Un'escursione verso questo grande sistema orografico è motivata non solo per le sue valenze naturalistiche attuali (che sono però prevalentemente concentrate in ambiti limitati a causa delle forti modificazioni subite nei secoli) ma anche per quel "carattere" più marcatamente montano, che assume il paesaggio e che nelle Marche si percepisce, più intensamente, solo sui Monti Sibillini. Rispetto al settore più settentrionale della montagna pesarese cambiano le dimensioni e la fisionomia degli elementi orografici, si osserva più nettamente la differenziazione dei tipi vegetazionali secondo piani altitudinali e si gusta la "briosità" del clima (anche in agosto non si rimpiange l'ascesa). Questa escursione consente inoltre di raggiungere un privilegiato osservatorio ambientale posto a 1700 m di quota, dal quale è possibile riflettere sugli effetti che le nostre "distratte" abitudini, perpetuate per secoli, hanno avuto sull'assetto paesaaaistico e territoriale. Il gruppo del Monte Catria comprende una vasta area montuosa (circa 150 km) della dorsale umbro-marchigiana, che da Cagli si estende a sud-ovest fino a Scheggia, ad est fino oltre Serra S. Abbondio ed a sud fin quasi a Sassoferrato, compresa fra tre bacini idrografici Metauro, Cesano ed Esino ed i comuni di Serra S. Abbondio, Frontone, Cagli e Cantiano. Il Monte Catria (1701 m) ed il Monte Acuto (1668 m) appartengono al nucleo centrale e costituiscono le due più alte vette del sistema orografico umbro-marchigiano, separate da una sorta di ampia sella (Infilatoio-Dogana) più bassa di circa 400 m.

Il Monte Acuto non è poi tale; più caratteristiche sono le balze che sourastano la faggeta

Più a valle la faggeta si dirada e si sovrappone al querceto; formazioni che qui risultano a densità ridotta a causa del pascolo

Qui, come in gran parte dell'Appennino centrale, sono evidenti sia i segni della pesante e millenaria pressione antropica, sia la potenzialità naturalistica di questi luoghi.
Si notano infatti le eccessive superfici destinate al pascolo ed alla viabilità ed un bosco "costretto" entro limiti non naturali, che è forse uno degli indicatori più espliciti nel testimoniare l'inripatto subito nel tempo dalla montagna. Contemporaneamente il bosco può essere, oggi, il luogo e lo "strumento" ideale per avviare un processo di riqualificazione territoriale che, anche in virtù delle mutate condizioni socio-economiche, dovrebbe ispirarsi a principi ecologici.
L'utilizzazione, o meglio lo sfruttamento, del patrimonio forestale di queste zone, ed in generale dell'Appennino marchigiano, oltre che da vicissitudini storiche è stato determinato, negli ultimi decenni, da una assoluta carenza di strategie gestionali.
Riconsiderare i criteri di utilizzazione delle risorse forestali e territoriali in genere secondo principi che garantiscono un maggiore equilibrio ecologico dei sistemi interessati, permetterebbe un recupero della loro naturalità, senza rinunciare ai benefici strettamente economici, anche di nuovo tipo.
Più di venti anni fa nacque la proposta, avanzata con differenti modalità e da parte delle istituzioni più diverse, di tutelare più efficacemente il comprensorio del M. Catria e del M. Nerone ricco di notevoli emergenze naturalistiche, paesaggistiche e storico culturali'. Il distorto significato che è stato spesso attribuito al termine "Parco", le ataviche difficoltà di comunicazione politica fra l'entroterra ed i capoluoghi costieri, una politica d. sviluppo basata su modelli anacronistici, ne hanno impedito la realizzazione a scapito soprattutto delle popolazioni locali.

Il morso reiterato dei giovani getti da parte del bestiame induce gli alberi ad assumere forme e strutture aberranti

Il Monte Catria raggiunge i 1700 m ed è la cima più elevata dell'Appennino pesarese

Vincoli da tempo esistenti come quello idrogeologico e quello sulle bellezze naturali sono strumenti passivi e spesso inefficaci; quelli provvisori posti dal Piano Paesistico Ambientale Regionale (PPAR), in seguito all'applicazione alla legge Galasso, lo saranno se non verranno attivati velocemente gli strumenti previsti (Piani Territoriali d'Area). Lo stesso PPAR considera la zona come complesso oro-idrografico di eccezionale valore botanico-vegetazionale e propone pertanto forme di tutela e valorizzazione adeguate, prevedendo la costituzione di un parco naturale regionale' dei Monti Catria (Nerone) e Cucco, al quale venne attribuito carattere prioritario, ora sospeso dopo la "costituzione" dei parchi del Colle San Bartolo e del Simone-Simoncello.

