Agricoltura e selvicoltura urbana saranno inevitabili

Frontiere del verde



Con gli appunti che seguono si desidera proporre un’ipotesi sulla trasformazione futura del verde urbano, infatti, i processi evolutivi in atto lasciano pensare che le logiche con cui questo viene creato e gestito, ancora oggi in massima parte di tipo ornamentale, dovranno essere modificate.

La popolazione mondiale, nonostante le flessioni demografiche registrate nei paesi sviluppati, continua a crescere.
Inoltre, visibilità tecnologica ed aspettative di benessere consumistico stanno, ancora oggi, spingendo milioni di esseri umani dal terzo mondo verso le aree urbane del primo.
In parallelo, nonostante tutta la telematica disponibile, le popolazioni delle provincie remote delle stesse nazioni sviluppate, svuotate dai media globali delle loro culture, non accettano più le piccole scale delle comunità locali e continuano a concentrarsi nei poli urbani. Vi trovano infatti più servizi, più opportunità e più sostengo al vuoto d’identità scavato dal consumismo.
L’espansione delle popolazioni urbanizzate e dei loro consumi è quindi, per ora, inevitabile ed irrefrenabile.

Ne conseguono le difficoltà ambientali che tutti sperimentiamo. Uragani, frane, alluvioni…, sono infatti le conseguenze delle modifiche da noi introdotte nell’atmosfera e nel territorio.

Ma, nonostante la gravità dei problemi, le risposte scarseggiano. L’esperienza quotidiana e la cronaca politica evidenziano, infatti, come le mille riunioni di consessi decisionali, dal condominiale al globale siano in gran parte improduttive. In altre parole, l’incremento della capacità di governo è decisamente inferiore all’aumento dei problemi e delle necessità di gestione, ovvero, l’offerta di governo è inferiore alla domanda.

Peraltro, politica e burocrazia, ancorate a logiche ottocentesche, non vogliono rinunciare alla loro irresponsabilità, ai loro rituali ed ai loro privilegi, quindi annaspano impotenti, incalzate dalle onde di piena, dai terremoti, dagli sbarchi e dai soggiorni sul tetto, ogni volta più imponenti.

La crisi di capacità di governo evidenzia, quindi, carenze culturali e sociali, incapacità fisiologica sia di burocrati e politici che di professionisti ed imprenditori, nel fare la propria parte per la gestione di sistemi ambientali, economici e sociali, sempre più vasti.
Ma, tanto aumentano la necessità di impegno e di assunzione di responsabilità, tanto aumenta la fuga nel particolare, nella difesa dell’orticello minimo, con proporzionale aumento dei problemi stessi.

Velocità dei processi ed incapacità di governo fanno, inoltre, si che l’incremento di espansione urbana abbia luogo in modo disordinato, irrazionale e caotico, fattore che esaspera le dinamiche di dissesto ambientale, aumenta i costi di gestione e riduce le risorse economiche disponibili.

Nel nostro mondo del verde tutto ciò fa si che la vegetazione urbana sfugga al controllo degli addetti, siano essi pubblici o privati, diplomati o certificati…….
Quindi, mentre le risorse economiche ed umane ed il loro impegno si riducono, il caldo, l’umidità ed i nutrienti, in forma di guano e rifiuti marcescenti aumentano. La vegetazione spontanea esplode.

L’impero in crisi pone vincoli per decreto, ma la vita animale e vegetale li ignora e, nella confusione delle competenze, nell’irresponsabilità e nell’abbandono, cresce.
In ogni crepa, in ogni spazio marginale, sopra e dentro le strutture, la selva urbana si espande, riconquista i suoi spazi originari e rende sempre più difficile la conservazione del paesaggio di status, dell’ornamento ottocentesco.
Era coerente alla sua funzione quando l’impero riusciva a curarlo, rifilarlo, pulirlo…., ma oggi, nell’abbandono, anche il verde ornamentale diventa pericoloso. Quindi, oltre che ecologicamente inutile diventa economicamente insostenibile e quindi, alla fine, esteticamente brutto, sciatto e patetico, come una gran signora caduta in disgrazia.

I cittadini finiscono per provarne paura e fastidio, lo vedono nemico, invasore dei loro microcosmi privati. Barricati, chiusi contro ogni diversità, ormai anziani, si riuniscono in comitati locali e chiedono potature radicali, rimozioni, pulizie e disinfezioni.

Ma, il processo di espansione senza governo avrà necessariamente un limite.
Non sappiamo come verrà raggiunto, ma è certo che, se ci saremo, dovremo con pazienza riprendere a coltivare la terra.

Già oggi, però, le popolazioni e le amministrazioni attente, consapevoli dell’insostenibilità della fase di crisi dell’impero, della necessità di aiutarlo ad assestarsi, potrebbero riprendere, pazientemente ed umilmente a produrre, con l’agricoltura e la selvicoltura urbana un vero paesaggio, ovvero il segno della simbiosi tra uomo e natura, oltre i simboli di potenza.

Già oggi, infatti, è possibile, con la multi funzionalità del territorio, creare isole pace.

Orticoltura urbana, sociale, educativa e terapeutica, come anche produzione di tavolame, legna da ardere e compost dalla foresta urbana possono dare senso, nella piccola scala, alla gestione del verde, creando quindi paesaggio vivo, non più celebrazione di status sempre più patetici, vicini alla morte.
Non è, peraltro, neanche escluso che domani, come ieri, si torni a vedere le greggi tra i palazzi. Anzi, sarebbe opportuno che le pecore arrivassero prima che questi siano ridotti a ruderi.

La cultura del verde e le sue filiere economiche potrebbero cercare di capire queste possibili dinamiche e riflettere, per decidere se partecipare solo alla ridda cieca del mercato, od essere, già da ora, fattore di equilibrio, di pace, di conservazione e riproduzione di un paesaggio sensato.
Potrà eventualmente avere la bellezza del suo essere necessario alla vita.

Franco Paolinelli