporta anche la morte delle corrispondenti parti apicali della pianta. Tuttavia, abbiamo osservato che il pioppo bianco presenta alcune peculiarità nella risposta alla diffusione di F. fomentarius nei suoi tessuti: l'aggressione del cambio, infatti, induce la formazione di iperplasie lignificate, che dall'esterno assumono l'aspetto di cordonature in rilievo, attraverso le quali F. fomentarius può fuoriuscire e fruttificare (Fig. 5); inoltre, il fungo predilige colonizzare l'alburno piuttosto che il durame.
Dal punto di vista macroscopico, il legno attaccato inizialmente appare biancastro, assumendo venature bianco giallastre causate dai feltri miceliari. Infine, diviene soffice e spugnoso, giallo-biancastro con bande marroni decorrenti attraverso di esso.
Le osservazioni al microscopio elettronico a scansione non hanno consentito di determinare differenze di comportamento del legno delle diverse specie arboree analizzate nei confronti dell'invasione del fungo. Le ife fungine compaiono in abbondanza in ogni cellula, sia nei raggi parenchimatici che nel lume dei vasi.

Fig.5 Sezione trasversale di pioppo mostrante ampie zone cariate da Fomes fomentarius

Fig.6 Penetrazione delle ife di Fomes fomentarius attraverso le punteggiature del legno di leccio (x1820)

Normalmente le ife attraversano le pareti cellulari lignificate. Le punteggiature risultano allargate dal passaggio delle ife (Fig. 6). Comunque, la penetrazione avviene anche in assenza di punteggiature. Le perforazioni che ne risultano sono sia circolari che irregolari (diametro da 5 a 10 pm) e sono causate dagli enzimi fungini. F. fomentarius è infatti in grado di attaccare simultaneamente la lignina e la cellulosa. Enzimi secreti dall'apice delle ife svolgono un ruolo primario nel processo di perforazione; una volta aperto un passaggio, questo è allargato per mezzo della secrezione laterale di enzimi (Plank e Wolkinger, 1976).

Tab. 3 – Perdita in peso (%) di tronchetti di legno di 4 specie arboree
inoculati con 4 isolati di Fomes fomentarius ed incubati per 25 settimane.

 

Specie

Controllo

Isolato da

Leccio

Tiglio

Platano

Pioppo

A

Pioppo

1.1

22.59

20.59

13.11

7.34

AB

Leccio

5.25

22.10

23.86

17.17

11.87

B

Tiglio

0.04

30.05

33.13

20.12

22.99

B

Platano

4.49

36.01

33.52

23.19

25.94

 

b

b

a

a

ANOVA: Specie p < 0,0001; Isolato p = 0,0005; Specie x Isolato P = 0,0004.Lettere diverse si riferiscono a differenze significative tra le medie: in colonna, perdita di peso medio di ciascuna specie quando inoculata coi 4 isolati; in riga, perdite di peso medie di ciascuno dei 4 isolati inoculati su tutte le specie; h = 3.

Tab. 4 – Perdita in peso (%) di tronchetti di legno di 7 specie arboree
inoculati con 4 isolati di Fomes fomentarius ed incubati per 12 settimane.

 

Specie

Controllo

Isolato da

Leccio

Tiglio

Platano

Pioppo

A

Pino domestico

0.110

0.31

0.47

0.26

0.27

A

Cipresso

0.130

0.26

0.11

0.12

0.13

B

Olmo

0.158

16.11

17.36

11.77

14.69

B

Ginko

0.100

7.53

10.26

11.60

18.10

BC

Ippocastano

0.113

18.86

18.92

14.38

16.00

C

Bagolaro

0.126

19.95

19.99

14.53

17.16

C

Eucalipto

0.090

15.23

19.59

14.17

25.70

 

B

B

A

B

ANOVA: Specie p = 0,0002; Isolato p = 0,0055; Specie x isolato p = 0,9015.
Lettere diverse si riferiscono a differenze significative tra le medie: in colonna, perdita di peso medio di ciascuna specie quando inoculata coi 4 isolati; in riga, perdite di peso medie di ciascuno dei 4 isolati inoculati su tutte le specie; h = 3.

Fig.7 Vetusto esemplare di leccio attaccato da Fomes fomentarius. La presenza di carpofori pluriennali a varie altezze sul tronco indica uno stadio molto avanzato della carie del legno ed una precaria stabilità della pianta.

Fig.8 Pioppo stroncato dall'attacco
di Fomes fomentarius (a) e coltura del parassita su agarpatate destrosio (PDA) (b)

I corpi fruttiferi sono generalmente prodotti singolarmente (Fig. 7), ma si possono trovare anche in gruppi di 2-3. Si formano da aprile ad ottobre. La descrizione del carpoforo corrisponde a quella di Hilborn (1942): corpo fruttifero perenne, sessile, legnoso, da convesso a ungulato, 3-10 x 5-40 x 2-20 cm, rivestito da una crosta dura e spessa, di colore grigio superiormente e grigio chiaro inferiormente, glabro, con bordo sporgente e ottuso.
Sulla superficie inferiore è inserito lo strato fertile, che presenta una colorazione brunastra, soffice e molle, spesso 0,3-3 cm. I tuboli sono lunghi 0,3-2,5 cm, distintamente stratificati, pori grigio-marroni, circolari, in media 3-4 per mm, con pareti spesse e intere, cistidi e setole assenti, le spore sono ialine, lisce, cilindrico-ellissoidali, di dimensioni 14-22 x 5-10 mm.
Le basidiospore sono emesse da aprile ad ottobre, con i massimi in primavera e autunno, e il minimo in estate (Bjomekaer, 1938). La loro emissione è favorita dall'elevata umidità dell'aria (Rockett e Kramer, 1974).
In coltura (Fig. 8), la crescita del micelio è relativamente rapida (circa 2 mm/giorno).
L'isolato da leccio mostra una capacità di accrescimento inizialmente più rapida (2,7 mm/giorno), per poi stabilizzarsi sul livello medio degli isolati da tiglio e platano (Fig. 9).

Fig.9 Accrescimento del micelo di Fomes fomentarius
isolato da 4 specie arboree. Lettere diverse indicano differenze significative.

L'isolato da pioppo, invece, mostra un accrescimento stabilmente inferiore (1,6-1,75 mm/giorno) rispetto agli altri (p < 0,0001).
Dal punto di vista morfologico, il micelio dei differenti isolati non presenta differenze significative. Il feltro è cotonoso-fioccoso, biancastro superiormente con sfumature color crema soprattutto intorno all'inoculo, color crema inferiormente. Le ife del margine e quelle sommerse sono ialine, settate, con unioni a fibbia e diametro di 1,5-4,5 mm; quelle del micelio aereo hanno pareti spesse, incolori o di colore marrone chiaro, raramente ramificate, senza setti, diametro di 1,5-3,0 mm, intrecciate ad originare aree pseudoparenchimatiche.
Le prove sperimentali inerenti la degradazione del legno (Fig. 10) hanno mostrato la maggiore capacità degradativa del fungo verso il legno di platano e di tiglio rispetto a quella dimostrata verso quello di pioppo (Tab. 3). Il legno di leccio presenta sensibilità intermedia. Anche i differenti isolati hanno mostrato una capacità di degradazione significativamente differenziata: gli isolati da leccio e da tiglio, infatti, presentano un'attività degradativa superiore rispetto a quella di F. fomentarius isolato da pioppo e da platano.
Successivamente, gli stessi isolati fungini sono stati saggiati su blocchetti di legno appartenenti ad altre 7 specie arboree (Tab. 4). Anche in questo caso, le diverse specie reagiscono in modo significativamente differenziato: il legno di conifere, infatti, è il più resistente in assoluto, mentre quelli di olmo e di gingko sono più resistenti di quelli di bagolaro e di eucalipto. Il legno di ippocastano presenta una resistenza intermedia. Fra gli isolati fungini, il meno aggressivo risulta quello isolato da platano.

Fig.10 Prova di degradazione del legno di vari ospiti da parte di Fomes fomentarius.

