L’impronta che nel 1700 l’avo Roberto Zaborra ha dato loro è ancora sostanzialmente leggibile. E’ stato lui ad introdurre lati sorprendenti e bizzarri che, puntando sull’elemento naturale, cercavano un’armonia di rapporti con il paesaggio circostante attraverso archi, fughe prospettiche, vasche a peschiera e statue, unendo alle nuove mode la tradizione veneta. 

I giardini del Castello di San Pelagio, Villa Zaborra, rappresentano un cospicuo patrimonio verde ben inserito in un complesso architettonico residenziale, dislocato in ambiente rurale e sono articolati in sezioni distinte.

Il giardino di rappresentanza, o padronale, con 200 varietà di rose, circa mille esemplari, nasce da una appassionata ricerca trentennale nei vivai di tutta Europa. L’inserimento di 200 specie tra quelle esistenti ma non censite, è avvenuto con criteri ben precisi: profumo,colore portamento,dimensioni, …ma anche guardando alla destinazione attuale del Castello. Un chiaro esempio è la rosa Aviateur Blériot, dai delicati mazzi di fiori gialli, dedicata al trasvolatore della Manica del 1909.

Alcune varietà di rose, sono disposte tra elementi arborei dall’armonioso portamento tra i quali spiccano una magnolia, una catalpa centenaria, un cipresso secolare. Incantevole per i fiori bianchi e profumati è la rosa francese del 1880 Blanche Moreau, mentre la rosa del 1892 Blanc Double de Coubert sparge intorno a se un superbo ed intenso profumo. Si può ammirare la rosa rugosa Hansa del 1905, dai fiori doppi rosso porpora e profumati. E ancora si mostrano estremamente gradevoli le rose cinesi introdotte in Europa nell’ultimo ventennio del XIX secolo, quali la Rosa Hugonis una signora rosa, che veste un abito primaverile intessuto di delicati fiorellini giallo tenue e brevi foglioline simili a felci.

Attorno alla notevole vasca centrale, dove vengono coltivate ninfee a fiore bianco e a fiore rosa, si notano cespugli di yucca glauca e gruppi di peonie arboree Hana Kisoi di un delicatissimo colore cipria e una notevole profusione di rose inglesi.
Il Giardino Segreto è quello interno al castello, prospiciente la cappella, separato dalla campagna da un alto muro di cinta. E’ contraddistinto da vialetti e spazi erbosi che circondano una vasca settecentesca in pietra. Vi è grande ricchezza di elementi arborei e arbustivi: cipressi, tassi, tigli secolari, una lagestroemia ultracentenaria, un vecchio diospiro allampanato dall’intensa produzione di frutti piuttosto piccoli, viburni, ibischi, oleandri, la lippia citiodora, clematidi, gelsomini, lavanda, passiflora e ancora rose.

Dal giardino di rappresentanza ci si incammina lungo la carpinata, un viale di carpini centenari potati a tunnel, la cui funzione un tempo era quella di collegamento tra la zona residenziale del Castello e la campagna. In fondo si alza la montagnola che all’interno racchiude la ghiacciaia, una stanza sotterranea di circa 4 metri cubi, utilizzata in passato per la conservazione dei cibi; vi si accede salendo un sentiero a chiocciola segnato da sponde in trachite euganea. Dalla sua sommità si gode il panorama dell’antica peschiera e del campo da cui la mattina del 9 agosto 1918, D'Annunzio e la squadriglia della Serenissima, partirono per il famoso Volo su Vienna.

Due i labirinti verdi esistenti: il “Labirinto del Minotauro” che assolve un duplice compito: da un lato ricorda i maliziosi labirinti delle Ville Venete, luoghi di svago e di giochi amorosi, dall’altro cita il mito di Icaro e quindi la storia del volo, tema del museo.
Il labirinto del “Forse che si forse che no”, ricorda nel nome il famoso romanzo dannunziano e nella struttura quello dipinto su un soffitto di Palazzo ducale a Mantova. All’interno un inquietante gioco di specchi tenta di confondere il visitatore .

Oggi la Villa è Museo del Volo e nei suoi giardini ha trovato posto anche il “Viale degli Eroi” dove vengono messe a dimora “piante aeronautiche” come l’alloro che, dedicato a D’Annunzio, ne ricorda la grande opera poetica, la quercia piantata in onore di Giuseppe Colombo il matematico padovano che ha inventato i satelliti al guinzaglio, il frassino dedicato al conte da Schio che usava nella costruzione dei suoi dirigibili.

Nel parco inoltre vi sono: il brolo, il catalpeto, il prato dei cento passi con la sua fascia di erba spontanea rifugio di farfalle variopinte, biotopo necessario per la moltiplicazione dei semi. Il prato inoltre funge assai bene da collegamento con il paesaggio rurale circostante, trascendendo il concetto di semplice entità estetica per assumere una vitale funzione bioecologica.
 

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