versailles_vedutaNel 2000, l’anniversario della morte di Andrè Le Notre (1613-1700) fu  l’occasione per celebrare, con molte iniziative, colui che fu l’artefice dei giardini di Versailles, giudicati tra le più grandi opere in quell’epoca e fino ai nostri giorni.

La realizzazione di Versailles avvenne attraverso la trasformazione di un originario castello da caccia, nella più grande residenza reale d’Europa.
L’artefice di quest’opera fu Luigi XIV, che espresse la volontà e fornì i mezzi necessari a renderla concreta e si avvalse delle capacità artistiche e professionali  dei tre più grandi artisti, ognuno nel suo campo specifico: l’architetto che diresse i lavori Louis Le Vau, successivamente continuati dopo la sua morte da Hardouin-Mansart, il  pittore André Le Brun allievo di Nicolas Poussin e infine il più grande giardiniere dell’epoca André Le Notre.
Non si tratta di ripercorrere i fatti storici accaduti, che sono ormai abbastanza noti, ma è bene ricordare una curiosità, che fu di stimolo al Re per  questa grande opera di trasformazione: invitato dal suo ministro delle finanze Foquet all’inaugurazione del suo castello Vaux Le Vicomte con annesso giardino, costruito dal 1656-1661, il Re si meravigliò non solo per la sua bellezza, ma fu  sorpreso anche per lo sfarzo e il lusso e, di conseguenza, dei mezzi economici investiti.

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Veduta del parco di Vaux Le Vicomte

La storia ci tramanda che il suo proprietario, poté godere di questo castello per il tempo di tre settimane, dopodiché fu arrestato per concussione e appropriazione indebita, e successivamente condannato all’ergastolo.
Questa occasione permise al Re di ingaggiare i tre progettisti per ingrandire il padiglione di Versailles, per avviare la costruzione dei giardini, e iniziare così i lavori, che furono lunghi e complessi e si estesero per un periodo di circa 20 anni: solo nel 1682 la capitale del regno diventò Versailles in sostituzione di Parigi.
La storia, nel descrivere analiticamente tutti gli ampliamenti del castello e delle sue stanze, dove hanno vissuto i prestigiosi monarchi, nonché degli ampliamenti avvenuti durante il regnante Luigi XIV fino a Luigi XVI, così come le grandi opere dei giardini ammirati da tutto il mondo ancora oggi, ha dimenticato di evidenziare alcune opere necessarie e propedeutiche, che sarebbe invece giusto ricordare e rivalutare adeguatamente.
Tra queste opere ci sono quelle relative allo stato iniziale in cui si trovava il castello di caccia di Luigi XIII. Si cita testualmente “circondato da paludi e acquitrini con poche stanze e piccoli giardini”, è evidente che una prima condizione di non poco conto, nella quale si sono trovati ad operare i progettisti, fu quella relativa a una bonifica anche di tutto il territorio circostante.
Quello che bisogna portare all’attenzione  è la carenza d’acqua, ai fini delle opere e i consumi interni del castello e delle sue nuove proporzioni, ma soprattutto per gli impianti idrici adeguati per i giochi d’acqua dei giardini del castello.

S’impongono perciò delle opere idrauliche di proporzioni enormi, non solo per far arrivare l’acqua attraverso le tubature direttamente da Parigi, ma anche, conseguentemente all’uso che bisogna farne, con una potenza tale da consentire lo svolgimento dei giochi d’acqua; a tal proposito vengono inventate tecniche specifiche durante il percorso, che riescano ad imporgli questa forza.

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Versailles: grotta della Ninfa Teti

Questo aspetto, che la storia non evidenzia, lo si deve a Pietro Francini, figlio e nipote di quei Francini toscani che erano arrivati da Firenze a Parigi per installarsi alla corte della fiorentina Maria de’ Medici. Pietro Francini è il primo dei famosi creatori della gloria di Versailles, e ne esegue tutte le prodigiose opere idrauliche, a cominciare dalla grotta della Ninfa  Teti, dove gli uccelli canori comandati da un organo idraulico, fanno cadere o scaturire l’acqua in veli argentati o in funghi cristallini.
A conferma di questo, si ricorda che gli impianti che portano l’acqua alle fontane

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Bassin de Latone- giochi d’acqua

sono ancora gli stessi di allora, ancora oggi non possono stare aperte più di due ore per volta data la grande massa d’acqua che si perde (non è riciclata), poiché l’usanza prevista durante il regno di Luigi XIV era quello che, al suo passaggio, le fontane dovessero innalzare gli spruzzi alla massima altezza, e tuttora si alternano al funzionamento delle acque delle fontane con il bacino di Nettuno.

Il castello-reggia,  massimo simbolo dell’assolutismo, che documenta l’evoluzione di Luigi XIV da giovane sovrano, ancora dipendente dai suoi ministri, a Re Sole simile a un dio, è situato a 17 chilometri a sud-est di Parigi e alimenta continuamente vicende tra storia e leggenda.
Infatti, da un documento antico, che risale al IX secolo tra Eude Conte di Chartres e il monastero di Saint-Pierre, risulta per la prima volta il luogo di Versailles.
All’epoca, questo luogo fu definito “il più triste e più ingrato di tutti i luoghi, senza vita, senza boschi, senz’acqua, senza terra, perché tutto è sabbia mobile e di conseguenza senz’aria”, e il Re si compiacque di avere violentato la natura, e di averla domata con l’introduzione di arte e tesori in grande quantità, un’opera scenografica e sfarzosa che attraverso radicali trasformazioni del paesaggio naturale simboleggia il potere assoluto.

