ulmus glabra camperdowniiConsiderando come vanno le cose del mondo, bisognerebbe piantare più alberi e leggere più libri. Più ancora, realizzare nuovi giardini e fondare nuove biblioteche. Ovviamente sarebbe già un buon risultato frenare la distruzione dei paesaggi (“l’esteticità diffusa” ha scritto Assunto, quella non circoscritta nei limiti spaziali dei giardini) e la chiusura, per mancanza di fondi, delle biblioteche pubbliche.
Le ragioni perché questo avvenga sono evidenti: derivano dai disastri annunciati dei cambiamenti climatici, dal disordine e dall’ingiustizia collegata alle grandi migrazioni, dal crescere delle città e della infelicità racchiusa in esse, dalla fame che avvilisce un miliardo di abitanti in un pianeta sempre più e malamente affollato e vittima di un inarrestabile delirio consumistico. Ai disastri incombenti non è possibile trovare soluzioni concretamente efficaci finché si cercano all’interno di saperi specialistici, capaci di approfondire oltre l’immaginabile le conoscenze all’interno di orizzonti limitati ma di non sapere o capire nulla della complessità del mondo.
La risposta ai problemi dell’individuo e del pianeta è invece sistemica, deve riguardare non singole parti ma l’insieme e si trova solo se i saperi scientifici e quelli umanistici concorrono alla sua ricerca. Mark, il ragazzo di Zabriskie Point che nel film di Antonioni scappava dall’Università di Berkeley, era inseguito da un mandato di cattura non per un assassinio che non aveva commesso ma “per aver portato gli ingegneri ai corsi d’arte”. Ecco un vero rivoluzionario, ecco cosa potrà salvare il mondo: nuove idee e nuove strade nate dal confronto tra i saperi delle due culture, tra funzioni (l’utile e il bello) che ancora troppo spesso si elidono a vicenda, tra sensibilità (l’anima e il corpo, l’animale e il vegetale) che comunicano poco e male.

Nei libri e negli alberi, nei giardini e nelle biblioteche possono trovarsi le nuove idee. Sono i luoghi dove l’incontro tra nature e culture diverse è più facilmente e universalmente praticato, dove funzioni diverse sono disponibili alla ragione e al sentimento, dove ogni dialogo è possibile. Che in una pagina di un libro così come in una passeggiata, in una poesia o in una sosta all’ombra si possano trovare e sviluppare idee è cosa risaputa, a partire dalle discussioni di Aristotele e Platone e dei loro discepoli all’ombra dei platani dell’Accademia ateniese.

Non ci sono grandi differenze tra un albero e un libro. Il legno degli alberi e precisamente quella parte interna della corteccia dove si trova il tessuto conduttore che i botanici chiamano libro, è stata tra le prime superfici utilizzate per la scrittura. È conosciuto anche come floema e trasporta le complesse sostanze organiche elaborate dalle foglie al resto della pianta, come fa un libro quando trasmette il sapere dal pensiero all’azione, dallo scrittore al lettore. Nell’antichissimo Lazio la corteccia dei tigli era usata per incidervi sulla superficie liscia e morbida i caratteri della scrittura. “In libro scribuntur litterae”, diceva Plauto.
Ulteriore prova dello stretto legame è nell’inglese book che deriva dall’alto tedesco bok, cioè il faggio, sulla cui corteccia venivano incise le rune, i segni grafici dell’antico mondo germanico.
In molti modi ancora il rapporto tra alberi e libro si dimostra stretto. Il nome degli alberi più alti deriva da Sequoyah, figlio di un commerciante di pellicce inglese e di una donna Cherokee che negli anni venti dell’Ottocento aveva creato una versione scritta della lingua indiana.
Una sura del Corano recita “Se tutti gli alberi della terra diventassero calamai, e il mare, e sette mari ancora, fornissero l’inchiostro, le parole di Dio non sarebbero esaurite”. Ci dice dell’infinita sapienza divina, ma ci ricorda anche che l’inchiostro è stato fornito dapprima dal nerofumo prodotto dalla combustione di legni di alberi resinosi e poi dalle galle delle querce, ricche di tannini utili non solo a proteggere dai predatori gli insetti che vi si rifugiano ma anche dall’usura della luce, le parole trascritte sulla carta.
foglie ginko bilobaIl greco biblos designa le fibre del papiro, materia prima prediletta fino al II secolo, e da questa pianta deriva a sua volta il termine inglese paper. Oggi gran parte della carta su cui si scrive origina da alberi di crescita rapida e legno tenero come i pioppi, le robinie, alcuni abeti e non si trascuri che, leggendo, si scorrono i fogli di un libro e, passeggiando, le foglie di un albero.

In un giardino, come nei libri di una biblioteca, lo spazio è delimitato, chiuso da un muro, da un’inferriata, da una siepe, da un fossato o dalla superficie delle pagine. Oltre il giardino ci sono la foresta, il deserto, la giungla d’asfalto. Al suo interno, gli elementi della natura – le piante, l’acqua, le pietre, gli animali -, le forme del suolo che il paesaggista ha scelto e disposto in nuovo ordine dettato non più, o non soltanto, dalle leggi biologiche ma da quelle, variabili nei tempi e nei luoghi, dei suoi saperi e dei suoi desideri. Fuori dalle pagine di un libro, il complesso delle conoscenze e dei sentimenti degli uomini. Al suo interno, chi scrive seleziona parole, pensieri, saperi, con la scrittura segue un percorso, realizza un progetto, dà ordine al caos, semplifica la complessità.
Sia in un libro che in un giardino è possibile “vedere l’invisibile, afferrare l’intangibile, sentire l’inudibile“, diceva il reverendo Samuel Reynolds Hole scrivendo di rose.

L’uso spirituale di un giardino, di un bosco, di un frutteto o di una biblioteca aumenta la possibilità che le domande trovino risposte, quando queste non si misurino solo con le tonnellate di frutti, di legna, di CO2 sottratta all’effetto serra, con le scienze e le tecnologie. Per giungervi è molto utile partire dai margini, cioè dagli ambienti di contatto tra ecosistemi, nature e culture diverse, lì dove le condizioni sono più favorevoli agli incontri, agli scambi, alle ibridazioni. Margini come le rive del Mediterraneo, adesso divenuti muri e reticolati ma a lungo luogo creativo dell’incontro tra continenti, come le periferie delle città (lì dove erano i giardini fruttiferi e dilettevoli, ora ci sono le baraccopoli e le aree industriali dismesse). Margini come i giardini dove natura e cultura si incontrano, come le siepi che l’ecologia del paesaggio mira a difendere e a sviluppare nei nodi e nei corridoi della rete ecologica, margini come quelli che contornano il blocco del testo delle pagine di un libro dove il lettore annota i suoi pensieri, i riferimenti, i collegamenti da esplorare dilatandone lo spazio. Le risposte si trovano dove i diversi si incontrano.