Il nome di questa famiglia deriva da quello del medico Euforbio, vissuto ai tempi del re di Numidia Giuba, al quale si attribuisce il merito di avere per primo scoperto le virtù medicinali del lattice di un’euforbia che cresce in Mauritania e che viene identificata con la succulenta Euphorbia resinifera, dalla quale si ricava da tempo immemorabile la droga nota come “euforbio”.
Insieme con le Buxaceae e le Callithricaceae, le Euphorbiaceae costituiscono l’ordine delle Tricoccae (Dicotiledoni monoclamidee). I suoi rappresentanti succulenti appartengono ai generi Euphorbia (il più ricco di specie), Jatropha, Monadenium (il più affine ad Euphorbia), Pedilanthus e Synadenium.

Un cespuglio di Euphorbia canariensis nell’Orto Botanico di Cagliari. Con un’estensione di oltre 100 mq forse il più grande del mondo.

Il genere a maggiore diffusione è Euphorbia, che si trova soprattutto nel continente africano e nel Madagascar, ma che annovera anche rappresentanti asiatici (Arabia, India anteriore, Sri Lanka) e americani. Jatropha è genere che colonizza, oltre al Madagascar, l’America e l’Africa tropicali. Monadenium e Synadenium sono invece generi esclusivamente africani: il primo è diffuso nell’Africa tropicale orientale e meridionale, il secondo solo nell’Africa orientale. Pedilanthus è genere esclusivamente americano ed il suo areale si estende dal meridione degli Stati Uniti fino al Brasile.

Il lattice
Una caratteristica comune a tutte le euforbiacee è la presenza, in tutti gli organi della pianta, di un lattice bianco che sgorga abbondante dalle lesioni rapprendendosi all’aria come il caucciù (notare che l’albero della gomma, Hevea brasiliensis, è un’euforbiacea). Questo lattice, che è tenuto nei cosiddetti canali latticiferi, è solitamente amaro, irritante e velenoso e costituisce quindi un’ottima difesa chimica della pianta dagli erbivori. Se esso dovesse venire in contatto con ferite aperte, con gli occhi, con le mucose nasali e orali o con altre parti delicate del corpo, ne conseguirebbero irritazioni e tumefazioni estremamente dolorose. E’ una buona norma perciò adibire tutte le cautele del caso quando si manipolano le euforbie (soprattutto quando si debbono tagliare dei rami) e lavarsi immediatamente le mani con acqua tiepida e sapone se le stesse fossero venute accidentalmente in contatto con il lattice.

Euphorbia resinifera ripresa nel Giardino Esotico di Monte Carlo Un giovane esemplare di Euphorbia ingens coltivato nel Giardino Esotico di Monte Carlo. In natura essa può raggiungere e superare i 10 m di altezza con un peso di alcune tonnellate

Ogni regola ha però le sue eccezioni e quindi si conoscono anche alcune euforbie (ad es., Euphorbia esculenta, E. hamata) il cui lattice è dolce e privo di principi tossici; nell’Africa meridionale queste euforbie vengono usate come foraggio (utile soprattutto nei periodi di siccità) e pertanto sono anche oggetto di coltivazione.

Varietà di forme
L’aspetto delle euforbiacee è vario come quello delle cactacee: alcune specie sono arborescenti e possono raggiungere dimensioni imponenti, altre formano cespugli spesso impenetrabili, altre ancora (quelle che crescono in zone montagnose) pulvini estesi, colonne spinosissime, corpi (epigei o ipogei) più o meno sferici, oppure più o meno cilindrici e striscianti sul terreno. Alcune forme ‘ invece, sono peculiari di questa famiglia, ad esempio, quella a “testa di medusa”, presentata, fra le altre, da Euphorbia caput-medusae, dalla già ricordata E. esculenta, da E. gorgonis e da molte altre.
Anche altre caratteristiche morfologiche sono analoghe a quelle delle cactacee (si tratta del fenomeno noto con il nome di “converdenza”): la succulenza delle radici, dei fusti, dei rami, la riduzione delle foglie e la formazione di spine.

Le foglie
In moltissime euforbiacee succulente le foglie sono ridotte a minutissime scaglie di vita brevissima (come, ad esempio, in Euphorbia aphylla), in altre (assai spesso di dimensioni ridotte) appaiono solo alle estremità dei fusti e/o dei rami quando inizia la stagione piovosa e cadono quando si ripristinano le condizioni di siccità (E. trigona), in altre, infine, le foglie (generalmente di dimensioni maggiori) sono persistenti o semipersistenti (E. milii) Nelle piante appartenenti ai primi due gruppi la funzione assimilatrice viene assunta dal fusto e/o dai rami che – come già visto nel caso delle cactacee – rimane verde anche in età avanzata. Insugherimenti che, in piante adulte, non siano limitati alla porzione inferiore del fusto sono indizio di condizioni patologiche.

Euphorbia neohumberti: le foglie spuntano solo verso la fine della fioritura Un esemplare di Euphorbia horrida esposto ad Exotica ’90

Come già illustrato quando si è parlato delle cactacee, non è mai tutta la foglia che subisce la riduzione, ma solo la parte superiore del lembo; la parte inferiore (podario) concresce con il fusto differenziandosene però in modo netto, talora solo per una colorazione differente (podarii appiattiti), più spesso per essere anche rilevati rispetto alla superficie del fusto. In quest’ultimo caso, la particolare fillotassi (modo con cui le foglie sono disposte sul ramo) porta alla formazione di due grandi gruppi di euforbie fusti succulenti, le euforbie mamillonate e le euforbie costolute; altri due gruppi sono costituiti dalle euforbie a fusto liscio o quasi e dalle euforbie caudiciformi.
Di tutto questo si parlerà la prossima volta.