Conclusioni
Le osservazioni e gli isolamenti effettuati sulle piante abbattute hanno permesso di confermare l'elevata incidenza del fenomeno della carie da F. fomentarius nel Parco delle Cascine (Intini et al., 1997), con una sintomatologia in accordo con quella riportata in bibliografia, sia a livello macroscopico (Faull, 1922; Hilbom, 1942) che microscopico (Plank e Wolkinger, 1976). L'unica differenza è rappresentata dalla diffusione del fungo prevalentemente nell'alburno (piuttosto che nel durame) del pioppo bianco. Tale risposta fa ipotizzare l'esistenza di una durabilità differenziata a seconda della specie, forse in dipendenza dalle caratteristiche chimiche del durame. Ciò deve essere oggetto di studi più approfonditi.
Per quanto riguarda la caratterizzazione dei diversi isolati fungini, i risultati raggiunti rendono difficile una netta distinzione tra loro. Infatti, sebbene gli isolati dal leccio e dal tiglio presentino una capacità di degradare il legno superiore a quella dell'isolato dal platano (la risposta dell'isolato da pioppo è controversa), i miceli non mostrano differenze significative né a livello macroscopico né microscopico. Anche le osservazioni al SEM non hanno potuto accertare differenze patogenetiche tra i vari ospiti. Nella prova di accrescimento, solo l'isolato da pioppo ha mostrato una capacità di crescita più ridotta rispetto agli altri.
Viceversa, il legno delle I 1 specie arboree esaminate ha risposto in modo nettamente differenziato alla decomposizione operata da F. fomentarius, non solo tra latifoglie e conifere (quest'ultime quasi inattaccate), ma anche nell'ambito delle latifoglie. Simili differenze di sensibilità alla degradazione sono già state osservate per legnami di altre specie di latifoglie (Rosnev e Stiptsov, 1986).
Tuttavia, la risposta in vitro dovrebbe essere confermata da inoculazioni in vivo. Per esempio, il bagolaro, che nel Parco non viene attaccato da F. fomentarius, nelle prove sperimentali da noi condotte è stato degradato dal fungo con modalità del tutto simili a quelle degli ospiti saggiati.
Si potrebbe ipotizzare che le spore non germinino in natura su legno di bagolaro, ma questa possibilità sembra improbabile, dato che Tsuneda e Kennedy (1980) hanno trovato che le spore di F. fomentarius non manifestavano preferenze di substrato (fra legni di betulla, pioppo e picea) nello stadio della germinazione.
Infine, riportiamo alcune considerazioni sulle tecniche di lotta. Nel Parco delle Cascine, sarebbe opportuno intervenire per ridurre la densità delle piante e per limitare i tagli da potature.
Il controllo di Fomes fomentarius, infatti, risulta attuabile con criteri di lotta indiretta miranti a creare un ambiente sfavorevole alla diffusione del patogeno oppure al manifestarsi dei danni, e quindi mediante pratiche colturali.La riduzione della densità dovrebbe essere effettuata gradualmente, onde evitare di rendere precaria la stabilità delle piante rimanenti e di costituire pericolosi focolai di infezione per i vari patogeni con il rilascio delle ceppaie sul terreno. In merito alla riduzione delle potature, sarebbe consigliabile adeguare i sesti di impianto alle dimensioni ed alla forma che le piante raggiungeranno da adulte. Quando costretti a ricorrere alle potature, queste dovrebbero essere eseguite nel periodo in cui non si ha emissione di spore e limitate all'eliminazione delle parli infette.

Ringraziamenti
Lavoro realizzato nell'ambito del Progetto Finalizzato Beni Culturali del CNR.

Summary
INCIDENCEAND CHARACTERISTICS OF FOMES FOMENTARIUS ON TREES IN A TOWN PARK
This work highlights the widespread wood decay found in the Parco delle Cascine in Florence, Italy (= 90% of the felled trees), whose main cause has been identifíed in the basidiomycete Fomes fomentarius, isolated in approximately 40% of the trees with wood decay.
Besides characterizing the symptomatology, how the wood decay spreads in the plants that have been attacked and in the infected wood as well as the carpophores, we investigateci the differences between the isolates obtained from the 4 most frequently attacked species (Quercus ilex, Populus nigra, Tilia platyphyllos and Platanus hybrida) as regards the growth capacity and degradation in the wood, and the macro and necroscopie features of the mycelium.
The lack of distinct differences between the isolates did not allow a distinet identification of well-definied strains of E fomentarius. On the other hand, the wood of I 1 tree species exaniáned responded in a distinctly different way to decomposition: the most resistant was the wood of conifers (Cupressus sempervirens and Pinus pinea) and the most susceptible was the wood of Populus nigra, Eucalyptus spp., Tilia platyphyllos and Platanus hybrida.

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Strade e piste forestali

Ormai appaiano acquisiti i concetti che:

– nei boschi, soprattutto in quelli di origine artificiale o fortemente antropizzati, è necessario praticare attivamente la selvicoltura:
– per poterla praticare concretamente è indispensabile poter accedere ai boschi con il minimo dispendio di energie e di tempo e potervi operare efficacemente, contenendo il più possibile i rischi per il personale ed i danni al bosco: e per questo sono indispensabili strade e piste.
Ciò premesso, poiché spesso le opinioni sulle caratteristiche che queste strade e piste forestali appaiono confuse, sono opportune alcune precisazioni in proposito.
 

  1.  

    Strade e piste hanno funzioni diverse: le prime servono per accedere al bosco e per consentire l'agevole esportazione di legna e legname: le seconde permettono lo smacchio con trattori, che è il sistema di esbosco più semplice e più economico e più adatto a forme di selvicoltura basate su interventi deboli. Perciò strade e piste devono avere caratteristiche diverse e vanno gestite in modo diverso.

  2.  

    Le strade devono consentire l'accesso al bosco con continuità, anche in condizioni climatiche non particolarmente favorevoli: devono essere transitabili agli automezzi impiegati dal personale addetto ai lavori in bosco, nonché ai mezzi per il trasporto di legname e legna. In nessun caso strade forestali tipiche possono sopportare un traffico non forestale, molto più esigente, il quale deve essere rigorosamente interdetto. Per essere percorribile da automezzi addetti a lavori forestali, le strade devono avere sufficiente portanza ed a questo scopo la carreggiata è normalmente massicciata e/o inghiaiata e deve avere larghezza adeguata. Autovetture e furgoni per il trasporto di operai sono larghi fino a 2 m; autocarri per il trasporto di legname fino a 2,5 m.
    Strade sulle quali il trasporto di legna e legname è modesto e può avvenire con trattori e rimorchi, dette "trattorabili", possono avere la carreggiata larga soltanto 2,5 m (è opportuno che le ruote di mezzi pesanti, come i rimorchi di trattori, non ne percorrano il margine, per non deforinarla e non creare situazioni di pericolo). Strade sulle quali è previsto il transito di autocarri, dette "camionabili", devono avere la carreggiata larga almeno 3 m, ma non più di 4 m, se sono vere strade forestali, all'esclusivo servizio del bosco.
    Per assicurarne la conservazione, per evitarne l'erosione, le strade devono essere dotate di opere per lo smaltimento delle acque; a questo scopo la carreggiata è affiancata, sul lato a monte, da una cunetta longitudinale che, oltre a ricevere parte delle acque meteoriche dalla carreggiata, intercetta quelle superficiali provenienti dalla scarpata. Nella forma più semplice questa cunetta è un prolungamento della carreggiata, inclinata verso il piede della scarpata (cunetta detta "triangolare"): comporta un ingombro minimo di ca. 0,5 m. Su strade trattorabili, soprattutto su terreni permeabili, asciutti, la cunetta longitudinale può essere a tratti assente o appena accennata ed è integrata o sostituita da canalette, meno frequentemente da cunette, trasversali alla carreggiata, più frequenti all'aumentare della pendenza della strada. Ma in presenza di terreni umidi e di acque ipodermiche sono necessari drenaggi longitudinali o una cunetta regolare (detta "trapezoidale"), più capiente e più ingombrante; poiché questa non è transitabile ai veicoli, come quella triangolare, almeno in emergenza, e può rappresentare un pericolo, va separata dalla carreggiata con una banchina. In questo caso l'ingombro di cunetta più banchina è di 1-1,5 m.
    Sul lato a valle, per contenere la massicciata e per sicurezza dei veicoli, la carreggiata va affiancata da una banchina, larga normalmente ca. 0,5-1 m, nella quale vanno praticati ogni 10-30 m dei varchi per permettere lo scolo delle acque dalla carreggiata. Se il ciglio a valle della strada è consolidato e ne è assicurata la portanza (capacità di sopportare il carico delle ruote senza cedimenti) con muri o simili opere, la banchina a valle può essere ridotta fino a mancare; ma ciò comporta ovviamente un maggiore pericolo per gli automezzi (ed i loro occupanti) che percorrono la strada, ed è altamente sconsigliabile.
    Perciò il corpo stradale di strade trattorabili è normalmente largo 3,5-4 m: 2,5 m la carreggiata più 0,5 m di cunetta e 0,5-1 in di banchina; può ridursi eccezionalmente, per brevi tratti, fino a poco più di 2,5 m. Strade camionabili sono larghe normalmente da 4 a 6 m: 3-3,5 m (fino a 4 m se sono previste per autocarri con rimorchio) la carreggiata, più 0,5-1,5 m di cunetta ed eventuale banchina a monte ed altrettanto per la banchina a valle. In curve a raggio stretto la larghezza della carreggiata va adeguatamente aumentata.

