Villa Lante: veduta dall'alto

Agli inizi della nostra storia i primi villaggi del Neolitico sorgono in prossimità di fiumi o laghi e fiumi e langhe sono tra le prime divinità oggetto di culto e meta di pellegrinaggio. Ben presto all'acqua è associato il concetto di elemento risanatore e sia nel mondo pagano come nella tradizione cristiana ci imbattiamo in fonti miracolose portatrici di purificazione e guarigione. Già Seneca scriveva nel libro IV delle Lettere a Lucilio: "… là dove sgorga dal profondo della terra l'acqua di un fiume, si innalzano altari". Cominciando dalle fonti più antiche seguiamo la descrizione che Omero ci dà nel libro VIII dell'Odissea del giardino di Alcinoo: "Fuori del cortile, vicino alle porte, c'è un grande orto di quattro iugeri: intorno si stende un recinto ai due lati. Qui crescono alberi alti, lussureggianti peri e melograni e meli dagli splendidi pomi e fichi dolci e ulivi rigogliosi.. E dentro vi sono due fonti, l'una si spande per l'intero orto, l'altra riversa le sue acque dalla parte opposta, sotto la soglia del cortile, davanti all'altra casa. E di là attingevano i cittadini. Questi erano gli splendidi doni degli dei nella reggia di "Alcinoo". Ma i popoli del medio Oriente molto tempo prima di Omero consideravano l'acqua come il più delicato e prezioso degli elementi.
Gli antichi giardini orientali, concepiti come armonia perfetta tra uomo e mondo, dovevano in quanto luoghi di meditazione, parlare soprattutto ai cinque sensi umani: all'occhio tramite l'ordinamento architettonico e la bellezza delle piante e dei fiori; al naso tramite il profumo; al gusto tramite i frutti squisiti; al tatto tramite l'alitare del vento, ed all'udito tramite il mormorio dell'acqua, considerata la "musica" del giardino orientale.
I giardini più famosi della civiltà assiro-babilonese furono quelli pensili di Babilonia. Diodoro Siculo afferma che un potente monarca li fece costruire per una delle sue spose venuta dalla Persia.
La giovane donna si struggeva per la lontananza dalle sue adorate montagne e per alleggerirle la nostalgia lo sposo innamorato creò colline artificiali cariche di alberi e di verde costituite da terrazze che andavano stringendosi man mano che salivano. Il sistema di irrigazione dei giardini pensili era molto interessante. Diodoro dice che nella parte più alta vi era una riserva di acqua defilata al centro dell'edificio, in modo che non si vedesse dall'esterno. L'acqua veniva attinta in grandi quantità dal vicino Eufrate mediante certe macchine, mentre canali nascosti alla vista, irrigavano le varie piattaforme. Secondo Strabone l'acqua veniva invece attinta da schiavi che la prendevano dal fiume per mezzo di norie e pompe a spirale. Solo al tempo dell'Impero Romano che con le sue province orientali d'Egitto e Mesopotamia, ripristinò i legami con l'Oriente, le idee dell'arte orientale e dei giardini fecero il loro ingresso in Europa

Villa Lante: la catena d'acqua

I calchi delle Canefore o Cariatidi e dei Sileni sulla sponda del canale "Canopo"

Dell'interesse che il mondo romano portava al tema dell'acqua ci dà testimonianza Plinio nella sua Naturalis historia. I libri XXXI e XXXII sono dedicati ai rimedi forniti dalle acque: "Negli ambienti acquatici la natura creatrice non si ferma e attraverso le onde, i frutti, le maree ricorrenti, i rapidi corsi dei fiumi esercita la sua indomita forza, con una potenza in nessun luogo maggiore che qui, poiché questo elemento comanda tutti gli altri. Le acque inghiottono le terre, stroncano le fiamme, ascendono verso l'alto e si appropriano anche del cielo… Che può esservi di più meraviglioso delle acque che stanno nel cielo?
Cadendo, esse sono causa di tutte le cose che dalla terra nascono, affinché il grano nasca e vivano alberi e piante, le acque migrano in cielo e di lì riportano alle erbe il soffio vitale ….
"
Il momento di splendore dell'arte dei giardini, interprete dei fasti imperiali, si chiude quando, nella 1° metà del V secolo, i Goti distruggono quello che l'incuria aveva già minato da tempo. Nell'alto Medioevo è indubbio che il giardinaggio dovette ridursi nei chiostri delle comunità monastiche benedettine. Questo luogo privilegiato dalla natura che il capitolo 66 della regola benedettina suggeriva di costruire in un sito vicino ad una fonte, proponeva il ricordo che, nella tradizione biblica, aveva accolto il suggestivo canto d'amore del Cantico dei cantici:

