Fiori, ghiaccio e il vulcano

La poetica della meraviglia, argomento privilegiato della lirica del Seicento, si esplica di fronte agli spettacoli naturali attraverso analogie e «capricciose fantasie» come nel sonetto di Giambattista Marino, in cui si descrive una «tranquillità notturna». Nel paesaggio si ammira mare e luna, questa non velata da alcuna nube mentre danza in mezzo alle stelle, sospinta dal lieve tremolio dell'acqua, nella quale è riflessa, tanto che il suo argenteo lucore si confonde con quello delle stelle. E cosi «ecco in ciel cristallino cangiato il mare». Le sorprese continuano nei versi barocchi con metafore cangianti di significati, continue invenzioni di estro e di stile, nel sottile gioco poetico che conduce il naturale alle bizzarre forme di un fantastico mai sazio. La bella donna vestita di bruno si trasfigura in una «animata Notte», più fulgida di ogni giorno sereno: la terra fiorita a primavera, e tutta sparsa di figure significanti e allusive, ogni fiore e emblema di un'anima amorosa, e tutti son «fregi del giovinetto Aprile». In un sonetto leggiamo questa acutezza. « Onde dorate, e l'onde eran capelli, navicella d'avorio un dì fendea … » Marino è uno straordinario poeta barocco, capace di aprire i cancelli del Giardino del piacere in cui «Adone», guidato da Venere, penetra per conoscere le dolcezze del mondo. Sull'esile trama d'amore fra il giovanotto e la dea, che si distende in oltre 40.000 versi, l'immagine della natura, teatrale musicale e scenografica, fa da regina. E i giardini, i cinque giardini come i sensi umani che Adone sperimenta, indicano un percorso conoscitivo che trova corrispondenze finora inesplorate fra la molteplice e bella vita delle forme naturali e le idoleggiate https://www.verdeepaesaggio.it/immagini della donna. La stessa Venere, principio vitale, primavera rigeneratrice, movimento cosmico, è forza incessante d'affanno amoroso, conciliazione fra le esperienze sensibili e gli affetti umani.
Sempre alla dea della bellezza e della passione amorosa il Marino si rivolge nel suo idillio compreso nella «Sampogna», chiamato «Proserpina». Circa 1.200 versi per narrare il rapimento della giovane – figlia della dea delle messi Cerere ad opera di Plutone, dio dei morti, che la vuole fare sua sposa. Venere, esperta nelle arti dell'astuzia in forza del suo apprendistato amoroso, deve prestare aiuto al dio delle tenebre. Lo scenario naturale è uno dei paesaggi che di più si prestano, per la gioia del poeta barocco, a coniugare contrasti. La Sicilia, morbida di fiori, stretta ai piedi del vulcano terribile, che tiene incarcerato il corpo smisurato del gigante Encelado, i cui movimenti fanno tremare le terre.
li vulcano sale dal fondo del mare per tremila metri nel cielo e il Marino, sedotto dalla grandiosità del fenomeno naturale, lo celebra in versi di mitologia e paesaggio come uno dei grandi teatri del mondo.
Sull'Etna, dunque, si reca Venere e i versi barocchi, mimetici del flusso magmatico nell'accavallarsi delle https://www.verdeepaesaggio.it/immagini e delle associazioni verbali, si rincorrono in un richiamo di antitesi che. portano il significato di aridità/fecondità; fuoco/gelo: amore/morte. Vince l'amore, perché e Venere che ci guida. La dea con la complicità di Vertunno, dio sensuale e prodigo di frutti opulenti, ha creato fra le aspre balze del paesaggio etneo uno spazio perfetto, atto ad accogliere «il gran furto amoroso» in forma di giardino. Ove Proserpina in fuga, dopo le calde vampate sulfuree, i percorsi di lava, le distese di neve che raggelano le piogge di sassi, eruttate da «vermiglie lingue», giungerà accompagnata da Minerva e Diana. Un giardino all'italiana a forma di stella con fontane d'alabastro, statue, bei verzieri ricchi di «pendenti aranci osceni, grossi limoni e smisurati cedri», e pronto per la seduzione della giovane e per la gioia del lettore.