  3.  

    Strade esclusivamente forestali sono a carreggiata unica, perché il normale traffico forestale è unidirezionale: la mattina tutti i veicoli entrano in bosco, verso mezzogiorno alcuni possono uscire, altri entrare nel primo pomeriggio, la sera tutti escono. Ovviamente sono necessarie piazzole, sia per consentire l'eventuale scambio di veicoli e l'inversione del senso di marcia, che per permettere, soprattutto con strade con funzione di "raccolta", il temporaneo deposito ed eventuale lavorazione (depezzatura, assortimentazione, scortecciatura, cippatura) del legname esboscato. Queste piazzole, da non confondersi con i più grandi piazzali o imposti per l'accatastamento e la vendita del legname, possono essere di dimensioni modeste, dell'ordine di 30-50 m2 ma devono essere frequenti: vanno previste ovunque è possibile realizzare allargamenti del corpo stradale senza sensibili costi aggiuntivi, anche con spaziature ravvicinate, dell'ordine di 50 m; sono indispensabili in corrispondenza dell'innesto sulla strada di piste o di altre vie di esbosco, come linee di avvallamento, o di prevedibili punti di scarico di gru a cavo. Una strada forestale senza frequenti piazzole non può assolvere alle sue funzioni e risulta poco funzionale.

  4.  

    Funzione delle piste è di permettere a trattori di esboscare contenendo i rischi sia di incidenti che di danni al bosco: in linea di massima i trattori devono circolare soltanto su strade e piste e non si devono inoltrare liberamente sul terreno del bosco. Esse si distinguono dalle strade per avere il fondo naturale, per essere prive (o quasi) di opere d'arte di sostegno delle scarpate che di conseguenza devono essere limitate, e per l'assenza di opere permanenti per lo smaltimento delle acque.
    Vanno percorse dai trattori soltanto a fondo asciutto o quasi, per evitarne il degrado: solo eccezionalmente sono percorribili da automezzi 4×4, i cosidetti "fuoristrada".
    Anche il tracciato delle piste è permanente, ma per evitarne l'erosione esse devono essere "messe a riposo" dopo ogni utilizzo con semplici opere provvisorie che allontanino le acque meteoriche dalla carreggiata, anche interrompendone la transitabilità, a meno che non se ne preveda l'uso per eventuali interventi antincendio: in questo caso le piste devono essere più larghe (almeno 4 m) e le loro caratteristiche dimensionali si avvicinano maggiormente a quelle delle strade forestali: sono le cosiddette "piste camionabili".
    La transitabilità delle piste viene facilmente ristabilita al momento del loro riutilizzo, che può avvenire anche soltanto a distanza di alcuni anni.

 

Rimboschimenti di monte Semario

RIASSUNTO
Vengono analizzati i rimboschimenti di Monte Senario, attorno all'antico Convento, e soprattutto quelli di douglasia, che negli ultimi 50 anni sono venuti sostituendo quasi completamente i tradizionali impianti a base di abete bianco, rivelatisi dopo alcuni secoli di coltura ininterrotta, eccessivamente soggetti alle malattie e ad altre avversità. Tutte le piantagioni sono in buone condizioni, ma difetta molto la rinnovazione naturale delle conifere. Per una gestione maggiormente orientata verso la naturalità ma anche rispettosa delle tradizioni, viene quindi suggerito di sostituire gradualmente gli impianti attuali con altri in cui, accanto alla douglasia, al pino nero (e anche all'abete bianco, su piccole superfici), trovino largo spazio cerro, castagno, acero montano e altre latifoglie nobili, tutte del resto già presenti in zona con abbondante rinnovazione.


Il primo nucleo del Convento di Monte Senario sorse come ben noto ad opera dei sette Santi Fondatori dell'Ordine dei Servi di Maria, sulla vetta allora denominata "Mons asinarius", attorno alla metà del XIII secolo, e ben presto si circondò di terreni, boscati e non, che la pietà dei fedeli via via destinava, con generose donazioni, al sostegno del nuovo Ordine.
Nulla di preciso è stato tramandato circa la fisionomia e l'ubicazione di queste proprietà, ma si ha motivo di ritenere che già fino dai primi secoli non si discostassero molto dalle attuali. Analogamente si ignora a quando esattamente risalgano le prime piantagioni di abete intorno al Santuario, anche se tutto lascia credere si tratti di diversi secoli fa, grosso modo non meno di 3 o 4, nel rispetto della ben radicata tradizione monastica che voleva questa pianta vicina più di ogni altra alla spiritualità degli Ordini religiosi.

L'ultimo nucleo di abete bianco rimasto in gran parte stramaturo.

