(Fig. 1) Parte dell’area verde del Campus universitario di Bari, con piante di Ph. fruticosa gravemente alterate (in primo piano)

Il salvione giallo è una pianta xerofila e rustica del bacino del Mediterraneo e interessa la floricoltura dei Paesi a clima temperato. In Italia è spontanea in Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna ed è spesso coltivata nei giardini anche delle zone più calde dell’Italia centro-settentrionale (Pignatti, 1982).

Particolari delle alterazioni riscontrate sugli organi verdi delle piante di Ph. Fruticosa:
A e B) deformazioni e macchie biancastre su foglie giovani
C) ingiallimenti
D) macchie necrotiche su foglie adulte.

Sintomatologia
Le prime manifestazioni dell’alterazione sono state notate in primavera inoltrata, si sono aggravate nel corso dell’estate e protratte per tutto l’autunno.
Sulle foglie giovani, all’apice dei germogli, si osservavano macchie bianco-sericee di 2-4 o più mm di diametro, a contorno subcircolare e dall’aspetto sfumato e polverulento, isolate oppure fuse insieme, interessante una porzione più ampia del lembo fogliare.
Queste foglie, inoltre, mostravano caratteristiche deformazioni dovute alla riduzione di accrescimento delle parti alterate. Le foglie adulte, invece, presentavano sulla pagina superiore macchie giallastre irregolarmente circolari, di diametro variabile tra 3 e 10 mm, corrispondenti, sulla pagina inferiore, a macchie efflorescenti bianco-giallastre.
Le macchie sulle foglie più danneggiate denotavano al centro aree prima bruno-grigiastre poi necrotiche, contornate da un alone clorotico, circoscritte o estese su una porzione della lamina fogliare a partire dall’apice o dal margine (Fig. 2). Tale sintomatologia, ben evidente nonostante la densa e bianca tomentosità tipica di Ph. fruticosa, è stata osservata soprattutto sulla parte più alta della chioma degli arbusti, dove è stata anche riscontrata nella tarda estate-autunno un’intensa filloptosi. Nel corso delle osservazioni sono state inoltre rilevate tra le piante di Ph. fruticosa sensibili differenze nella gravità dell’alterazione (Fig. 3).

(Fig. 2) Aspetto generale delle alterazioni su foglie di Ph. Fruticosa (Fig. 3) Pianta gravemente malata a confronto con una pressochè sana.

Caratteristiche del patogeno
Un attento esame allo stereomicroscopio di foglie con tali sintomi, apparsi caratteristici di un attacco di oidio, ha evidenziato, particolarmente sulle pagine inferiori, un intreccio di ife poco ramificate e ragnatelose frammiste ai peli fogliari e numerosi corpuscoli di forma ellittico-ovoidale, spesso portati all’apice di sottili filamenti eretti. L’osservazione al microscopio ottico di tali strutture ha, invece, permesso di rilevare la presenza di un micelio ialino, costituito da ife poco abbondanti, settate, scarsamente ramificate, misuranti 6-11 mm di diametro (media 8,8 mm) e, in corrispondenza degli stomi fogliari, di fasci più o meno numerosi di ife erette, 3-4 settate (ife conidiofore), che recavano all’apice una cellula solitaria (conidio) di forma ellittico-lanceolata oppure manifestamente mitrata, con l’estremità lievemente acuminata e con la larghezza maggiore nella parte mediana. Le ife conidiofore misuravano 106-260 mm di lunghezza (media 176,4 mm) e 6-10 mm di spessore (media 8,6 mm), i conidi 45-85 mm di lunghezza e 16-30 mm di larghezza (media 57,2 x 23,3 mm); questi ultimi sono stati talvolta osservati in fase di germinazione (Fig. 4).

(Fig. 4) Strutture anamorfiche dell’oidio rinvenuto su piante di Ph. Fruticosa: A) ife conidiofore portanti all’apice un conidio immaturo (x250); B e C) conidi a differente ingrandimento (rispettivamente x400 e x1000) e D) conidi germinati (x400).
Tab. 1 – Dimensioni dei conidi (in mm) di L. duriaei su Ph.fruticosa riscontrate nelle presenti osservazioni, a confronto con quelle riportate da altri Autori sullo stesso ospite e con quelle di L. taurica.
Parametri Presente lavoro (1) Durrieu e Rostam (1984) Braun (1995)
  L. duriaei Leveillula sp. L. duriaei
Lunghezza (L) 45-85 45-50 34-80
Larghezza (1) 16-30 18-22 12-24
L/l 2,6 2,9
(1)Le misurazioni hanno riguardato, per ciascun parametro, almeno 100 osservazioni.

