Villa Andrea Ponti in una suggestiva immagine invernale

Chi si occupa, anche solo teoricamente, di storia dei giardino all’inglese nel nostro Paese, sa che sul colle di Biumo Superiore, a Varese, esiste un bellissimo parco romantico comunemente conosciuto come “Villa Ponti”. I più esperti, però, sanno anche che il parco non è di pertinenza di un solo stabile, bensì di due, perché tante sono le Ville Ponti. E poiché questo prestigioso complesso è oggi sede di un dinamico Centro Congressi – gestito dalla Promovarese per conto della locale Camera di Commercio – non è raro che i congressisti non riescano a rendersi conto di quale delle due sia la “vera” Villa Ponti, anche se i cartelli segnaletici parlano di una “Villa Napoleonica” e di una “Villa Andrea Ponti”. Infatti, a complicare le cose concorrono gli stili architettonici dei due edifici, nel primo caso chiaramente neoclassico lombardo – alla Pollach, tanto per intenderci – e nel secondo caso un eclettico-veneziano assai poco comune. Anche a prima vista, dunque, la prima appare la villa più vecchia, mentre la seconda (più lussuosamente arredata con mobili, quadri e suppellettili d’epoca) va riferita ad un’epoca più tarda.

Villa Napoleonica, il secondo edificio del complesso delle Ville Ponti

Storia di famiglia
Un’analisi meno superficiale conferma questa ipotesi, anche se tutti e due gli edifici appartennero a membri diversi di una eminente famiglia lombarda, i Ponti, prima di essere acquistati dalla Camera di Commercio, I'”Andrea Ponti” nel 1961 e la “Napoleonica” nel 1963. La storia delle due ville vede momenti di congiunzione alternati ad altri di separazione, in concordanza con le complesse vicende legate alle diverse proprietà. Le prime notizie relative alla “Napoleonica” risalgono agli anni del Catasto Teresiano (primi decenni dei Settecento), quando la casa con giardino apparteneva a due fratelli, Antonio e Gaspare Rampone. I proprietari successivi furono patrizi o benestanti di Varese e Milano: Besozzi, Orrigoni, Landriani e Agudio. Non si sa di preciso, invece, quando vennero effettuate quelle trasformazioni in stile neoclassico, che hanno indotto qualche studioso a parlare di un intervento di Leopold Pollach, intervento di cui però manca qualsiasi documentazione. La villa fu poi comprata nel 1838 dalla famiglia gallaratese Ponti, che ne fece la sua residenza estiva.

I Ponti non erano nobili, ma avevano costruito un solido impero economico incentrato sulla produzione industriale di filati, con fabbriche in un primo tempo localizzate nella valle dell’Olona. Mentre le loro fortune aumentavano di pari passo con il progresso tecnologico, anche la famiglia si ingrandiva, cosi che il suo membro più autorevole, Andrea Ponti, nel 1857 decise di acquistare il complesso con villa e parco che era adiacente alla “Napoleonica”. Questo secondo edificio era allora chiamato semplicemente “Villa Arpegiani” (dal nome della famiglia in quel momento proprietaria), ma aveva alle spalle una storia piuttosto lunga. Le informazioni più lontane ci giungono dalla metà del Seicento, quando in questo luogo si stabilì un ospizio-convento di padri Carmelitani Scalzi (1676) che avevano operato acquisti già a partire dal 1641. I religiosi rimasero a Biumo fino al momento in cui le leggi di epoca napoleonica vollero la soppressione anche di questo convento. Il complesso venne acquistato nel 1801 dal possidente Luigi De Cristoforis e, dopo di lui, passò ai suoi figli e quindi agli Arpegiani (1823), che lo vendettero ad Andrea Ponti. Di questo gruppo di proprietari è importante mettere in rilievo il periodo dei De Cristoforis, poiché una fonte abbastanza sicura – lo storico varesino Gaspare Ghirlanda, allora vivente – attribuisce con sicurezza a Leopold Pollach la ristrutturazione dell’ex-convento adattandola a villa prestigiosa.

Un “vago piano all’olandese”
Ciò che maggiormente può interessare è la parallela storia del parco, o meglio dei giardini che, dopo aver vissuto autonomamente per più di due secoli, acquisirono una fisionomia unitaria solo a partire dal 1858. In realtà, sappiamo poco delle aree ornamentali che certamente contribuirono ad abbellire le proprietà dei Rampone e dei loro successori, nonché quella dei Carmelitani Scalzi. Certo è che il Ghirlanda, parlando del giardino dei De Cristoforis, afferma che a meridione della villa si stende un “vago piano all’olandese, che a levante si allarga in ameno e ben distribuito giardino all’inglese disegnato dallo stesso architetto [cioè il Pollach]”.