Non è dunque azzardato ipotizzare che si delineassero abbastanza presto nelle proprietà del Convento tre diverse i destinazioni colturali: terreni agrari e pascolivi (suddivisi conformemente alle usanze toscane in unità poderali affidate a mezzadri, compartecipanti o affittuari), boschi di latifoglie indigene (più che altro castagno e querce), e infine abetine di abete bianco. Non risulta molto chiara la forma di gestione dei boschi di latifoglie, probabilmente in parte diretta e in parte a compartecipazione, mentre quella delle abetine dovette essere sempre diretta.
Poco c'è da dire delle porzioni a coltura agraria, se non che verosimilmente la loro fisionomia, pur fra gli alti e bassi delle diverse colture e degli allevamenti, è rimasta praticamente immutata fino a pochi decenni fa; per poi appiattirsi di colpo, in conseguenza della generale crisi dell'agricoltura, su di un uniforme abbandono appena scalfito, a volte, da tentativi di restauro, oppure più spesso portato alle estreme conseguenze con il rimboschimento. I boschi di latifoglie, viceversa, sono stati altrettanto verosimilmente ridotti abbastanza presto quasi tutti da fustaie a cedui, in conformità della vivacissima tendenza locale a privilegiare ovunque possibile questa forma di governo: sia sul castagno, sia a maggior ragione sul cerro e la roverella.
Per quanto riguarda le abetine, ricordato che esse dovettero interessare quasi esclusivamente la ristretta zona posta grosso modo fra il Santuario e la Ghiacciaia, per una estensione complessiva mai superiore ai 20-30 ha, giova aggiungere in questa sede che nonostante la limitata superficie la loro notorietà fu sempre buona: quasi una piccola Vallombrosa alle porte di Firenze insomma, anche se qualitativamente e quantitativamente ben lontana dall'altra. D'altronde la natura dei terreni, la sfavorevole esposizione e le quote molto basse (da 700 a 800 m) costituivano insuperabili fattori limitanti: a dispetto dei quali comunque la coltura fu ripetuta e ripetuta fin quasi ai nostri giorni senza grossi inconvenienti, tranne forse un po' di schianti e qualche sradicamento di troppo. Grossi inconvenienti che invece cominciarono a manifestarsi, con l'incontrollabile diffusione del marciume radicale e con l'intensificarsi degli schianti e degli sradicamenti, già nei primi decenni di questo secolo, fino a divenire disastrosi all'incirca dopo la fine dell'ultima guerra.
La risposta della Comunità monastica a questa sorta di reazione di rigetto di una coltura forse troppo e troppo a lungo "forzata" oltre i suoi limiti naturali, è stata drastica, non sappiamo quanto in accordo con le Autorità forestali dell'epoca: progressiva ma radicale sostituzione dell'abete bianco con la douglasia, a parte soltanto alcuni piccoli appezzamenti nelle immediate vicinanze del Santuario.
Risulta con certezza che all'epoca, ossia verso la fine degli anni '40, l'abete bianco occupava ancora nella proprietà una ventina di ha circa, ubicati nella zona indicata poc'anzi, mentre un altro paio di ha erano popolati da pino nero, un'ottantina da cedui di latifoglie e pochi di più da terreni agrari o pascolivi; assente la douglasia. Trenta anni più tardi le abetine erano ridotte alla metà, come si apprende dallo studio del Dr. Umberto Cavini citato anche in bibliografia, e oggi infine (1995) superano appena i 6 ha, la maggior parte dei quali in consociazione; l'operazione può quindi dirsi conclusa.
Quasi contemporaneamente, per l'esattezza nel periodo compreso fra il 1955 e il 1960, un altro avvenimento veniva ad alterare ulteriormente la fisionomia colturale e l'aspetto esteriore della proprietà: ci riferiamo al rimboschimento eseguito dal CPR (Consorzio provinciale di rimboschimento fra lo Stato e la Provincia di Firenze), con fondi del Ministero dell'agricoltura e foreste, di una vasta superficie già a pascolo ma abbandonata da tempo in zona "Cantalupo", impiegando prevalentemente pino nero ma anche abeti. Ne furono interessati ben 22 ha ossia in un colpo più di quelli fino ad allora investiti complessivamente a conifere. Infine, negli ultimissimi anni, qualche iniziativa per ricuperare con il rimboschimento, prevalentemente a douglasia e pino nero, alcune porzioni (7-8 ha in tutto) dei terreni agrari abbandonati, ma di buon valore, ancora presenti nella parte bassa della proprietà.
Riassumendo, molti secoli di immobilità nell'andamento proprietario, seguiti però negli ultimi 50 anni da cambiamenti di non poco conto, specialmente nel settore agrario e in quello dei rimboschimenti, come vedremo meglio in seguito.
Secondo i più aggiornati dati catastali, le proprietà del Convento di Monte Senario assommano oggi a circa 183 ha, occupanti, come risulta dalla cartina, quasi esclusivamente il versante meridionale del Monte, in Comune di Vaglia, a meno di 20 km da Firenze. Altitudine variabile dagli 815 m del Santuario ai 500 delle estreme porzioni sud-orientali. Clima temperato-freddo, piovosità intorno ai 1.000 mm annui, raramente nevosi, con siccità estiva; frequente la galaverna. Morfologicamente dolce con rare eccezioni, la pendice fa parte, sotto il profilo geologico, di un compatto nucleo di arenarie mioceniche con, a tratti, sottili livelli di argilliti.
All'interno della proprietà possiamo distinguere zone popolate prevalentemente da conifere, altre da latifoglie, altre infine non boscate, delle quali le prime occupano di preferenza le quote più elevate della porzione centrale, le seconde il settore orientale e le ultime quello meridionale. Gli accurati rilievi eseguiti nel 1995 hanno permesso di accertare complessivamente circa 55 ha, in superficie ragguagliata, di rimboschimenti; circa 78 ha popolati da latifoglie indigene (compresi un paio di ha di area di rispetto intorno al Santuario), e 50 ha di colture agrarie, ma meglio sarebbe dire, salvo poche eccezioni, semplicemente non boscati, così generalizzato è stato qui, come abbiamo già detto, l'abbandono di tali colture negli ultimi decenni. In ogni caso, rispetto alla fine degli anni '40, la superficie occupata da rimboschimenti è passata dal 12 al 30% dell'intera proprietà, e quella comunque boscata dal 56 al 72.
Poche righe saranno sufficienti ad illustrare la situazione dei boschi di latifoglie indigene, visto che dei terreni agrari non c'è nulla da dire. Nel complesso sembrano resistere abbastanza bene, anche se su estensioni leggermente ridotte; sono costituiti in massima parte da castagno e da querce decidue, seguiti alla lontana da carpino nero, orniello, acero montano (anche introdotto), sambuco, acero campestre, nocciolo, ontano nero, olmo, maggiociondolo, oltre a un paio di piante di faggio.
Sia il castagno che le querce (cerro e roverella) sono governati quasi esclusivamente a ceduo, ma mentre le prospettive del primo, nonostante una discreta diffusione del cancro corticale, sono ancora abbastanza buone, le querce non sembrano proprio avere nessun avvenire.

Giovane piantagione di Douglasia sullo sfondo di alcune piante residuate di abete bianco.

E siamo ai rimboschimenti. Delle numerose specie impiegate, soltanto tre rivestono importanza: la douglasia, con circa 23 ha in superficie ragguagliata, il pino nero con 20 e l'abete bianco con poco più di 6. Tutto il resto, ossia approssimativamente altri 6 ha, è costituito da latifoglie spontanee (le stesse enumerate poco fa), sparse in varia misura all'interno dei rimboschimenti ma quasi sempre in posizione sottomessa, e da conifere minori (abete rosso, chamaecyparis, pino silvestre, larice, pino strobo e pino marittimo), ancora meno significative.
La douglasia è presente un po' ovunque, anche se di preferenza, come è ovvio, nelle zone già ad abete bianco, ossia fra il Santuario e la Ghiacciaia; l'altitudine media si aggira sui 750 m, con estremi compresi fra 800 e (in un solo caso) poco più di 500.
Le condizioni della coltura sono uniformemente buone con rare punte di eccellenza, e buone per ora anche forma e portamento; le densità risultano quasi sempre colme o eccessive (tranne negli impianti più recenti), il che potrebbe forse parzialmente spiegare gli incrementi di regola non eccelsi. La douglasia preferisce l'allevamento in purezza, ma si adatta anche a molte consociazioni senza apparente disagio.
L'età varia da minimi di un paio di anni a massimi che, per i motivi esposti in precedenza, non superano i 45; l'età media ponderale è leggermente inferiore a 20 anni. Ben poco si può dire della rinnovazione naturale, sia perché gran parte delle piante censite non sono ancora fertili, sia perché la densità è spesso talmente elevata da inibire in pratica qualsiasi forma di vita vegetale sotto copertura, sottobosco compreso.
Le prospettive della coltura sono ottime in senso strettamente produttivo, naturalmente purché si provveda subito almeno ai diradamenti più urgenti: buone provvigioni, buoni incrementi, perfetto ambientamento, niente malattie. Più incerte invece se si prendono in considerazione anche i fattori ecologici e paesaggistici, la douglasia essendo pianta, oltreché di origine esotica, piuttosto monotona e di difficile rinnovazione naturale.
Segue, in ordine di importanza, il pino nero, specie anche questa introdotta abbastanza recentemente ma non quanto la douglasia, e impiegata, inoltre, più che altro in consociazione con l'abete bianco, la stessa douglasia e varie latifoglie indigene, a quote comprese fra 600 e 780 m, in media poco più di 700.
Le condizioni vegetative sono in genere buone, buoni o addirittura ottimi gli incrementi, il vigore, l'adattabilità; lasciano invece non di rado a desiderare forma e portamento, con molti esemplari tozzi e ramosi, forse perché attribuibili a provenienze austriache anziché corse o calabresi. Densità da normali a colme.
Le età variano da minimi di pochi anni come la douglasia a massimi invece, a differenza di quella, di oltre 80, anche se nella maggioranza dei casi non si discostano molto dai 40; e difatti la media ponderale è esattamente di 38 anni, non molto alta in assoluto (e comunque quasi doppia di quella della douglasia), ma sufficientemente significativa. La rinnovazione naturale, per quanto migliore rispetto alla douglasia, è sempre insufficiente; in compenso è discreta quella di latifoglie, castagno in primo luogo. Scarso anche il sottobosco.
Le prospettive, infine, sono piuttosto buone, anche se nelle ultime piantagioni l'impiego del pino nero è un po' rallentato. D'altronde i ben noti requisiti di rusticità, plasticità e vigoria propri di questa pianta, riteniamo ne imporranno ancora l'uso in molte circostanze e per parecchio tempo.
Eccoci infine all'abete bianco, o meglio a quanto ne rimane dopo le falcidie degli ultimi 50 anni, delle quali abbiamo già parlato. Ormai in tutta la proprietà è rimasto un solo nucleo di abete bianco pressoché puro, e per motivi di ordine prevalentemente estetico, nei pressi del Santuario, oltre a qualche piccolo gruppo all'interno dei rimboschimenti eseguiti dal CPR fra il 1955 e il 1960.
E' chiaro che in queste condizioni rimane piuttosto ardua qualunque considerazione, anche se dai pochi dati in nostro possesso ci sembrano largamente confermati lo stato vegetativo piuttosto scadente e i danni da marciume. Le età variano da una trentina di anni a oltre 80, per una media ponderale di poco superiore ai 40. L'altitudine degli impianti è sempre oltre i 700 m, la rinnovazione naturale nulla sotto lo stesso abete ma discreta nelle pinete vicine, il sottobosco di regola sufficiente.
Le prospettive sembrerebbe dovessero essere del tutto negative, mentre a nostro parere non è invece da escludere che col tempo l'abete finisca con il trovarsi ritagliato un certo spazio, seppure minoritario: sia in funzione per così dire "emblematica" attorno al Santuario, sia soprattutto come componente dei boschi misti, esistenti o in formazione, a base di castagno, cerro, douglasia e pino nero, oltre naturalmente all'abete. Anzi, può darsi sia proprio quest'ultima una delle consociazioni prevalenti nella proprietà, sia pure a lungo termine.
Le altre specie presenti nei rimboschimenti non rivestono, ripetiamo, nessuna importanza; da segnalare soltanto la buona riuscita della chamaecyparis, soprattutto in filari lungo strade e viali. Un posto a parte spetta però all'agrifoglio, usato qui non solo come bordura (fino dal '600), ma da alcuni anni anche come vera e propria pianta da rimboschimento su piccole superfici, con risultati finora abbastanza buoni.