L'ambiente fisico
Geologicamente il gruppo Catria-Acuto è caratterizzato da diverse formazioni calcaree e calcareo-marnose costituitesi a partire dal Giurassico (circa 200 milioni di anni fa) dando luogo ad una successione stratigrafica di sedimenti marini, tipica di tutta la dorsale umbro-marchigiana, e che si protrae fino all'Eocene inferiore o medio (circa 40 milioni di anni fa).
In epoche più recenti (circa 25 milioni di anni fa) iniziò l'abbondante sedimentazione detritica protrattasi fino al quaternario (circa 2 milioni di anni fa). Seguendo una seriazione cronologica alle formazioni del Calcare Massiccio, che sono le più antiche affioranti nelle Marche, si sovrappongono quelle della Corniola, del Rosso Ammonitico, degli Scisti ad aptici, del Calcare rupestre, delle Marne a fucoidi e della Scaglia (bianca, rossa o rosata). Morfologicamente l'Acuto è più omogeneo, con un versante 4 nord-occidentale ampio e regolare ed uno sud-orientale caratterizzato da ripide balze ed una sommità che ha ispirato il nome. Il Catria è invece più diversificato con conche e solchi vallivi più o meno profondi nel versante orientale e nord orientale ed anfiteatri in quello rivolto ad ovest, sud-ovest; la sommità è costituita da un ampio pianoro.

Vegetazione e flora
Uno degli effetti più impressionanti della forte pressione antropica sul paesaggio forestale è il notevole abbassamento del limite superiore del bosco, che nell'appennino pesarese si colloca mediamente intorno ai 1200-1300 m sim (con escursioni sporadiche fino ad un massimo di 1500 m) quando potenzialmente potrebbe spingersi ben oltre i 1700 m (anche fino a 2000 m, come avviene in Abruzzo). Il taglio o l'abbruciamento dei boschi sommitali, avvenuti forse nell'alto medioevo, e la loro conseguente e continuativa destinazione a pascolo, hanno modificato fortemente le condizioni microclimatiche e pedologiche di tali ambienti rendendo quanto mai improbabile la rícolonizzazione spontanea da parte della vegetazione forestale.
Già nel 1570, quando i beni dei Monaci di Fonte Avellana 5 vennero ceduti allo stato pontificio, il Cardinale di Urbino, commendatario del monastero, manifesta la sua disapprovazione per come quei monaci degenerati, con improvvidi affitti, avessero contribuito alla devastazione dei boschi del Catria, sua passione e suo vanto".
La foresta costituiva infatti una risorsa economica di grande rilievo in un ambito territoriale che non offriva molto spazio alle attività agricole in senso stretto; oltre che fornire direttamente materia prima e cibo (legna e prodotti del bosco non legnosi) permetteva l'attività di pascolo, e la caccia, riservata prevalentemente a nobili ed ecclesiastici.

Altro segno tangibile della forte presenza del pascolo e la diffusa abbondanza di Carlina acaulis subsp. simplex

