Fin dal loro concepimento, bombe e bombardamenti sono stati una dolorosa costante nelle cronache di ogni guerra, perciò sapere che possono avere un utilizzo costruttivo e non distruttivo è molto probabile che sorprenda un po’ tutti quanti.

La sorpresa aumenta se tutto questo rientra anche in una strategia di “guerra” che ha punti in comune con la pacifica “guerrilla gardening”, oggi ben nota nei grossi centri metropolitani.

Il canale americano di informazione TreeHugger.com, riporta una notizia che era già apparsa nell’ormai lontano 1999 ma che proprio nel 2011, Anno Internazionale delle Foreste, appare come un tentativo da coltivare in tutti i sensi.

Allora si ipotizzava un utilizzo alternativo a quello bellico di una flotta di aerei Lockeed C-130 Hercules. I velivoli, precedentemente utilizzati in scenari di guerra o guerriglia, potevano essere recuperati, ovviamente con finalità squisitamente ecologiche, per colpire con “bombe verdi” territori in cui alberi o arbusti erano scarsi o assenti.

L’ipotesi del “bombardamento verde” venne ad un un pilota della RAF (l’aviazione militare inglese), Jack Walters, che sviluppò un’idea poi ripresa dal colosso aeronautico Lockeed Martin Aerospace che consisteva nel recupero dei giganteschi velivoli da trasporto per costituire una flotta da adibire a scopi di forestazione, ipotizzando una capacità di “messa a dimora” di 900.000 alberi al giorno.

Peter Simmons, un funzionario allora in forza alla Lockeed, si disse entusiasta dell’idea e al Guardian, prestigioso sito di informazione inglese, dichiarò “…le possibilità sono stupefacenti…” “…possiamo volare a 300 metri di altezza, sganciando più di 3.000 contenitori in una griglia prestabilita che attraversa il territorio, esattamente come si faceva per i campi minati (…). Poichè un contenitore contiene un alberello, questo significa 125.000 alberi sganciati per ogni volo e quindi 900.000 alberi al giorno”…

L’idea di Walters fu pubblicata quasi subito anche su una rivista scientifica ma altrettanto velocemente venne giudicata tecnologicamente non realizzabile.

Quel progetto pilota purtroppo non ha mai avuto uno sviluppo operativo e ancora deve dimostrare la sua bontà in applicazioni di larga scala, rimanendo tuttavia interessante nei principi ispiratori.

Il miglioramento della tecnologia, la diffusa conoscenza delle problematiche legate allo sfruttamento del pianeta potrebbero essere una buon motivo per un’azione di salvaguardia e sviluppo dell’ambiente naturale, almeno inteso come forestazione di terre “difficili”.

Forse nell’immaginario collettivo mettere a dimora un albero può essere percepito come un’operazione noiosa, fin troppo semplice (qualcuno però conosce un mestiere “facile”?, non credo…) o magari perditempo.

Sotto quest’aspetto, ancora il sito TreeHugger riporta una prestazione da guinness avvenuta in Pakistan che, al di là della mera informazione, ci suggerisce l’interesse che l’argomento della forestazione suscita in altre parti del mondo

Comunque, nonostante simili exploit individuali, il ricorso alla piantagione manuale (NON piantumazione!) di enormi quantità di alberi su grandi superfici come le miniere a cielo aperto o le foreste distrutte da incendi, richiedono indubbiamente elevate quantità di personale e tempi non certo brevi per essere portate a compimento.

Quanto detto è incontrovertibile solo nell’ottica di rendimento economico dato che, sotto il profilo strettamente operativo, è opportuno ricordare che gran parte del patrimonio boschivo e forestale italiano è nato grazie all’opera di addetti che hanno messo a dimora un albero dopo l’altro, per quanti milioni ce ne sono…

Ma si sa, gli affari sono affari e un gigante militare come la Lockeed intuì una possibile fonte di guadagno da materiale altrimenti destinato alla rottamazione perchè obsoleto per le esigenze militari.

Circa 2500 aerei, già attrezzati per realizzare campi minati in operazioni belliche, a quel tempo giacevano in uno stato di semi abbandono in 70 hangar o depositi di Paesi diversi; quantità non certo indifferenti. Proprio il Guardian individuava alcune aree della Scozia come idonee a subire questi “bombardamenti” e spiegava come potevano essere modificati a tale scopo gli aerei.

La Lockeed rivendicò questo sviluppo come una sua tecnologia potenzialmente in grado di piantare 2 milioni di alberi all’anno. Una quantità sufficiente per forestare oltre 12 milioni di chilometri quadrati di superficie.

Il servizio poteva (ma ancora oggi potrebbe) essere venduto alle aziende che avessero avuto bisogno di controbilanciare le loro emissioni di CO2 derivanti dai processi produttivi.

Un passo fondamentale rimane l’individuazione di un’area idonea alla piantagione. Sostanzialmente sono classificabili due tipologie. Alla prima appartengono le aree che già possiedono una vocazione naturale ma hanno subito deforestazioni accidentali mentre nel secondo caso ricadono le aree che non hanno mai avuto un passato storico vegetazionale, quali deserti, miniere a cielo aperto e così via.

In questo caso è opportuno cospargere il terreno di specie arbustive pioniere per creare un habitat con condizioni agronomiche e biologiche favorevoli al successivo impianto arboreo. Proprio a questo proposito, la Lockeed affermava che era appunto possibile modificare le bombe “caricandole” di arbusti anziché di alberi: bombe–arbusti invece di bombe-alberi per zone tradizionalmente carenti di vegetazione.

Non è dato sapere molto dei contenuti tecnici del progetto ma è possibile ipotizzare che fossero stati ideati dei contenitori di metallo (le bombe) con al loro interno le giovani plantule. Il contatto violento con il suolo avrebbe garantito sia la loro apertura che il loro parziale interramento, favorendo quindi il contatto delle radici con il terreno. Il loro degrado completo, avvenuto successivamente, si sarebbe tra l’altro concluso in tempi rapidi.

La piantagione vera e propria degli alberi, mediante a una particolare forma appuntita del contenitore, sarebbe avvenuta a una profondità assai simile a quella eseguita con una normale piantagione manuale.

Qualora eseguissimo un’operazione simile oggi potremmo ipotizzare la presenza all’interno delle singole capsule di una mistura calibrata e personalizzata di gel idroassorbente, biostimolanti, micorrize e fertilizzanti che, impregnando il terreno circostante e rimanendo a contatto con le radici, gioverebbero sia all’apporto idrico che allo sviluppo radicale per un favorevole attecchimento della giovane pianta.

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Prendendo spunto dalla risoluzione delle Nazioni Unite che ha proclamato il 2011 “Anno Internazionale delle Foreste” si potrebbe tentare di attualizzare l’idea, depurandola degli aspetti propagandistici.

Da ciò consegue che sarebbe imprescindibile un approfondimento tecnico-scientifico tutt’altro che scontato, magari senza la discriminate puramente economica e non basandosi su semplici dichiarazioni di intenti.

E’ innegabile che anche alla luce della recente cronaca, viviamo un momento di cosi delicato equilibrio su scala planetaria sia dal punto di vista ambientale, economico e sociale che sarebbe davvero auspicabile che questa o altre azioni analoghe potessero essere rivalutate, anche per il forte significato simbolico di cui potrebbero farsi carico.

 

Giovanni Poletti