Il convento e i boschi di Monte Senario
visti da Casa Bartolacci.

Su tutte e tre le specie principali precedentemente analizzate abbiamo effettuato, per completezza di indagine, anche alcuni modesti rilievi incrementali. Da essi risulta intanto che la densità media generale delle porzioni prese in esame (tutte adulte) si aggira intorno alle 850 piante per ha; alta quindi ma non in maniera drammatica. Lo stesso dicasi per le aree basimetriche (circa 35 mq per ha in media), mentre le provvigioni ammontano, sempre in media e sempre per tutte le specie assieme, a 337 mc/ha; valore, considerata l'età, decisamente sostenuto. Così come sostenuti sono i conseguenti incrementi medi, che superano nel complesso i 9 mc per ha e anno.
Scendendo a maggiori particolari si osserva che tanto per le provvigioni quanto per gli incrementi i valori più alti spettano al pino nero, che fa registrare complessivamente provvigioni di 385 mc/ha e incrementi medi annui, sempre per ha, di quasi 10 mc; i minori all'abete bianco, con 325 mc/ha di provvigione e 7 mc di incremento medio annuo.
L'andamento delle curve di incremento, infine, è sostenuto all'inizio e quindi moderatamente calante per la douglasia; altrettanto sostenuto nei primi decenni ma poi vertiginosamente discendente per il pino nero; più equilibrato ma costantemente sui livelli medio-bassi per l'abete bianco. Nulla di nuovo quindi rispetto a quanto già si conosce di queste tre specie in tema di curve incrementali.
Esaminati così sotto ogni possibile aspetto i rimboschimenti di Monte Senario e le principali specie che li compongono, vediamo di trarre da quanto è stato detto alcune considerazioni conclusive.
Sotto il profilo strettamente forestale – ossia protettivo/produttivo – non c'è dubbio che si tratta di rimboschimenti ben riusciti. Infatti, oltre ad avere adempiuto alla loro funzione primaria, cioè la copertura del terreno, la maggior parte di essi si distingue anche per la vigoria dei soggetti e per gli ottimi incrementi; in particolare gli impianti realizzati dal CPR, non fosse che per aver saputo conciliare le esigenze di copertura con indovinate consociazioni, un po' meno gli altri, spesso eccessivamente densi e monotoni.
Di conseguenza, e sempre sotto il profilo strettamente forestale, si potrebbe prendere atto dei risultati e continuare su questa falsariga anche in futuro, ponendo solo maggiore attenzione alle densità della douglasia e avendo cura di conservare un minimo di presenza di abete con funzioni più che altro "emblematiche" vicino al Santuario e preferibilmente in consociazione.
Il discorso si fa però alquanto diverso se si considerano invece gli aspetti naturalistici ed estetici, importantissimi in un complesso come questo; e soprattutto, se si pone attenzione all'avvenire degli impianti, oggi come oggi prossimo allo zero a meno di ricorrere sistematicarnente alla rinnovazione artificiale posticipata dopo ogni taglio raso. In sintesi si possono rilevare: eccessiva monotonia di molti impianti, eccessivo ricorso a specie estranee all'ambiente, scarso impiego di latifoglie indigene, mancanza di rinnovazione naturale. che rientrano poi tutte nella semplice espressione: scarsa naturalità – nessun avvenire.
Non sarà facile per chi ha la responsabilità del patrimonio boschivo dei Convento risolvere questo stridente contrasto fra aspetti produttivi e aspetti naturalistici; non nell'immediato, naturalmente, che per svariati anni ancora le uniche cose che potranno essere (o non essere) fatte sono i diradamenti alla douglasia, peraltro a nostro parere necessarissimi. I problemi nasceranno non prima di una ventina di anni, ossia quando cadrà al taglio la massa degli impianti che oggi ne hanno circa 40. In quel momento infatti si dovrà scegliere se continuare come ora o cambiare, con tutte le certezze della prima soluzione e i rischi della seconda; perché si fa presto a dire, come qualche ambientalista dell'ultim'ora, "servono latifoglie nobili", quando si sa (o si dovrebbe sapere) che si tratta di impresa difficilissima, dall'esito assolutamente imprevedibile e dal costo, sia diretto che indiretto, molto alto.
Noi pensiamo però che sia praticabile anche una terza via, più equilibrata, magari immaginando percorsi diversi per le diverse specie. Così per gli attuali impianti di pino nero, che in buona parte mostrano già ora una certa presenza di latifoglie indigene sottomesse, potrebbe funzionare la tecnica dei ripetuti leggeri diradamenti; che dando aria e luce sotto la conifera avrebbero l'effetto da un lato di favorire lo sviluppo delle latifoglie esistenti e dall'altro di incentivare la rinnovazione naturale dai vicini querceti e castagneti fino a sostituire pian piano il pino nero.
Per la douglasia invece sembra inevitabile arrivare senza iniziative di sorta (tranne ben s'intende i diradamenti) al taglio di maturità, e solo successivamente cambiare registro, anche se, in questo caso, non in maniera radicale. Nei terreni infatti da tempo adibiti alla coltura boschiva si potrebbe reimpiantare artificialmente un misto per gruppi di douglasia, cerro, acero montano, castagno, ecc., tutte specie, vogliamo dire le latifoglie, dotate di discrete possibilità di affermazione. Nei terreni ex-agrari viceversa non si vedono alternative, sempre dopo il taglio di maturità, ad impianti da legno quali potrebbero essere noce, ciliegio, tiglio, ontano napoletano e altri ancora; è questo sicuramente il caso in cui si correrebbero i rischi maggiori, tuttavia la superficie non è molta e in caso di insuccesso si potrebbe sempre ripiegare sulla soluzione precedente oppure ricorrere di nuovo alla douglasia da sola.
Quanto all'abete bianco infine, ci sembra da preferire la soluzione già abbozzata e cioè: nelle immediate vicinanze del Convento ancora coltivazione artificiale in piccoli gruppi; altrove, ma sempre alle quote più alte, impianti consociati (ovviamente di dimensioni modeste) con castagno, cerro, douglasia, pino nero e latifoglie nobili, resi relativamente agevoli anche dalla rinnovazione naturale di tali specie esistente a tratti sotto l'abete. Si dovrebbe ottenere in tal modo il duplice risultato di non disperdere del tutto una coltura così significativa e tradizionale come l'abete bianco e di migliorarne la resistenza.

