La specie è localizzata sul versante orientale del massiccio. L’autore ne descrive la distribuzione, l’ecologia e, sulla base di testimonianze e documenti, ne ricostruisce la passata diffusione. Anche sui Monti della Laga, l’abete è in costante ritiro da tutte le località maggiormente interessate dalle attività antropiche. infatti, la specie si è conservata solamente nelle aree più interne della Laga ed in quelle interessate dalle utilizzazioni forestali solamente nell’ultimo secolo.

Infine, l’autore esamina la presenza di abetine pure nei pressi di alcuni centri abitati, giustificandone l’esistenza con l’azione selettiva dell’uomo, che ha eliminato le altre specie meno pregiate per garantirsi un rifornimento costante di legname da opera.

Premessa

L’areale appenninico dell’abete bianco è frammentato in numerose stazioni di piccola e media consistenza (Giacobbe, 1949; Rovelli, 1995). Tra le molte, quella dei Monti della Laga rappresenta un nucleo di rilevante importanza storica, biologica e selvicolturale.

I primi studi sull’abete della Laga risalgono al 1935-37, ad opera del Banti. Dopo di lui i successivi lavori descrittivi ed analitici sono di due studenti del corso di laurea in Scienze Forestali dell’Università di Viterbo che ne hanno fatto oggetto di tesi di laurea (Arcioni D. e Bonifazi M.). Purtroppo dei due lavori, solamente quello di Arcioni D. è stato pubblicato ma in versione ridotta e succinta, mentre l’altro è conservato nella Biblioteca della Facoltà sopracitata.

I dati e le osservazioni presentate in questa sede sono il risultato di un’indagine volta alla determinazione dell’areale appenninico della specie e terminata nel 1995.

Caratteri dell’ambiente

Il massiccio dei Monti della Laga è situato al confine tra le regioni Lazio, Abruzzo e Marche.

La catena è disposta secondo i meridiani, fatto questo che determina un’esposizione prevalente ad occidente ed oriente, ma le creste che si diramano dall’asse principale consentono la creazione di versanti esposti nettamente a nord e sud. Le quote sono abbastanza rilevanti: la vetta più alta, il Monte Gorzano, tocca i 2458 m; quasi tutte le vette della catena oltrepassano abbondantemente i 2000 m (Pizzo di Sevo, 2422; Cima Lepri, 2455, Laghetta, 2334).

La matrice geologica è costituita da rocce arenacee e marnose (Formazione della Laga) che non consentono alla morfologia di assumere quell’aspetto caratteristico delle montagne calcaree delle regioni contermini. Difatti l’aspetto di questi monti è dolce, povera di rotture improvvise; ricorda un po’ le lontane regioni dell’Appennino tosco-romagnolo. Le tracce delle passate glaciazioni sono meno accentuate che non sulle altre montagne appenniniche.

La natura litologica favorisce i processi di erosione e smantellamento delle forme di esarazione tipiche della morfologia glaciale (circhi, valli ad U, ecc.). Tuttavia qua e là si notano forme riconducibili a circhi glaciali e morene, soprattutto nella Valle del Rio Castellano ed attorno alle vette più alte.

I suoli sono generalmente di tipo bruno-acido (pH compreso tra 4,5 e 6,5).

Prevalgono i suoli bruni lisciviati. A causa della natura geologica fliscioide i suoli presentano un elevato potenziale idrico di ritenuta, con conseguente reticolo idrografico molto sviluppato.

Il clima è di tipo mediterraneo, ma la vicinanza delle coste adriatiche determina un aumento delle condizioni di continentalità. Infatti, nonostante il valore assoluto delle precipitazioni non sia particolarmente elevato (non oltrepassa i 1800 mm), l’influenza delle perturbazioni adriatiche causa un aumento dello stress termico invernale ed un aumento delle precipitazioni estive; frequente nei mesi invernali la galaverna.

La nevosità è abbondante ed il manto nevoso permane al suolo a lungo: 5 mesi a 1500 m, 7 mesi e più oltre i 2000 m. Diffusi i nevai che perdurano fino ad estate inoltrata.

La vegetazione forestale è analoga a quella del vicino Gran Sasso. Da 400 ad 800 m incontriamo il leccio (Quercus ilex), frequentemente abbarbicato alle bancate di roccia. Diffusissima è la “macchia” a carpino nero (Ostrya carpinifolia), orniello (Fraxinus ornus), roverella (Quercus pubescens). I consorzi meno degradati sono edificati dal cerro (Quercus cerris), misto ad acero (Acer obtusatum).

Più in alto (dagli 800-900 m) compare il faggio (Fagus sylvatica), sporadicamente associato a frassino (Fraxinus excelsior), tiglio (Tilia cordata), castagno (Castanea sativa Mill.), acero riccio (Acer platanoides), olmo montano (Ulmus glabra), agrifoglio (Ilex aquifolium), acero di monte (Acer pseudoplatanus) e tasso (Taxus baccata). L’abete vegeta dagli 800 fino ai 1800 m. Il limite superiore del bosco, artificialmente abbassato, si aggira attorno ai 1850 m.

I due versanti, occidentale ed orientale, sono molto diversi, sia dal punto di vista morfologico che forestale. Il primo è molto acclive e la copertura forestale è stata annullata in molte località. Il secondo è più morbido e la copertura forestale è più continua ed estesa.

Vicende storiche

La presenza dell’uomo sui Monti della Laga ha determinato, come sul resto del territorio appenninico, un profondo e radicale cambiamento delle condizioni ecologiche originarie. Probabilmente, fino a tutto il Medioevo, l’abete doveva essere presente anche sul versante laziale, come testimoniano i ricordi dei locali, ma l’anticipata e notevole riduzione dei boschi su questo versante ha causato la scomparsa precoce dell’abete.

