Erbacee perenni: Leontopodium, le stelle alpine

A rischio di estinzione per le presunte prodezze di pseudo-amanti della montagna, veri vandali, questo Genere comprende numerose specie tutte dotate di grande fascino.

Ancora oggi – malgrado anni di battaglie e polemiche, volte a sensibilizzare turisti e gitanti sull'importanza del rispetto dell'ambiente naturale, soprattutto in luoghi "a rischio", come quello alpino – non è infrequente incontrare pseudoalpinisti che, sulla via del ritorno, mostrano trionfanti interi mazzi di fiori "proibiti", come i genepì o le stelle alpine. Quest'ultima, poi, sembra essere la specie più ambita, forse in virtù di una fama che la vuole "difficile da conquistare" e che "conferisce un'aureola di virile coraggio a chi la raccoglie", come scrive Sandro Pignatti nella sua Flora d'Italia.
E così, sulla scorta di false leggende purtroppo profondamente radicate, una delle piante più belle delle nostre Alpi, anzi la specie-simbolo della montagna, è oggi in fase di estinzione e non è escluso che un giorno la potremo osservare solo negli erbari o ammuffita fra le pagine di un libro.

Leontopodium calocephalum

Leontopodium discolor

Sempre il Pignatti – rara figura di grande umanista, oltre che di eminente botanico – delinea una breve storia della pianta (Leontopodium alpinum), ricordando in primo luogo le motivazioni che possono aver portato alla costruzione di questo mito vegetale, prime fra tutte la densa tomentosità che la contraddistingue e la sua adozione quale emblema da sfoggiare negli stemmi di alcuni Club Alpini europei.
E inoltre interessante osservare che il timore della sua scomparsa, in seguito ai danni da collezionismo sconsiderato, era già vivo nel secolo scorso, tanto che nel 1878, in Svizzera, si registrò il primo decreto di proibizione di raccolta.
Se tale divieto fosse stato recepito per tempo anche nella nostra legislazione locale o nazionale – e soprattutto se le campagne di sensibilizzazione protezionistica avessero avuto inizio qualche decennio fa, forse si sarebbero potute evitare anche alcune disgrazie, avvenute proprio a causa della ricerca di qualche esemplare di "edelweiss", come la stella alpina viene chiamata in lingua tedesca.
Un'altra convinzione errata, infatti, riguarda il suo habitat, che molti identificano nelle rupi più scoscese e inavvicinabili, ignorando invece quello vero cioè gli alti pascoli alpini, là dove i camosci vanno a brucare erbe dominate dalla presenza di una comunissima graminacea, Sesleria varia.

Leontopodium souliei

Leontopodium japonicum

A questo punto, sembra quasi un controsenso dover aggiungere che una pianta tanto amata e radicata nella nostra cultura alpina non ha origini europee, ma asiatiche, e che essa giunse dalle nostre parti solo in corrispondenza delle quattro grandi glaciazioni, cioè in tempi assai recenti sotto il profilo geologico e biologico. In realtà, dunque, il genere Leontopodium (creato da Robert Brown e non da Linneo, che invece aveva incluso la stella alpina dapprima nel genere Gnaphalium e poi in Filago) nasce in aree geografiche dal clima caldo e secco – come appunto dimostra la forte pelosità che serve ad evitare l'eccessiva traspirazione – che hanno il loro fulcro negli altipiani dell'Asia centrale e che si diramano sia in direzione dell'Himalaya che verso la Siberia e il Giappone. Dopo essersi espanso in quasi tutto il continente asiatico, il genere L. colonizzò gradualmente le montagne di gran parte d'Europa, senza riuscire invece a raggiungere né l'Africa né le Americhe (ad eccezione, forse, dell'Ecuador) neppure con una delle sue 35 specie. Abituati come siamo a sentir parlare esclusivamente della "nostra" stella alpina, quella che si è insediata stabilmente sui rilievi europei, siamo spesso portati a credere che al mondo non vi siano altre rappresentanti del genere L. e che le uniche specie si limitino, appunto, a L. alpinum e all'affine L. nivale: nulla di più errato, come si è detto.
Restando alle stelle alpine nostrane, ancora oggi vi è discussione fra i sistematici circa l'elevazione al rango di specie per quest'ultima pianta, che vive in alcune zone appenniniche (Gran Sasso, Majeila, Sibillini, ecc.) oltre che su alcune montagne della Bulgaria e del Montenegro e che per molti botanici va considerata una sottospecie di L. alpinum. In effetti, le differenze morfologiche fra le due piante sono piuttosto sottili, riferendosi all'altezza e alla forma delle foglie basali, mentre più importante appare la netta separazione degli areali di nascita (L. alpinum è presente dalle Alpi Marittime fino al Goriziano). Entrambe le piante, comunque, vivono solamente su substrato calcareo ed è quindi vano cercarle, anche solo per scopi fotografici, su formazioni di altra natura.