SUMMARY
THE REFORESTATION OF MONTE SENARIO
The authors examine the woods of Monte Senario Monastery, near Florence; above all, Pseudotsuga Menziesii, that in the past 50 years replaced the disease Abies alba. Good results, but natural regeneration nearly nulì. In Authors opinion, now it is necessary a larger increase of native broadleaves, beside Pseudotsuga Menziesii, other conifers and also a little of traditional Abies alba.

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Pietraporciana, la faggeta

La faggeta eterotopica di Pietraporciana si trova nell'area del M. Cetona, Toscana meridionale. La stazione, già segnalata negli anni '30, pur essendo di notevole interesse scientifico-naturalistico, non era stata mai studiata in modo approfondito. Il lavoro riportato in questo articolo ha avuto lo scopo di mettere le basi di una più approfondita conoscenza del popolamento, illustrandone le caratteristiche strutturali e floristiche, con accenni anche agli aspetti vegetazionali. Vengono inoltre illustrate delle ipotesi gestionali anche in considerazione della prossima costituzione della Riserva naturale di Pietraporciana all'interno del Parco Archeologico e Naturalistico del Monte Cetona. I dati ottenuti hanno evidenziato che il popolamento studiato è da considerarsi un relitto, ben conservato ed a elevato grado di naturalità, di un'arco di espansione del faggio più vasto dell'attuale.


Introduzione
I popolamenti eterotopici hanno sempre rappresentato un ottimo ambiente di studio per la valutazione dei limiti ecologici di vegetazione del faggio (Negri e Pampanini, 1928; Padula, 1956; Anzalone, 1961a, 1961b). A causa della sua storia geologica e della sua conformazione, la Toscana appare alquanto ricca di stazioni di questo tipo, delle quali solo poche sono state studiate in modo più approfondito (Chiarugi, 1930; Cavalli e Drosera, 1989).

Visione d'insieme della faggeta.

 

La faggeta di Pietraporciana si trova sull'omonimo poggio (847 m s.l.m.), sito nel comune di Sarteano (Siena), nell'area della piccola catena del Monte Cetona (1 148 m s.l.m.). Il territorio in esame fa parte dei complesso forestale denominato la Foce, ex proprietà dei Marchesi Origo, che dal 1984 costituisce Demanio regionale gestito dalla Comunità Montana del Monte Cetona.
Questa si caratterizza per essere una stazione eterotopica e, malgrado sia stata segnalata da Negri (1930) e dalla Società Botanica Italiana (1979) come biotopo di particolare interesse naturalistico, non risulta che fino ad ora siano stati fatti studi approfonditi su di essa.
La faggeta si trova ad una altitudine compresa tra i 720 m e gli 800 m circa, in esposizione nord, nord-est. La superficie è di circa 12 ha.
Il suolo si è originato da un substrato geologico di origine cenozoica e riferibile al periodo pliocenico superiore, costituito da rocce sedimentarie chimiche e organogene di natura calcarea. Si tratta in particolare di sedimenti detritico organogeni con abbondante presenza di elementi fossiliferi costituiti da alghe, anfistegine, terebratule, ostridie pettinidi (Geodata, 1989). Il suolo appare ben strutturato e in grado di fornire un buon ambiente alle radici del faggio, la profondità è variabile tra i 30 cm e i 60 cm. La lettiera è sempre molto abbondante. La morfologia è sovente molto accidentata, a causa anche di una paleofrana, non databile, che interessa tutta la parte centrale della faggeta. La pendenza oscilla tra il 15% e il 65%.
Per quanto concerne gli aspetti climatici nella faggeta si ha un microclima oceanico umido, diverso dal clima generale dell'area circostante, che, come si osserva nei diagrammi termopluviometrici delle stazioni di Cetona e Montepulciano (figg. 4 e 5), è di tipo mediterraneo.

Fagus sylvatica L.), acero opalo (Acer opulifolium Chaix) e carpino nero (Ostrya carpinifolia Scop.), caratterizzata dalla presenza di piante di dimensioni eccezionali (Foto 1) (Carpinus betulus L.), di cui alcuni deperienti.
Il carpino nero si afferma più marcatamente dove le condizioni edafiche divengono peggiori, l'acero opalo, che notoriamente è una pianta di modeste dimensioni, ha trovato delle condizioni ambientali che gli hanno permesso di raggiungere i 30 m di altezza e diametri fino a 70 cm.
L'acero opalo a questa quota rappresenta la specie vicariante dell'acero montano. La distribuzione del numero di piante fra le classi diametriche mostra una struttura estremamente eterogenea, tuttavia riconducibile a una struttura chiaramente disetanea (Fig. 7).

Hedera helix L., Clematis vitalba L. (certamente la più importante).
La vitalba riveste grande importanza sostanzialmente per due aspetti: il primo perché l'ambiente della faggeta di Pietraporciana favorisce l'affermarsi e lo svilupparsi di esemplari di notevoli dimensioni, l'altro perché nella dinamica del popolamento questa specie diviene causa di instabilità per le piante arboree ed è tra le specie più aggressive nella colonizzazione dei gap che si aprono naturalmente nella compagine arborea.
Specie indicatrici di degrado come biancospino o ginepro sono praticamente assenti, d'altro canto la grande diffusione delle geofite e delle emicriptofite è indicativa di un ecosistema che si trova in uno stadio evolutivo avanzato.

Osservazioni sulla capacità di rigenerazione naturale
Lo studio dei transects strutturali ed i ripetuti rilievi di campagna hanno permesso di fare delle considerazioni sulla capacità di rigenerazione del popolamento, con particolare riferimento al settore A.
La faggeta è in grado di rinnovarsi naturalmente; la rinnovazione è maggiore sotto copertura, dove si formano delle piccole aperture, dove è garantito un certo apporto di luce laterale ed infine ai margini dei gap più ampi, nei quali risulta sottomessa alle specie invadenti con comportamento molto aggressivo.
Le aperture nel piano delle chiome si creano per caduta di intere piante o parti di esse, ma mai per gruppi di piante.
Le cause sono da attribuirsi quasi esclusivamente all'azione di funghi agenti della carie (Fomes fomentarius) che attaccano le piante che hanno raggiunto la maturità fisiologica o eventualmente anche piante più giovani che però sono state ferite dalla caduta di altre piante o dal rotolio di massi distaccatisi dalla parete.
I gap che si originano sono presto invasi da vitalba, sambuco, nocciolo, ortica ed altre specie eliofile, e nitrofile. Queste specie, in un primo momento precludono l'insediamento della rinnovazione del faggio che potrebbe invece affermarsi in un secondo tempo, quando lo sviluppo delle chiome delle piante disposte ai margini riformeranno una maggiore copertura.

Conclusioni
La faggeta di Pietraporciana alla luce dei risultati di queste prime indagini rivela un alto valore naturalistico, scientifico, didattico e sociale.
In funzione dei dati ottenuti si può affermare che il popolamento è con molta probabilità di origine naturale. Questa ipotesi è avvalorata dal tipo di struttura estremamente vicina a quella dei popolamenti vergini di faggio (Korpel, 1992), dalle caratteristiche floristiche e dal fatto che il faggio non compare solo qui ma, con pochi individui isolati, anche in altri punti del territorio circostante. Le caratteristiche floristiche sono tali per cui, in via eccezionale, la faggeta si può considerare tra le migliori che si possono incontrare, ovvero di tipo medioeuropeo. La faggeta mantiene un certo grado di naturalità.
Appare infatti troppo semplicistico pensare che il popolamento di Pietraporciana si possa essere originato dall'invecchiamento di un popolamento governato a ceduo, non a caso ai primi dell'ottocento il catasto del granducato riporta la presenza in quest'area di boschi di faggio ad alto fusto.
Sembra più opportuno ipotizzare, dato che il faggio compare su questo versante a quota ancora più bassa, che la faggeta di Pietraporciana sia un relitto di un popolamento un tempo molto più esteso che per le sue condizioni morfologiche diffusamente accidentate non deve aver consentito delle utilizzazioni molto spinte, eventualmente limitate al prelievo delle piante migliori nelle condizioni di lavorabilità migliori.
Considerato che costituirà il nucleo principale dell'istituenda Riserva Naturale all'interno del futuro Parco Archeologico e Naturalistico del Cetona, appare opportuno continuare ad applicare una selvicoltura di non intervento. Del resto la faggeta è già privata di qualsiasi utilizzazione essendo inserita nell'area n. 107 secondo la Legge regionale 52/82 delle Aree Protette.
Si deve altresì impedire che si svolgano attività che in qualsiasi modo rechino disturbo o danno alla stazione. La faggeta può, se opportunamente controllata, continuare a svolgere la sua funzione sociale. Le visite, se rispettose ed eseguite senza allontanarsi dal sentiero principale che la attraversa, non creano certamente danno. A tal proposito sarebbe opportuno disporre della cartellonistica, il più possibile integrata con l'ambiente, che contenga norme e divieti.
Interventi indiretti di protezione possono invece realizzarsi sui popolamenti confinanti per ridurre il rischio di incendio e in generale su tutto il territorio per creare dei percorsi alternativi che garantiscano una più omogenea distribuzione del carico turistico.