La planimetria delle aree descritte nell'articolo

Il fatto che buona parte delle superfici forestali fosse quasi esclusivamente di proprietà collettiva' ha forse consentito la conservazione di ampie superfici boscate, ma non ha impedito il processo di involuzione a carico del soprassuolo e del suolo. E' interessante ricordare, a tale proposito, l'utilizzo dei ranchi boschivi, cioè piccole superfici boscate, assegnate per usi civici ai singoli cittadini e destinate, nell'ambito del ciclo stabilito (9 anni) alla fornitura di vari assortimenti legnosi (fascine, paleria, legna da ardere) ed al pascolo, differenziato (bovini, suini, ovini) secondo i ritmi di accrescimento del bosco. Quello del Catria rimane comunque uno dei maggiori comprensori forestali delle Marche (9500 ha), ma la sua distribuzione risulta frammentaria, interrotta da ampie radure dedicate al pascolo e da un irrazionale sviluppo della rete stradale. La sua struttura è stata negativamente modificata dal pascolo in bosco e dal governo a ceduo, che hanno contribuito ad abbassare la produttività ed a ridurre i benefici effetti a scapito dell'equilibrio dell'intero sistema montano. La sua composizione si è impoverita per la scomparsa di specie, ecologicamente più "fragili", ma un tempo importanti per la funzionalità degli stessi boschi.
L'itinerario proposto, che inizia a circa 1200 m di quota, si colloca nella zona tipica della faggeta, che si estende dai 1000 m circa fino al limite superiore del bosco. Si tratta in prevalenza di cedui matricinati nei quali, come già ricordato, in alcuni casi sono stati effettuati interventi di conversione all'alto fusto. à possibile comunque incontrare alcuni lembi di vere fustaie, dove i faggi raggiungono ragguardevoli dimensioni, e che costituiscono un esempio delle potenzialità che il bosco appenninico può ancora esprimere.
La faggeta è naturalmente una foresta abbastanza omogenea, in termini di composizione delle specie arboree, ma alcune specie sono poi scomparse anche a causa dell'eccessivo utilizzo. Ad esempio il tasso (Taxus baccata) che fino all'800 è stata una specie importante per l'economia forestale della zona, presente anche con individui di notevoli dimensioni. Non si hanno informazioni storiche relative all'abete bianco nel Catria, ma non è totalmente da escludere l'idea di una sua presenza, che era invece tipica nella costituzione delle faggete miste della Massa Trabaria (Alto Montefeltro fra il Passo della Scheggia e Bocca Trabaria).
Attualmente le rare ingressioni sono dell'acero montano (Acer pseudoplatanus), acero riccio (Acer platanoides), acero opalo (Acer obtusatum) frassino maggiore (Fraxinus excelsior), sorbo montano (Sorbus aria), tasso.
Le faggete del Catria e Acuto (classificate fitosociologicamente come Polysticho-Fagetum) sono invece caratterizzate da una flora poverissima, anche quantitativamente, di specie arbustive l'agrifoglio (Ilex aquifolium), nocciolo (Corylus avellana), corniolo (Cornus mas) è abbastanza ricca di specie erbacee, fra cui si ricordano: dentaria a nove foglie (Cardamine enneaphyllos), dentaria minore (Cardamine bulbifera), garofanino di montagna (Epilobium montanum), sassifraga a foglia rotonda (Saxifraga rotundifolia), caglio odorato (Galium odoratum), nontiscordardime dei boschi (Myosotis syluatica), anemone dei boschi (Anemone nemorosa), geranio nodoso (Ceranium nodosum), geranio di S. Roberto (Ceranium robertianum), cavolaccio meridionale (Adeno styles alpina var. australis), viola silvestre (Viola reichenbachiana), ranuncolo lanuto (Ranunculus lanuginosus), laureola (Daphne aurora), moscatella (Adoxa moschatellina), mercorella (Mercurialisperennis); fra le felci la felce aculeata (Polystichum aculeatum), la felce maschio (Dryopteris fìlix-mas).

Al Fosso delle Cupaie si possono attfaversare interessanti lembi di faggete d'altofusto, piuttosto rare in questo settore degli Appennini

Prati sommitali occupano oggi gli spazi che furono del bosco…..