L’unico ricordo di una passata presenza dell’abete sul versante laziale l’abbiamo per il Bosco Pannicaro e presso la Fonte dell’Agro Nero (1400 m). Qui, da tempo immemorabile, si trovano conficcati nel terreno fangoso tronchi d’abete, messi lì per evitare lo sprofondamento del bestiame pascolante (Alesi et al., 1992). Una delle cause preponderanti della scomparsa dell’abete dal versante laziale è stata la vicinanza a centri abitati ed una generale facilità di accesso. Se si pensa poi che, molto probabilmente, una via di transito di rilevante importanza (era addirittura lastricata!) svalicava nei pressi del Pizzo di Moscio (2411 m) sul versante teramano, attraversando il Bosco della Martese, si può facilmente immaginare quale impatto abbia avuto l’uomo su simili ambienti. Inoltre, fino al secolo scorso, le coltivazioni salivano molto in alto, fin oltre i 1600 m!

I toponimi sono la testimonianza di una presenza umana ben superiore a quella attuale: “Cannavine” (campi coltivati ad ortaggi o canapa) a quasi 1800 m. Cipollara, Piangrano, Pannicaro, Seccinella (da segale), non fanno altro che confermare una presenza capillare dell’uomo in ogni angolo di queste montagne. Nonostante questo, i boschi teramani della Laga hanno goduto di una relativa tranquillità fino agli albori dell’era industriale. è- interessante riportare per esteso quanto notato dal Delfico alla fine del 1700 nelle regioni teramane: “I boschi d’abete sono da molto tempo quasi consumati interamente. Quello di Altovia (Laga) è un piccolissimo oggetto tanto per la sua estensione che per la quantità degli alberi, piccoli e di cattiva venuta (… ). Un’altra piccola selva si trova a Rocca S. Maria, nella valle boreale del Pizzo di Moscia, la quale è tanto infelicemente situata e in tanta distanza dalle popolazioni che pochissimo o niun uso se ne può trarre” (Gabbrielli A., 1990). Ma come giustamente osserva il Gabbrielli, già a quel tempo si usava “fluitare” i tronchi d’abete sui torrenti, allora molto più ricchi d’acqua ed i. campi coltivati erano spesso situati al di sopra dei boschi, così che appare assai poco probabile una loro “verginità integrale”.

Agli inizi del 1800, secondo quanto riportato da una relazione fatta all’A.S.F.D., vennero svincolati circa 5000 ha di bosco ricadenti nel territorio marchigiano della Laga; secondo i relatori le conseguenze furono disastrose, in quanto i locali fecero incetta di legname senza tenere in minima considerazione le leggi della selvicoltura’. Altri ingenti tagli si ebbero negli anni 1890-94, a tal punto che, quando il bosco di San Gerbone venne acquistato dall’A.S.F.D., nel 1908, le sue condizioni vegetative furono definite “di intenso deperimento”. Tuttavia, la difficile accessibilità del versante teramano della Laga ha impedito quella classica e sistematica opera di distruzione e riduzione dei boschi che è avvenuta nel resto dell’Appennino, permettendo così all’abete di giungere fino ai nostri giorni. Al contrario, negli adiacenti Monti Sibillini, l’abete, nonostante numerosi toponimi ne attestino la passata presenza, è virtualmente scomparso dall’intero massiccio, mentre rimane ancora sul Gran Sasso (Banti, 1939; Rovelli, 1994, 1995).

Fino alla fine del secolo scorso, la maggior parte delle foreste teramane della Laga erano sfruttate solamente dalle popolazioni locali. Questo stato di cose venne a mutarsi profondamente con l’avvento delle moderne opere di trasporto del legname; si fa riferimento alle teleferiche ed alle ferrovie a scartamento ridotto (decauville), intensamente utilizzate soprattutto al Parco d’Abruzzo ed al Sud (Pollino, Orsomarso, Sila, ecc.).

Ancora nel 1928 il Furrer, che ebbe a visitare il versante teramano di queste montagne, dopo i grandi tagli del 191015, non poté non notare la maestosità delle sue foreste. Piante di faggio e abete con più di 2 metri di diametro dovevano essere tutt’altro che rare dato che la tecnologia dell’epoca non facilitava il trasporto di tali colossi vegetali.

Molto probabilmente quei boschi dovevano essere ancora più ricchi di quanto esposto dal Furrer poiché ancora nel 1940 furono tagliate centinaia di abeti considerati “stramaturi” di più di due metri di diametro, secondo i dettami, di una selvicoltura che aveva ben poco di naturalistico.

Nel versante teramano, i primi tagli cosiddetti “industriali” furono quelli descritti da Zodda per il Bosco della Martese, avvenuti nel 1918-19 (Zodda, 1959). Secondo questi, gli interventi furono di portata limitata: “Fino a quell’epoca (1934, n.d.a.) non era iniziato il disboscamento a causa della difficoltà dei mezzi di trasporto del legname ed il bosco si presentava nella sua quasi verginità, dico quasi perché negli anni 1918-19 era stato praticato in proporzioni limitate, il taglio di alcune centinaia di abeti e, per il trasporto dei tronchi, era stata impiantata una teleferica (riutilizzata in seguito, n.d.a.) nella contrada del Ceppo”. La descrizione di Zodda appare quasi “idilliaca” e non corrisponde certamente a verità, in quanto sappiamo con certezza che i tagli intensivi erano già iniziati decenni addietro. Infatti, a conferma di ciò, Zodda ci elenca le piante presenti nella faggeta del Ceppo e tra queste notiamo che tra le molte erano largamente diffusi anche il pioppo tremolo (Populus tremula), il salicone (Salix caprea) e la ginestra dei carbonai (Cytisus scoparius), indicatori di ambiente forestale ben lontano dal climax!

