La patata blu cresce bene a Moriago della Battaglia, ai margini del fiume Piave, dove sembra avere trovato il suo habitat naturale. È una varietà antichissima che proviene dalle Ande peruviane, celebrata per la ricchezza di antiossidanti, sostanze  che, neutralizzando i radicali liberi, sono in grado di proteggere l’organismo  e di rallentarne quindi i processi di invecchiamento: per questo è chiamata anche patata salva salute.
Le sue proprietà benefiche e le sue virtù nutrizionali sono esaltate dalla tradizione officinale e alimentare e sono confermate da ricerche scientifiche del nostro tempo. Non è facile trovare la patata blu, un prodotto veramente di nicchia, poco coltivato perché non è redditizio. In compenso è una pianta molto forte, che resiste alle malattie e alla siccità e che quindi non richiede grandi cure. Ne è appassionato cultore Aurelio Codello, un orticoltore trevigiano di Moriago della Battaglia, che l’ha scoperta in Francia e si è impegnato a piantarla su terreni particolarmente felici per le patate. Sugli stessi campi crescono le Cornette, altra varietà tipica delle terre del Piave, immancabili nella cucina locale, le quali si avvicinano alle blu per  la forma: sono piuttosto piccole e bitorzolute. “È la passione che me le fa seminare – ci dice Aurelio Codello – perché se si badasse al risultato economico, non la si prenderebbe nemmeno in considerazione”.

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Chips di patata blu

Da un po’ di tempo la patata blu è valorizzata dall’alta cucina, che spesso utilizza cultivar simili, come le vitelotte francesi, coltivate in Piccardia, o le blu di San Gallo, nel Cantone Grigioni della Svizzera, o le blu di Margone di Vezzano, in provincia di Trento. È chiamata patata blu per il colore della buccia e della polpa, che è tra il blu marino e il violaceo. Il suo sapore è deciso, forte, originale e inconfondibile. In cucina si presta a piatti sapidi, dissueti e sorprendenti, che piacciono soprattutto a chi ama scoprire cose nuove e diverse. La patata blu è commercializzata, in particolare, da OPO Veneto, che la considera un prodotto interessante non tanto per i numeri, che sono veramente minimi, ma per il suo valore di ortaggio biodiverso, come segno di un’orticoltura che non si ferma solo alla massa o alla quantità, ma guarda alla qualità, alla varietà, alla compatibilità ambientale, alla sostenibilità.