Al di sotto della faggeta, nel piano altitudinale compreso fra gli 800 ed i 1000 prevale l'orno-ostrieto (in questo caso Scutellario-Ostryetum), bosco misto in cui dominano orniello (Fraxinus ornus) e carpino nero (Ostrya carpinifolia) che predilige substrati calcarei. Queste formazioni interessano le pendici inferiori del Catria e Acuto (che vengono appena sfiorate dal percorso) differenziandosi nella composizione floristica secondo le caratteristiche ecologiche delle singole zone (pendenza, profondità e tipo di suoli, umidità, ecc.). Oltre alle due specie già citate la composizione delle specie arboree è completata dall'acero opalo e qualche individuo di roverella (Quercus pubescens) e cerro (Quercus cerris). Questi boschi sono stati ceduati in passato per la carbonízzazione e più tardi per produrre legna da ardere, in virtù delle buone caratteristiche combustibili delle specie presenti.
Nella flora erbacea troviamo come specie caratteristica la scutellaria di Colonna (Scutellaria columnae) e nelle zone di contatto con la faggeta la scilia alpestre (Scilla bifolia), ed il bucaneve(Calan thus nivalis).
A completamente del quadro tipologico forestale è forse utile accennare ad altre formazioni presenti nel comprensorio, anche se non riscontrabili lungo il sentiero proposto.
Su suoli marnoso-arenacei fino ai 600-700 m dei versanti più caldi, anche fino ai 1000 m, si sviluppano querceti di roverella, formazioni molto degradate e frammentarie in cui si trovano anche carpino nero, orniello, sorbo comune (Sorbus domestica), ciavardello (Sorbus torminalis). Nelle configurazioni più rare e degradate prevalgono le specie arbustive citiso minore (Cytisus sessilifolius), biancospino (Crataegus monogyna), caprifoglio (Lonicera caprifolium), caprifoglio etrusco (Lonicera etrusca), vescicaria (Colutea arborescens), ginepro comune (Juniperus communis), ecc.
Nel piano collinare, in ambiti particolarmente umidi come vallecole ed impluvi, il bosco si adegua e cambia aspetto. Prevalgono carpineti con nocciolo, formazioni igrofile a prevalenza di carpino bianco (Carpinus betulus) e nocciolo (Corylus avellana) le cui chiome sono più leggere e "fresche", e dove si insediano molte specie erbacee tipiche anche della faggeta.
Infine una presenza caratteristica nel gruppo del Catria è quella di leccete, formazioni dense ed intricate che inducono a pensare alla macchia mediterranea e a condizioni climatiche ben più miti di quelle montane. Il leccio (Quercus ilex) è in verità una specie che può spingersi anche a quote elevate se temperatura e tipo di suolo sono adeguati. Nel nostro caso si spinge anche ben oltre i 1200 m frammisto ad altre specie e fino a 900 in formazioni quasi pure su substrati calcarei ed assolati. Le specie più tipicamente mediterranee, come terebinto (Pistacia terebinthus), fillirea (Phyllirea latifolia), laurotino (Viburnum tinus) non riescono a seguirlo e si fermano a quote più basse. Le formazioni erbacee costituiscono l'altra componente della vegetazione del Catria e si caratterizzano anch'esse secondo un gradiente altitudinale e la freschezza della stazione in cui si sviluppano.
Pareti rocciose e zone di detrito ospitano una flora estremamente specializzata non molto vistosa ma spesso di grande interesse botanico; si possono notare alcune specie delle famiglie delle Crassulaceae (Sedum sp. pl.), delle Saxifragaceae (Saxifraga sp. pl.), la gramigna dell'Appennino (Trisetum villosum), timo bratteato (Thymus striatum), ecc.
I pascoli di altitudine (seslerieti) sono piuttosto aridi e caratterizzati dalla presenza di una graminacea la sesleria (Sesleria tenuifolia), che soprattutto fra i 1600m e la sommità del Catria forma praterie con cotico erboso discontinuo a gradoni, dove sono presenti la poligala alpestre (Polygala alpestris), la genziana primaticcia (Gentiana verna), dai vistosi fiori azzurro intenso, il cinquefoglie (Potentilla crantzii), ecc.
In zone calcaree in versanti mediamente acclivi o su pianori sommitati il prato assume caratteri mesofili e quindi anche ricchi di specie, in queste situazioni prevalgono i meso-brometi, formazioni a prevalenza di graminacee, come il forasacco eretto (Bromus erectus), a cui si associano il muscari (Muscari atlanticum), e diverse specie di orchidee (Orchis morio, Orchis ustulata, ecc.), che danno luogo a notevoli fioriture tardo primaverili.
Le formazioni più comuni sono prati-pascoli di tipo arido su suoli poco profondi ed acclivi di scarso valore botanico e degradati spesso per un sovraccarico di bestiame (xero-brometi). Fra le specie più caratteristiche oltre alle solite graminacee, l'elicriso (Helichrysum italicum), l'eringio montano (Eryngium amethystinum), il dente di leone (Leontodon crispus) e le carline (Carlina sp. pl.).

