Il bosco del Sasseto è una singolare formazione forestale vasta circa 50 ha: è situato all'estremo nord del Lazio, presso il paese di Torre Alfina, frazione di Acquapendente, posto a 602 m slm (vedasi la cartina riportata in figura 1).

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Fig.1 – Questa piantina in scala 1:100.000 circa riporta, oltre alla localizzazione del bosco del Sasseto (in arancione), l'estensione della vicina Riserva Naturale di Monte Rufeno (in verde).

 

La sua storia è antica quanto quella del piccolo borgo che lo sovrasta, dominato da un castello medioevale la cui struttura originale risale all'Vlll secolo d.C.: tale edificio venne poi trasformato in un'elegante dimora rinascimentale nel 1500 dai Monaldesca, signori della zona e proprietari del borgo.
Nel 1881 il castello venne acquistato dal conte Edoardo Cahen, nominato poi Marchese di Torre Alfina, che ristrutturò di nuovo il castello secondo lo stile medioevale-gotico che ancor oggi possiede: presso l'accesso principale del sottostante bosco fece costruire anche un mausoleo di peperino in stile neogotico, conosciuto come la "tomba del Marchese", in cui fu poi sepolto (foto 1).

Foto 1 – Un'immagine della suggestiva e stravagante "tomba del Marchese", costruita in una radura posta presso
l'ingresso del bosco.

 

Il castello ed il bosco sono tutt'ora beni privati: il secondo, inoltre, nonostante i suoi notevoli pregi naturalistici, non è incluso nella confinante Riserva Naturale di Monte Rufeno, un'area protetta di circa 3000 ha ricoperta in prevalenza da boschi derivati dall'invecchiamento di cedui quercini.
Il bosco sì estende ai piedi del castello, lungo un pendio roccioso orientato verso nord: castello e bosco rappresentano un tutt'uno di grande impatto e bellezza paesaggistica. L'inaccessibilità del bosco serviva in passato a proteggere ulteriormente la rupe del borgo, dal momento che ne completava il circolo di difesa. Il nome del bosco è in comune con quello del pendio roccioso su cui sorge, la cui caratteristica struttura deriva da antiche eruzioni: massi e rocce di tutte le dimensioni sono sparsi ai piedi degli alberi, formando in certi tratti ammassi alti e tormentati, insormontabili e di grande effetto scenografico (foto 2).
La presenza dell'uomo al suo interno in passato è stata continua ma limitata, sia per la proprietà privata dell'area che per la sua lontananza dai grandi centri urbani; quindi il Sasseto si può considerare quasi un relitto di foresta naturale, integro, popolato da numerosi uccelli e roditori, caratterizzato dalla presenza di molti alberi secolari che affondano le loro radici nelle rocce ricoperte da muschi e da varie specie di felci.

Le specie forestali
La prima impressione che si ha entrando nel bosco del Sasseto, una fustaia mesofila e secolare, è quella di trovarsi in un luogo fresco, ombroso e misterioso: ciò è dovuto principalmente alla composizione del soprassuolo, molto intricato e con una notevole presenza di una specie sempreverde, il leccio (Quercus ilex), che contribuisce a far giungere poca luce al suolo.

Foto 2 – Una radura del bosco, in cui risalta il paesaggio caratterizzato dalla presenza di grandi alberi contorti e di cumuli di rocce laviche.

 