"Giardino chiuso tu, sei,
Sorella mia, sposa.
Giardino chiuso, fontana sigillata.
Fontana che irrora i giardini
Pozzo d'acqua viva
E ruscelli sgorganti dal Libano"

trasmettendo il duplice messaggio di scenario al tenero idillio degli amanti o di mistico connubio tra Dio e l'anima.
L'arte dei giardini tornò a fiorire intorno al 1250 nella Spagna dei Mori: a Granada, Cordova e Siviglia sorsero giardini che attingevano all'antico repertorio classico ed orientale. Dalla Spagna questo movimento di rinascita attraversa la Sicilia. L'ispirazione religiosa permea di sè il giardino islamico nell'intento di prefigurare concretamente la beatitudine promessa dal Corano così da alludere ai giardini di delizia in cui gli eletti di dimoreranno dopo il giudizio divino.
Questa visione viene affidata al gioco esperto delle acque convogliate nei bacini regolari, nei canali e nelle cascate artificiali. Gli specchi d'acqua non sono destinati soltanto a riflettere i colori del cielo e l'ambiente circostante ma divengono lo schermo che permette di scoprire attraverso le leggere increspature dell'acqua, i movimenti del vento o osservare il disegno modulato delle onde irradiato dai getti.
Dobbiamo al geografo Domenico Leandro Alberti l'ultimo ricordo degli splendidi giardini di Palermo. Egli notò che esistevano: "belli e vaghi giardini", che da ogni lato scorrevano "ruscelletti di chiare acque mormorando soavemente". e che tra quei giardini, si vedevano "alcune isolette artificiosamente attorniate dalle dette acque, coperte sempre di verdi erbette". Ed è in un giardino del sud che il Boccaccio, nel sogno della Amorosa Visione, incontra la sua Fiammetta.

Il piacere dei sensi
A scuotere l'armonioso e compiuto schema del giardino medioevale, è la riscoperta, intrapresa nel fecondo clima dell'Umanesimo, del mondo classico.
Leon Battista Alberti, nel trattato De Re Aedificatoria suggeriva che la villa suburbana deve sorgere in un luogo ameno: "Nè potranno mancare intorno per motivi sia di diletto che di utilità, distese di prati fioriti, campagne soleggiate, boschi ombrosi e freschi, sorgenti e ruscelli limpidissimi, specchi d'acqua dove bagnarsi"
L'impegno nella costruzione di grandi parchi e giardini è condiviso nel XVI secolo da tutte le corti italiane. Anche il grande Leonardo da Vinci, come attesta il codice Atlantico, esegue studi per la realizzazione del giardino della villa di Carlo d'Amboise a Milano. Così egli scrive: "… l'acqua correrà sul giardino, adacquando li pomeranci e li cedri… Col mulino farò continui suoni di vari strumenti, li quali tanto soneran quanto durerà il moto di tal molino". Si manifesta in questa visione la ricerca raffinata di uno spazio atemporale, destinato al piacere dei sensi e all'effetto inebriante dei suoni, del colore e del profumo dei fiori.

Villa D'Este: fontana dell'organo

Villa d'Este: fontana dell'Ovato

Nel suo percorso l'acqua richiama, con la mutevolezza delle forme la forza dinamica della natura, esaltata dall'artificio degli effetti sonori. In una composizione poetica dedicata da Luca Marini alla villa di Adamo Centurione troviamo cosi immortalate le sensazioni provate:
"Quand'io fui sopra il pian d'un lago giunto, e visto un isolotto gittar acque con dolce melodia di contrappunto, maraviglia e dolcezza dal cor mi nacque".
L'acqua è definita da Bartolomeo Teagío "l'anima e lo spirito del terreno" e può essere considerata il motore della scena.
L'acqua animava i teatri degli automi nelle grotte dove erano ricreate ad arte scene a più personaggi, allegorie, figure mitologiche, animali mossi da complicati meccanismi idraulici, tra i quali erano ben noti i capolavori creati dal geniale Buontalenti nella villa Medicea di Pratolino.
L'artificio era soltanto visivo, perché ad esso si univa una orchestrazione di effetti sonori, raggiunti con l'accostamento di suoni melodiosi come negli organi idraulici, che rallegravano e allo stesso tempo orientavano il visitatore nella rete di viali.