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Mappa completa dei giardini di Versailles. Meyers Konversations-Lexikon
I giardini della Reggia di Versailles nel 1746, incisione ad opera dell’abate Delagrive, geografo della città di Parigi ©Wikipedia

André Le Notre, ideatore e disegnatore dei parchi di Versailles, che esordì con il parco di Vaux-le-Vicomte, aprì la seconda fase della sua storia artistica, realizzando con Versailles il suo capolavoro.
Le Notre era sensibile alle esigenze della scienza, e questo gli permise di adattare, con grande capacità, la sua creazione con le nuove scoperte delle leggi dell’ottica e dell’idraulica, e attraverso lo studio delle acque e dell’atmosfera creò le meraviglie che noi tutti conosciamo.
A Versailles oltre a costruire le fontane eccezionali, furono anche trapiantate intere foreste della Normandia e delle Fiandre e inoltre si fece mandare 50.000 bulbi da Costantinopoli, il regno orientale dei fiori.
Ma il genio di Le Notre si manifesta nonostante la vastità dell’area, perché risulta comunque da un disegno unitario e armonico.
Siamo verso la fine del milleseicento e Le Notre inizia un nuovo modo di progettare i giardini che prenderà il nome di parterre: si trattava di disporre il giardino in modo tale che fosse visibile anche da una certa distanza e che si estendesse lontano dall’abitazione.

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Parterre a Versailles

Ma il parterre francese prevedeva che una visione d’insieme fosse di fondamentale importanza, e che fosse architettato con un viale centrale che si allungasse dalla casa verso le due parti del giardino perdendosi  lontano, come per dare la sensazione di controllare lo spazio.

Questo modo di costruire i giardini con schemi razionali e prospettici fu per molti nni egemone nella cultura europea dei giardini, e rappresentò un modello fino agli ultimi decenni del XIX secolo.
Altro aspetto che la storia ci nasconde o che tende a minimizzare, è quello dell’orto del Re, perché in questa grande opera di Versailles, la parte che serviva a produrre i prodotti alimentari era (come prevedeva la tecnica dell’epoca) un orto, che però non fosse visibile insieme ai giardini, pertanto poteva esistere solo separato e nascosto.
È  mia opinione che la ricostruzione della storia si possa fare anche con la narrazione di eventi secondari, che raccontano le vicende di personaggi minori, e questo è dimostrato dagli storici stessi, che anzi, ritengono il miglior modo per conoscere non solo le cose, ma anche le più reali possibili.
Questo orto, la cui reale esistenza è risaputa per l’importanza storica ma anche botanica, fu compito e creazione di  Jean-Baptiste de La Quintinie, uomo dotato di tecniche eccezionali per l’allevamento delle piante, impegnato e coinvolto dallo stesso  Re, che curiosava frequentemente in questa parte nascosta ed esclusiva di Versailles.

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Planimetria originale del Potager du Roi

Il Re, in relazione ai suoi impegni di governo, trovava comunque il tempo di guardare e informarsi  direttamente delle vicende colturali dell’orto, che, oltre a fornire prodotti freschi e di qualità per la famiglia reale, era diventato l’orgoglio quasi personale del Re e del suo giardiniere.
È  un peccato che la visita di questa struttura, che ho avuto la possibilità di visitare personalmente con una delegazione di coltivatori molti anni fa, grazie al permesso concessomi dall’Università di Parigi che lo detiene come patrimonio storico e di ricerca, non sia invece patrimonio di tutti coloro che vogliano visitarlo, perché sarebbe un motivo in più di arricchire cultura e storia.
Lo spazio occupato di nove ettari, originariamente costituito da boschi e paludi e in pochi anni trasformati in orti e frutteti, recintato e collegato a una parte della reggia, è caratteristico non solo per i metodi di produzione dei frutteti stessi, che sono impiantati in uno spazio di circa 500 metri quadrati per ogni specie (le specie erano sicuramente tante se consideriamo solo che alcune di queste raggiungevano le 50 per le pere, le 20 per le mele e cosi per l’uva).
Questi muri non facevano solo da elemento divisorio ma erano sfruttati al massimo per l’insolazione, attraverso un’inclinazione appropriata, tale da creare tanti piccoli microclimi che soddisfacevano le diverse esigenze produttive (pesche, albicocche, mele,uva ecc), tenendo conto che si doveva soddisfare l’esigenze anche quantitative di richieste per il numero delle feste e soprattutto degli ospiti partecipanti.
Accanto a questi spazi riservati alla produzione, vi erano anche grotte naturali e appositi edifici progettati  a imitazione dell’Orangerie in modo tale che potessero ospitare fino a 700 alberi di fico in vaso, che venivano fatti maturare gradualmente per soddisfare l’esigenze del Re, molto goloso di questo frutto particolarmente stagionale.
Accanto a tutto questo, collegato, vi è un piccolo giardino personale di circa 2000 metri con un minuscolo laghetto al centro e attraversato da un piccolo ponte, contornato da alberi e arbusti da fiore ben distribuiti che potrebbe essere paragonato a un giardino giapponese affiancato a sua volta da una grotta naturale, che, con un’apertura nel suo soffitto, la collegava a una costruzione a una altezza di circa 7-8 metri sopra, dove stazionavano i musicisti che suonavano, così da far scendere le note musicali  attraverso l’incavo della grotta, dove risedeva il Re.