Si tratta di alberi spesso plurisecolari, di forma colonnare o bizzarra e contorta, sani o cavi e fessurati, a volte raggruppati in piccoli nuclei: in certi tratti le loro foglie sono così grandi da ricordare più il lauro che non il leccio, tanto da aver fatto pensare all'esistenza di un'ecotipo locale.
Un leccio particolare, del diametro di oltre un metro, è attualmente oggetto di studio per la sua forma bizzarra, dal momento che su rami e tronco si osservano delle gibbosità anulari, regolari e molto vistose: per ora tale fenomeno, più che ad un'influenza del clima, viene attribuito ad una mutazione genetica.
Il microclima dell'area, una buona presenza di acqua ed una certa fertilità del suolo, seppur assai roccioso, rendono possibile la vita di varie altre specie forestali, alcune delle quali poco comuni nella zona circostante. Un esempio è il tiglio, (Tilia platyphyllos), qui largamente diffuso sia come pìanta singola che a piccoli gruppi e che gode di ottima salute: quest'albero aggraziato raggiunge il massimo della sua bellezza in autunno, quando le sue foglie cuoriformi si colorano di giallo oro.
Non mancano, soprattutto nella zona alta a Sud-Ovest, numerosi esemplari di castagno, (Castanea sativa), spesso con ceppaie cave o fessurate: tale specie per lo più si trova confinata in gruppo ai bordi del bosco, mentre all'interno si osserva in esemplarì singoli.
Molto diffusi sono anche i carpini, soprattutto il carpino nero (Ostrya carpinifolia): da notare come esistano numerosi esemplari di agrifoglio (Ilex aquifolium) di dimensioni arboree, con diametri che superano i 20 cm, chiaro segno di uno scarso disturbo antropico. Tale pianta nel Lazio è protetta dalla legge regionale n. 61 del 1974.
Numerosi gli aceri, soprattutto il campestre (A. campestri), che d'autunno contribuiscono a colorare il bosco dì giallo, senza però arrivare ad assumere colori rossastri per la scarsa luce che riesce a penetrare nel fogliame.
Si trovano anche esemplari di frassino (Fraxinus ornus), che di autunno si colorano dal rosa al violaceo, di olmo (Ulmus glabra), di alcune specie di sorbo (Sorbus aucuparia e S. torminalis).
Da notare che si osservano appena tre esemplari adulti di faggio (Fagus sylvatica), relegati nella zona più umida ed ombrosa del bosco: si presume però che in questa selva la diffusione di tale specie sia destinata ad aumentare in futuro.
Al margine inferiore del Sasseto, verso Nord-Est, si trovano numerosi esemplari di querce, soprattutto roverelle (Quercus pubescens), di probabile origine agamica, resto di antiche e limitate ceduazioni operate in prossimità di vari casali, oggi quasi tutti abbandonati insieme a colture di olivi, fruttiferi e viti. Nel Sasseto non ci sono alberi di conifere, salvo un gruppetto di pini silvestri piantati nella zona alta vicino ad un'entrata.
Le specie forestali del Sasseto sono quindi ben commiste tra loro, ricche di forme contorte e di colori autunnali: da notare la presenza, accanto ad esemplari monumentali, di esemplari di tutte le dimensioni e di una buona quantità di semenzali delle varie specie.
Gli alberi vecchi cadono al suolo e qui si decompongono indisturbati: segno che in questo particolare bosco si mantiene un equilibrio quasi naturale, poco bisognoso di interventi selvicolturali: a tale proposito pare che tale bosco sia scampato pochi anni fa ad un taglio con finalità economiche, che qui appaiono realmente ingiustificate.

 

Cenni sulla flora erbacea
Gli arbusti non sono praticamente presenti nel sottobosco del Sasseto, essendo relegati solo ai bordi: lungo essi si trovano soprattutto cespugli di ligustro (Ligustrum vulgare), ginepro (Juniperus communis), prugnolo (Prunus spinosa) e rosa canina (Rosa canina), spesso avvolti da fitti festoni di robbia (Rubia peregrina). La ricchezza di piante erbacee nel sottobosco del Sasseto si rivela unicamente in primavera, dal momento che la scarsa luce confina la maggior parte delle fioriture praticamente nel solo mese di Marzo.
In questo periodo il terreno è completamente ricoperto da un tappeto di fioriture multicolori, le più vistose e fitte delle quali sono quelle bianco-rosee della colombina (Corydalis cava) e quelle di due specie di dentaria (Cardamine heptaphylla e C. enneaphyllos) dai piccoli fiori a quattro petali che vanno dal bianco al giallo.
A questi fiori se ne devono aggiungere altri più sporadici quali le violacee epatiche (Hepatica nobilis) dalle caratteristiche foglie trilobate, alcune specie di violetta (Viola spp.), la rosea latrea (Lathrea squamaria) che è pianta parassita delle radici degli alberi, la scrofularia gialla (Scrophularia vernalis).
Per il resto dell'anno le fioriture sono molto ridotte: ad esempio in autunno si osservano solo piccole e rade chiazze color rosa sbiadito costituite da ciclamini (Cyclamen hederifolium), oltre a qualche piccola composita gialla (Senecio spp.). Scarse per tutto l'anno le graminacee.
Di particolare importanza è la discreta presenza nel Sasseto di una pianta rara nel resto del Lazio, il ruscolo maggiore o "pianta di Santa Giacinta" (Ruscus hypoglossum): è un piccolo arbusto simile al pungitopo (R. aculeatus), rispetto al quale presenta cladodi più morbidi e frutti portati sulla pagina superiore delle foglie.
In zona la sua origine viene popolarmente ricollegata al martirio volontario dell'omonima santa Giacinta, antica suora della vicina Viterbo: tale pianta attualmente meriterebbe, per la sua bellezza e rarità, di essere inclusa nell'elenco delle specie protette.
Questa pianta è rappresentata nella figura 2, disegno in bianco e nero tratto da una stampa di epoca medioevale.
Notevolmente abbondanti, sia per numero di specie che per quantità, sono invece le felci, trattate di seguito.

Fig.2 – Una rappresentazione della pianta di Santa Giacinta, tratta da un'antica stampa medievale.