Agli inizi di questo secolo (1910-15) una gigantesca teleferica, lunga ben 12 km, permise alle ditte appaltatrici romane di esboscare gran parte del legname di abete e faggio dai boschi del versante teramano e di trasportarlo ad Acquasanta Terme, sulla Via Salaria (Alesi et al., 1992). Come consuetudine di allora, le fustaie vennero assoggettate al classico taglio raso con riserve; vennero tagliate tutte le piante commercialmente utili e furono lasciate solamente quelle situate in località molto acclivi o di cattiva forma, danneggiate, cariate, ecc. Il risultato ottenuto fu quello di una pronta degradazione del suolo, soprattutto nei versanti accidentati esposti a sud, di una rapida scomparsa dell’abete e di un ritiro del faggio dalle stesse località. Un’elevata diffusione di nuclei di salicone (Salix caprea), insediatisi in radure di grande estensione provocate da ingenti tagli di rinnovazione, conferma quanto esposto sopra.

Successivamente, all’epoca delle osservazioni del Banti, approssimativamente tra il 1930 ed il 1935, la foresta aveva, fortunatamente, riacquistato la fisionomia di bosco chiuso. Dall’unica fotografia annessa al suo lavoro, si evince perfettamente la struttura biplana del bosco, nella zona sotto il Colle Romicito; evidente risultato di un taglio di notevole intensità.

Purtroppo, come consuetudine del Banti, la descrizione del bosco risulta essere molto sommaria ed avara di particolari che potrebbero essere importanti ai fini di una chiara identificazione della tipologia dei boschi di quel periodo. Comunque sia, la densità media dell’abete oscillava dalle 120 piante per il Colle Romicito, alle 350 piante ad ettaro di un non ben identificato “Piana degli Abeti che costituisce la continuazione del detto Colle Romicito” (Banti, 1939); probabilmente l’autore si riferiva alla località “La Piana”, situata sotto il suddetto Colle Romicito, nella Valle Castellana. E’ interessante notare che oggigiorno nella località sopracitata il nucleo è ridotto a ben poca cosa.

Sul Colle Romicito vi erano 30 esemplari stramaturi e 70 costituenti novellame (fino a 17,5 cm di diametro). Nel Bosco Martese la densità media era di 320 piante ad ettaro, di cui 20 “decrepite ed in cattive condizioni di vegetazione” e 600 di novellame.

Diversa sorte era toccata alle piccole abetine di Cortino ed Altovia, trasformate da tempo in abetine pure. Lo scarso assortimento del loro legname fu, si può dire, la loro salvezza, in quanto di scarso interesse economico e fuori dal raggio d’azione delle “fameliche” ditte romane. Basti pensare che il loro aspetto dal 1700 ad oggi non è affatto cambiato.

Gli altri nuclei, quelli laziali e quelli marchigiani, ebbero meno fortuna. Sui versanti laziale e marchigiano, la ceduazione e la riduzione intensiva della faggeta provocarono una rapida ed inesorabile rarefazione dell’abete che nel Lazio è scomparso oramai da almeno duecento anni. Per contro, nella vallata di Umito, in territorio marchigiano, l’abete, nonostante l’intensa ceduazione del bosco, è riuscito a superare il momento critico degli ultimi cento anni, anche se ha perso gran parte del terreno occupato in passato. Basti pensare alle “Abisaje” di Monte Acuto, prosecuzione della Valle della Corte, distrutte nel secolo scorso. Successivamente, negli anni quaranta e cinquanta, poco dopo la visita del Banti, altri ingenti tagli interessarono le valli del Rio Castellano e Castellana. Le devastazioni dei primi anni quaranta furono operate dalle popolazioni locali che danneggiarono soprattutto le fasce boscate più vicine ai centri abitati e perciò meglio accessibili. La guerra ebbe il suo tributo anche dai magnifici e reconditi boschi della Laga. Negli anni cinquanta molte piante plurisecolari, scampate alle devastazioni passate, vennero inesorabilmente eliminate (e spesso lasciate in sito) e venne costituita una fascia di ceduo di protezione al limite superiore del Bosco della Martese. Ancora una volta si tagliò con un presunto “taglio a scelta” che si tradusse in molti casi in un taglio raso con riserve. Anche questa volta vennero impiantate teleferiche, anche se di dimensioni inferiori rispetto al passato (c’era rimasto ben poco da tagliare!), di cui rimangono tracce ancora sulle creste del Colle Romicito, nel Bosco della Martese e nei boschi di Padula e Cesacastina. Venne eliminata la “Metella”, strada lastricata che secondo alcuni studiosi risaliva al periodo classico e che attraversava il Bosco della Martese per dirigersi nel versante laziale del monte (Alesi et al., 1992).

Nel frattempo la foresta di S. Gerbone era stata assunta dallo Stato ed era iniziata l’opera, non sempre riuscita, di rimboschimento delle aree denudate cinquant’anni prima.

Ancora oggi sono visibili e percorribili i numerosi tratturi che percorrono in ogni direzione i versanti della Valle del Rio Castellano e Castellana e le ceppaie colossali di abete e faggio marcescenti che stanno lì a testimoniare la loro passata esistenza.

Altri tagli, anche se di moderata intensità, sono stati fatti fino all’istituzione del Parco Nazionale del Gran Sasso-Laga.