Leontopodium hayachinense

Leontopodium wilsonii

Anche se la conoscenza delle stelle alpine risale ad epoche abbastanza remote, la loro introduzione nei giardini europei è un fenomeno relativamente recente, se si pensa che L. alpinum venne impiegato per la prima volta in senso ornamentale nella seconda metà del Settecento e che solo verso gli inizi della prima Guerra Mondiale si iniziò a coltivare una seconda specie proveniente dalla Cina centrale, L. haplophylloides, che oltretutto profuma di limone.
Al momento, tuttavia, l'unica stella alpina che possiamo trovare sul mercato italiano è L. alpinum, che purtroppo, in coltivazione, spesso tende a perdere alcune delle sue caratteristiche migliori, quale ad esempio la peluria biancastra. Tutte le altre specie qui raffigurate sono praticamente introvabili presso i vivai, ma forse non per gli instancabili collezionisti privati di piante alpine, che in qualche modo riescono ad ottenere semi anche delle stelle alpine più insolite. In apparenza questo genere sembra riunire piante abbastanza simili fra loro, ma non è così, perché si deve tener conto della variabilità di alcune caratteristiche: in primo luogo l'altezza della pianta, poi la tendenza o meno a formare cuscinetti, quindi la pelosità, il diametro dei fiori, la forma di petali e di foglie. Se si prende in considerazione l'altezza, possiamo individuare un gruppo di piante che non superano i 25 cm, come la "nana" L. nivale, che solo eccezionalmente arriva ai 5 cm, mentre la sorella L. alpinum svetta attorno ai 25, con un diametro del fiore che si aggira sui 10 cm.

Leontopodium leontopodioides

La giapponese L. discolorha uguale altezza, ma sfoggia uno splendido fiore assai peloso con un bottone rosso al centro.
La sua conterranea L. hayachinense arriva a 20 cm e si fa preferire per la formazione di densi e bassi cuscini.
Ancora sui 25 cm di altezza vantano le cinesi L. souliei e L. wilsonii: la prima possiede foglie molto piccole e fiori fortemente stellati di circa 5 cm, mentre la seconda ha forse i fiori più piccoli di tutto il genere, circa 2 cm.
Altre specie sono invece più grandi arrivando tutte a circa 50 cm d'altezza: l'himalayana L. calocephalum ha fiori piuttosto grandi (11 cm); L. japonicum li possiede piccoli e irregolari nella forma; in L. leontopodioides, siberiana, invece i fiori sono perfettamente regolari e ricchi di capolini.
Del tutto particolari sono infine L. linearifolium, con foglie strettamente lanceolate, e L. himalayanum, con bellissimi fiori stellati dai petali allungati e acutissimi.

Leontopodium himalayanum

Leontopodium linearifolium

L'impiego delle stelle alpine nei giardini va fatto in modo oculato, se si vogliono ottenere risultati apprezzabili, soprattutto per ciò che riguarda la conservazione delle loro peculiarità, quali la pelosità e il diametro dei fiori. Importante sarebbe coltivare queste piante in ambiente alpino, quindi ad un'altitudine non inferiore ai 1.000 metri. In ogni modo la loro collocazione va limitata al giardino roccioso o, meglio ancora, al muro fiorito, magari insieme ad altre piante di montagna come Androsace, Papaver alpinum, Saxifraga. Essenziale è poi la preparazione del terreno, che deve essere alcalino o neutro, non troppo fertile e soprattutto molto ben drenato.