Lungo l'arco della catena alpina, in corrispondenza delle valli interne a prevalente sviluppo nel senso dei paralleli, su pendii volti a sud, è facile incontrare un tipo di pineta ben diverso da quelle mediterranee: si estende su versanti caratterizzati da un clima continentale (caldo estivo, freddo invernale, prevalentemente secco e con precipitazioni nevose, forti escursioni termiche, piogge nelle stagioni intermedie, temporali in estate). In simili condizioni, i suoli pietroso-rupestri caratterizzati da un intervallo altitudinale compreso tra 1.000 e 1.800 metri sul mare sono il regno del pino silvestre (Pinus sylvestris), accompagnato, in particolare, dall'erica carnea, dal ginepro comune, dall'uva orsina (Arctostaphilos uva-ursi). Dove non riescono a sopravvivere l'abete bianco, l'abete rosso e tanto meno il faggio, spetta proprio al pino silvestre tenere alto l'onore degli alberi (in attesa di salire ulteriormente in quota, trovandovi altri primattori quali il pino uncinato, il mugo, il cembro, il larice). Siamo ormai in un dominio in cui le conifere arboree la fanno da padrone; non potrebbe essere altrimenti: queste piante sono un miracolo di frugalità e di adattabilità a suoli a modestissima presenza di terreno e di humus, caratterizzati inoltre da grande scarsità di acqua.
Il pino d'Aleppo – lo abbiamo visto – è l'albero più eliofilo e xerofilo della nostra vegetazione mediterranea; un analogo primato spetta, sull'arco alpino, al pino silvestre.

Un tipico esemplare di pino silvestre: notare il colore giallastro della corteccia e la chioma verde scura, raccolta nella porzione superiore del fusto

Se una latifoglia a chioma particolarmente espansa, infatti, può necessitare, quotidianamente, in estate, di 4 o 5 quintali di acqua (in massima parte da destinarsi alla traspirazione), così, all'estremo opposto, un pino come il silvestre può riuscire a sopravvivere per lungo tempo con 5-10 litri di acqua al giorno. Il problema, alle alte quote, è rappresentato non tanto dalla siccità estiva quanto – paradossalmente – da quella invernale: per mesi interi l'acqua è rinserrata nel suolo sotto forma di ghiaccio e non risulta utilizzabile dai vegetali; in una bella giornata invernale soleggiata, il terreno rimane ghiacciato, sotto la protezione del manto nevoso, ottimo coibente, mentre le scure chiome di un sempreverde possono subire il dardeggiamento dei raggi solari (come ben sanno sciatori ed alpinisti, il sole invernale può mostrare una violenza insospettata, in alta montagna). Ed ecco allora che una specie dotatissima in quanto a capacità di tesaurizzare l'acqua rinserrata nei suoi tessuti, quale il pino silvestre, ha la possibilità di primeggiare meglio di altre consanguinee, pur frugali, eliofile e xerofile, riesce ad adattarsi a condizioni davvero accentuate di aridità, in ambienti nei quali l'acqua è magari abbondante ma non risulta disponibile per lunghi periodi.

Un vero gigante: un pino silvestre di circa 400 anni di età, fotografato nelle Alpi Liguri

Riassumendo, il pino silvestre è una conifera particolarmente frugale, eliofila e xerofila, tollera diversi tipi di substrato (calcarei, calciocarenti, ad alto tenore di magnesio e metalli pesanti), sopporta notevoli escursioni termiche e suoli poco evoluti: in poche parole, ha ottime doti pioniere. Il tronco è caratterizzato da una corteccia dapprima giallastro-rossiccia e, poi, più o meno grigia, nella vecchiaia; la chioma, conica negli esemplari giovani, si raccoglie col tempo, nella porzione più alta del fusto, mentre i rami bassi si defogliano e si riducono progressivamente a monconi. Le pigne sono piccole, coniche, ad asse maggiore lungo fino a 5 centimetri; gli aghi sono corti (3-5 centimetri), rigidi, di colore verde scuro, più o meno ritorti a spirale.

Particolare dell'estremità di un ramo di pino silvestre: notare le piccole dimensioni della pigna e degli aghi

Il pino silvestre è una specie euroasiatica, diffusa, nel nostro Paese, lungo l'arco della catena alpina e, forse, anche qua e là nell'Appennino settentrionale; è stato molto impiegato nei rimboschimenti, a proposito ed a sproposito: appaiono criticabili, in particolare, certe immissioni in regioni appenniniche a clima oceanico (in cui dominerebbe il faggio), a breve distanza dal mare, dove cadute di neve pesante ed acquosa ed episodi di galaverna provocano stroncature della porzione sommitale del fusto e dei rami laterali medio-alti.
Ancora una volta non sarà male esortare i pianificatori territoriali a far tesoro degli ammaestramenti della natura e ad accostarsi all'esame dei suoi ritmi, dei suoi cicli, e in particolare all'analisi del dinamismo vegetazionale, con attenzione, rispetto, sensibilità ed umiltà, pronti, cioè, a cogliere la validità di ciò che è frutto e sintesi di una lunga evoluzione spontanea, non turbata dall'uomo. Quanto ai rimboschimenti in aree appenniniche in cui, come si è appena accennato, è inopportuna la presenza del pino silvestre (e del suo cugino pino nero, aggiungiamo), decidiamoci, una buona volta, ad impiegare il ranno alpino (Rhamnus alpinus), tra gli arbusti, e soprattutto il sorbo montano (Sorbus aria), tra gli alberi.
Saremo gratificati da un ottimo vigore vegetativo degli esemplari, otterremo una più rapida produzione di humus, un netto miglioramento del suolo, minori danni da neve e da galaverna, costruiremo un manto legnoso meno infiammabile e meno combustibile e dimostreremo, infine, un maggior rispetto per il dinamismo vegetazionale.