Da notare la grande lacuna dei boschi compresi tra il Bosco della Martese ed i nuclei di Cortino. Solamente per il Fosso della Fiumata si è appreso dai locali che, decenni addietro, l’abete era ancora presente anche in quei boschi e tale testimonianza è comprovata dal ritrovamento nel Fosso sopra Padula, svariati anni fa, di un tronco di abete seppellito nei sedimenti, del diametro di circa 50 cm. Nessuna traccia, presente e passata, abbiamo per i grandi boschi del versante meridionale, govemati generalmente a fustaia ed in buone condizioni di vegetazione. Il nucleo di Crognaleto (Valle Trocca), segnalato dal Banti, è scomparso.

Diffusione attuale dell’abete

L’abete è presente esclusivamente sul versante teramano e marchigiano.

Le zone dove si rileva la presenza dell’abete sono, nell’ordine da nord verso sud: Valle della Corte, Valle del Rio Castellano, Valle Castellana, Fosso Malvese, Cortino ed Altovia.

Valle della Corte

Il nucleo rientra nella regione amministrativa Marche.

Il soprassuolo riscontrabile nella vallata è rappresentato da un ceduo di faggio invecchiato, di età superiore ai 40/50 anni.

Le piante d’abete sono distribuite in maniera abbastanza uniforme lungo l’intero versante settentrionale del M. Cesarotta e del Colle dell’Abete. Le piante sono assimilabili a due classi cronologiche. La prima è rappresentata da sporadici esemplari, tutti secchi, di aspetto solenne e dimensioni ragguardevoli (fino a 80 cm di diametro); la seconda da nuclei di rinnovazione, in parte aduggiata dal ceduo di faggio, dispersa lungo tutto il versante del monte, da 800 fino ad oltre 1600 metri. Le giovani piante d’abete riescono spesso ad oltrepassare il piano dominante del faggio, assicurando la perpetuazione della specie nella località. Inoltre, gli interventi di avviamento all’alto fusto del ceduo di faggio, potranno liberare l’abete dalla concorrenza della latifoglia.

Valle del Rio Castellano

Il soprassuolo è costituito da una giovane fustaia di faggio, tendenzialmente coetaneiforme, nella quale l’abete è ampiamente disseminato, talora sotto forma di piante isolate, tal’altra con nuclei coetanei puri di discrete dimensioni ma di statura contenuta (1520 m).

La parte superiore del bosco è orlata da una fustaia coetaneiforme di protezione ricca di esemplari centenari di faggio; abbondantissimo il mirtillo (Vaccinium myrtillus) nel sottobosco.

Le prime piante di abete si incontrano nella parte bassa della vallata, a meno di 900 metri, lungo il corso del torrente, ma i nuclei più consistenti sono situati sul versante settentrionale del Colle Romicito (1819 m).

Complessivamente, rispetto a quanto indicato dal Banti si osserva una riduzione nella consistenza dei nuclei di abete. E’ verosimile che il novellame indicato dal Banti sia rappresentato oggigiorno dalle piante adulte, mentre quelle adulte in passato siano state in buona parte tagliate negli anni quaranta e cinquanta; le poche rimaste sono tozze e rastremate perché cresciute isolatamente per molti anni. Per contro si osserva una maggiore quantità di rinnovazione.

Le dimensioni raggiunte dagli abeti secolari sono notevoli: sotto il Colle Romicito alcuni esemplari di età superiore ai 250-300 anni, superstiti delle devastazioni del passato, superano i 35 metri di altezza ed il metro di diametro. Si evince ancora, osservando le riserve sopra citate, come il soprassuolo fosse formato da nuclei di abete di elevata statura ed ottima forma. Queste piante sono situate, di preferenza, su banconi di roccia affioranti e nei punti più esposti.

Nel Fosso Ravetta, laddove il Banti aveva indicato la presenza di popolamenti più consistenti, l’abete è presente meno abbondantemente; quasi certamente i tagli in quel settore hanno eliminato gran parte delle piante rilevate dall’autore. Nonostante questo l’abbondante rinnovazione di abete lascia sperare in una prossima ripresa della specie. Piante ultrasecolari e monumentali si trovano sotto il M. Pelone.

Nel Fosso della Pacina e nel Fosso della Ravetta, si trovano numerosi esemplari di aspetto solenne, molti di questi sono secchi o schiantati. In particolare, una pianta gigantesca e policormica rassomiglia quasi perfettamente ad un cedro del Libano!

Altri esemplari enormi si trovano nella regione “Carbonara” e sono ben visibili dalle opere di presa dell’Enel.

Le riserve rilasciate negli anni quaranta e cinquanta, di dimensioni inferiori a quelle rilasciate nei tagli precedenti, sono tutte deperienti o secche e testimoniano una fertilità inferiore rispetto a quella testimoniata dagli abeti e dai faggi monumentali.

La rinnovazione è abbondante ovunque. Le giovani piante mostrano di avere incrementi in altezza sostenuti e contrastano abbastanza bene l’invadenza del faggio. La maggiore abbondanza di rinnovazione si ha tra i 1200 ed i 1500-1600 metri. Al di sopra di tale quota si rinvengono solamente sporadiche piantine aduggiate sotto la faggeta a densità colma. I nuclei più abbondanti sono situati, di norma, nelle vicinanze delle riserve rilasciate ad inizio secolo.

Sul versante che guarda a mezzogiorno, in territorio amministrativo delle Marche, l’abete è più che sporadico, alcune piante sono presenti nella parte bassa della valle, mentre nuclei di impianto artificiale, risalenti al 1918-20 si trovano nei pressi della Caserinetta di San Gerbone, associate a Pinus nigra, Picea abies, Larix decidua. Piante isolate si rinvengono anche nel versante orientale del Colle Romicito, ma sono molto sporadiche.