Summary
THE HETEROTOPIC BEECH-WOOD OF PIETRAPORCIANA (SARTEANO, SIENA). STRUCTURAL AND FLORISTIC ASPECTS
The Pietraporciana heterotopic beech-wood is localized in the area of Mt. Cetona, south Tuscany. This is a very interesting natural stand, known since '30, but, until now, no scientific investigations were carried out.
The purpose of the present paper is to characterize the flora, the vegetation and the structure of the stand.
The paper provide also some lines about area policy, in expectation of establishment of Archeological and Natural Park of Mt. Cetona.

Bibliografia
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Cavalli S., Drosera L. (1989) – Nuove stazioni eterotopiche di Fagus sylvatica L. nella Toscana centrale. Atti Soc. Tosc. Soc. Nat. Serie B, 96: 257-264.
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Geodata (1989) – Geologia, geomor,fologia, idrogeologia del territorio della Comunità Montana del Cetona.
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Padula M. (1956) – Contributo allo studio dei limiti altimetrici del faggio in Garfagnana. N. Giom. Bot. It. n.s. 63: 591-678.
Pignatti S. (1 982) – La flora d'Italia. Edagricole.
Società Botanica Italiana (1979) – Censimento dei biotopi di rilevante interesse vegetazionale meritevoli di conservazione in Italia. Volume 2. Tip. Coppini.

Lazio, Sasseto: flora monumentale

Il bosco del Sasseto è una singolare formazione forestale vasta circa 50 ha: è situato all'estremo nord del Lazio, presso il paese di Torre Alfina, frazione di Acquapendente, posto a 602 m slm (vedasi la cartina riportata in figura 1).

Dettagli piantina, 105 Kb

Fig.1 – Questa piantina in scala 1:100.000 circa riporta, oltre alla localizzazione del bosco del Sasseto (in arancione), l'estensione della vicina Riserva Naturale di Monte Rufeno (in verde).

 

La sua storia è antica quanto quella del piccolo borgo che lo sovrasta, dominato da un castello medioevale la cui struttura originale risale all'Vlll secolo d.C.: tale edificio venne poi trasformato in un'elegante dimora rinascimentale nel 1500 dai Monaldesca, signori della zona e proprietari del borgo.
Nel 1881 il castello venne acquistato dal conte Edoardo Cahen, nominato poi Marchese di Torre Alfina, che ristrutturò di nuovo il castello secondo lo stile medioevale-gotico che ancor oggi possiede: presso l'accesso principale del sottostante bosco fece costruire anche un mausoleo di peperino in stile neogotico, conosciuto come la "tomba del Marchese", in cui fu poi sepolto (foto 1).

Foto 1 – Un'immagine della suggestiva e stravagante "tomba del Marchese", costruita in una radura posta presso
l'ingresso del bosco.

 

Il castello ed il bosco sono tutt'ora beni privati: il secondo, inoltre, nonostante i suoi notevoli pregi naturalistici, non è incluso nella confinante Riserva Naturale di Monte Rufeno, un'area protetta di circa 3000 ha ricoperta in prevalenza da boschi derivati dall'invecchiamento di cedui quercini.
Il bosco sì estende ai piedi del castello, lungo un pendio roccioso orientato verso nord: castello e bosco rappresentano un tutt'uno di grande impatto e bellezza paesaggistica. L'inaccessibilità del bosco serviva in passato a proteggere ulteriormente la rupe del borgo, dal momento che ne completava il circolo di difesa. Il nome del bosco è in comune con quello del pendio roccioso su cui sorge, la cui caratteristica struttura deriva da antiche eruzioni: massi e rocce di tutte le dimensioni sono sparsi ai piedi degli alberi, formando in certi tratti ammassi alti e tormentati, insormontabili e di grande effetto scenografico (foto 2).
La presenza dell'uomo al suo interno in passato è stata continua ma limitata, sia per la proprietà privata dell'area che per la sua lontananza dai grandi centri urbani; quindi il Sasseto si può considerare quasi un relitto di foresta naturale, integro, popolato da numerosi uccelli e roditori, caratterizzato dalla presenza di molti alberi secolari che affondano le loro radici nelle rocce ricoperte da muschi e da varie specie di felci.

Le specie forestali
La prima impressione che si ha entrando nel bosco del Sasseto, una fustaia mesofila e secolare, è quella di trovarsi in un luogo fresco, ombroso e misterioso: ciò è dovuto principalmente alla composizione del soprassuolo, molto intricato e con una notevole presenza di una specie sempreverde, il leccio (Quercus ilex), che contribuisce a far giungere poca luce al suolo.

Foto 2 – Una radura del bosco, in cui risalta il paesaggio caratterizzato dalla presenza di grandi alberi contorti e di cumuli di rocce laviche.

 

Si tratta di alberi spesso plurisecolari, di forma colonnare o bizzarra e contorta, sani o cavi e fessurati, a volte raggruppati in piccoli nuclei: in certi tratti le loro foglie sono così grandi da ricordare più il lauro che non il leccio, tanto da aver fatto pensare all'esistenza di un'ecotipo locale.
Un leccio particolare, del diametro di oltre un metro, è attualmente oggetto di studio per la sua forma bizzarra, dal momento che su rami e tronco si osservano delle gibbosità anulari, regolari e molto vistose: per ora tale fenomeno, più che ad un'influenza del clima, viene attribuito ad una mutazione genetica.
Il microclima dell'area, una buona presenza di acqua ed una certa fertilità del suolo, seppur assai roccioso, rendono possibile la vita di varie altre specie forestali, alcune delle quali poco comuni nella zona circostante. Un esempio è il tiglio, (Tilia platyphyllos), qui largamente diffuso sia come pìanta singola che a piccoli gruppi e che gode di ottima salute: quest'albero aggraziato raggiunge il massimo della sua bellezza in autunno, quando le sue foglie cuoriformi si colorano di giallo oro.
Non mancano, soprattutto nella zona alta a Sud-Ovest, numerosi esemplari di castagno, (Castanea sativa), spesso con ceppaie cave o fessurate: tale specie per lo più si trova confinata in gruppo ai bordi del bosco, mentre all'interno si osserva in esemplarì singoli.
Molto diffusi sono anche i carpini, soprattutto il carpino nero (Ostrya carpinifolia): da notare come esistano numerosi esemplari di agrifoglio (Ilex aquifolium) di dimensioni arboree, con diametri che superano i 20 cm, chiaro segno di uno scarso disturbo antropico. Tale pianta nel Lazio è protetta dalla legge regionale n. 61 del 1974.
Numerosi gli aceri, soprattutto il campestre (A. campestri), che d'autunno contribuiscono a colorare il bosco dì giallo, senza però arrivare ad assumere colori rossastri per la scarsa luce che riesce a penetrare nel fogliame.
Si trovano anche esemplari di frassino (Fraxinus ornus), che di autunno si colorano dal rosa al violaceo, di olmo (Ulmus glabra), di alcune specie di sorbo (Sorbus aucuparia e S. torminalis).
Da notare che si osservano appena tre esemplari adulti di faggio (Fagus sylvatica), relegati nella zona più umida ed ombrosa del bosco: si presume però che in questa selva la diffusione di tale specie sia destinata ad aumentare in futuro.
Al margine inferiore del Sasseto, verso Nord-Est, si trovano numerosi esemplari di querce, soprattutto roverelle (Quercus pubescens), di probabile origine agamica, resto di antiche e limitate ceduazioni operate in prossimità di vari casali, oggi quasi tutti abbandonati insieme a colture di olivi, fruttiferi e viti. Nel Sasseto non ci sono alberi di conifere, salvo un gruppetto di pini silvestri piantati nella zona alta vicino ad un'entrata.
Le specie forestali del Sasseto sono quindi ben commiste tra loro, ricche di forme contorte e di colori autunnali: da notare la presenza, accanto ad esemplari monumentali, di esemplari di tutte le dimensioni e di una buona quantità di semenzali delle varie specie.
Gli alberi vecchi cadono al suolo e qui si decompongono indisturbati: segno che in questo particolare bosco si mantiene un equilibrio quasi naturale, poco bisognoso di interventi selvicolturali: a tale proposito pare che tale bosco sia scampato pochi anni fa ad un taglio con finalità economiche, che qui appaiono realmente ingiustificate.