Il percorso
Gran parte del percorso qui descritto coincide con alcuni tratti di sentieri indicati nella carta escursionistica del Catria (scala l:25.000), curata dalla sezione di Pesaro del Club Alpino Italiano e recentemente pubblicata dalla Comunità montana del Catria e Nerone, la cui numerazione, ben indicata anche in campo, verrà utilizzata come riferimento.
La partenza è dai pressi del bivio di Bocca della Valle (1164 m) raggiungibile da Cagli (circa 20 km) procedendo verso Frontone; dopo circa 4 km si volta a destra in direzione Acquaviva e si inizia la salita al M. Tenetra ed al M. Alto, su una strada asfaltata solo per pochi chilometri. Dopo circa 12 km la strada inizia a scendere ed in prossimità di un tornante a sinistra (dove è possibile parcheggiare l'auto), si scorge sul lato destro della strada una casetta non lontana dal bivio suddetto: la Casetta di Mochi (uno dei tanti rifugi costruiti come supporto alle attività di pascolo, alcuni dei quali ora destinati ad uso turistico; per informazioni rivolgersi alla locale Comunità montana).
Da Frontone si procede verso Cagli e si volta a sinistra dopo un paio di km per Buonconsiglio, Ca' d'Usepio salendo fino al M. Morcia, Valpiana (circa 8 km) e poi fino al bivio, dove procedendo a destra si giunge al medesimo luogo.
Lasciandosi sulla sinistra il rifugio, il percorso n.58 (che in questo tratto si identifica con il Sentiero Italia che da Isola Fossara, unisce Chiaserna, Cantiano, Cagli e Pianello) inizia attraversando una prateria cespugliata a biancospino che conduce al versante sud-occidentale del M. Acuto. Volgendosi indietro verso Cagli si scorgono le praterie del Tenetra e del Monte Alto. Procedendo avanti, dopo una curva si abbandona il sentiero 58, che conduce sulla vetta dell'Acuto, e si prende il n. 63 che scende leggermente e procede a mezza costa, sempre oscillando intorno ai 1200 m, fra pascoli magri saltuariamente "arredati" da cespugli di ginepro e carpino nero. Nel periodo estivo avanzato emergono dal secco cotico erboso l'eringio montano, con il suo inconfondibile habitus spinoso e l'elegante color ametista, e l'elicriso, dai piccoli fiori gialli e le tipiche foglie crenate biancastre.

La formazione bosciva è bruscamente interrotta per lasciar posto, nuovamente, al pascolo