Nella parte bassa della valle sono state introdotti nuclei di picea (Picea abies) che non hanno avuto un buono sviluppo; molti esemplari sono rimasti aduggiati sotto il faggio o presentano il cimale ripetutamente spezzato dalla galaverna e dalla neve.

Valle Castellana

Il famoso “Bosco della Martese”, dal nome affascinante che evoca passati misteriosi e leggendari, si trova nel settore centro-orientale della Laga.

Il soprassuolo è formato da una giovane fustaia di faggio coetanea, dell’età compresa tra i 40 e gli 80/90 anni. La fascia superiore del bosco, oltre i 1600 metri, è costituita da una ceduo di faggio invecchiato, in condizioni vegetative mediocri. L’abete si trova solamente nella fustaia, non entrando nel ceduo che è formato da faggio allo stato puro.

Le condizioni dell’abete sono diverse da quelle rilevate nell’adiacente Valle del Rio Castellano. Il bosco è verosimilmente più sfruttato ma ciononostante le piante monumentali sono in numero elevato anche se molte sono secche o deperienti. Le zone più ricche di piante colossali sono il Colle dell’Abete, il Fosso dell’Acqua Morta, il Fosso della Seccinella ed il Fosso della Tentazione. Gli esemplari più grandi superano i 35 metri altezza ed il metro di diametro.

Anche in questo bosco l’abete è diffuso con nuclei puri coetanei e con piante sparse.

L’età di questi nuclei è superiore rispetto alla Valle del Rio Castellano. Difatti, nella parte bassa del bosco, le piante raggiungono anche i 30-32 metri.

Probabilmente si tratta di giovani piante lasciate al momento del taglio di inizio Novecento perché troppo piccole.

Altri nuclei si trovano sul versante meridionale del Colle Romicito nella località “La Piana” e nella “Costa della Solagna”, nella parte bassa della valle, a 1300-1400 metri. Sono questi nuclei puri di piccole dimensioni che rappresentano gruppi di rinnovazione liberata dai tagli sopracitati.

La rinnovazione avviene di preferenza nella fustaia rada o nei nuclei in rinnovazione; comunque nei punti più illuminati. La maggiore quantità di rinnovazione si ha tra le quote di 1200 e 1500 metri. Più in alto, le sole piante di abete presenti sono quelle monumentali.

E’ ancora ben visibile la tagliata della teleferica che partiva dal Ceppo, attraversando l’intero bosco. Di questo bosco si sa anche che i tronchi venivano trasportati per mezzo di binari sui quali venivano fatti scorrere carrelli trainati da buoi (una decauville manuale!), oppure fluitati lungo il corso del torrente (Gabrielli A., 1990; Alesi et al., 1992).

Anche nel Bosco della Martese si nota, rispetto alle descrizioni del Banti, una maggiore presenza di novellame ed un’elevata presenza di piante secche e deperienti: le riserve degli anni quaranta e cinquanta.

Cortino

I nuclei di abete che orbitano attorno all’abitato di Cortino si trovano nella parte sud-orientale dei Monti della Laga, nel bacino idrografico del fiume Vomano. Le abetine sono in parte pure ed in parte miste con faggio e carpino nero; si trovano ad una altitudine media notevolmente più bassa rispetto ai settori descritti in precedenza. L’abete è presente nelle seguenti località, da oriente verso occidente: M. Bilanciere, Selvetta, Colle Micedi, Selva di Comignano, Fonte della Spugna, Prati di Lame, La Collina, Coste della Croce, Coste Laretta, Fosso Zingano, Cafrascale, Bosco Favale, Perone. A queste si devono aggiungere le piante sporadiche che sono state osservate nel fosso sotto Cortino, sotto il Prato Pantanelle (Altovia), nella faggeta del Colle Martino e nel bosco sopra il Molino di Valle Vaccaro. La quota di vegetazione è compresa tra gli 800 ed i 1435 metri. Il raggruppamento più esteso occupa tutto l’acrocoro centrale della Collina (1435 m). Le abetine pure sono denominate “Abetina di Fonte Spugna” e “Selva di Comignano”. Si tratta di due piccoli nuclei di circa 6-7 ettari ciascuno, un tempo disgiunti e che ora si presentano senza più soluzione di continuità.

La struttura è prevalentemente coetanea, anche se piccole superfici sono irregolari. Le dimensioni raggiunte dall’abete sono modeste; generalmente non superano i 20-25 metri di altezza ed i 50-60 centimetri di diametro. Eccezionalmente, come sulla sommità della Collina, si riscontrano esemplari di 7090 cm, ma sono in numero esiguo. Rispetto alle descrizioni del Banti si nota una maggiore estensione del nucleo principale, che si è esteso ad abbracciare l’intero bosco “Caparrecce” ed ha oltrepassato il crinale del monte per iniziare a discendere nel ceduo di faggio di Macchiatomella. Molte piante situate nei luoghi più esposti sono sradicate o cimate. La rinnovazione è attivissima, sia nei tratti di abetina rada che nel ceduo di faggio avviato all’alto fusto. L’abete, in questo ambiente, riesce a colonizzare le superfici pascolive abbandonate ed invase dal ginepro e dal cisto (Cistus incanus). Difatti, lungo le pendici orientali del M. Bilanciere si riscontrano migliaia di abetini, chiaramente sofferenti, che spuntano dai cespugli di ginepro e che raggiungono a malapena i 4-6 metri di altezza. Condizioni migliori si hanno laddove sono stati effettuati rimboschimenti con essenze diverse (Pinus nigra, Pinus nigra. subsp. laricio, Abies cephalonica, Abies numidica, Abies pinsapo, Picea abies.) e laddove l’ostrieto ha ripreso vigore dopo l’evidente ridimensionamento del pascolo. In questi casi le dimensioni raggiunte dall’abete sono nettamente superiori e migliori sono anche le sue condizioni vegetative.

