Diserbi in area archeologica

Un problema di cui si parla poco

 

L'area archeologica di Selinunte (TP) comprende i resti dell'antica città greca (628-241 a.C.), dislocati ai quattro punti cardinali del territorio del parco, esteso per circa 300 ettari. La vegetazione è molto rigogliosa, e spesso indesiderata: le piante insediatesi sui monumenti ne provocano la lenta disgregazione e ne danneggiano l'estetica; specie di notevoli dimensioni limitano la percorribilità del parco e, seccandosi durante l'estate, fungono da esca per gli incendi; infine il vento incessante determina un'estesa erosione del suolo. La gestione della flora affidata a diserbo mediante sfalcio manuale o fuoco è costosa e di efficacia momentanea, perché compensata da pronta ricrescita, e puo recare danno ai monumenti. A Selinunte si è perciò sperimentato un metodo di gestione della vegetazione che sfruttasse gli strumenti tecnicoscientifici a disposizione, a partire da un'approfondita conoscenza della componente floristica, per definire gli interventi necessari. Il progetto di gestione comprende una indagine fioristica che, tramite studio fitosociologico, definisce i tipi di vegetazione (cioè le associazioni delle diverse specie tra di loro secondo criteri ecologici) e la loro qualità; e un programma di controllo mediante erbicidi, diretto dal prof. P. Catizone (Dipartimento di Agronomia, Bologna), per contenere la vegetazione infestante.

 

Ampelodesmos mauritanicus

 

Ampelodesmos mauritanicus

Tipi di vegetazione
Presso i quattro nuclei di rovine monumentali si rinvengono comunità insediate sulla muratura appartenenti al tipo Parietarietum judaicae: si tratta di erbe che sopravvivono entro le fessure tra le pietre, come la parietaria (Parietaria diffusa) e l'mbelicola di Venere (Umbilicus rupestris), e di arbusti e piccoli alberi, come rovi (Rubus ulmifolius), capperi (Capparis spinosa) e fichi (Ficus carica), che contribuiscono più delle erbe al progressivo degrado dei monumenti. Sul terreno attorno alle rovine, la vegetazione appartenente all'Acantho-Smyrnietum olusatri ostacola il passaggio, a causa di piante di grandi dimensioni, come il macerone (Smyrnium olusatrum) e l'acanto (Acanthus mollis), di leguminose dal portamento strisciante, e di specie sgradevoli al contatto come ortica (Urtica membranacea) e l'attaccavesti (Galium aparine). Queste specie sono favorite dal microhabitat creato dai resti abitativi, poco luminoso, mediamente umido e ad alto tasso di nutrienti. Entrambe le comunità sono insignificanti per ecologia ed estetica, e pericolose per i resti archeologia: i trattamenti con diserbanti hanno disseccato le resistentissime specie arbustive e arboree, poi estirpate senza danno per i monumenti, e ridotto le erbe.

Ampia macchia a cappero

Lungo la costa, la vegetazione è di tipo litorale (rientra nel Centaureo-Ononidetum ramosissimae) e comprende piante che consolidano, con i potenti apparati radicali, le dune primarie come l'agropiro (Agropyron repens), ammofila (Ammophila arenaria) e l'euforbia delle spiagge (Euphorbia terracina): si tratta di una comunità di transizione dalle dune costiere iniziali alla vegetazione matura della macchia mediterranea (OleoCeratonion). La macchia, pur essendo uno stadio regressivo delle antiche e quasi scomparse leccete e sugherete, rappresenta oggi lo stadio "migliore" della vegetazione mediterranea. Nella zona dell'Acropoli, essa è ottimamente conservata: oltre ad abbondante lentisco (Pistacia lentiscus), spiccano filliree (Phillyrea latifolia) e palme nane (Chamaerops humilis); essendo molto compatta, risulta piacevole a vedersi, non necessita di manutenzione, forma un ottimo baluardo verso fuoco ed erosione eolica: essa va salvaguardata, d'accordo con le esigenze archeologiche. Nonostante il divieto di coltivazione entro il parco, esistono numerosi oliveti e vigneti, ove è presente una tipica vegetazione infestante (Diplotaxion erucoidis), legata all'apporto organico e alle lavorazioni del terreno: mancando questi fattori, avviene la sostituzione con comunità di post-coltura. La vegetazione dei terreni abbandonati, appartenente all'Echio-Calactition tomentosae, ricopre le vaste zone che collegano i nuclei monumentali: cessate le coltivazioni erbacee, la selezione della flora e affidata al pascolo ovino (vietato ma ancora praticato), che porta al prevalere di specie poco appetite dagli animali come l'euforbia (Euphorbia helioscopia) e la mercorella (Mercurialis annua), e di grosse composite spinose quali cardo rosso (Carduus nutans), carciofo selvatico (Cynara cardunculus) e cardo mariano (Silybum marianum). Se l'abbandono colturale è più antico, dominano specie xerofile, di scarsa qualità ecologicà, causa d'incendio, e indice di iniziale degrado del terreno, preludente al denudamento del suolo. Il diserbo chimico ha perciò sostituito a queste sgradevoli piante specie da copertura prativa come gramigna (Cynodon dactylon) e Oxalis pes-caprae.

Anagyris foetida

La macchia mediterranea

Conclusioni
La gestione della vegetazione sperimentata a Selinunte rappresenta un modello che, con i dovuti adeguamenti, può essere applicato a qualunque area archeologica. Il coordinamento delle conoscenze scientifiche permette di agire selettivamente tramite il diserbo chimico (la cui azione e rapida, sicura, duratura ed economica) sulle componenti vegetazionali nocive, e di agevolare il "naturale sviluppo delle comunità ecologicamente positive.

Il progetto di ricerca, finanziato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, è diretto dal prof. P Catizone (Dipartimento di Agronomia di Bologna), con la collaborazione della prof.ssa M. Speranza (Dipartimento di Biologia evoluzionistica sperimentale di Bologna).