 

Cenni sulla flora erbacea
Gli arbusti non sono praticamente presenti nel sottobosco del Sasseto, essendo relegati solo ai bordi: lungo essi si trovano soprattutto cespugli di ligustro (Ligustrum vulgare), ginepro (Juniperus communis), prugnolo (Prunus spinosa) e rosa canina (Rosa canina), spesso avvolti da fitti festoni di robbia (Rubia peregrina). La ricchezza di piante erbacee nel sottobosco del Sasseto si rivela unicamente in primavera, dal momento che la scarsa luce confina la maggior parte delle fioriture praticamente nel solo mese di Marzo.
In questo periodo il terreno è completamente ricoperto da un tappeto di fioriture multicolori, le più vistose e fitte delle quali sono quelle bianco-rosee della colombina (Corydalis cava) e quelle di due specie di dentaria (Cardamine heptaphylla e C. enneaphyllos) dai piccoli fiori a quattro petali che vanno dal bianco al giallo.
A questi fiori se ne devono aggiungere altri più sporadici quali le violacee epatiche (Hepatica nobilis) dalle caratteristiche foglie trilobate, alcune specie di violetta (Viola spp.), la rosea latrea (Lathrea squamaria) che è pianta parassita delle radici degli alberi, la scrofularia gialla (Scrophularia vernalis).
Per il resto dell'anno le fioriture sono molto ridotte: ad esempio in autunno si osservano solo piccole e rade chiazze color rosa sbiadito costituite da ciclamini (Cyclamen hederifolium), oltre a qualche piccola composita gialla (Senecio spp.). Scarse per tutto l'anno le graminacee.
Di particolare importanza è la discreta presenza nel Sasseto di una pianta rara nel resto del Lazio, il ruscolo maggiore o "pianta di Santa Giacinta" (Ruscus hypoglossum): è un piccolo arbusto simile al pungitopo (R. aculeatus), rispetto al quale presenta cladodi più morbidi e frutti portati sulla pagina superiore delle foglie.
In zona la sua origine viene popolarmente ricollegata al martirio volontario dell'omonima santa Giacinta, antica suora della vicina Viterbo: tale pianta attualmente meriterebbe, per la sua bellezza e rarità, di essere inclusa nell'elenco delle specie protette.
Questa pianta è rappresentata nella figura 2, disegno in bianco e nero tratto da una stampa di epoca medioevale.
Notevolmente abbondanti, sia per numero di specie che per quantità, sono invece le felci, trattate di seguito.

Fig.2 – Una rappresentazione della pianta di Santa Giacinta, tratta da un'antica stampa medievale.

Le felci
La bellezza della copertura del Sasseto, conferita dal manto arboreo e da quello, seppur temporaneo, delle fioriture, trova valido complemento in un permanente tappeto di felci, muschi e licheni, organismi favoriti dal microclima particolarmente umido e che contribuiscono molto alla suggestiva atmosfera di questo bosco.
Per quanto riguarda le felci presenti, possono essere distinte in terricole e rupicole (o arboricole).
Là dove il suolo è più profondo, ricco di materia organica e umidità, si notano molti cespugli di lingua cervina (Phyllitis scolopendrium), dalle lunghe foglie nastriformi a margine intero, con vistosi sori lineari color ruggine posti sulla faccia inferiore.
Tali foglie in passato erano usate per combattere le malattie polmonari per il loro alto contenuto in mucillagini: oggi tale felce a volte è usata come specie ornamentale e nel Lazio non è protetta, mentre allo stato selvatico lo è in Emilia Romagna.
Altra specie assai comune e che forma fitti cespi sul terreno più ricco è la felce setifera (Polystichum setiferum), dalle lunghe foglie bipennatosette le cui pinnule sono caratteristicamente provviste di piccoli aculei morbidi. Nel terreno contenuto tra le rocce si trovano anche piccoli cespi di erba rugginina (Asplenium trichomanes), felce le cui fronde pennate sono di piccole dimensioni e caratterizzate dal sottile rachide scuro, simile ad un capello, ricordato dal nome della specie.
Sporadico e sempre su piccole rocce parzialmente ricoperte da terra, si trova anche l'asplenio (Asplenium adiantum-nigrum), piccola felce di morfologia variabilissima in relazione al substrato: tale pianta, comunissima nel resto del Viterbese, non trova però qui l'ambiente ideale a causa della scarsità di luce.
Le grandi rocce del Sasseto sono comunque regno pressocché incontrastato dei polipodi (Polypodium cambricum e P vulgare), frammisti in una serie di ibridi spesso difficilmente distinguibili, che formano fitti intrichi anche sulle pietraie più impervie: tali formazioni (foto 3) sono molto suggestive, soprattutto quando sono ricoperte dai resti della neve, cosa che del resto capita spesso tra Novembre e Gennaio.
Spesso esemplari singoli o piccoli ciuffi di polipodi si trovano insieme a tralci d'edera sui tronchi, sia vivi che morti, soprattutto su quelli provvisti di una corteccia rugosa che consente almeno un minimo accumulo di terra o materia organica.

Foto 3 – Tale è il fiabesco aspetto di molte rocce del Sasseto, ricoperte da un tappeto di felci che in questo caso è composto da polipodi.

 

Dei tre polipoidi laziali manca qui il polipolio sottile (Polypodium interjectum), specie più gracile e meno comune delle sue consorelle, che invece nel Viterbese risulta vegetare nella Riserva Naturale del Lago di Vico, una sessantina di chilometri più a sud.
Assente dal vero e proprio Sasseto è pure la felce aquilina (Pteridium aquilinum), specie così comune altrove da essere considerata infestante: si ritrova a ciuffi fitti solo al bordo est del Sasseto, nella zona più soleggiata e libera da copertura arborea.
Sempre nella stessa zona, in un angolo dove scorre un rivo che attraversa la parte bassa del Sasseto, è presente una piccola ma compatta colonia di equiseti o code cavalline (Equisetum telmateja), che nel terreno imbevuto d'acqua trovano il loro habitat ideale.

Conclusioni
Dalle informazioni sopra riportate emerge chiaramente come il bosco del Sasseto, seppure attualmente non minacciato né da interventi antropici né da un turismo eccessivo, meriterebbe una forma di tutela.
La particolare composizione del suo soprassuolo, dove predominano gli esemplari secolari e le specie "secondarie"; la discreta presenza del ruscolo maggiore; l'alto pregio paesaggistico delle curiose formazioni di alberi e rocce; queste tre caratteristiche bastano da sole per far concludere che il bosco del Sasseto, pur se privato, meriterebbe dì entrare a far parte della confinante Riserva Naturale di Monte Rufeno o di diventare una minuscola area protetta a sé stante.
Tale proposta sembrerebbe essere attualmente al vaglio delle Autorità competenti: per il momento comunque l'area è stata inclusa tra quelle descritte nel "Piano Regionale dei parchi del Lazio" in quanto area di particolare pregio naturalistico e paesaggistico.

Summary
FIRST DESCRIPTION OF FLORA IN THE MONUMENTAL WOOD KNROWN AS "SASSETO"
After a brief deseription of Sasseto and its castle, the structure and composition of this particular wood are depicted. The presence of manu big old trees is amply underlined, together with the wide presence of lots of different species of ferns, for instance the hart's tongue (Phyllitis scolopendrium) and the soft shield fern (Polystichum setiferum): moreover, another plant, can be easily found, Ruscus Hypoglossum, quite scarce in the rest of the district of Lazio.
These reasons and other ones make the Sasseto a very particular and precious forest, deserving protection.

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