I locali confermano quanto esposto sopra, asserendo che fino agli anni ’40 il pascolo caprino ostacolava continuamente la rinnovazione dell’abete, impedendone l’espansione nei boschi limitrofi e che il fenomeno dell’espansione dell’abete è iniziato a partire da quella data.

A conferma di ciò sta il ritrovamento di numerosi piccoli nuclei secondari di abete che gravitano attomo ai tre nuclei di Cortino ed Altovia.

Le condizioni vegetative dei gruppi puri di abete sono buone, ma si nota un’eccessiva degradazione dei suoli, fatto questo dovuto in buona parte all’eccessivo pascolamento ed all’acclività dei versanti.

Le abetine di Altovia (Cafrascale e Castello) sono costituite da due piccoli nuclei di abete puro, circondati da superfici nude e da cedui di faggio. Confrontando l’immagine presente nel lavoro del Banti con l’aspetto attuale si nota come ben poco sia cambiato nel lasso di tempo intercorso. Si assiste solamente ad una maggiore copertura arbustiva ed arborea delle aree limitrofe, indizio di un abbandono progressivo della zona. Inoltre, si nota una evidente espansione dell’abete nei fossi, nei gineprai e nelle superfici scoperte. La struttura è coetanea e la rinnovazione avviene anche in questo caso nelle radure, tra i cespugli e nel ceduo di faggio non eccessivamente denso.

L’età delle abetine di Cortino non è elevata (60-90 anni), in quanto i tagli, data la vicinanza dei centri abitati, sono stati eseguiti sempre con intensità più o meno costante. Tuttavia, si ha l’impressione che l’età fisiologica di queste piante sia nettamente inferiore a quella riscontrabile nei settori più elevati della Laga. Difatti, la maggior parte degli esemplari di dimensioni maggiori ed età più avanzata presentano, nella maggior parte dei casi, la chioma a nido di cicogna e chiari ed evidenti sintomi di deperimento, non rapportabili ad infezioni fungine (Armillaria e Fomes).

Oltre a queste ristrette aree, l’abete era presente, fino a non molto tempo fa, anche più ad oriente, come testimonia il nome del borgo “Abetemozzo”, a non più di 5 km di distanza da Cortino.

Impianti artificiali di o con abete sono presenti in molte località: al Ceppo, nel Bosco della Langamella, lungo il corso del Rio Fucino (sotto la diga), nel Fosso di Selva Grande, alla Fonte Restoni, ecc. Tutti questi impianti, di 3060 anni, si trovano in ottime condizioni vegetative e spesso presentano già rinnovazione nelle adiacenti faggete o cerrete.

Da notare che non si è verificato quanto previsto dal Banti oltre sessanta anni fa, ossia la prevedibile “parabola discensiva dell’abete” nei boschi puri di tale specie, a vantaggio del faggio; la cosiddetta “altemanza” non c’è stata né sembra debba verificarsi nell’immediato futuro. Al contrario, l’abete continua ad invadere tutte le formazioni boschive limitrofe.

Oltre a questi centri di abete, si è rilevata l’esistenza di un altro nucleo di vegetazione dell’abete; si tratta del “Bosco Canaloni”, geograficamente rientrante nel massiccio del Gran Sasso, ma geologicamente affine alla Laga. Nel lavoro del Banti era stato descritto come formato da 170 piante tutte di giovane età, mentre nel mio articolo pubblicato su questa rivista nel numero 2/94 “L’abete bianco (Abies alba) sul Gran Sasso: distribuzione, storia, ecologia”, rifacendomi ad indicazioni di locali (rivelatesi errate), lo davo non più esistente in seguito ai tagli intensi effettuati durante la seconda guerra mondiale. Al contrario, ho potuto verificare personalmente che l’abete è ancora esistente ed in evidente fase di espansione. Il nucleo si trova sul versante settentrionale del M. Cardito (1740 m), ad una quota compresa tra i 1000 ed i 1600 metri, nelle località “Tre Monti”, “Fosso Ravano” e “Vena Rossa”. La natura litologica è la stessa della Laga: banconi di arenaria e mame; la pendenza è molto accentuata; frequenti i salti rocciosi, l’esposizione a nord-ovest, nord e nord-est.

I soprassuoli sono edificati da faggio allo stato puro, govemato a ceduo ed a fustaia. Solamente negli erti canaloni settentrionali del Cardito, nei pressi delle stazioni d’abete, è stata rilevata la presenza di altre specie forestali (pioppo, betulla, salicone, carpino nero, orniello e leccio) aventi scopo eminentemente pioniero.

Le piante d’abete sono distribuite in due nuclei di diversa entità. Il primo, il maggiore, è costituito da diverse centinaia di esemplari, tutti abbarbicati alla parete e non oltrepassano i 40-50 cm di diametro. A poca distanza, sotto la cima Tre Monti (1402 m), si trovano esemplari plurisecolari e secchi di quasi un metro di diametro ed alti più di 20-25 metri.

La rinnovazione è attiva e l’abete tende ad espandersi in tutte le direzione tranne che nel ceduo di faggio, molto fitto. A questi due nuclei ben delineati fanno da trama gruppi minori e centinaia di piante sparse lungo tutto il pendio, di difficilissimo accesso. Complessivamente, la consistenza numerica oltrepassa il migliaio. Un altro esemplare è stato notato nella faggeta della Valle del Chiarino (Fosso di Collelungo), a 1100 metri, non distante dai gruppi di abete e picea introdotti negli anni ’30.

