Crittogame: ruggine del pelargonio

 

Pianta di Pelargonium zonale con le caratteristiche tacche decolorate prodotte dalla ruggine e presenti nella pagina superiore fogliare.

Pianta di Pelargonium zonale con pustole secondarie di ruggine, disposte a cerchio intorno a quelle primarie che si trovano nella zona centrale.

La coltivazione del geranio – nome comune di Pelargonium è molto diffusa su tutto il territorio nazionale ed è una delle più conosciute. Durante il periodo estivo, quasi ovunque, spicca la bella fioritura di questa pianta tra l'altro non molto esigente e quindi di facile manutenzione.
Anche i gerani, come tutte le altre piante, vanno soggetti a problemi di ordine fitosanitario. Uno di questi, è l'agente crittogamico produttore della «Ruggine del geranio» che viene classificato come Puccinia pelargonii-zonalis, nell'ambito del genere Puccinia, fam. Pucciniacee, ordine Uredinalis e classe Basidiomiceti.
La malattia aggredisce il solo Pelargonium zonale. Le altre specie di geranio coltivato e cioè il geranio edera (Pelargonium peltatum) ed il geranio macranta (Pelargonium macranthum e Pelargonium grandiflora), non vengono in pratica attaccate dal parassita citato. La malattia è facilmente diffusibile, pertanto deve essere contenuta da tutti, con ogni mezzo, ma come ovvio, la difesa riveste particolare importanza nelle aziende di produzione, dalle quali parte poi tutto il materiale che viene utilizzato per le belle fioriture ovunque riscontrabili.
La malattia è presente e descritta sul globo terrestre, già dall'inizio del nostro secolo (1926), ma per l'Europa risulta di più recente introduzione, tanto che viene segnalata in Francia e subito dopo in Italia, soltanto all'inizio degli anni '60.
I sintomi più evidenti della malattia, si riscontrano sulle foglie: all'inizio si notano nella pagina inferiore piccole aree decolorate che presto si estendono e diventano ben visibili anche nel tratto corrispondente della pagina superiore.
Queste ultime sono di colore verde-giallastro, mentre appaiono chiare quelle nella pagina inferiore, nel cui centro si differenziano masse polverulente bruno-rossastre.
Esse finiscono per allargarsi e per dare origine a formazioni dello stesso tipo e colore, disposte in forma concentrica, attorno alla massa più vecchia.
Da questo momento, si ha una notevole produzione di ammassi sporigeni (uredospore) che possono riproporre la malattia, diffondendola sulla stessa pianta o su altre piante, per mezzo del vento, dell'acqua, di insetti ed anche dell'uomo con la sua continua attività legata alle necessità colturali, ma anche per molte altre ragioni.
Da qui le foglie colpite cominciano ad ingiallire e con buona rapidità ad essiccare e cadere al suolo. Le piante indeboliscono e la fioritura viene compromessa.

Particolare di foglia con le tacche, che da clorotiche hanno virato al giallo-intenso ed appaiono leggermente infossate.

Foglia con particolare di pustole rugginose primarie, situate in zona centrale ed ancora prive delle formazioni concentriche.

 

Biologia del fungo parassita
Il parassita descritto (Puccinia pelargonii-zonalis), produttore della ruggine del geranio, effettua il ciclo vitale completo sulle foglie del geranio (Pelargonium zonale) e si può conservare sia sotto forma di spore durevoli (teleutospore), che però si differenziano raramente e pare non siano mai state osservate in fase di germinazione, sia sotto forma di uredospore che restano a lungo vitali sulle foglie cadute, nelle quali si sono sviluppate.

Questi organi di riproduzione germinano alle temperature di 15-20°C, pur essendo già in grado di farlo a temperature minime di 7-10°C e massime di 25-27°C. Affinché possa verificarsi l'infezione da parte delle uredospore occorre la presenza di un velo d'acqua sulla vegetazione che deve persistere per almeno 7-9 ore facendo registrare, per temperature medie, periodi d'incubazione della malattia di circa 10-15 giorni.

Temperature più elevate (30-35°C) favoriscono la progressione del micelio già presente all'interno del lembo fogliare, mentre le spore soo distrutte a temperature superiori ai 38°C.

Al termine del periodo d'incubazione, durante il quale si notano le decolorazioni sui lembi, appaiono le fruttificazioni del fungo – le uredospore – raccolte negli ammassi sporigeni visibili nelle pagine inferiori fogliari e dai quali, per rottura, esse vengono liberate. Queste spore possono produrre le infezioni per un periodo di circa 2 mesi e la loro conservazione durante il periodo invernale può avvenire in forma prevalente sulle piante riposte in ambienti riscaldati o nelle serre, sulle foglie che di solito disseccano e si distaccano precocemente.

Difesa
La difesa deve essere impostata sulle misure di ordine profilattico, rivolte ad evitare la presenza e quindi l'introduzione in Italia di piante infette (DM 11/7/80, all. II) da questo parassita.
Anche le tecniche agronomico-colturali, rivestono notevole importanza a livello preventivo e consistono nel prelevare i getti da piante madri sane, nel mantenere nelle serre e negli ambienti confinati un buon grado di aerazione, nel mantenere le piante a densità non troppo elevate, nel favorire l'irrigazione al piede delle piante e non sul fogliame per evitare di creare con la bagnatura diffusa l'ambiente adatto per l'infezione del patogeno e nel raccogliere ed eliminare con tempestività dopo la comparsa dei primi sintomi, le foglie ammalate o le piante troppo infettate.
La lotta chimica prevede interventi con fungicidi a base di principi attivi ditiocarbammati, ossicarbossinici o triazolici. Fra questi, i più consigliati sono il maneb, il mancozeb, lo zineb, le ossicarbossine, il bitertanolo o le triforine, effettuando trattamenti nel periodo primaverile-estivo.
Un trattamento preventivo può essere sufficiente per evitare la installazione della malattia, mentre ad infezione avvenuta e durante gli attacchi ben visibili del patogeno, le irrorazioni devono essere ripetute con buona frequenza, alla distanza di una decina di giorni, fino alla completa eradicazione della malattia.