E il Ghirlanda non doveva essere uno sprovveduto, dal momento che la sua famiglia era da tempo imparentata con i Silva, il più famoso dei quali era Ercole Silva, autore di una specie di “vangelo” del giardino romantico in Italia, intitolato “Dell’arte dei giardini inglesi” (1801). Tutto fa ritenere che quel “vago piano all’olandese”, di cui fu autore il Pollach, venne poi rispettato dall’intervento dell’architetto Luigi Balzaretto, che nel 1858 fu chiamato da Andrea Ponti per ristrutturare non solo l’ex casa Arpegiani, ma anche il grande giardino.

Il Balzaretto – celebre autore dei nuovi Giardini Pubblici di Milano, di casa D’Adda ad Arcore e di casa Poldi a Bellagio, per non citarne che alcuni – si mise all’opera di buona lena e, con la progressiva acquisizione da parte dei Ponti di altri giardini, campi coltivati, vigne, ecc., dovette affrontare il grave compito di conferire un’unità stilistica a tutte queste componenti. La cosa dovette riuscire solo in parte, ma la zona gravitante attorno alle ville (vale a dire la sommità della collina che prospetta sul centro di Varese) venne abilmente sistemata in modo balzarettiano, cioè con prospettive e cannocchiali di sicuro effetto, probabilmente rispettando alcune scelte pollachiane precedenti. I lavori durarono diversi anni, interrotti anche da eventi bellici di non poco conto, come la seconda guerra d’indipendenza, ed ebbero termine solo intorno al 1870.

“Sorprese” romantiche
Malgrado alcune sconnessioni, il complesso risultò senz’altro mirabile e gli ospiti dei Ponti (tra cui non solo l’aristocrazia milanese e i magnati dell’industria di allora, ma anche re e principi) ebbero modo di aggirarsi fra essenze esotiche e pregiate, inframmezzate da “sorprese. romantiche come poggi, grotte, roccaglie, fontane e quel laghetto che già da tempo doveva trovarsi nell’ex-giardino Rampone. Dal punto di vista floristico, il Balzaretto non aveva nulla da imparare, ma nel caso di Villa Ponti volle l’assistenza e la collaborazione di un botanico puro, certo Rudolph Weinhold, autore di opere scientifiche in Germania.

Essi progettarono e realizzarono un insieme armonico di essenze vegetali che stupissero i visitatori non solo per la loro artistica disposizione, ma anche per la loro rarità a livello europeo. I cronisti parlano di alberi di canfora, di Sciadopitys verticillata, di diverse qualità di cipressi e di pini, nonché di Retinospora, di tre varietà di Araucaria e ben cinque di Cedrus. Naturalmente il parco seguì col passare dei tempo una sua evoluzione, con l’inserimento di nuove specie e cultivar.

Infatti, tutti i Ponti furono sempre appassionati cultori dell’arte dei giardini, desiderosi di introdurre tutte le novità che man mano provenivano dai paesi più lontani, distribuendole nel loro parco pur continuando a rispettare sostanzialmente l’impianto balzarettiano originale. Il fenomeno continuò anche dopo che, nel 1875, il grande giardino venne spezzato in due, dal momento che la famiglia Ponti era addivenuta ad una divisione del complesso, con l’assegnazione della “Napoleonica” ai fratelli Amerigo ed Emilio, figli di un fratello di Andrea.

La storia dice che questo fu solo l’inizio della parabola discendente, poiché anche il grande parco di “Villa Andrea” col tempo perse la sua unitarietà, in quanto lottizzato e venduto fortunatamente solo nelle sue parti periferiche. Oggi la Camera di Commercio di Varese, proprietaria dei complesso, deve affrontare impegni di gestione assai gravosi, poiché la maturazione degli impianti più belli ha raggiunto e superato il suo apice. Così, nel 1988 è stato realizzato un censimento botanico e fitopatologico di tutto il patrimonio esistente, con etichettatura di numerose specie, avendo l’intento di operare una precisa programmazione di interventi straordinari.

Interventi inderogabili
Un lento ma inesorabile declino è ben visibile sugli alberi storici più belli, come il cipresso posto a lato della “Napoleonica”, nato nel 1857; i faggi secolari a nord della medesima villa; i rari esemplari di Picea smithiana; il grande Cedrus deodara di fronte a “Villa Andrea”; le centenarie querce rosse (Quercus rubra) nel “vago piano all’olandese”. Fortunatamente, non tutte le piante storiche sono sull’orlo dell’abisso, dal momento che l’albero più vecchio del parco, il cosiddetto “cedro di Garibaldi” (Cedrus libani) – posto vicino ad un belvedere da cui il generale diresse la battaglia di Biumo del maggio 1859 – nacque nel 1843 ed è tuttora vivo e vegeto.

Picea smithiana
Picea smithiana

Ma il parco è ricchissimo di specie (circa 200) anche nel settore degli arbusti: Spiraea, Weigela, Viburnum, Syringa, Camellia, Clethra, Hydrangea, Clerodendron di varie specie impreziosiscono questo angolo di Varese con i loro profumi e i loro colori per tutto l’anno. Troppe bellezze e troppe memorie storiche esigono che non ci si dimentichi di questo parco.