Non lontano da questa località, nei pressi del Lago artificiale della Provvidenza, sono state osservate anche diverse piante di betulla (Betula pendula), in un ceduo misto con faggio, pioppo tremolo (Populus tremula), salicone (Salix caprea).

Considerazioni

Anche sui Monti della Laga l’abete è ridotto a vegetare nei distretti “meno antropizzati” del massiccio. Nel passato la specie fu molto più abbondante, come già ampiamente descritto nel capitolo “Vicende storiche”. Tuttavia oggigiorno l’abete svolge ancora un ruolo importante nella edificazione delle cenosi forestali locali. I popolamenti meglio conservati e di più alto valore biologico e selvicolturale sono certamente quelli della valle Rio Castellano e del Bosco della Martese.

Da notare un aspetto singolare: i popolamenti situati presso i centri abitati sono puri, mentre quelli posti in località meno accessibili sono sempre misti con faggio ed altre latifoglie. Lo stesso accade nel Molise.

E’ evidente che la formazione pura di abete è di origine colturale. Le abetine di Cortino sono analoghe, anche se in scala molto più ridotta, al bosco “Abeti Soprani” di Pescopennataro ed all’abetina di Rosello, entrambe in Molise. Anche qui le abetine sono situate proprio alle porte del paese, apparentemente in contrasto con la teoria secondo la quale a maggiore distanza dai centri abitati equivale una maggiore conservazione degli ambienti forestali. Ebbene è probabile che il bosco puro di abete sia stato “crea to” e mantenuto artificialmente proprio per fornire legname da opera agli abitanti del luogo, mentre il ceduo di faggio e quercia forniva il combustibile. Molti infissi e travature di Altovia, infatti, sono stati realizzati con legname di abete.

Si ha la netta impressione che molti paesi dell’Abruzzo e del Molise avessero il bosco di abete e faggio (o di abete e quercia) “personale”, dal quale ricavare i diversi tipi di assortimenti legnosi. Probabilmente le abetine di Monte Acuto, di Nerito (Gran Sasso) e di Abetemozzo, asservivano lo stesso scopo.

Quanto esposto è confermato dalla struttura delle abetine stesse: si notano benissimo dei centri di vegetazione puri, circondati da formazioni miste di abete con altre specie, evidente conseguenza di infiltrazioni successive. D’altronde lo stesso fenomeno si sta verificando e si è verifica(o in altri rimboschimenti di abete effettuati lungo l’intera catena appenninica; l’unica differenza risiede nel fatto che in questo caso la “memoria storica” si è persa.

Lo stesso si potrebbe dire dei non lontani paesi marchigiani di Abetito e Pian d’Abete e di quello umbro di Abeto, tutti gravitanti nell’area dei Sibillini. Anche questi borghi si trovano ad altezze comprese tra i 700 ed i 1000 metri e ricordano boschetti puri di abete scomparsi oramai da secoli (Rovelli, 1995).

Indirettamente, la vicinanza dei paesi ha consentito a queste abetine di giungere fino a noi, ma, nella maggior parte dei casi, vicende storiche diverse hanno favorito la loro scomparsa, spesso negli ultimi duecento anni.

L’abetina di Monte Acuto venne rasa al suolo per fornire legname da opera ad Ascoli Piceno, quella di Nerito sembra per procurare nuova terra da coltivare (Banti, 1939) e quella di Abetemozzo per eccessiva cupidigia del proprietario. Stessa sorte stava per toccare all’abetina di Altovia (Cafrascale); all’epoca del Banti si stava disboscando la porzione orientale del bosco per procurarsi nuova terra da coltivare. Tutte queste abetine avevano un fattore in comune: si trovavano nelle immediate vicinanze dei paesi ed erano tutte situate ad altezze medio-basse; generalmente non oltre i 1200-1400 metri; tutte allignano o allignavano su suoli arenacei o marnosi e tutte avevano boschi misti di faggio ed abete più a monte. Volendo andare più in là si potrebbe azzardare l’ipotesi che questi boschi “suburbani” fossero e siano tutti di impianto artificiale, realizzati mediante il prelevamento di selvaggioni dalle allora floride foreste montane della Laga e del Gran Sasso.

La struttura attuale dei boschi della Laga è il risultato di una serie di massicci interventi selvicolturali che hanno avuto inizio un secolo fa. Attualmente, dopo tali interventi, la fertilità di questi boschi, per le cause già enunciate in precedenza, si è ridotta di molto, mentre, soprattutto nel Bosco della Martese, si è continuato a tagliare, per fortuna risparmiando l’abete, fino all’istituzione del Parco Nazionale.

La vegetazione dell’abete è ottima e la specie è in evidente ripresa dovunque, soprattutto laddove i tagli hanno risparmiato le piante adulte.

La rinnovazione dell’abete è ovunque abbondante e quando la luminosità è discreta, riesce a sopraffare agevolmente il faggio. Questo lento processo di ripresa lo si deve al fatto che le riserve, oggi monumentali, vennero lasciate in posizioni dominanti, favorendo la disseminazione anemocora fino a ragguardevoli distanze. Inoltre, la presenza di ruscelli perenni ha ulteriormente facilitato la propagazione dell’abete lungo i fossi ed in basso in genere.

La mancanza di rinnovazione nella Valle del Rio Castellano, a quote medio-alte, è da imputarsi esclusivamente all’eccessiva densità dei soprassuoli di faggio, anch’esso in evidente stato di sofferenza per tale stato di cose. Questo aspetto è confermato dalla presenza di abbondante e floridissima rinnovazione d’abete nei vuoti creatisi in seguito ad un paio di piccole frane avvenute tra il M. Pelone ed il Colle Romicito, ad oltre 1700 metri di altezza e nel crestone dove si trova il monumentale abete a forma di cedro, a 1620 metri.