Il sentiero, in alcuni tratti costituisce la zona di contatto (ecotono) fra le due formazioni forestali prevalenti, la faggeta a monte e l'orno-ostrieto a valle, annunciata dalla presenza di acero campestre e di roverella. Il paesaggio si fa interessante quando si scorgono le balze rocciose dell'Acuto, che emergono dal mosaico della faggeta sottostante, e costituiscono un sistema di ambienti rupestri e macereti, giustamente riconosciuto come area fioristica protetta regionale. Il sentiero entra poi in un ceduo invecchiato di faggio, curiosamente insediatosi su detriti calcarei, da cui si esce poco fino a raggiungere e superare una recinzione (assicurandosi poi di chiuderla). Poco dopo si torna nuovamente nel bosco, ora una faggeta con "intrusioni" quercine (roverelle, cerri e loro ibridi) e di acero opalo, di aspetto gradevole. Più avanti i faggi assumono peculiari conformazioni, abbarbicati a massi con grosse radici contorte, con ceppaie molto grandi dalle forme grottesche, modellate da decenni di tagli e morsi del bestiame.
Il sentiero, sempre indicato da segni gialli e rossi, dopo poco più di mezz'ora dall'inizio esce dal bosco offrendo la vista del massiccio del Catria, la cui vetta è ulteriormente segnalata da una croce metallica. Sulla destra la vallata sottostante si apre ad anfiteatro, delimitato alla base dal torrente Bevano, lungo il quale si riconosce l'abitato di Chiaserna. Lo spazio aereo ben si presta al volo di numerosi gheppi, attenti cacciatori sui prati estivi carichi di ortotteri (cavallette e locuste). Purtroppo volgendo lo sguardo ad est l'orizzonte visivo è disturbato da due grandi generatori eolici, di cui si accennerà più avanti.
Lungo il percorso si alternano radure e aree boscate dove il faggio, nonostante si trovi in un versante piuttosto caldo, la fa da padrone, lasciando solo marginalmente spazio a pochi individui di sorbo montano, sorbo domestico e maggiociondolo.
Repentinamente per un breve tratto la roccia cambia colore virando dal bianco al rosso (scaglia rossa) mentre la vistosa presenza dell'elleboro fetido (Helleborus foetidus), della dafne laureola e di una notevole rinnovazione di acero opalo, indicano un aspetto ben più caldo del bosco di faggio, sempre molto "abile" a colonizzare anche grossi massi calcarei rotolati a valle e capace di produrre individui anche di discrete dimensioni (oltre 35 crn di diametro) a dispetto delle non ottimali condizioni del suolo.
Dopo una nuova recinzione ed una piccola colata detritica, si nota un intervento di conversione all'altofusto, che prevede il rilascio sulla ceppaia dei polloni migliori e che conferisce al bosco un aspetto più slanciato.
Si esce nuovamente allo scoperto attraversando un pascolo arborato, guidati dalla croce del Catria e dal sentiero sempre ben segnato. E' bello voltarsi saltuariamente ed osservare le varie e suggestive "pose" delle Balze dell'Acuto. Una curiosità botanica di cui segnalare la presenza è la belladonnna (Atropa belladonna, Famiglia Solanaceae) nota forse più di fama che di aspetto; è una specie velenosa, erbacea ma robusta e con portamento cespuglioso, tipica dei luoghi ombrosi. I fiori sono isolati e penduli di colore porpora-brunastro o verdognoli, i frutti sono attraenti bacche nere (diametro di 15-20 mm), lucide, che se ingerite possono anche provocare la morte.
La presenza di faggi di oltre 50 cm di diametro ed altezze di 13-16 metri con chiome abbastanza alte, annunciano l'avvicinarsi della zona nota come Fonte del Faggio, dall'omonima sorgente. La faggeta insediatasi lungo ripidi versanti assume un habitus più tipico, fresco e piacevole anche per la presenza di alcuni faggi secolari. Poche decine di metri più avanti c'è il "rifugio" Fonte del Faggio, seguito da un abbeveratoio a vasche multiple per il bestiame dotato di fonte, dalla quale si può bere un'acqua molto fresca, gradita soprattutto in estate. Questa potrebbe essere, dopo un'ora circa di cammino, la prima tappa.
Il sentiero nel tratto successivo è di fatto una strada, solo teoricarnente di servizio alle attività pastorali, che conduce poco dopo alla Capanna dei Porci, altra struttura di appoggio logistico, dove termina anche il percorso n. 63. Da qui prosegue verso sinistra il sentiero n. 55, indicato con segni bianchi e rossi, che attraversa un bosco ceduo con radure a prato per poi ricongiungersi al Sentiero Italia, che, a sua volta collega l'Acuto con il Catria. Un'alternativa interessante a quest'ultima via può essere la strada bianca che dalla Capanna dei Porci prosegue verso destra e sfocia in corrispondenza di un tornante sulla strada asfaltata che scende verso Chiaserna. Voltando invece a sinistra e superato un ulteriore tornante si percorre salendo fino ad un cartello giallo indicante "Fosso delle Cupaie". Ai lati della strada si possono osservare alcuni dei rari lembi di faggete di vero altofusto del M. Catria e dell'appennino pesarese, che ospitano individui arborei di notevoli dimensioni. Queste, pur essendo state delimitate come area fioristica protetta sono caratterizzate da un sottobosco piuttosto degradato a causa del pascolo e da una rinnovazione naturale praticamente assente. Proseguendo, la strada conduce al bivio Dogane da dove è possibile riprendere a destra il sentiero n. 55 che sale e termina alla Fonte della Vernosa (1 502 m).