Identificazione del patogeno e discussione
La presenza massiva di strutture fungine sulla pagina inferiore delle foglie fa ritenere che il fungo infetti l’ospite attraversando gli stomi e fuoriuscendone successivamente con le ife conidiofore, ciascuna portante apicalmente un conidio. Tale comportamento emiendofitico (Ciccarone, 1951), la sintomatologia osservata, simile a quella descritta da Franceschini et al. (1989) e da Manici e Lops (1993) su altri ospiti, le caratteristiche morfologiche e le dimensioni dei conidi e delle ife conidiofore hanno permesso di identificare il patogeno come Ascomicete della famiglia delle Ersiphaceae, genere Oidiopsis Scalía, anamorfo del genere Leveillula Amaud. Pur non essendo stato possibile finora rinvenire lo stato perfetto, la specie fungina qui descritta si ritiene possa essere Leveillula duriaei (Lév.) U. Braun, unico agente di mal bianco sinora osservato su piante del genere Phlomis (Braun, 1995). In tabella 1 vengono esposte le dimensioni dei conidi rilevate in questo studio a confronto sia con quelle riportate da altri Autori sullo stesso ospite sia con quelle di L. taurica (Lév.) Arn. La maggiore larghezza dei conidi osservati in questo lavoro rafforzerebbe l’ipotesi che il fungo in oggetto appartenga a specie diversa da L. taurica, come aveva già sostenuto Braun (1984). Ciononostante, è noto che tali strutture possono presentare una notevole variabilità, in funzione, oltre che della pianta ospite e della natura dei suoi tessuti, anche dell’ubicazione geografica della malattia (Palti, 1988). Circa il mancato rinvenimento della forma ascofora, Palti (1988) riporta che non è evento molto frequente e, per di più, sul genere Phlomis, contrariamente a quanto avviene su altre specie ospiti, tali strutture si formano quando i tessuti della foglia sono ancora teneri e in pieno turgore, quindi all’inizio della stagione vegetativa. Secondo lo stesso Autore, inoltre, la formazione dei cleistoteci è inibita da condizioni di umidità atmosferica piuttosto elevata e ciò ne rende improbabile la differenziazione in autunno. Si riportano in proposito i grafici delle precipitazioni e delle temperature decadali rilevate, rispettivamente negli anni 1995 e 1996 e nel trentennio 1965/94, nel periodo aprile-novembre in una stazione meteorologica ubicata a Bari nei pressi delle due aree di osservazione (Figg. 5 e 6).

(Fig. 5) Andamento delle temperature e delle precipitazioni decadali nei periodi di osservazione (aprile-novembre) degli anni mal bianco da L. duriaei è presente in un ampio territorio esteso tra l’Europa dell’Est e la regione mediterranea, che è anche l’area di diffusione delle piante del genere Phlomis (Braun, 1995). In particolare, la presenza di L. duriaei su Ph. fruticosa è già stata segnalata in Spagna, Francia e Grecia (Braun, 1995; Durrieu e Rostam, 1984), ma risulterebbe questa la prima segnalazione per l’Italia.

Come molte altre specie della famiglia Lamiaceae (Braun, 1995; Pisi e Bellardi, 1988; Zechini D’Aulerio et al., 1991), anche Ph..fruticosa è ospite di funghi agenti di mal bianco. Si ritiene pertanto utile tenerla sotto osservazione e, in caso di attacchi precoci e/o gravi, si consiglia di intervenire con tempestività e decisione sin dalla comparsa dei primi sintomi, ricorrendo a trattamenti, ripetuti se necessario, con antioidici e, in particolare, con fungicidi sistemici come gli inibitori della biosintesi dell’ergosterolo (IBS), senza i quali le piante di Ph. fruticosa andrebbero incontro a gravi deperimenti che ne comprometterebbero, oltre che la vitalità, anche la funzione estetica. Per contenere gli attacchi del patogeno potrebbe anche essere utile adoperare materiale di propagazione proveniente da piante di Ph. fruticosa che, vegetando in presenza della malattia, si distinguono per una minore gravità di attacco.

LAVORI CITATI
Braun U. (1984) – Taxonomic notes on some powdery mildews (III). Mycotaxonomy 19, 369-374.
Braun U. (1995) – The powdery mildews (Erysiphales) of Europe. Gustav Fischer Verlag, Jena, Stuttgart, New York, 337 pp.
Ciccarone A. (1951) – La “nebbia” del Carciofo (Cynara scolymus L.) e del Cardo (Cynara, cardunculus L.). Bollettino Stazione patologia Vegetale Roma, 9, 163-204.
Durrieu G., Rostam S. (1984) – Spécificité parasitaire et systématique de quelques Leveillula (Erisiphaceae), Cryptogamie Mycologie, 5 (4), 279-292.
Franceschini A., Foddai A., Corda P. (1989) Gravi epifizie di Leveillula (Lév.) Arn. su babaco (Cairica pentagona Helib.) in coltura protetta in Sardegna. Informatore Fitopatologico, 39 (1), 52-54.
Manici L.M., Lops F. (1993 ) – Grave infezione di Leveillula taurica (Lév.) Arn. su piantine d’ulivo in coltura protetta in Calabria. Informatore Fitopatologico, 43 (12), 53-55.
Palti J. (1988) – The Leveillula Mildews. Botanical Review, 54 (4), 423-535.
Pignatti S. (1982) – Flora d’Italia. Edagricole, Bologna, vol. II, 453.
Pisi A., Bellardi M.G. (1988) – Indagine fítopatologica su piante officinali ed aromatiche in Italia. lnformatore Fitopatologico, 38 (10), 57-62.
Zechini D’Aulerio A., Zambonelli A., Morara A. (1991) – Ulteriori indagini sulle malattie crittogamiche di piante officinali in Emilia Romagna. Informatore Fitopatologico, 41 (12), 45-52.