Per quanto riguarda la mancanza di novellame d’abete nel Bosco della Martese al di sopra dei 1600 metri, ciò è dovuto al fatto che l’eccessiva densità del ceduo di faggio impedisce il dilavamento e la compattazione della lettiera che a questa quota, come tutti sanno, è di difficile e lenta degradazione.

D’altronde l’abete resta facilmente escluso dai cedui di faggio posti a quote medio-alte; basta osservare quanto è accaduto sull’intero Appennino settentrionale. Inoltre, la presenza di esemplari d’abete e faggio monumentali, d’altezza superiore ai 30 metri, a più di 16001700 metri, indica chiaramente l’esistenza, in passato, di una fertilità e di una diffusione dell’abete ben superiori a quella attuale!

I tagli passati hanno provocato l’inesorabile erosione e dilavamento di buona parte dell’humus e questo è ben visibile osservando gli apparati radicali, quasi scalzati, che possiedono molti faggi ed abeti lasciati come riserve. Tale stato di cose è stato aggravato dal pascolo, di fatto incontrollato, che per molti anni ha attraversato le tagliate invase di erbe appetibili, contribuendo così alla creazione delle oasi di ceduo presenti all’interno delle fustaie e favorendo l’erosione del suolo. La struttura di questi boschi è analoga a tutte le foreste appenniniche utilizzate massicciamente solo a partire da cento anni a questa parte. Nella parte bassa si osservano soprassuoli coetanei a densità normale o colma, indici di pratiche selvicolturali (diradamenti, sfolli) assidue e costanti; procedendo verso l’alto e nella parte più interna delle vallate, la struttura diviene, via via, più difforme e ricca di piante vecchie, nuclei di rinnovazione, spessine non diradate, alberi monumentali, ecc., tutti aspetti che denotano una concentrazione di interventi selvicolturali in periodi temporali ristretti.

Questo aspetto diviene preponderante alle quote alte e laddove le difficoltà di esbosco divengono sempre più consistenti. Allora si hanno spesso fustaie biplane, spessine e perticaie mai diradate e numerosi esemplari di abete e faggio vetusti, deperienti e secchi da decine di anni.

Infine, nel bacino del Rio Castellano, il limite superiore del bosco è orlato da una fustaia coetaneizzata di protezione costituita da piante di età superiore ai 200 anni. Gli stessi caratteri si ritrovano nell’adiacente Valle Castellana, ma, come già detto in precedenza, in questo caso la parte superiore del bosco è edificata da un fittissimo ceduo, dell’età approssimativa di 50-60 anni. In mezzo al ceduo si rinvengono, abbandonati sul letto di caduta, i tronchi cariati e le ceppaie marcescenti di grossi abeti e faggi tagliati dopo la visita del Banti. La trasformazione di questa fascia altimetrica del bosco in ceduo ha definitivamente escluso l’abete dal consorzio boschivo.

E’ interessante notare come l’abete, nella Valle del Rio Castellano, rimanga confinato nel lato abruzzese, rifuggendo, almeno apparentemente, la parte marchigiana (gli esemplari presenti sono più che sporadici). Ciò sta ad indicare una diversa gestione del patrimonio boschivo. Difatti nella parte marchigiana i boschi sono esclusivamente cedui e la parte di proprietà demaniale, attualmente governata ad alto fusto, molto probabilmente è il risultato di una conversione effettuata al momento dell’acquisto da parte dello Stato. Infine, le analisi polliniche eseguite dal Marchetti negli anni ’30 hanno comprovato la presenza dell’abete anche sugli altri versanti fino negli strati più superficiali. Questo testimonia inequivocabilmente una maggiore diffusione della specie fino a pochi secoli addietro su un’area ben superiore a quella rilevata attraverso i toponimi e le indicazioni dei locali.

Conclusioni

Come abbiamo visto, la presenza dell’abete nel comprensorio della Laga è dovuta a due fattori nettamente opposti: la lontananza dalle grandi arterie e dai grossi centri e la vicinanza a piccoli centri dediti all’agricoltura ed alla pastorizia. Il primo fattore ha determinato la conservazione, quasi integrale fino a non più di cento anni fa, di estesi consorzi boschivi edificati dal faggio e dall’abete, mentre il secondo ha portato alla formazione di piccoli nuclei di abete coltivato allo stato puro, situati alle porte dei paesi. Inoltre, come anche per la maggior parte delle faggete del centro-sud, le utilizzazioni intensive dell’ultimo secolo hanno provocato una contrazione dell’areale di vegetazione della specie la quale, tuttavia, conserva sui Monti della Laga più che altrove, il carattere di specie edificatrice di consorzi misti con il faggio nella fascia calda e fredda del Fagetum. Infine, la costituzione del Parco Nazionale del Gran Sasso-Laga lascia ben sperare in una prossima rivalorizzazione di questi boschi, meritevoli di una maggiore attenzione da parte dei tecnici preposti alla loro gestione e conservazione.

Summary

SILVER FIR (ABIES ALBA MILL.) ON THE LAGA MOUNTAINS

A very important centre of Silver fir vegetation is present on the Laga Mountains; certainly one of the most important of the whole Apennines chain. The species are concentrated on the east side of the massif. The author describes his distribution, the ecology, and reconstructs the past diffusion on the basic of evidence and documents. On the Laga Mountains too, the fir wood is constantly retreating, from all the localities more interested by antropic activities. In fact, the species remain only in the more interior Laga zones and in ones interested by the forest utilization only of last century.

At last, the author exarnines the presence of fir wood, near some towns and deduces that the human selection has eliminated less valuable species in order to secure a constant supply of timber.

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