Dopo il rifugio omonimo, con abbeveratoio, si incontra una ulteriore recinzione dalla quale inizia il n. 56 (segnato in una vasca dell'abbeveratoio) che raggiunge la vetta del Catria, inerpicandosi per un ripido crinale le cui pendici sono coperte di magri pascoli. Sulla sinistra, salendo un'altra area fioristica protetta indica la presenza di specie vegetali, questa volta erbacee, di notevole interesse fitogeografico per gli specialisti del settore. Sulla destra sopra le Balze della Vernosa (zona interessante con macereti e ambienti rupestri) il versante ovest è costituito da una ripida pendice detritica gradonata in seguito agli effetti del pascolo equino e conseguentemente dalle precipitazioni.
Dopo circa una ventina di minuti di salita l'ambito pianoro sommitale viene raggiunto, forse con un pizzico di delusione dopo avere constatato l'omogenea e brulla fisionomia del paesaggio circostante, interrotto dal solo innalzarsi metallico della croce. L'orizzonte visivo si distende consentendo di superare, condizioni atmosferiche permettendo, i meri confini provinciali. Un certo qual senso di gratificazione si prova per la seppur piccola impresa, che ci consente di tenere "sotto controllo" una notevole porzione dell'Italia centrale (dall'Adriatico al Tirreno e dal Falterona ai Sibillini).
Dopo questi primi momenti di osservazione d'insieme, può essere interessante focalizzare l'attenzione su qualche settore, magari con l'ausilio di un binocolo, e perché no, porsi anche qualche interrogativo sulle dinamiche del paesaggio collinare e montano.
Si riprende il cammino, procedendo verso sud sul sentiero n. 56 (il 54 scende a valle verso Chiaserna) che conduce alle Balze degli Spicchi. Dopo circa 200 m appare l'improvvido strada, non asfaltata (ma dotata di guardrail!) che permetteva l'accesso veicolare in vetta (!). Si volta a sinistra tornando quindi in direzione nord, percorrendo il lato orientale del pianoro, per riprendere a ritroso il sentiero n. 56 verso la Fonte della Vernosa. [Qui il Sentiero Italia (in questo tratto contrassegnato con il n. 69) in un'ora e mezzo circa conduce al Monastero di Fonte Avellana]. Si scende invece fino al Bivio Dogane e dopo avere attraversato la strada asfaltata ed una recinzione si segue il sentiero n. 64, guidati dai mastodontici generatori eolici attraverso un'ampia prateria, abbastanza ricca di specie e nota con il nome di Prati dell'Infilatoio, ubicata sulla dorsale che unisce i massicci del Catria e dell'Acuto. Una breve sosta alla coppia di "mulini a vento", concepiti pretenziosamente dall'ingegneria energetica dell'ENEA, può dare l'idea, anche in giornate ventose, della loro inutilità. Poco più avanti c'è la chiesetta dedicata a San Pier Damiani, circondata da lembi di faggeta a ceduo molto degradati; nei dintorni il facile accesso veicolare ed i vasti prati "invitano", nella stagione estiva, un notevole flusso di gitanti ben attrezzati per le tipiche "scampagnate". Superata anche questa zona di "disturbo" si entra in una faggeta molto "bassa", fortemente pascolata e con sporadici segni di interventi di conversione all'alto fusto. All'uscita del boschetto sulla sinistra inizia un sentiero (n. 58) che sale in vetta all'Acuto e scende poi alla Casetta di Mochi in circa 1 ora e mezzo. Procedendo un poco, lungo il margine del bosco, si imbocca il sentiero (n. 65), che superato il casottino d'arrivo della sciovia, costeggia una recinzione e rientra in un ceduo di faggio molto denso e cespuglioso. Dopo circa un quarto d'ora si transita al rifugio orghe, anch'esso così denominato per l'omonima fonte. Le ormai note tabelle giallo-verdi della Regione Marche indicano la presenzdia di una area floristica protetta che comprende, in una ventina di ettari, un insieme di ambienti rupestri e di macereti con presenza di interessanti specie erbacee e arbustive. Il sentiero prosegue piacevolmente, in debolissima pendenza (da 1300 ai 1250 m), sotto copertura in faggeta e si può notare, nelle zone recintate dove il pascolo non viene esercitato, la struttura molto più articolata del bosco. Dopo rneno di mezz'ora si giunge alla Casetta di Mochi dove si conclude il percorso.

SCHEDA TECNICA

Lunghezza del percorso: km 11,5 circa
Dislivello: da 1164 m a 1701 m slrn
Tempo di percorrenza a piedi: circa 6 ore
Grado di difficoltà: medio Stagione consigliata: cíiugno-ottobre
Tipologia ambientale: zone rupestri, macereti, praterie di altitudine, pascoli, bosco montano
Valore paesaggistico: elevato (boschi, balze rocciose, vedute panoramiche)
Valore naturalistico: elevato (lembi di faggete d'altofusto, specie rare vegetali ed animali)
Valore storico-culturale: elevato (storia dell'uso del bosco, monastero di Fonte Avellana)
Punti di ristoro: bar-trattorie-ristoranti a Cagli, Cantiano, Chiaserna e Frontone