Le felci
La bellezza della copertura del Sasseto, conferita dal manto arboreo e da quello, seppur temporaneo, delle fioriture, trova valido complemento in un permanente tappeto di felci, muschi e licheni, organismi favoriti dal microclima particolarmente umido e che contribuiscono molto alla suggestiva atmosfera di questo bosco.
Per quanto riguarda le felci presenti, possono essere distinte in terricole e rupicole (o arboricole).
Là dove il suolo è più profondo, ricco di materia organica e umidità, si notano molti cespugli di lingua cervina (Phyllitis scolopendrium), dalle lunghe foglie nastriformi a margine intero, con vistosi sori lineari color ruggine posti sulla faccia inferiore.
Tali foglie in passato erano usate per combattere le malattie polmonari per il loro alto contenuto in mucillagini: oggi tale felce a volte è usata come specie ornamentale e nel Lazio non è protetta, mentre allo stato selvatico lo è in Emilia Romagna.
Altra specie assai comune e che forma fitti cespi sul terreno più ricco è la felce setifera (Polystichum setiferum), dalle lunghe foglie bipennatosette le cui pinnule sono caratteristicamente provviste di piccoli aculei morbidi. Nel terreno contenuto tra le rocce si trovano anche piccoli cespi di erba rugginina (Asplenium trichomanes), felce le cui fronde pennate sono di piccole dimensioni e caratterizzate dal sottile rachide scuro, simile ad un capello, ricordato dal nome della specie.
Sporadico e sempre su piccole rocce parzialmente ricoperte da terra, si trova anche l'asplenio (Asplenium adiantum-nigrum), piccola felce di morfologia variabilissima in relazione al substrato: tale pianta, comunissima nel resto del Viterbese, non trova però qui l'ambiente ideale a causa della scarsità di luce.
Le grandi rocce del Sasseto sono comunque regno pressocché incontrastato dei polipodi (Polypodium cambricum e P vulgare), frammisti in una serie di ibridi spesso difficilmente distinguibili, che formano fitti intrichi anche sulle pietraie più impervie: tali formazioni (foto 3) sono molto suggestive, soprattutto quando sono ricoperte dai resti della neve, cosa che del resto capita spesso tra Novembre e Gennaio.
Spesso esemplari singoli o piccoli ciuffi di polipodi si trovano insieme a tralci d'edera sui tronchi, sia vivi che morti, soprattutto su quelli provvisti di una corteccia rugosa che consente almeno un minimo accumulo di terra o materia organica.

Foto 3 – Tale è il fiabesco aspetto di molte rocce del Sasseto, ricoperte da un tappeto di felci che in questo caso è composto da polipodi.

 

Dei tre polipoidi laziali manca qui il polipolio sottile (Polypodium interjectum), specie più gracile e meno comune delle sue consorelle, che invece nel Viterbese risulta vegetare nella Riserva Naturale del Lago di Vico, una sessantina di chilometri più a sud.
Assente dal vero e proprio Sasseto è pure la felce aquilina (Pteridium aquilinum), specie così comune altrove da essere considerata infestante: si ritrova a ciuffi fitti solo al bordo est del Sasseto, nella zona più soleggiata e libera da copertura arborea.
Sempre nella stessa zona, in un angolo dove scorre un rivo che attraversa la parte bassa del Sasseto, è presente una piccola ma compatta colonia di equiseti o code cavalline (Equisetum telmateja), che nel terreno imbevuto d'acqua trovano il loro habitat ideale.

Conclusioni
Dalle informazioni sopra riportate emerge chiaramente come il bosco del Sasseto, seppure attualmente non minacciato né da interventi antropici né da un turismo eccessivo, meriterebbe una forma di tutela.
La particolare composizione del suo soprassuolo, dove predominano gli esemplari secolari e le specie "secondarie"; la discreta presenza del ruscolo maggiore; l'alto pregio paesaggistico delle curiose formazioni di alberi e rocce; queste tre caratteristiche bastano da sole per far concludere che il bosco del Sasseto, pur se privato, meriterebbe dì entrare a far parte della confinante Riserva Naturale di Monte Rufeno o di diventare una minuscola area protetta a sé stante.
Tale proposta sembrerebbe essere attualmente al vaglio delle Autorità competenti: per il momento comunque l'area è stata inclusa tra quelle descritte nel "Piano Regionale dei parchi del Lazio" in quanto area di particolare pregio naturalistico e paesaggistico.

Summary
FIRST DESCRIPTION OF FLORA IN THE MONUMENTAL WOOD KNROWN AS "SASSETO"
After a brief deseription of Sasseto and its castle, the structure and composition of this particular wood are depicted. The presence of manu big old trees is amply underlined, together with the wide presence of lots of different species of ferns, for instance the hart's tongue (Phyllitis scolopendrium) and the soft shield fern (Polystichum setiferum): moreover, another plant, can be easily found, Ruscus Hypoglossum, quite scarce in the rest of the district of Lazio.
These reasons and other ones make the Sasseto a very particular and precious forest, deserving protection.

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