Le isole nei giardini
Le grandi superfici d'acqua in forma di rettangolo o di cerchio fanno parte nell'impianto fondamentale del giardino rinascimentale. Già nei dipinti di Giusto Utens, compare spesso, al centro della vasca d'acqua, un'isoletta rocciosa o fiorita, ornata in genere da una scultura o da una piccola fontana. Per una vocazione antica l'isola è da sempre un giardino, e nel giardino rinascimentale, un giardino nel giardino.
Il tema dell'isola, che era stato già caro all'antichità classica, viene riproposto con un amor tutto umanistico all'isolotto costruito con maestria e posto al centro di un bacino d'acqua artificiale, così in Villa Lante a Bagnaia e a Boboli a Firenze.
E' certo che la natura fantastica dell'isola era stata attentamente indagata dal pensiero rinascimentale sulle scorte delle reminiscenze classiche a cominciare da Platone, che racconta di Poseidon innamorato di Clito, che per proteggerla dagli altri uomini, aveva creato intorno all'altura dove viveva delle cinte circolari di mare e di terra alternate. Possiamo interpretare come giardini galleggianti le irreali composizioni floreali di Hieronymus Bosch nel Trittico delle Delizie, dove in una visione onirica fiori giganteschi sorgono dall'acqua.
Una delle conquiste principali del giardino rinascimentale può essere considerata la risposta di tutti gli impieghi possibili dell'acqua che scorre. Essa può evocare quiete o incarnare la forza indomita e fragorosa, può salire in alto e precipitare in basso, può essere scintillante e agile zampillo o cupa profondità.

Villa d'Este: Locus amoenus
L'architetto Pirro Ligorio, nel progettare verso il 1550 Villa d'Este a Tivoli, fa dell' acqua un intero mondo che si sviluppa grandiosamente e liberamente in ogni direzione e dimensione. Poiché la vita autentica non si svolge né nel mero mondo corporeo né in quello del puro spirito, l'acqua è leggera e pesante a un tempo, qualcosa di intermedio tra natura e spirito. In quanto fluido corrisponde allo "pneuma", al soffio spirituale, perché penetra dovunque, è duttile, chiara, trasparente, una fonte di vita che non soggiace ad alcun limite. Le masse d'acqua in caduta ed i grandi freschi trasparenti bacini costituiscono così uno degli aspetti dell'arte di Ligorio come architetto di fontane.
Meritano una menzione particolare anche i "Giochi d'acqua". Johann Caspar Goethe, padre di Wolfgang, nel suo Viaggio per l'Italia del 1740 in relazione alla sua visita a Villa d'Este scrive:
" Chi visita questo giardino deve stare in guardia perché quasi dappertutto si trovano condutture sotterranee da cui zampilla l'acqua all'improvviso, inzuppando chi è distratto". Villa d'Este non è soltanto un locus amoenus, ma anche un luogo d'avventure, nel cui cuore dimora un Drago, al quale la fontana centrale del giardino deve il suo nome, e il cui potente zampillo è visibile da lontano. Esso non è un elemento meramente decorativo, ma un riferimento del tutto reale alle forme dell'arte di allora, quale la letteratura.
Tra le più importanti opere letterarie che hanno improntato di sè in modo decisivo la seconda metà del Cinquecento, vi è senz'altro l'Orlando furioso, che Lodovico Ariosto aveva dedicato ad Ippolito d'Este, stesso committente di Pirro Ligorio per villa d'Este.
"Quel dì e la notte e mezzo l'altro giorno s'andò aggirando, e non sapeva dove. Trovossi al fine in un boschetto adornoche lievemente la fresca aura muove. Duo chiari rivi, mormorando intorno, sempre l'erbe vi fan tenere e nuove; e rendea ad ascoltar dolce concento, rotto tra piccioi sassi, il correr lento".
Il canto è costruito attorno alla fuga di Angelica che muta da "donzella ispaventata" delle prime scene, in una sorta di dea della natura al mutare della foresta dapprima selvaggia ed intricata, ostacolo alla fuga, e poi oasi di pace che invita al riposo.
Ariosto riutilizza, ponendoli in diretta contrapposizione, due https://www.verdeepaesaggio.it/immagini letterarie: la scelta orrida e tenebrosa di ascendenza dantesca e il locus amoenus della tradizione classica. Il paesaggio edenico ricorre qui con i suoi tratti tipici: natura stilizzata, stagione primaverile, atmosfera di felicità erotica. Viste dalla prospettiva dell'Orlando Furioso le figurazioni dell'arte dei giardini perdono parecchio della loro estraneità.